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CONSULENZA GENITORIALE - DALLO PSICOLOGO PER AIUTARE IL FIGLIO

Una madre intelligente

di Gianni Cambiaso
(psicologo)
    

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2001 - Home Page Il caso di Roberto è da manuale. L’adolescente era autonomo e responsabile in casa. Vigilato e iperprotetto fuori. La soluzione non era complicata. Infatti, sbagliavano gli adulti che lo accudivano.

Per un genitore trovarsi in difficoltà, chiedersi se e dove può aver sbagliato, sentirsi impotente e inadeguato o deluso e arrabbiato, possono rappresentare sentimenti all’ordine del giorno. In particolare questo accade quando ci si trova di fronte alle provocazioni e alle sfide di un figlio adolescente o preadolescente, un’età in cui la pazienza di un padre o di una madre è messa spesso a dura prova.

I dubbi, gli interrogativi, le perplessità che questi ragazzi suscitano negli adulti non sono pochi e ritornare con il pensiero a come eravamo noi in quella fase della vita serve talvolta a poco, quando non risulta addirittura fuorviante. I cambiamenti sociali e culturali degli ultimi decenni sono stati infatti notevoli e decisamente marcate sono le differenze tra gli adolescenti di ieri e quelli di oggi. Spesso i genitori si trovano a un bivio che porta a due strade tra loro alquanto differenti. Come discriminare quegli atteggiamenti in cui la provocazione e la sfida sono fisiologiche sperimentazioni della propria nascente autonomia e la tristezza è il segnale di un altrettanto fisiologico lutto per la perdita del sentimento di onnipotenza propria dell’infanzia, da quelli che segnalano una difficoltà evolutiva fino al rischio del blocco, e che (se non altro nelle fantasie pessimistiche di un genitore) possono evolvere in rifiuti scolastici, depressioni, tossicodipendenza, anoressia, disturbi del comportamento?

Rivolgersi a servizi, pubblici o privati, preposti all’intervento e alla cura può, in molti casi, apparire una mossa davvero troppo allarmista, ma, d’altra parte, non fare nulla non placa ansie che non sempre si rivelano del tutto infondate. Negli ultimi anni si stanno sviluppando forme di aiuto che permettono a un genitore di affrontare i propri dubbi, senza avere la sensazione di cadere in un’inutile e intempestiva patologizzazione. Mi riferisco sia a quegli "Sportelli per genitori" che alcune scuole, soprattutto medie, hanno avviato in favore dei padri e delle madri dei propri allievi, con l’obiettivo di attivare le risorse familiari in un contesto di consultazione a facile accesso.

La mamma di Roberto arrivò allo "Sportello genitori" un venerdì di maggio. Aveva l’aria stanca e il tono arrabbiato con un continuo intercalare: «Cosa c’è che non va? Me lo dica lei dove sbaglio». Con un po’ di pazienza si iniziò a ricostruire la storia: Roberto, un ragazzino di tredici anni, aveva sempre avuto con lei un ottimo rapporto, ma da circa sei mesi le cose erano cambiate. Ormai la mamma lamentava di non riconoscere più quel figlio che, «ogni volta che apre la bocca, urla». Roberto le si rivolgeva sempre in tono sgarbato, senza che lei riuscisse a farsi una ragione di questo comportamento. «Ho sempre cercato di essere una buona mamma, di dargli delle regole, ma di lasciarlo anche libero. E così si è sempre comportato mio marito». La sua voce divenne sconsolata, non guardava lo psicologo negli occhi mentre gli parlava e cercava in sé una colpa che non trovava e non capiva.

Roberto aveva una sorellina, Marta, di sei anni, che aveva iniziato da poco la scuola, e, contemporaneamente, la signora aveva ripreso a lavorare (cosa per lei importante e che aveva dovuto rimandare per parecchi anni per dedicarsi ai figli). Per questo dichiarò di sentirsi decisamente in colpa, ma anche sordamente arrabbiata con Roberto, vissuto come egoista e di ostacolo ai suoi progetti di auto-realizzazione.

Stili divergenti

In un successivo colloquio fu possibile evidenziare come il comportamento oppositivo di Roberto non fosse determinato da gelosia o irriconoscenza. Sia lei che il marito lo avevano iniziato a responsabilizzarsi e facevano leva sulle sue nascenti componenti adulte, dandogli alcuni compiti di controllo e accudimento nei confronti della sorellina. E questo non sembrava dispiacere a Roberto che, anzi, andava anche fiero di questa conquistata sfera di autonomia.

Ma se Roberto in casa veniva considerato come un vero e proprio ometto, questo non avveniva al di fuori delle mura domestiche e in particolare in alcune situazioni in cui prendeva il sopravvento un atteggiamento infantilizzante e iperprotettivo. E quello che più bruciava a Roberto era che ciò avvenisse di fronte ai suoi amici, come, ad esempio, il fatto che la nonna andasse sempre a prenderlo all’uscita da scuola, mentre la maggior parte dei suoi compagni tornava a casa da sola, in allegra combriccola da cui lui si sentiva escluso. Gradualmente anche le responsabilizzazioni domestiche erano state vissute come compiti da "donnicciola", a cui Roberto reagiva con rabbia.

Anche le attenzioni della nonna, alla quale era molto legato, in fondo non gli dispiacevano del tutto, ma quello che lo aveva messo in crisi era stato il fatto di trovarsi di fronte a due stili dei genitori profondamente contrastanti: iper-adultizzato in casa, marcatamente infantilizzato fuori.

Non fu difficile, per sua madre, una donna ricettiva e intelligente, cogliere le difficoltà del figlio e apportare i conseguenti cambiamenti nel suo atteggiamento con lui.

A fine giugno tornò, per ringraziare e per sottolineare come le cose andassero decisamente meglio. Ma quello che era più importante riguardava il fatto che Roberto era "guarito" senza essere mai andato dallo psicologo o da qualsiasi altro specialista, con i conseguenti possibili vissuti di essere "sbagliato" o problematico, e che la mamma aveva trovato una risposta alle sue difficoltà in un contesto naturale e non patologizzante.

Gianni Cambiaso

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