Periodici San Paolo - Home page
PER GIOCARE D ’ ANTICIPO

La mediazione familiare

di Carmelita De-Simone
(mediatrice familiare; assistente sociale presso il Coordinamento "affidi familiari" del Comune di Milano)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2001 - Home Page È divenuto ormai irrinunciabile il ricorso a migliori situazioni comunicative tra le parti in conflitto. Favorire la riappropriazione della responsabilità genitoriale. Salvaguardare gli interessi dei figli. In altri Paesi il dibattito ha già prodotto risultati.

La crescita delle separazioni (1) è un elemento importante nella ridefinizione non solo delle caratteristiche sociologiche della famiglia, ma anche nell’osservazione delle questioni riguardanti la transizione familiare e la riorganizzazione della famiglia stessa. Se negli anni ’70 la separazione veniva considerata come un evento con una durata ben definita nel tempo, scandita dallo svolgersi della procedura giuridica, attualmente è acquisita la portata relazionale dell’atto giuridico della separazione, che si connota come un processo che ha una sua durata, evoluzione e scansione.

Porre attenzione alla «complessità delle variabili che agiscono nel tempo (qualità della relazione tra i genitori, modalità del mantenimento del rapporto tra genitore non affidatario e figli, relazioni nella famiglia allargata)» (2) significa interpretare il conflitto e la cooperazione tra ex coniugi nell’ottica dei diritti relazionali dei bambini «ineludibilmente connessi con la funzione sociale che la famiglia svolge di mediatore intergenerazionale» (3).

Tali diritti sono stati riconosciuti anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (4); l’art. 24 – "diritti del bambino" – stabilisce, infatti, che «ogni bambino ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse».

La posta in gioco quindi è alta: si tratta di garantire i "diritti relazionali" di cui sono latori i figli e di consentire ai genitori di riappropriarsi della propria responsabilità, consentendogli d’essere attori della propria storia. La mediazione familiare si pone a questo incrocio e si «fa carico indirettamente di tre bisogni fondamentali propri delle società post-industriali: responsabilizzare le persone, permettere una migliore comunicazione; mantenere o creare reti di solidarietà tra individui e tra generazioni in un contesto a rischio di frammentarietà», proponendo nel contempo «una nuova e diversa modalità di regolazione dei rapporti tra gli individui, ma anche dei rapporti tra lo Stato e la società civile» (5).

Tra gli "addetti ai lavori", come scrive anche Annie Babu, mediatrice francese, è ormai riconosciuta la funzione della mediazione, ci si interroga ora su come creare una cultura diffusa di "mediazione", si tratta quindi di proporre iniziative, anche legislative, che consentano di "giocare d’anticipo", favorendo l’utilizzo della mediazione anche in coloro che sono invischiati nel conflitto e non ritengono che questo sia "addomesticabile", divenendo così il potenziale motore di un cambiamento di abitudini e di modi di pensare.

In Italia il dibattito sulla regolamentazione legislativa della mediazione familiare è in pieno svolgimento: da più parti si sollecita infatti una maggiore visibilità di questo intervento di cui si fa un accenno solo nell’art. 4 della legge 285/’87 (6).

Attualmente si è in attesa dell’approvazione del progetto di legge unificato (7) (del maggio 1998) riguardante la modifica della legislazione in vigore in tema di separazione e divorzio, in cui ci si augura che la mediazione familiare trovi un suo spazio.

Quest’ultima proposta di legge riassume in sé altri sei progetti di riforma, che, oltre a prevedere l’unificazione del procedimento di separazione e quello di divorzio, prospettavano l’utilizzo della mediazione familiare; tra tali progetti (8), ve ne erano due (Sbarbati e Teresio Delfino) che auspicavano che questo intervento fosse reso obbligatorio e svolto presso i consultori familiari.

Il dibattito sulla "volontarietà" od "obbligatorietà" della mediazione familiare non si limita all’Italia: come emerso nel recente Forum mondiale della mediazione tenutosi in Sardegna nel 2000 (29 settembre-1 ottobre), il tema coinvolge molti altri Paesi non solo in Europa, ma anche nel mondo.

Mantenere reti di solidarietà tra individui, generazioni e gruppi sociali è un compito culturale che richiede qualità umane e competenze professionali. Soprattutto quando si tratta di famiglia e di minori in difficoltà.

