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LA FORMAZIONE NECESSARIA

Preparare figure altamente qualificate

di Annie Bruno e Franca Dente
(entrambe formatrici e consigliere nazionali Ordine Aass)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2001 - Home Page La centralità della persona e la sua valorizzazione postulano una diversa cultura sociale in in cui trovino risalto ed efficacia le professionalità che contrastano l’emarginazione dei soggetti deboli. Le fasi obbligate della sua attuazione.

Prima di parlare della formazione dell’assistente sociale, è necessario fare un breve riferimento alle profonde trasformazioni che lo Stato ha avviato e sta sviluppando, ai nuovi ambiti di intervento del servizio sociale, alla complessità sociale e alle esigenze del mercato del lavoro, che richiedono oggi all’assistente sociale nuove abilità e più specifiche conoscenze sui sistemi organizzativi gestionali e di amministrazione di servizi pubblici e privati, che devono trovare uno spazio formativo nel nuovo sistema organizzativo e didattico universitario.

È indiscutibile che la professione oggi stia vivendo un altro momento di profonda trasformazione in virtù della modifica della domanda sociale, dell’assetto giuridico istituzionale, continuando un processo di professionalizzazione difficile e complesso, ma che vede realizzare quei principi e quelle metodologie che sono state patrimonio culturale del servizio sociale, sin dal suo nascere, e che oggi finalmente sta diventando patrimonio di tutti.

Le riforme più significative, che hanno interessato il mondo degli assistenti sociali, di cui si aspettava la loro conclusione e per le quali il mondo professionale si è speso per offrire ogni utile contributo, sono state: la «legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi», n. 328, dell’8/11/2000, e il Decreto ministeriale di riforma universitaria sull’autonomia didattica degli atenei, n. 509, del 3/11/’99.

La prima è stata attesa da molti decenni; il suo varo è stato salutato con entusiasmo dal mondo degli assistenti sociali perché ridà dignità a un settore per troppo tempo considerato marginale, senza risorse finanziarie, con interventi disomogenei e discrezionali, le cui conseguenze sono state in primo luogo registrate a danno della persona in difficoltà e poi dai professionisti preposti a intervenire, programmare in situazioni di emergenza e di scarse risorse. Questa legge trova nel servizio sociale professionale il naturale candidato a un ruolo di referente primario per la sua storia, i suoi principi e valori fondanti, la sua cultura, formazione e metodologia di intervento.

La centralità della famiglia, della persona, della sua promozione, della valorizzazione delle sue risorse, l’approccio globale, la metodologia di interventi personalizzati, di creazione di servizi integrati e di rete trovano piena rispondenza in questa legge, alla cui formulazione, come abbiamo già detto, la professione tutta in varie forme ha contribuito anche con proposte ed emendamenti.

I punti focali della riforma possono essere così riassunti: innanzitutto contribuisce alla costruzione di una diversa cultura del sociale che da oltre cinquant’anni vede la presenza attiva del servizio sociale e degli assistenti sociali; impone un sistema integrato di interventi e servizi che si realizza mediante politiche e prestazioni coordinate nei diversi settori (sanità - istruzione - lavoro); prevede requisiti minimi di prestazioni e servizi per ogni realtà locale e omogenei su tutto il territorio nazionale, individuando tra i requisiti minimi: il servizio sociale professionale; il segretariato sociale; il servizio di pronto intervento; l’assistenza domiciliare; i centri di accoglienza residenziale e diurni di carattere comunitario. Investe di piena responsabilità gli Enti locali chiamati, secondo principi di sussidiarietà, cooperazione, efficacia, efficienza ed economicità, all’unicità dell’amministrazione e autonomia organizzativa e regolamentare.

