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RELAZIONE FAMIGLIE/SERVIZI

Risorse e sfide di oggi

di Francesco Belletti
(sociologo, direttore del Cisf)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2001 - Home Page Il sistema familiare ricerca supporti all’interno, prima, e al di fuori, dopo, per far fronte ai molteplici bisogni. L’operatore sociale deve garantire l’ascolto indispensabile per l’accompagnamento degli utenti.

Come in molte storie di fate e di guerrieri, l’eroe deve seguire un percorso iniziatico, un viaggio, durante il quale incontra amici e nemici, deve superare delle prove, usa oggetti fatati e infine raggiunge l’agognata meta, nello stesso modo le storie di molte famiglie sembrano viaggi pericolosi in ambienti ostili, in cui è facile perdere la strada, fare cattivi incontri, non riconoscere amici o nemici, cercare oggetti fatati da usare in caso di necessità. Non che il nostro eroe non abbia strumenti e armi; in effetti ogni famiglia, fuor di metafora, anche quella che dall’esterno appare meno attrezzata, parte per il proprio viaggio, inizia la propria storia con un "corredo" di strumenti che potranno essere utilizzati di fronte alle sfide interne ed esterne che nel corso del tempo, in modo più o meno prevedibile, si porranno di fronte ad essa.

Il buon andamento di una storia familiare non dipenderà quindi dall’assenza di ostacoli o dall’assenza di problemi, quanto piuttosto dalla capacità di adattamento che uno specifico sistema familiare saprà realizzare, di fronte ai cambiamenti al proprio interno e alle difficoltà incontrate nell’ambiente(1); sarebbe anzi illusorio basare le proprie strategie e i propri progetti familiari sulla "eliminazione del rischio"; l’esterno, il contesto sociale è oggi rischioso, in rapido e imprevedibile mutamento, caratterizzato da una turbolenza che chiede flessibilità e adattabilità; ma anche all’interno della stessa storia familiare sono inscritte inevitabili sfide, ineludibili "passaggi", momenti di transizione che mettono in crisi un certo equilibrio e costringono a ricercare nuove soluzioni, nuove combinazioni di risorse, nuovi equilibri. Basti pensare per un verso alla progressiva instabilità del sistema economico, che può mettere improvvisamente "a rischio" la disponibilità di reddito di una famiglia, per l’altro alla prevedibile necessità di modificare le proprie relazioni quando un figlio adolescente manifesta comportamenti difficili, oppure quando insorge una grave malattia in un proprio membro, oppure, più semplicemente, quando un proprio figlio si affaccia sul "trampolino di lancio" e lascia la propria famiglia di origine.

Una situazione di difficoltà familiare dovrebbe quindi essere definita, letta e analizzata non tanto in termini di deficit quanto piuttosto in termini di mancato equilibrio tra risorse presenti e/o attivabili e sfide (interne o esterne) che quello specifico sistema familiare si trova a dover affrontare; questa natura dialogica, relazionale del "momento di difficoltà" (cattiva relazione tra risorse e sfide) costituisce poi un’ulteriore conferma della necessità di non cedere a tentazioni definitorie o modellistiche, che costruiscono tipologie di "famiglie non funzionanti" a partire da specifiche "condizioni di difficoltà".

Guardare all’interazione di fronte agli eventi rischiosi, anziché al problema, consente infatti di ricercare strategie di azione diverse, nuove modalità di messa in campo delle proprie forze (o di ricerca di altre forze), non lasciandosi definire dal problema stesso, come invece succede quando si etichetta una situazione in funzione di un deficit («È una famiglia maltrattante!», oppure «immigrata», «povera»). In tal modo, inoltre, si introduce un punto di vista positivo nei confronti della famiglia, proprio perché non viene considerata "passiva", schiacciata di fronte alle difficoltà, alle sfide, ma viene letta nel suo agire concreto, nel suo protagonismo, nella sua capacità di messa in movimento, di adattamento.

Questo non esclude la consapevolezza e la rilevazione di possibili malfunzionamenti, né impedisce di valutare con realismo alcune strategie "negative" di adattamento, come ad esempio nelle situazioni in cui un sistema familiare sceglie un "capro espiatorio" al proprio interno, anche attraverso comportamenti maltrattanti o espulsivi verso un membro; ma leggere l’agire della famiglia nel suo interagire significa attribuirle rilevanza, consistenza, significa riconoscerne la soggettività autonoma.

