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CHIESA E FIGLI DEI SEPARATI

Il Vangelo è per tutti

di Battista Borsato
(responsabile dell’ufficio Famiglia, Vicenza)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2001 - Home Page Ammettere ai sacramenti chi ha i genitori divorziati crea qualche incertezza. Tuttavia non va dimenticato che la vera discriminante è la qualità della fede di mamma e papà.

Affrontando il problema dell’iniziazione cristiana dei figli appartenenti a famiglie di separati, ci s’immerge inevitabilmente nella problematica globale e inquieta della pastorale educativa alla fede. Personalmente non vedo una marcata differenziazione tra famiglie di separati e quelle cosiddette normali. Le differenze esistono, certo, a livello di educatività umana (le ferite non mancano e a volte segnano profondamente le persone), con riflessi innegabili nei confronti della relazione con Dio e della fede, ma a livello della richiesta dei sacramenti o dell’ammissibilità ad essi, le diversità non sono così decisive come potrebbero sembrare: incontreremo qualche diversità, ma non è, come vedremo, netta e determinante.

Quanti sono i genitori non separati che vivono una convinta scelta di fede? Quanti di loro partecipano consapevolmente alla vita della Chiesa sentendosi soggetto e non tanto oggetto? Quanti tengono accesa la loro fede alla fiamma della Parola, perché essa non scada in religione o in formale cultualismo? Quanti di loro, sollecitati da questa Parola, s’impegnano socialmente e politicamente per modificare e togliere strutture di ingiustizia (il Papa le chiama «strutture di peccato») che creano la disparità, la fame e le guerre?

La fede dei separati è proprio di qualità diversa da quella dei genitori con una vita familiare regolare? Certamente si registra una varietà di adesioni alla fede, ma essa non fluisce, o deriva soltanto marginalmente dalla situazione familiare più o meno regolare sotto il profilo affettivo. Affrontando il tema dell’educazione alla fede e della ricezione dei sacramenti dei figli dei separati, vorrei focalizzare la mia riflessione sui figli dei divorziati risposati, perché penso che questa sia la situazione che prevalentemente interpella le comunità cristiane: i figli dei separati, ma non risposati, possono essere accostati, pur con comprensibili sfumature, a quelli privi di padre o di madre.

Proprio a proposito dei divorziati risposati, per porci in maniera ecclesialmente corretta, dobbiamo premettere due grandi e innovative posizioni magisteriali. Le prendo da un documento della Chiesa di Vicenza che ha avuto una certa risonanza in Italia, dal titolo "Per un’accoglienza dei divorziati risposati".

Nei confronti dei divorziati credenti si afferma: «Il divorzio non toglie la fede. Esso esprime la debolezza della persona che non sempre, per vari motivi, riesce a raggiungere l’ideale proposto dalla fede cristiana, però esso rimane in loro, anche dentro l’esperienza della propria povertà. Tale ideale può essere da loro proposto anche ai figli. Uno sbaglio, che può avere molte origini, non interrompe il rapporto con Dio. Dunque, le persone devono coltivarlo attraverso l’ascolto della Parola, gli incontri di catechesi, la preghiera personale, di coppia, di comunità. Questa fede sono chiamati a comunicare e a condividere con i figli, anche con quelli del primo matrimonio. Cessando il legame sponsale, non cessa la responsabilità genitoriale. Come possono, sostengono alcuni, educare alla fede cristiana essi che hanno rotto il valore dell’indissolubilità? E allora, come possiamo educare noi alla fede quando trasgrediamo molti comandamenti e non viviamo le responsabilità nei riguardi del mondo? Educare alla fede è ammettere i nostri limiti, i nostri peccati, ma è anche spingerci continuamente a superarli».

La comunione e la cresima non sono solo riti slegati dal contesto esistenziale della persona, ma esperienze di relazione con Dio e con gli altri. Sono quindi momenti di guarigione per tutti, anche per chi ha infranto il legame matrimoniale.

I divorziati non si considerino esclusi dalla Chiesa. «L’impedimento ad accostarsi all’Eucaristia potrebbe ingenerare l’idea della loro esclusione. I documenti della Chiesa non sono su questa linea, perché dicono apertamente che queste persone continuano a far parte della Chiesa, anche se in maniera parziale. Essi dichiarano che l’unione con essa è solo parzialmente rotta e che l’unione con Dio può esistere ancora. Afferma la Familiaris consortio: «I divorziati risposati... non si considerino separati dalla Chiesa, potendo, anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita». I divorziati sono e rimangono, quindi, membri del popolo di Dio, e in forza di una fede mai rinnegata rimangono cristiani e perciò non esclusi del tutto dalla comunione ecclesiale, anche se non si trovano nella "necessaria pienezza" della comunione.