Chiamati quindi a predisporre un modello organizzativo più forte ma, nello stesso tempo, più duttile, più flessibile e più rispondente ai bisogni delle persone; individua come soggetto attivo nella realizzazione del sistema integrato il terzo settore o privato sociale; istituisce il "Fondo sociale"; prevede l’ emanazione, entro 180 giorni, di un decreto del ministro per la Solidarietà sociale, di concerto con il ministro della Sanità, del Lavoro e della Previdenza sociale, Pubblica istruzione e Università e della Ricerca scientifica, che individua e definisce i profili professionali delle figure del sociale, con particolare attenzione ai profili classici e storici e a quelli nuovi ed emergenti; prevede l’emanazione della Carta dei servizi entro 180 giorni, con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che ciascun ente erogatore adotta ed è tenuto a darne pubblicità adeguata; sostiene il ruolo peculiare della famiglia nella società, prevedendo interventi e servizi che aiutano e integrano le responsabilità a essa affidate.

In futuro, l’assistente sociale troverà ampi spazi di azione che richiederanno responsabilità e competitività. Il suo ruolo potrebbe collocarsi oltre la funzione di puro esecutore per divenire il professionista che tutela il singolo cittadino.

Il processo di sviluppo economico, che ha portato l’Italia da Paese agricolo a uno dei Paesi più industrializzati del mondo, ha visto anche crescere il numero di individui e gruppi espulsi dal sistema sociale, con conseguente loro esclusione dai centri di potere e dalla distribuzione di beni e prodotti del sistema. Il fenomeno ha portato all’allontanamento, alla periferizzazione di intere parti del sistema sociale: i portatori di handicap, le persone in situazione di sofferenza psichica, gli anziani rimasti soli, i figli di famiglie disgregate. Tutti soggetti che vengono attentamente selezionati, e agli "scartati" si è assegnato una diagnosi, una pensione, un ricovero assistenziale, un ruolo di escluso.

Non c’è dubbio che un sistema dei servizi sociali debole, come quello in vigore fino a oggi nel nostro Paese, si è poggiato anche sul mantenimento di una debolezza delle professioni sociali. Questo era certamente strumentale a un sistema in cui gli interventi socio-assistenziali erano considerati "concessioni" dello Stato nei confronti delle fasce deboli che rimanevano così in uno stato di marginalità.

Oggi che si spera tutti abbiano capito che le nuove povertà, le nuove sofferenze, dopo quelle economistiche, sono quasi tutte di tipo sociale, dopo l’accentuata attenzione tutta sanitaria, è ormai arrivato il momento di dare centralità anche nelle politiche e nelle risorse di questo Paese al sociale, alla persona, alla sua promozione e a una politica in favore della famiglia. Non a caso dopo 23 anni dalla n. 616/’77 è stata varata la «Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali».

Tutta la produzione legislativa degli anni ’90, sia in ambito di pubblica amministrazione che sanitario e sociale, ha avviato una profonda trasformazione che pone lo Stato al servizio del cittadino e dove il problema sociale viene visto come bisogno della comunità e non più dei singoli individui a cui dare una risposta personalizzata con un forte richiamo all’etica delle responsabilità delle istituzioni. L’approccio globale alla persona e la visione olistica degli interventi, già patrimonio storico-culturale della professione di assistente sociale, nonché metodologico-scientifico, oggi sono diventati filo conduttore o paradigma teorico di tutta la recente produzione legislativa.

Obiettivo preliminare da raggiungere con la riforma è appunto portare fuori dalla marginalità e dalle varie angustie gli interventi socio-assistenziali e introdurre il punto di vista sociale nelle politiche generali e nelle scelte di investimento per lo sviluppo economico, lavoro, casa, formazione, cultura a tutti i livelli, per agire su ciò che determina i fenomeni sociali di disagio e di esclusione, investendo sulla prevenzione e non solo sugli effetti. Riforma non può essere soltanto occasione di razionalizzazione delle tante iniziative che le Regioni e i Comuni hanno realizzato in questi anni, né un mero decentramento che sollevi lo Stato da compiti amministrativi e gestionali, ma "riformare", in un settore così delicato, significa soprattutto realizzare un quadro di certezze proiettate nel futuro.