Ma quali bisogni segnano l’esperienza delle famiglie nel nostro contesto sociale? O, meglio, quali sono le sfide di fronte a cui le famiglie sono meno attrezzate? Una delle recenti indagini sul tema svolta in Italia segnala «una fenomenologia del disagio familiare che tende a svilupparsi lungo due direttrici parallele: da un lato la tendenza al progressivo coinvolgimento in situazioni di emarginazione e sofferenza di famiglie socialmente inserite, formalmente coese, ma che manifestano al loro interno situazioni di lacerazione e disagio intergenerazionale (...); d’altra parte persistono situazioni di disagio in famiglie caratterizzate dalla permanenza di forme tradizionali di povertà e contemporaneamente segnate da lacerazioni e divisioni (...). Oltre alla duplice tipologia di disagio sopra esposta, inizia a manifestarsi il fenomeno di famiglie che, finora senza problemi, si trovano in difficoltà per il soddisfacimento di esigenze primarie (affitto, bollette delle utenze, spese sanitarie)»(2).

Questa sottolineatura evidenzia la caratteristica multidimensionale delle situazioni di disagio familiare, dato che costringe a una lettura non semplificata delle domande e a strategie di presa in carico e di risposta capaci di rispettare questa multifattorialità; non si tratta solo di individuare una molteplicità di cause o di fattori di debolezza, quanto piuttosto di valutarne "in situazione" il loro interagire, e soprattutto il modo in cui il singolo sistema familiare tenta di organizzarsi per affrontare tali fattori di crisi.

La situazione di difficoltà dovrebbe essere analizzata e percepita non soltanto in termini di mancanza, quanto piuttosto come di difficile equilibrio da stabilire tra energie attivabili e i rischi sempre in agguato in ogni realtà umana.

Fattori di crisi

Si conferma, tuttavia, la presenza di una sofferenza familiare che, proprio per questa sua complessità, difficilmente potrà trovare accoglienza e risposta in servizi/interventi specialistici, che si concentrano su un unico aspetto (presa in carico di un singolo membro, categorizzato: malato di Alzheimer, bambino maltrattato, donna in gravidanza...); c’è bisogno di uno sguardo "comprendente", capace di includere l’intero orizzonte familiare, fin dalle prime fasi di intervento, e solo successivamente sarà possibile l’attivarsi di interventi più finalizzati a singoli aspetti del disagio.

All’interno di questo "intreccio multifattoriale" è comunque possibile individuare alcune macro-aree, alcune principali dimensioni su cui possono emergere fattori di crisi, di sofferenza, di disagio: la prima area fa riferimento al nodo delle risorse economiche: tutte le più recenti indagini(3) sottolineano che cresce il numero di famiglie in condizione di povertà economica, con redditi al di sotto della "linea relativa di povertà", e che entrano in questa situazione anche nuclei familiari con membri percettori di reddito; la povertà economica non dipende quindi solo da condizioni di disoccupazione strutturale, ma può caratterizzare anche situazioni formalmente "garantite"(4); la seconda area rimanda al più ampio tema della mancata integrazione sociale, che genera fenomeni di emarginazione sociale spesso molto gravi; si tratta di nuclei con ridottissime risorse culturali, oppure di famiglie di immigrati in condizione di irregolarità, oppure di famiglie con uno o più membri stabilmente inseriti in circuiti illegali. In queste situazioni la marginalità sociale non sempre si accoppia con la povertà economica, ma genera comunque forti disagi relazionali e comportamenti fortemente devianti, anomici; una terza area riguarda il funzionamento interno della famiglia, che può entrare in crisi rispetto all’asse orizzontale, di coppia (conflitti coniugali, separazioni, a volte anche violenza), e rispetto all’asse verticale, nelle due specificazioni delle responsabilità genitoriali (abbandono dei minori, comportamenti maltrattanti, esposizione dei figli a contesti inadeguati) e delle relazioni con le stirpi (relazioni con i genitori anziani, conflitti tra fratelli adulti, tra gruppi familiari).