I figli, allora, vanno considerati, nell’educazione alla fede e nella richiesta dei sacramenti, alla stessa stregua degli altri: la discriminante vera rimane la qualità della fede dei genitori.

È vero che il problema che tormenta le coppie di divorziati è il non poter accedere all’Eucaristia. Questa sofferenza è pungentemente assillante perché le persone si sentono private della grazia offerta dal pane eucaristico e anche perché non possono condividere in profondità il cammino di fede dei figli.

Quale suggerimento si può offrire loro sulla risposta da dare ai figli, quando questi li interrogano sul perché non si accostano all’Eucaristia? Mi sembra che il dire la verità sia un fatto energicamente liberante. Che cosa si può dire? Che la Chiesa è attraversata da due tensioni evangeliche: quella di non disperdere il valore dell’indissolubilità, perché liberamente, solo in un rapporto definitivo, stabile, le due persone possono svelarsi in profondità e quindi crescere in pienezza; l’altra di saper accogliere anche le persone che hanno sbagliato, senza condannarle o emarginarle. Gesù è venuto per salvare e non per condannare: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12).

I figli vanno aiutati ad amare la Chiesa e a capirla, più che a giudicarla: a comprendere la sua sofferenza nel non saper mettere insieme in maniera adeguata l’esigenza della verità con quella dell’amore e del perdono. Anche questa può diventare una strada per inserire il figlio nella vita e nella conoscenza del mistero della Chiesa. E penso che i figli non si sentano né disorientati né scandalizzati da queste salutari inquietudini, ma anzi stimolati a viverle per cercare appassionatamente, insieme con il magistero e con tutti, strade di maggiore e creativa fedeltà al pensiero di Gesù.

A parte la richiesta dei sacramenti, i figli di genitori separati domandano un’attenzione affettuosa e comprensiva maggiore di quella riservata agli altri. I loro cuori sono feriti, il loro affetto diviso. Risentono inevitabilmente dei conflitti, a volte violenti, dei loro genitori. Si sa, per esperienza, che le separazioni coniugali non avvengono, se non raramente, in modo civile e amichevole. I risentimenti, gli interessi economici, provocano lotta e spesso odio reciproco tra i due. In questa lotta vengono, a volte irresponsabilmente, coinvolti anche i figli, "usati" come mezzo per vincere sull’altro.

La richiesta di sacramenti

I sacramenti che sono richiesti e che i figli si preparano a celebrare non possono quindi essere ridotti a riti, e tantomeno a momenti religiosi slegati dal contesto esistenziale e relazionale della persona: sono invece offerte vitali che devono trasformarsi in esperienze di senso, di relazione affettuosa con Dio e con gli altri. Dovrebbero essere il momento in cui una comunità (almeno quella degli animatori e delle famiglie dei ragazzi che costituiscono il gruppo di catechesi) li accoglie, li accompagna, dona amore e speranza. Dovrebbero essere momenti di guarigione.

Si sa che di solito questi ragazzi creano problemi di attenzione, di disciplina e di ricettività. Sono spesso raffreddati affettivamente a causa del disturbo psicologico provocato dalla carenza di amore o di attenzione che sarebbero loro dovuti. Il catechista, o l’animatore, si sente spesso a disagio e può nascere naturalmente in lui la tentazione del duro rimprovero, con la minaccia ventilata dell’esclusione dal gruppo.

Questi impulsi sono comprensibili in chi opera nel settore catechistico, spesso difficile e poco gratificante; ma che senso ha annunciare un Dio padre che ama gli ultimi, i poveri e, ancor più, far conoscere un Gesù che va in cerca della pecora perduta e se la carica sulle spalle, quando questi atteggiamenti controcorrente non sono testimoniati dalla comunità? Le relazioni personali, discrete ma affettuose, sono la prima e vera iniziazione alla fede in Dio: un Dio che ama nonostante tutto. Le relazioni dunque vengono prima dell’insegnamento e dell’annuncio. Questo principio vale nei confronti di tutti, ma, in maniera particolare, verso chi, come i figli di separati, soffre la mancanza o l’assenza dell’accoglienza affettiva.

Le indicazioni che sono suggerite sono sofferte e spesso senza risposte decisive, perché incrociano due sensibilissime preoccupazioni: quella di presentare il volto autenticamente materno della Chiesa che accoglie sempre e non esclude, e quella di non abbassare l’esigenza del sacramento dando la grazia "a buon prezzo", come avvertiva Bonhoeffer.