Qualità della risposta

Per parlare di qualità sociale bisogna riconvertire il paradigma "assistenziale" in un modello operativo centrato sull’autonomia dei soggetti, sui legami sociali e sulle risorse del territorio, che parta "dalla famiglia" e arrivi "alla famiglia", puntando alla liberalizzazione del bisogno.

Tutto ciò è patrimonio genetico dell’assistente sociale che nel corso di questi anni, attraverso il suo lungo e paziente impegno operativo e metodologico, ha contribuito fortemente a promuovere una cultura dei diritti sociali intesi come diritti esigibili. La complessità sociale impone l’apporto di figure professionali altamente qualificate in grado di rispondere al mutamento della domanda sociale, dei bisogni della persona, della famiglia e della collettività.

Il servizio sociale già nel 1959 viene definito dall’Onu «un’attività organizzata che mira ad agevolare l’adattamento reciproco degli individui e del loro ambiente sociale». Questo obiettivo è raggiunto mediante l’uso di tecniche e di metodi destinati a permettere all’individuo, ai gruppi e alla collettività di far fronte ai bisogni, di risolvere i problemi posti dall’adattamento in una società in evoluzione e, grazie a un’azione collettiva, a migliorare le condizioni economiche e sociali.

Il Consiglio d’Europa nella risoluzione n. 16 del 1967 definisce ancora il servizio sociale «un’attività professionale specifica, che mira a favorire un migliore adattamento reciproco delle persone, delle famiglie, dei gruppi e dell’ambiente sociale in cui vivono, e a sviluppare il senso di dignità e responsabilità, facendo appello alle capacità delle persone, alle relazioni interpersonali e alle risorse della collettività».

Da ciò si evidenzia quanto l’interesse del servizio sociale miri al raggiungimento del "benessere globale" della persona, della famiglia e della società come elementi interdipendenti, ma anche dell’importanza della funzione di responsabilizzazione degli individui, dei gruppi, delle loro famiglie e della collettività alle proprie azioni, perseguendo così un’educazione alla libertà. Tutto ciò in virtù dei principi etici e dei valori su cui il servizio sociale ha fondato la sua azione. Il fondamento antropologico del servizio sociale è l’uomo, quello etico; è l’uomo nel suo valore in sé; il fondamento giuridico è la Costituzione, il mandato sociale, il mandato professionale, il Codice deontologico. L’assistente sociale è il professionista del servizio sociale.

Il campo di intervento dell’assistente sociale, come spesso si è affermato, è da una parte l’area della cosiddetta emarginazione o meglio delle vecchie e nuove povertà, in cui si addensano persone, gruppi, famiglie portatrici di gravi problemi, nei confronti dei quali lo Stato moderno assume precisi doveri di intervento e indirizzo, e, dall’altra, l’area della programmazione sociale sempre composta di individui, gruppi, famiglie, collettività e istituzioni portatrici in senso globale della domanda di prevenzione e di migliore qualità di vita.

Gli aspetti più tipici dell’attività tecnico-professionale sono riportabili su tre dimensioni di lavoro viste nella loro globalità e nel territorio: individuale: della famiglia; comunitaria: dei soggetti collettivi; istituzionale: dei servizi; l’assistente sociale ha necessità quindi di un substrato di conoscenze relative all’uomo, considerato nei suoi vari aspetti: biologici, psicologici, sociali. Le discipline che trattano queste conoscenze vanno coniugate con le materie che costituiscono il sapere specifico. Il quadro di riferimento teorico si deve rifare alle teorie delle scienze umane e sociali.

Lo specifico della professione, come sostiene la maggior parte dei cultori della materia, è infatti l’aiuto alla persona-cittadino nella gestione delle sue relazioni sociali, così come specifica è anche l’azione di ricerca e di promozione del contesto sociale in cui la persona vive, ma questi due aspetti non possono essere scissi, vanno gestiti congiuntamente e devono costituire unità di azione.