L’ipotesi di una "obbligatorietà" della mediazione familiare anche nel nostro Paese ha suscitato molta preoccupazione: si sosteneva che in tal modo il divorzio assumeva la connotazione di "patologia sociale" e la mediazione familiare veniva a essere intesa come sostitutiva del procedimento giudiziario; infine il legislatore nel testo unificato di progetto di riforma del procedimento di separazione e divorzio, nell’art. 712, che qui di seguito si riporta nella sua interezza, ha previsto la "volontarietà" della mediazione, con grande sollievo di chi, come la sottoscritta, mediatrice familiare, ritiene che debba essere un percorso liberamente scelto.

Art. 712: «In ogni stato e grado dei giudizi di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di successiva modifica delle relative condizioni, in presenza di figli minori, nonché nei procedimenti di competenza del Tribunale per i minorenni o del giudice tutelare, qualora ne ravvisi la necessità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può disporre un rinvio non superiore a tre mesi onde consentire che i coniugi, anche avvalendosi di esperti, tentino una mediazione in ordine alle condizioni di separazione, con particolare riferimento alla migliore tutela dell’interesse morale e materiale dei figli».

Questo articolo, di cui è molto improbabile l’approvazione, ha dato adito a svariate critiche: mi pare interessante riportare il commento che ne ha fatto Alfredo Carlo Moro (9), perché, dal suo punto di vista di giurista, si sofferma su alcune significative questioni.

Opinioni a confronto

Moro, commentando l’art. 712, riflette su tre aspetti rilevanti che assumo come spunti di partenza per una riflessione che si confronta anche con l’esperienza di altri Paesi.

La prima osservazione riguarda l’opportunità che la mediazione si svolga non solo nella fase strettamente giudiziale, ma anche in quella precedente e successiva. Questa sua riflessione è sicuramente condivisibile; d’altronde ricalca una pratica avviata in quanto la mediazione familiare viene già comunemente utilizzata sia nel momento precedente la separazione che durante il processo o anche dopo la sentenza di separazione per rivedere gli accordi. L’accesso alla mediazione in tutte le fasi della separazione/divorzio richiama un altro tema fondamentale, che è quello della garanzia sulla riservatezza delle comunicazioni che avvengono nell’ambito della mediazione: è un argomento su cui mi soffermerò anche in seguito.

La seconda osservazione riguarda la durata del percorso di mediazione (stabilita in 3 mesi nella proposta contenuta nell’art. 712). Moro si dichiara perplesso circa questa proposta del legislatore: «...sembra che l’attività di mediazione sia prevista dal legislatore più come una sostanziale formalità che come una funzione indispensabile per superare e appianare conflitti, assicurando la permanenza della relazione tra genitori e figli» (10). Chi pratica la mediazione familiare non può che concordare.

La "Raccomandazione europea sulla mediazione familiare" (11) non contiene alcuna disposizione concernente la durata della mediazione, tuttavia il comitato di esperti di diritto di famiglia di tutti i Paesi europei ha chiaramente espresso nella «esposizione dei motivi della raccomandazione», che la durata dipende dal numero, dalla natura e dalla complessità dei punti in discussione; va comunque evitato che la mediazione possa anche essere utilizzata da una delle parti come meccanismo dilatorio della procedura di divorzio. In Francia è stato stabilito che la durata iniziale della mediazione non possa superare i tre mesi ma, su richiesta del mediatore, sia possibile prorogarla per ulteriori tre mesi (12). Prevedere una possibilità di proroga appare sicuramente utile, anche se, considerata la partecipazione attiva cui sono sollecitate le parti in mediazione, sarebbe coerente che la richiesta venisse fatta dagli stessi interessati, onde evitare un’adesione formale che svuoterebbe di contenuto l’intervento stesso.

La terza e ultima osservazione riguarda la volontarietà od obbligatorietà della mediazione. Moro si dichiara "perplesso" circa la previsione di rendere praticabile una mediazione «solo se le parti sono d’accordo sull’espletamento di questo tentativo»; sostenendo che «un’opera di chiarimento e di sostegno è particolarmente opportuna proprio quando il conflitto è più forte e radicato: se il tentativo di mediazione, non la definitiva mediazione che sicuramente non potrà realizzarsi senza il consenso e l’accettazione di tutti i protagonisti della vicenda, potrà essere svolto solo se le parti esprimono il loro consenso, potrebbero rimanere esclusi da un simile utile istituto proprio coloro che più ne avrebbero bisogno».