L’insorgere di gravi problematiche in questa area costituisce una ferita spesso gravissima, dal momento che in queste situazioni entra in crisi il cuore stesso dell’identità familiare, il suo costituirsi come sistema relazionale e solidaristico(5); una quarta area fa riferimento alle famiglie in cui si impone la necessità della cura ad un proprio membro in difficoltà; in presenza di gravi carichi assistenziali, infatti (un anziano non autosufficiente o con una demenza, un soggetto disabile, un membro con una grave malattia invalidante, un figlio con comportamenti gravemente devianti), il sistema familiare si trova inevitabilmente in prima linea, e spesso non incontra, nel contesto esterno, risorse adeguate al bisogno; un’ultima area fa riferimento a un complesso di esigenze legate ad aspetti etici e antropologici complessivi; è il caso, ad esempio, delle famiglie con problemi di sterilità, o in cui esiste il problema dell’accompagnamento alla morte, che devono fronteggiare, cioè, un evento che interroga non solo la capacità di cura della famiglia (assistenza al morente in termini custodialistici), ma anche la capacità di attribuire senso all’evento, alla fatica, alle strategie di risposta.

E la difficoltà di dare risposte a questa sfida è evidenziata dal dramma di tante famiglie alla ricerca del "figlio ad ogni costo", disposte a costosi pellegrinaggi internazionali per adottare un bambino, oppure a percorsi sanitari di grande intrusività e invasività, per poter "generare artificialmente" una vita. Anche in questo caso, infatti, gli eventi-sfida non sempre trovano famiglie attrezzate con le risorse necessarie.

Ogni famiglia, di fronte a sfide di questo tipo, attiva percorsi di riorganizzazione delle proprie modalità di funzionamento, a volte coronati da successo, altre volte incapaci di far fronte adeguatamente ai problemi; così, per esempio, a fronte di situazioni di povertà economica può essere sufficiente un cambiamento di posto di lavoro, oppure l’entrata di un altro membro della famiglia nel mercato del lavoro. In questo caso, però, occorre attingere ad "altre" risorse del sistema familiare, indebolendo o modificando altre sfere della propria esistenza; così, per esempio, la madre che decide di lavorare deve gestire la responsabilità di cura nei confronti dei figli eventualmente presenti. Se invece il problema da affrontare riguarda l’improvviso e permanente deteriorarsi delle condizioni di salute di un genitore anziano, la strategia di adattamento potrebbe consistere nell’uscita dal mondo del lavoro di uno dei familiari, che si dedica a tale problema; ma, anche in questo caso, verrebbe indebolita, in quel sistema familiare, la capacità economica, verrebbe a perdersi l’equilibrio tra esigenze di reddito e risorse reperite da quella famiglia.

Misurare la resistenza

La messa alla prova delle "capacità di resistenza" di un sistema familiare di fronte agli stress (previsti e/o imprevisti) solitamente genera azioni in due principali direzioni: la prima (spesso anche in ordine temporale) tende alla verifica delle capacità interne del nucleo, la seconda consiste invece nella "richiesta di aiuto" all’esterno.

In primo luogo vengono esplorate le reali capacità di adattamento della famiglia (e di ciascun membro), alla ricerca, come primo passo, di un nuovo equilibrio, giocato sulla capacità di autoregolazione, di auto-aiuto della famiglia stessa; in altre parole, la famiglia cerca in primo luogo al proprio interno le capacità e le risorse per far fronte ai problemi(6), rivelando una capacità di adattamento e di "risposta attiva" in moltissimi casi di grande efficacia, e certamente sorprendente per un osservatore esterno(7). Tuttavia, in questi ultimi anni è crescente il numero di famiglie che non riesce più a riorganizzare il proprio funzionamento in modo positivo, entrando così in una traiettoria di povertà, attraverso un "cumulo biografico" di eventi stressanti, da cui è sempre più difficile uscire: «Emerge l’aspetto problematico della tendenza al fai-da-te della famiglia contemporanea, non sempre cercata ma spesso inevitabile: chiusura all’esterno, rarefazione delle reti di relazione a causa della progressiva riduzione numerica del nucleo e della più forte distanza della rete parentale, crisi del sistema di "vicinato", ritmi serrati di lavoro e di vita... Il sistema di "intimità a distanza", che caratterizza le famiglie più recenti, non è più in grado, in caso di bisogno, di soddisfare le esigenze delle famiglie e di assicurare una presa in carico delle situazioni più gravose. (...) Anche famiglie che tradizionalmente non avevano mai avuto rapporti con i servizi si trovano a interagire con essi, senza esservi allenate anche psicologicamente e con scarsa predisposizione a fare rete sia con gli operatori pubblici, sia con forze che li integrano e li affiancano (come il volontariato), sia con altre famiglie in difficoltà»(8).