L’attività professionale esercitata con piena autonomia e ampia responsabilità richiede conoscenze scientifiche e metodologiche che costruiscono un sapere nuovo, codificabile come il sapere di "Servizio sociale", che studia ed elabora conoscenza sull’uomo nel suo rapporto con la società e sulle politiche sociali, per una società più umana. L’intervento diretto al singolo, al gruppo – alla famiglia e alla comunità – tiene conto, infatti, delle dinamiche individuali e collettive, delle interrelazioni fra i soggetti e le istituzioni sociali e avviene attraverso piani di lavoro e progetti mirati a promuovere responsabilità, capacità e comportamenti atti a superare le situazioni di disagio.

Tappe significative

La funzione degli assistenti sociali, nell’attuale organizzazione dei servizi, deve rispondere a una domanda sociale sempre più articolata e complessa per la rapidità dei mutamenti sociali e delle conseguenti politiche sociali e per l’aumentato disagio individuale e collettivo.

L’esigenza, quindi, di un intervento qualificato e significativo comporta la necessità di una formazione mirata a elementi di conoscenza delle scienze umanistiche e sociali, nonché una ricerca scientifica peculiare della propria operatività.

La professione, attraverso l’"Associazione nazionale assistenti sociali", unica associazione presente sul territorio sin dal nascere del Servizio sociale in Italia, e successivamente anche attraverso il "Sindacato unitario degli assistenti sociali" e l’"Ordine professionale", ben consapevole della necessità di una formazione qualificata e omogenea nelle diverse sedi formative, ha sempre spinto per il suo ingresso nell’università.

La prima ipotesi per una formazione universitaria venne avanzata nella prima legislatura (1948-’53) in cui, a seguito del Convegno di Tremezzo del 1948, che pose le basi dell’organizzazione e degli scopi dell’attività del Servizio sociale professionale, si diede corso a studi finalizzati a disporre una corretta disciplina della formazione. Questi portarono, nella seconda legislatura (1953-’58), al disegno di legge n. 449 della Camera dei deputati, dove si definiva l’ordine degli studi e lo si indirizzava nell’ambito dell’università. Tale Ddl, approvato all’unanimità in commissione, non fu mai discusso in aula. Nel 1956 l’Università di Siena, ai sensi dell’art. 20 del TU n. 1592 del 31/8/’33, istituisce la scuola diretta a fini speciali per l’assistente sociale.

Troviamo proposte di inserimento nell’università della formazione degli assistenti sociali anche nella terza e quarta legislatura (1958-’63 e 1963-68); nella quinta legislatura (1968-73), nell’ambito della proposta di riordino dell’università, gli onorevoli Falcucci e Ossicini inseriscono l’istituzione del corso di laurea in Servizio sociale. Nella prima applicazione della presente legge, il ministro della Pubblica Istruzione determina con proprio decreto, sentito il Consiglio nazionale universitario e tenendo conto delle esperienze maturate dalle scuole di Servizio sociale, i relativi settori di studio e di insegnamento, nonché il numero minimo degli insegnamenti da seguire, gli anni di corso. Questo testo di legge, per una crisi di Governo, non viene approvato e nel nuovo testo approvato alla ripresa della legislatura l’articolo non compare. Nel frattempo l’Università di Firenze apre la scuola diretta a fini speciali per l’assistente sociale.

Gli anni ’70 rappresentano un periodo di profonda crisi della professione, una crisi che si può comunque definire "esistenziale" e che produce un serio ripensamento dell’agire e del contenuto culturale e scientifico.

Bisogna aspettare gli anni ’80 per ritrovare un percorso e uno spazio significativo. In particolare, nella settima legislatura (1979-’83) il ministro dell’Interno affida al Cepas uno studio sulla formazione dell’assistente sociale, studio al quale collaborano le sei scuole universitarie esistenti. Il dibattito sollevato intorno a questo documento pubblicato dal ministero, ma soprattutto il massimo impegno dell’Associazione nazionale assistenti sociali porta all’emanazione del Dpr 14/’87 e del Dm 30/5/’85, che vengono pubblicati contestualmente il 5/2/’87.