Questa sofferenza si fa acuta quando i genitori richiedenti non sono più, o sono poco, praticanti e spesso si professano credenti in Gesù o in Dio, ma non nella Chiesa. I sacramenti invece sono anzitutto segni di comunione e di partecipazione ecclesiale.

Il disagio è ancora più alto quando i genitori hanno liberamente e consapevolmente fatto la scelta del matrimonio civile e ciononostante chiedono il battesimo e i sacramenti dell’iniziazione cristiana per i figli. La scelta del matrimonio civile è rispettabilissima, ognuno ha il diritto di vivere secondo i propri convincimenti religiosi ed esistenziali, ma come si può domandare un inserimento ecclesiale per il figlio, quando la Chiesa non è da loro vissuta, se non addirittura avversata?

Vignetta.

Pluralità di soluzioni

Di fronte a situazioni, oggi molto diffuse, c’è una pluralità di posizioni. Ne indico tre: la permissiva, quelle dell’esclusione e dell’attrazione.

La prima è quella dell’ammissione indiscriminata (via permissiva). Sono ammessi tutti quelli che lo chiedono. Al massimo si propongono loro alcuni incontri che, per quanto ben fatti, risultano insufficienti a creare una mentalità discepolare. Tanto è vero che, celebrato il sacramento, le persone ritornano come prima. Perché li si conferisce? A mio parere per due diverse impostazioni: la teologica, perché è la comunità con la sua fede che battezza e quindi, anche se i genitori non sono credenti, la comunità si fa carico dell’educazione alla fede. Si fa garante. Tutti sanno che questa è un’illusione, perché la comunità o non esiste o, se anche esistesse, niente potrebbe fare senza la famiglia; e quella spirituale: nel battesimo e nei sacramenti si rende presente lo Spirito Santo. Egli agirà. Non si deve impedire questa presenza, rifiutando i sacramenti. Anche questa posizione è teologicamente debole, perché lo Spirito agisce non in maniera miracolistica, ma attraverso gli uomini e gli avvenimenti. La testimonianza delle persone è il veicolo dello Spirito Santo. Questa è la teologia che si fonda sull’incarnazione.

La seconda posizione è quella dell’esclusione (via rigorista). Se i genitori sono credenti e praticanti, allora il figlio è ammesso, altrimenti rimane escluso. S’invoca il principio del "piccolo gregge", della "minoranza profetica". Si tende così a fare della Chiesa un gruppo di puri e di perfetti. Forse la posizione espressa in questo modo è secca e troppo rigida, ma più o meno trasmette l’idea che i sacramenti non vanno dati a tutti, ma solo a quelli che fanno un cammino serio, lungo e consapevole, in cui ci sia la verifica della solidità della loro fede.

La terza posizione è quella dell’attrazione (via attrattiva). In avvenire sicuramente si dovranno trovare le strade per un discernimento illuminato delle coppie che chiedono i sacramenti per i figli, come si accennava prima. In attesa di queste strade o comunque non in alternativa, ci deve essere la cura di formare coppie testimoni che, con un cammino lento e impegnato, riscoprano e vivano la loro identità cristiana. Esse dovranno essere i segni testimoniali che attraggono altre coppie a capire e a vivere la fede. Dio nella Bibbia per annunciare, ad esempio, il matrimonio monogamico e di amore, non ha posto leggi o divieti, ma ha suscitato coppie di sposi che l’hanno vissuto e che, vivendolo, sono diventate segno, paradigma, annuncio di ciò che è il vero matrimonio. Così dovrebbe avvenire per tutti i sacramenti.

Conclusioni aperte

Si deve riconoscere che in colui che richiede i sacramenti c’è quasi sempre qualche presenza di divino e di sacro. Può essere questa l’opportunità per ravvivare questo "divino" per pulirlo, per elevarlo. Prima di pensare di escludere, la comunità ha il dovere di stimolare e di valorizzare. Su questo fronte si fa ancora troppo poco. Gli atteggiamenti, come la fede, non crescono spontaneamente. Occorre sì attendere l’aurora, ma anche svegliarla.

Per quanto riguarda i figli di separati (ma in modo particolare dei divorziati risposati), non ci devono essere né distacco, né pretese. Essi vivono una situazione disagiata che ha bisogno di cura e di affetto. Questa "cura" non va rivolta solo ai bambini, ma anche ai loro genitori verso i quali deve arrestarsi ogni giudizio: «I discepoli del Signore non giudicano l’intimo delle coscienze dove solo Dio vede e giudica. I credenti lascino volentieri alla sapienza e all’amore del Signore il giudizio sulla responsabilità personale» (Cei, Pastorale dei divorziati, n. 18, 1979).