Figura.

Appaiono evidenti le diverse potenzialità di un paradigma fondato sul bisogno, che rinforza la dipendenza dai servizi, i costi, la durata dei percorsi di assistenza, a fronte di un approccio che mira all'acquisizione di "capacità positive", di competenze da parte del portatore di bisogno (cfr. N. Mc Lellan, E.R. Martini, Il Centro per le famiglie di quartiere. Sostegno alle famiglie e sviluppo di comunità, in "Animazione sociale", n. 8/9, 1995, pp. 62-75, da cui è tratto il modello riprodotto).

La titolarità dei servizi

Del resto, il confronto-scontro con un fattore di crisi può fallire per molti motivi, spesso compresenti: in alcuni casi esiste un evidente squilibrio di tipo quantitativo tra le risorse disponibili internamente e la richiesta emersa (per esempio, il tempo disponibile per la cura all’interno della famiglia, di fronte ai bisogni di assistenza emergenti); in altri casi può riscontrarsi invece una "discordanza qualitativa", nel senso che in quello specifico sistema familiare mancano, per i più svariati motivi, le risorse specifiche per far fronte più adeguatamente al problema in oggetto; oppure, più semplicemente, perché le dimensioni del problema sono "oggettivamente" eccedenti la capacità di risposta del singolo sistema familiare (il fallimento di una impresa familiare, con una esposizione debitoria superiore a qualunque modello interno di ricerca di risorse economiche aggiuntive)(9).

Se il processo di auto-organizzazione fallisce, si passa all’esplorazione dell’ambiente esterno, che avviene in genere per cerchi concentrici; si contatta in primo luogo il sistema parentale allargato, poi si verificano le reti amicali primarie (vicinato, colleghi, amici)(10), e infine si verificano le disponibilità/opportunità sul "mercato formale" dei servizi, alla ricerca di servizi che sono in genere offerti da mercato, sistema pubblico, terzo settore. Questi tre ambiti si presentano molto differenziati relativamente alle modalità di accesso: il mercato esige una qualche forma di acquisto della prestazione(11), mentre il sistema pubblico esige una "titolarità", una "condizione predefinita di accesso"; il terzo settore interviene a volte su mandato del settore pubblico, adeguandosi quindi ai suoi criteri, a volte in modo autonomo, con "richieste" ai destinatari a soglia molto ridotta(12). In alcuni casi, peraltro, il terzo settore viene visto come un gradino "intermedio" tra sistemi informali e servizi formali, e la richiesta di aiuto passa "di bocca in bocca", seguendo percorsi relazionali informali più che istituzionali, dal circuito amicale verso gruppi più o meno formalizzati di aiuto (questo passaggio dalle relazioni primarie a una dimensione organizzata di aiuto viene spesso mediato dalla parrocchia e dai gruppi di ascolto, aiuto e accoglienza in essa presenti).

Ma la scansione temporale ipotizzata («Prima vedo cosa sono in grado di fare in casa mia, poi, eventualmente, chiedo aiuto all’esterno»...) non si verifica sempre in modo meccanico, né tantomeno appare essere sempre la strategia più adeguata; essa potrebbe essere considerata, in positivo, un atteggiamento di dignità, di assunzione di responsabilità, di rifiuto di una logica assistenziale o passiva, a favore di un protagonismo, di un ruolo attivo di fronte ai propri problemi («Prima di tutto rimbocchiamoci le maniche»); sul versante opposto, tuttavia, tale atteggiamento può provenire da un orientamento individualista, separatista, moralisticamente autosufficiente, secondo cui «i panni sporchi si lavano in casa», e «nessuno può aspettarsi niente di buono dagli altri in questo mondo, tranne che dai propri familiari»; in una parola, un atteggiamento familista, che contrappone etica privata ed etica pubblica. Solo che, di fronte a sfide troppo grandi, di fronte a problemi più complessi di quanto il singolo sistema familiare sia in grado di affrontare, un atteggiamento familista(13) rischia il burn-out, rischia il sovraccarico funzionale e l’implosione dei problemi.