Promuovere questa risorsa

La stessa osservazione viene frequentemente posta ai mediatori da parte di giudici e avvocati. Effettivamente la mediazione spesso diventa una risorsa utilizzata prevalentemente da coloro che sono già orientati a ricercare un accordo con modalità differenti da quella del procedimento giudiziario, spinti dal desiderio di avere parte attiva alle decisioni che li riguardano. Come giustamente affermato dall’esperto di psicologia giuridica Gullotta nel corso del Forum mondiale sulla mediazione, «la mediazione è uno stato della mente» e non può quindi essere imposta come percorso responsabilizzante senza la volontà dei singoli; tuttavia rimane il problema di come promuovere al meglio l’accesso a questa risorsa; ad esempio, in Argentina nei procedimenti di divorzio è obbligatorio l’incontro con un mediatore, sta poi alla decisione degli interessati se proseguire o meno la mediazione.

A questo proposito l’esperienza inglese ci fornisce spunti molto interessanti. Nel 1996 in Gran Bretagna è stato approvato il Family Low Act, che modifica la regolamentazione giuridica del processo di divorzio. Uno degli scopi del FLA (Family Low Act) è di porre attenzione alla salvaguardia dei matrimoni, ma non è certo secondario l’obiettivo di aiutare le coppie a comprendere in modo approfondito le conseguenze del divorzio, particolarmente per i figli.

Con questa legge, a tutti coloro che chiedono il divorzio viene richiesto di passare attraverso una serie di checkpoint, nei quali alle coppie in crisi matrimoniale sono offerte informazioni e assistenza.

In base al FLA la prima di queste tappe è la partecipazione a un incontro informativo, condotto da persone qualificate e nominate secondo norme specifiche, che si svolge almeno tre mesi prima, che, sia da una parte o da entrambi, sia presentato un ricorso di divorzio (art. 8). Sino a che non è entrato in vigore il FLA, la partecipazione all’incontro informativo era volontaria.

A questo incontro informativo obbligatorio, le parti possono partecipare insieme o separatamente. La legge non menziona, ma neppure esclude, la possibilità di attuare incontri di gruppo.

L’incontro è obbligatorio (tranne in particolari circostanze, quali, ad esempio, le situazioni in cui è necessario assumere provvedimenti urgenti a tutela dei bambini e ove si presenti violenza domestica) anche per il coniuge che non intende presentare istanza di divorzio.

L’art. 8 del FLA stabilisce le informazioni che devono essere date nell’incontro informativo, che riguardano più aspetti: la consulenza matrimoniale e altri servizi di supporto al matrimonio, l’importanza che dev’essere data al benessere, desideri e sentimenti dei figli, come le parti possano acquisire una migliore comprensione dei modi con cui aiutare i bambini a fronteggiare la rottura del matrimonio, la natura delle questioni finanziarie che possono sorgere dal divorzio e dalla separazione e i servizi che possono aiutare le parti; la protezione disponibile per fronteggiare violenze/maltrattamenti e i supporti assistenziali, la mediazione, la possibilità per ciascuna delle parti di avere una consulenza e un rappresentante legale, i principi del patrocinio legale gratuito e come ottenerlo, il procedimento di divorzio/separazione.

L’art. 23 del FLA definisce che quando è possibile una riconciliazione, si può ottenere l’aiuto di un consulente matrimoniale con spese a carico dello Stato, ma tale richiesta dev’essere inoltrata subito dopo l’incontro informativo e prima che sia presentata la "dichiarazione di crisi matrimoniale".

Dichiarare la rottura

La dichiarazione di break-down marriage dà inizio formalmente al procedimento di divorzio e viene presentata da uno o entrambi i coniugi, tre mesi dopo l’incontro informativo obbligatorio (art. 5): in tale dichiarazione non dev’essere necessariamente affermato che il matrimonio è in crisi in modo irreparabile, perché l’irreparabilità della rottura viene stabilita solo successivamente a un "periodo di riflessione". Questo periodo di riflessione, negli intendimenti del legislatore, contribuisce alla costruzione della rappresentazione del divorzio come un processo che si svolge nel tempo.