Il trascorso decennio è stato segnato in Italia da alcune tappe significative di passaggio nella formazione dell’identità professionale degli assistenti sociali: riconoscimento del valore abilitante del tradizionale diploma e introduzione nell’università della formazione degli assistenti sociali attraverso l’istituzione di scuole dirette a fini speciali (Dpr 14/’87); riforma degli ordinamenti didattici universitari e istituzione dei diplomi universitari (L. 341/’90); avvio di tali diplomi in Servizio sociale (decreto ministeriale 118/’93); istituzione dell’albo professionale degli assistenti sociali (L. 84/’93); istituzione dei corsi di laurea in Servizio sociale presso l’Università di Trieste e la Lumsa di Roma; infine l’attivazione del dottorato di ricerca presso l’Università di Trieste.

Con l’attivazione dei corsi di laurea, la categoria si è mobilitata accedendo massicciamente ai corsi, in risposta a un’antica domanda formativa. Nell’anno 2000 è, nel frattempo, intervenuta la riforma universitaria Dm n. 509/’99 sull’"Autonomia didattica degli atenei" con i relativi decreti di area, in cui la professione, attraverso le organizzazioni professionali, ha investito tutte le proprie energie per trovare finalmente risposta piena alle sue aspettative formative, chiedendo una classe formativa autonoma di Servizio sociale e tutti i livelli formativi previsti dalla riforma, cioè: laurea, laurea specialistica e dottorato di ricerca.

Adesso ci troviamo in un momento storico in cui il vecchio ordinamento universitario va a esaurimento e il nuovo avanza progressivamente.

Con il vecchio ordinamento, che ha visto la trasformazione delle scuole dirette a fini speciali in diplomi universitari, a oggi abbiamo circa trenta università presso le quali è stato attivato il diploma universitario in Servizio sociale e quarantuno sedi formative (alcune università hanno più sedi). Il decreto ministeriale del 27/3/’93, istitutivo del diploma universitario, attribuisce infatti all’università il compito di preparare personale con le competenze culturali e scientifiche richieste nell’area professionale del Servizio sociale, determinandone l’ordinamento didattico.

Accanto a discipline di area tradizionale, quali ad esempio quella sociologica, giuridica, psicologica ed economica, viene identificata specificatamente l’area professionale nei seguenti insegnamenti: principi e fondamenti del Servizio sociale; metodi e tecniche del Servizio sociale I-II; politica sociale; organizzazione del Servizio sociale.

Si segnala, altresì, la collocazione centrale che il tirocinio professionale assume nell’ordinamento didattico. Sono previste almeno 600 ore di attività pratica svolta sotto la guida di un docente che si coordina con un assistente sociale operante negli enti convenzionati.

A questo proposito si rileva che tutta la complessa e composita materia dei tirocini è stata regolamentata dal recente Dm n. 142/’98, che reca talune soluzioni organizzative per vero già intuite dal Duss (Diploma universitario servizio sociale). In particolare all’art. 4 prevede la presenza di un tutor, come responsabile didattico-organizzativo dell’attività, in un rapporto di collaborazione coordinata con l’assistente sociale supervisore nelle strutture convenzionate.

Altro elemento indispensabile per garantire la specificità e qualità della formazione universitaria degli assistenti sociali è la garanzia che gli insegnamenti disciplinari dell’area professionale vengano affidati a professionisti-assistenti sociali, cultori della materia del servizio sociale e di provata esperienza di lavoro consolidata in un tempo medio-lungo. Al momento non abbiamo ancora garanzie in tal senso, i docenti di Servizio sociale dell’area professionale sono nella maggior parte dei casi docenti a contratto, in altri casi sono docenti provenienti da altre professioni come per esempio i sociologi, con l’intuibile rischio di perdita di specificità della formazione che si impartisce e con le inevitabili difficoltà incontrate dai diplomati nella prova dell’esame di Stato per l’accesso all’albo professionale e quindi per l’esercizio della professione.

Attualmente, con la definitiva emanazione dei decreti di area attuativi della riforma universitaria e relativi alle lauree e alle lauree specialistiche, tutti gli atenei sono in fase di adeguamento ai nuovi ordinamenti, cercando di dare piena attuazione all’autonomia ricevuta e in considerazione delle esigenze territoriali dettate dal mercato del lavoro locale.