Esplorare l’esterno

È difficile, per un contesto relazionale chiuso, anche solo arrivare a pensare che è possibile emettere un segnale di richiesta di aiuto e che all’esterno è possibile trovare qualcuno che per libera scelta, o per ruolo, o per professione, o per guadagno, è in condizione di aiutarti. Il primo, grande passaggio, la prima sfida, la prima domanda di "conversione", per la famiglia, è quindi la necessità di adottare un pensiero "aperto" nei confronti dell’esterno, in cui l’ambiente possa essere visto non solo come fonte di minacce, di sfide, di attacchi, ma anche come ambito entro cui poter ricercare e trovare alleati, partner, compagni di viaggio, altre risorse da mettere in campo.

Quando la famiglia esce dal proprio territorio e va ad esplorare quello di altri, si trova a doversi misurare con contesti e modalità di funzionamento decise e definite da altri, difficilmente contestabili, soprattutto se il tuo ruolo è quello del "richiedente", se ti affacci su questi territori con una domanda, con la richiesta di ottenere qualcosa, con un "potere debole". Ogni territorio, poi, ha le proprie regole, diverse le une dalle altre: un conto è interloquire con il sistema scolastico, un altro è interagire con i servizi sanitari, altro ancora è il rapporto con un gruppo di volontariato, o con un centro di ascolto della Caritas, oppure con i servizi sociali del Comune. Si richiede quindi alla famiglia una competenza spesso molto sofisticata, non sempre accessibile, e a volte acquisita solo dopo molti tentativi e sofferenze(14).

Inoltre l’asimmetria della relazione "famiglia con bisogni-soggetto fornitore di aiuto" genera spesso, a volte anche al di là dell’intenzionalità esplicita dei singoli attori, un meccanismo "perverso" di ridefinizione della domanda in funzione dell’offerta, che spinge entrambi gli attori della relazione a vedere, come bisogno, solo ciò che è prodotto dall’interlocutore (se vengono erogati solo interventi economici, in quanto famiglia evidenzierò solo i problemi in questa sfera, e in quanto operatore leggerò e investigherò solo su di essi). In tal modo si innesca un meccanismo di semplificazione dei bisogni, che perde la complessità degli intrecci, e che impedisce di leggere la famiglia come sistema complesso, in cui interagiscono diversi bisogni, persone, risorse.

Tenendo conto della difficoltà del contatto famiglia-servizi, si segnalano due principali caratteristiche di tale relazione che faciliterebbero, dal punto di vista delle famiglie, un’"uscita dal proprio privato" in risposta ai propri bisogni: la prima è certamente la parola ascolto: è necessario uno sguardo rispettoso nei confronti della famiglia, che la consideri nella sua natura relazionale, che non la scomponga né la frammenti secondo le tipologie dei bisogni presenti al suo interno, attenti ad accogliere messaggi, linguaggi e narrazioni che sono unici e originali, perché prodotti in quello specifico nucleo familiare(15); solo in tal modo sarà possibile rispettare l’identità della famiglia, nella sua diversità e unicità.

La seconda parola è orientamento/indirizzo; quando la famiglia interpella i servizi o altre risorse esterne, la tentazione è quella di avere "il prodotto" giusto per quella specifica domanda (e magari è anche la richiesta esplicita che proviene dalla famiglia); occorre invece pensare il proprio ruolo di supporto in termini di accompagnamento promozionale, di restituzione di dignità, di capacità, di competenze (di empowerment; cfr. la figura); in tal modo la famiglia non viene definita dal bisogno, ma dal suo "rimettersi in movimento" per rispondere al bisogno. Si concretizza, con tale strategia, un approccio realmente sussidiario (che mantiene al centro dell’azione sociale che si costruisce proprio il soggetto in condizione di bisogno) in un percorso di restituzione di dignità e di cittadinanza, e non di fornitura di prodotti per coprire una mancanza.

Tabella.