Il "periodo di riflessione" (art. 7) deve durare almeno 9 mesi, a cui si aggiungono ulteriori 6 mesi, quando i coniugi hanno figli di età inferiore ai 16 anni; può essere prorogato in alcune circostanze, come ad esempio per consentire un tentativo congiunto di riconciliazione. Ci sono possibilità che il periodo di 15 mesi venga ridotto, se la Corte ritiene di dover assumere una decisione in tempi brevi per il benessere dei figli, e comunque di norma il tribunale non impone il periodo addizionale di 6 mesi se, all’epoca della dichiarazione di crisi, sia già stato emesso un provvedimento per impedire a una delle parti di perpetrare molestie o violenza nei confronti dell’altra parte o dei figli/figlio.

Ove la riconciliazione non fosse possibile, lo scopo principale del "periodo di riflessione" è di aiutare le coppie a raggiungere, cooperando tra loro, accordi per il futuro.

Prima di ottenere un provvedimento di divorzio devono essere affrontate tutte le questioni, sia riguardanti le relazioni con i figli (affido dei figli, incontri, scelte educative, eccetera), che le questioni patrimoniali; in caso contrario si rischia di dover ricominciare il procedimento.

L’art. 13 del FLA stabilisce che la Corte può indirizzare le parti a partecipare a un incontro esplorativo presso un servizio di mediazione, affinché siano date loro spiegazioni sul procedimento di mediazione e i coniugi possano valutare se è l’intervento adatto per le loro controversie e in particolare se la mediazione possa avere luogo senza essere condizionata da timori per ognuno (violenza domestica).

Entrambe le parti sono invitate a partecipare allo stesso incontro, a meno che una o entrambe chiedano incontri separati, oppure che sia la Corte stessa a ritenere più appropriato che l’incontro avvenga separatamente. Sebbene il tribunale abbia il potere di obbligare le parti a partecipare a questo incontro, difficilmente ciò accade in quanto la mediazione obbligatoria è vista come inaccettabile e irrealizzabile.

Il consenso alle deroghe

Il FLA prevede anche che sia garantito il patrocinio legale gratuito, solo nel caso che le parti abbiano partecipato a un incontro con un mediatore (questa indicazione non viene applicata solo nei casi di violenza domestica); se è solo uno dei coniugi a rifiutare di partecipare a questo incontro, l’altra parte può comunque fare richiesta del patrocinio legale gratuito. Un aiuto finanziario dello Stato è previsto anche per la mediazione familiare, ove sussistano certe condizioni di reddito.

Il FLA non prevede un legal privilege statuito, ovvero che nessuna informazione inerente ai contenuti della mediazione possa essere acquisita in tribunale, se non con l’accordo delle parti, dal momento che il privilege appartiene alle parti e non al mediatore (come accade invece in Scozia, Francia e Argentina e come peraltro previsto anche nel codice deontologico delle altre organizzazioni europee).

Nonostante ciò, il dovere della confidenzialità del mediatore viene rispettato dai giudici che hanno esteso alla mediazione familiare la prassi in uso nella conciliazione di attribuire comunque questo privilegio basandosi sul principio di un pubblico interesse a che le parti possano esplorare le possibilità di riconciliazione o assumere accordi senza il rischio d’essere svantaggiate per un uso strumentale delle informazioni acquisite durante la mediazione in un successivo procedimento davanti al giudice.

Viene quindi mantenuta la confidenzialità su dichiarazioni o comunicazioni rilasciate nell’ambito della mediazione: deroghe al principio della confidenzialità possono avvenire solo con il consenso delle parti o in situazioni ove si imponga un obbligo che scavalca tale principio, come nei casi in cui occorre proteggere un bambino o un’altra persona da un danno fisico o morale significativo.

La normativa del FLA rappresenta sicuramente un notevole sforzo legislativo per rendere compatibili le esigenze degli individui con quelle del diritto: garantisce infatti la tutela del diritto della persona di accedere alla giustizia, favorendo nel contempo la possibilità di attuare percorsi di riflessione che valorizzano la responsabilità genitoriale.

Il percorso legislativo della Family Low Act, che è stato preso in considerazione anche da altri Paesi (in Austria è obbligatorio l’incontro informativo), oltre a promuovere l’utilizzo della mediazione familiare, presenta l’ulteriore vantaggio, non certo secondario, di sollecitare la realizzazione di interventi/servizi a cui la famiglia possa riferirsi per far fronte ai suoi cambiamenti.

In Italia, in attesa del contributo normativo del legislatore, sono i servizi, caratterizzati da differenti modelli organizzativi – luoghi appositi per la gestione del conflitto genitoriale (ad esempio, il Centro Gea di Milano) oppure inseriti in una Asl dove la mediazione viene offerta accanto ad altri servizi per l’aiuto alla famiglia (Asl di Milano) (13) –, a essere impegnati in prima linea nel promuovere operativamente e culturalmente la mediazione familiare; per il momento sono loro che "giocano d’anticipo".