Il volto più nuovo e più rivoluzionario di Dio è quello della misericordia: abbiamo un Dio ricco di tenerezza e di perdono.

L’approdo pastorale del futuro, a questo riguardo, sarà: il Vangelo è per tutti, i sacramenti per i discepoli. Questo dovrà essere l’orientamento verso cui tendere. Per renderlo possibile occorrerà riconsiderare e ricentrare il senso dei sacramenti: essi non sono tanto "luoghi" di salvezza individuale, ma di inserimento nella comunione ecclesiale con l’assunzione di una responsabilità (ministero). Scrive lucidamente il teologo ortodosso Jannaras: «Nessun sacramento mira alla santificazione dell’uomo come individuo, ma al suo inserimento in quella comunione di persone che si chiama Chiesa».

Battista Borsato
    

INCONTRI DI PREGHIERA PER DIVORZIATI

Anche in ambito ecclesiale va prendendo consistenza l’attenzione ai separati, ai divorziati e divorziati risposati. Infatti, vi sono diocesi (Vicenza, Bergamo, Brescia, Milano, San Benedetto del Tronto, Genova, Ugento-Santa Maria di Leuca, Como), e parrocchie (Santa Maria del Carmelo di Roma) in cui gli addetti alla pastorale familiare organizzano incontri di varia periodicità e vario contenuto, compresi gli incontri di riflessione biblica e di preghiera.

Da qualche anno a Milano (via Appiani 25; tel. 02.65.52.308) esiste pure l’associazione "Famiglie separate cristiane" (fa parte del Forum delle associazioni familiari) che raggruppa padri e madri separati, i quali non vogliono sentirsi esclusi dalla Chiesa e desiderano proseguire il loro cammino di fede, si impegnano a essere entrambi presenti nell’educazione del figlio. Gli aderenti all’associazione, inoltre, vogliono contribuire al cambiamento della cultura familiare nella società, in Parlamento, nella Chiesa, alla quale chiedono di essere riconosciuti come parte del popolo di Dio. Questa volontà di incidere in ambito ecclesiale resta circoscritta ai separati che però non rappresentano il vero problema. La difficoltà della Chiesa, infatti, è legata ai divorziati risposati, come ben esprime l’articolo di Battista Borsato.

Il vescovo di Bolzano, Wilhelm Egger, nel 1992 è stato il primo a proporre un documento (Ricordatevi dei 5 pani) nel quale si legge: «La comunità dei credenti non può emarginare ed escludere dal suo seno le persone separate, divorziate, risposate, ma deve stare loro vicino e aiutarle».

Successivamente interpellato dal settimanale Famiglia Cristiana (n. 44, 1999), per avere alcuni chiarimenti in materia, Egger ha ribadito: «A mettere d’accordo misericordia e verità riesce solo nostro Signore. Quello che noi possiamo fare per far valere questa misericordia è accompagnare le persone nel loro cammino, come Gesù che accompagna i suoi discepoli verso Emmaus. La Chiesa acquisterà autorità se ascolterà le persone e capirà le loro storie personali. Le diocesi devono dire pubblicamente che c’è questa volontà di accompagnare le persone».

c.b.

   

LETTURE SULL’AMORE INTELLIGENTE
  1. Battista Borsato, L’amore intelligente, Queriniana, Brescia 2000.
  2. Battista Borsato, Immaginare il matrimonio, Dehoniane, Bologna 2000.
  3. Ufficio nazionale della Cei per la pastorale della famiglia, Matrimoni in difficoltà: quale accoglienza e cura pastorale. Atti del terzo incontro nazionale dei responsabili diocesani e della consulta di pastorale familiare, Roma, 14-17 ottobre 1999, Cantagalli, Siena 2000.
  4. Commissione diocesana della famiglia, La crisi di coppia, evento fallimentare o occasione di crescita? Strumento di lavoro per responsabilizzare le comunità cristiane sul disagio relazionale degli sposi, arcidiocesi di Trento, 1999.
  5. Zattoni Maria Teresa, Gillini Gilberto, Pietre miliari, Cristo sposo della Chiesa sposa, Àncora, Milano 1998.
  6. Commissione della famiglia triveneta, Quelle situazioni così difficili, Settimana, n. 12, 1995.
  7. Muraro Giordano, C’era una volta la famiglia. Domande e risposte su questioni di vita familiare, Paoline, Milano 1995.
  8. Oreste Benzi, Per la famiglia, Guaraldi-Gu.Fo, Rimini 1992.
  9. Marie-Joseph e Dominique Chalvin, Rapporti in famiglia, Cittadella, Assisi 1988.
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