Verso il benessere

Vi sono due aspetti più generali, che rimandano al nodo della relazione tra famiglia e sistemi di welfare, e che inseriscono le riflessioni finora proposte in un contesto più macro-sociale, fornendo qualche indicazione interpretativa di più ampio respiro: in primo luogo appare fondamentale sottolineare la specificità del contesto italiano, che per lunghi anni ha scaricato sulla "resistenza" della famiglia numerose sfide sociali, numerosi problemi che più adeguatamente forse sarebbero stati gestiti da provvedimenti generali di politica sociale. Questa responsabilizzazione della famiglia si è realizzata non in un’ottica sussidiaria, quanto piuttosto in modo "strumentale", all’interno di processi che hanno usato la famiglia: «è come se i confini si fossero mischiati, è come se il gioco delle parti fosse diventato uno scambio delle parti, nel senso che la famiglia a un certo punto si è fatta società, si è fatta politica sociale, e la società si è fatta famiglia, e quando avviene questo scambio di ruoli, questa confusione tra le parti, si produce patologia nelle dinamiche sociali. (...) Ed è quello che succede quando avvengono questi scambi di confini, quando avvengono queste confusioni alle frontiere tra famiglia e società (...). Insomma, una confusione continua dei confini tra quello che è famiglia e quello che è società; in Italia c’è stata, in breve, una forte privatizzazione del rischio, o se volete una familiarizzazione del rischio, e c’è stata una debole socializzazione del rischio, una scarsa pubblicizzazione del rischio, collettivizzazione del rischio. I rischi e i costi sono stati cioè fortemente privatizzati»(16).

Inoltre, come ricorda Donati, «bisogna guardarsi da due estremi: dal pensare che il benessere familiare possa essere interamente regolato da parte delle istituzioni pubbliche e, all’opposto, dal pensare che le famiglie possano perseguire il benessere da sole (...).

«Il benessere familiare è diverso da quello individuale, è un altro ordine di realtà, né sovrapposta (sovra-imposta) agli individui né solo effetto emergente dei benesseri individuali, ma un bene in sé, che costituisce un bene comune che non appartiene a questo o quell’altro membro della famiglia, ma a tutti insieme, per condivisione, come bene relazionale. In quanto tale, esso deve essere promosso dalle regolazioni pubbliche, ma queste ultime non lo possono produrre, dovendo piuttosto limitarsi a incentivare e premiare comportamenti adeguati da parte degli individui»(17).

Alle famiglie viene quindi chiesto di difendere la propria identità e la propria vocazione, anche quando si trovino di fronte a problemi che superano le loro capacità di risposta, nella consapevolezza che le risposte a questi problemi possono e devono essere costruite insieme al contesto esterno, potendo contare su risorse ambientali; al contesto esterno, agli operatori dei servizi, alle realtà di terzo settore, alle associazioni familiari, alla Chiesa stessa tocca il compito di non deludere le famiglie, ma di saperle affiancare e aiutare con rispetto, continuità e flessibilità per il bene di tutta la società umana e civile.

Francesco Belletti
    

CONTRO LA COLTIVAZIONE DI COCAINA

Secondo l’ultimo Rapporto mondiale sulla droga, sarebbero 180 milioni le persone che fanno abuso di sostanze stupefacenti, ripartite nelle seguenti statistiche: 140 milioni abusano di cannabis, 80 milioni di sostanze chimiche, 14 milioni di cocaina, 9 milioni di eroina.

Nella presentazione alla stampa, tenutasi il 25 gennaio a Milano, Pino Arlacchi, direttore del Programma Onu per il controllo delle droghe (Undcp), ha rilevato che «si tratta praticamente del 4% della popolazione mondiale sopra i 15 anni. Un dato che rivela come il consumo globale sia in estensione».

Secondo il rapporto, inoltre, sono cambiati in modo significativo anche i trafficanti: «non più grandi cartelli – ha spiegato Arlacchi –, ma piccole e diffuse associazioni a delinquere che hanno provocato una proliferazione delle rotte del traffico».

A livello internazionale, sono due i pilastri su cui si basa la strategia di contrasto: riduzione della domanda, e riduzione dell’offerta.

«A New York tutti gli Stati membri si sono accordati su questo obiettivo: eliminare nel mondo le coltivazioni di cocaina entro il 2008. In Bolivia si è vicini a questo risultato, mentre restano ancora grossi problemi in Colombia». Secondo il rapporto, infine, crescono le droghe sintetiche, sia per quanto riguarda la produzione che i consumi.

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