Carmelita De-Simone
    

TORNARE SUL TEMA

In molti Paesi europei il ruolo professionale del mediatore familiare è comparso con largo anticipo rispetto all’Italia. Famiglia Oggi, già nel 1994 (Il mediatore familiare, n. 6), intuendo l’importanza d’imparare dalle esperienze degli altri, aveva tradotto e pubblicato La carta europea per la formazione del mediatore. Il documento, frutto del primo congresso internazionale (1992), mostra obiettivi, campi d’intervento, percorsi professionali.

L’aumento di complesse separazioni e divorzi ha reso necessario un intervento di terzi che potesse aiutare i litiganti a ragionare e fare da filtro tra la famiglia e la legge. Sono sorti i primi centri di mediazione familiare e, nuovamente, Famiglia Oggi ha proposto una riflessione con il monografico La mediazione familiare (n. 11, 1997), raccogliendo i contributi di numerosi esperti. Suzanne Heller ha inquadrato gli aspetti principali e Costanza Marzotto ha proposto un modello di formazione. Isabella Buzzi ha esaminato il punto di vista dei minori e Anna Del Bel Belluz ha tracciato la storia della mediazione.

Luca Pappalardo ha ricordato che non sempre è possibile ricorrere alla mediazione familiare e che, in tal caso, bisogna valersi della consulenza tecnica d’ufficio di orientamento sistemico-relazionale, che costituisce una valida alternativa di intervento nei conflitti non mediabili.

    

L’ASSOCIAZIONE GEA-"GENITORI ANCORA"

L’Associazione GeA- Genitori Ancora" (Via Castelfidardo 8, 20121 Milano; tel./fax 02.29.00.47.57; e-mail: assogea@gral.it) è nata a Milano nel 1987 per far conoscere la mediazione familiare in Italia.

Compito dell’Associazione GeA, fin dalla sua fondazione, è quello di diffondere una cultura della separazione che coinvolga non solo il nucleo familiare, ma anche magistrati, avvocati, operatori dei servizi sociali e tutti coloro che a vario titolo intervengono nella vicenda separativa. Si tratta di sostituire la logica della vittoria di una parte sull’altra, con quella di accordi presi insieme nell’interesse di genitori e figli; di evitare che la fine della coppia coniugale coincida con quella del comune impegno genitoriale.

Per "Genitori Ancora" la mediazione familiare è «un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione o al divorzio, in cui il mediatore familiare, sollecitato dalle parti, nella garanzia del segreto professionale e in autonomia dall’ambito giudiziario, si adopera affinché padre e madre, insieme, elaborino in prima persona un programma di separazione soddisfacente per sé e per i figli, nel quale possano esercitare la comune responsabilità genitoriale» (http://www.gral.it/assogea/index/htm).

Nel 1989, su progetto dell’Associazione GeA, il Comune di Milano ha istituito il Centro civico GeA, primo, e per molti anni unico, servizio pubblico italiano di mediazione familiare. Nel 1990, l’associazione GeA ha organizzato la scuola di formazione alla mediazione familiare che ha permesso a molte centinaia di operatori pubblici e privati che l’hanno frequentata di avviare in tutta Italia numerosi servizi di mediazione familiare.

In questi anni, i suoi rappresentanti hanno partecipato a Commissioni parlamentari incaricate della stesura di progetti di legge che tutelino i diritti di genitori e figli nella separazione; hanno lavorato con gli esperti di diritto di famiglia per definire una proficua collaborazione tra mediatori e legali; hanno svolto consulenza presso le amministrazioni pubbliche.

Inoltre, hanno sviluppato la collaborazione con quanti si occupano di ADR (Alternative Dispute Resolution - Soluzioni alternative delle dispute) in ambiti diversi dalla famiglia.

Milena Pieri
(vicepresidente Associazione GeA)

  

I SERVIZI PER L’INFANZIA

Lo spazio di mediazione familiare dell’Asl città di Milano è un servizio che aiuta, chi ha deciso di separarsi, a trovare accordi per continuare a fare i genitori prima, durante, dopo la separazione. Anche i consultori familiari lavorano inseriti nella stessa rete dell'Asl città di Milano.
   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2001 - Home Page