Con questa riforma tutta la formazione dell’assistente sociale ha subìto notevoli cambiamenti, non completamente rispondenti alle aspettative della categoria relativamente alla classe di laurea specialistica, ma con alcuni riconoscimenti significativi. Intanto il Servizio sociale ha ottenuto una classe di laurea autonoma intitolata appunto "Laurea in scienze del Servizio sociale", consentendo così un ambito specifico di elaborazione culturale mirata e metodologica all’interno della quale potranno essere attivati vari percorsi formativi, comunque denominati, che delineano vari profili della stessa area; inoltre è stata individuata anche una classe di laurea specialistica intitolata "Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali" per il proseguimento formativo, senza debiti, del laureato in scienze del Servizio sociale, ma che per la sua formulazione rischia di far perdere la specificità, creando genericità-confusione e precludendo approfondimenti scientifici e culturali sull’operatività, sui bisogni dell’uomo e sulle problematiche sociali emergenti.

Incongruenze ricorrenti

Le scriventi sono convinte delle precedenti considerazioni e sperano che possano essere superate, con l’attivazione all’interno della classe di laurea specialistica così formulata: corsi di laurea in scienze del Servizio sociale da parte di atenei più sensibili alla materia e in sinergia con gli ordini regionali.

Ciò potrà essere funzionale alla qualità formativa richiesta dalla "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali", fermo restando che la qualità formativa potrà essere garantita mantenendo fermi alcuni punti: l’insegnamento delle cinque discipline professionali; un minimo di ore di tirocinio; un numero programmato di accesso ai corsi; l’insegnamento delle discipline professionali da parte di docenti della stessa professione.

Sentiamo di poter affermare che da sempre ci sono state incongruenze nell’utilizzo della professione dell’assistente sociale in Italia: incongruenze di comprensione del ruolo e delle potenzialità del professionista, sia da parte di chi lo assumeva (enti pubblici e privati) sia da parte di chi ne richiedeva l’intervento (mass-media, popolazione, cittadini).

L’impiego numericamente significativo della professione prende avvio nel dopoguerra e trova collocazione nei grandi enti assistenziali statali e locali, che avevano come obiettivo l’assistenza, ancora intesa come beneficenza, a categoria di persone in stato di disagio (Ente nazionale orfani lavoratori, Opera nazionale maternità infanzia, Ente nazionale protezione morale del fanciullo, Ente comunale di assistenza, e altri). L’organizzazione di questi enti prevedeva che l’assistente sociale intervenisse nei confronti della persona, applicando parametri di accesso e interventi conseguentemente prestabiliti, con un atteggiamento di appoggio/controllo nei confronti dell’utente non adeguatamente flessibile alle caratteristiche della persona.

L’offerta di lavoro alla professione man mano aumenta e viene prevista da innumerevoli leggi in modo frammentato, nel momento della decentralizzazione dei servizi assistenziali pubblici sul territorio che originano dal costituirsi delle regioni (anni ’70 e ’80). L’offerta dei servizi sul territorio avvicina la popolazione; in particolare al Nord coincide con il periodo dell’immigrazione dal Sud. La domanda della popolazione aumenta vertiginosamente e la sproporzione delle forze fra operatori/servizi e bisogni, ma non solo; obbliga a risposte sbrigative, precostituite per adempiere politicamente alla direttiva dell’"intervento per tutti, subito".

La professione si forma, già allora, su un importante baricentro deontologico e metodologico da un lato, obbligatoriamente comparato nel tirocinio triennale dall’altro. Lo scontro immediato col bisogno la rende flessibile alla realtà e si adatta a utilizzare solo una parte della propria competenza, quella del saper fare, affrontando un’emergenza che non le ha consentito momenti di interiorizzazione e rielaborazione della stessa. Quello richiede la società, quello impone la realtà quotidiana pressante del bisogno umano, quello è ciò che l’ente, da cui la professione dipende, vuole.

Solo con l’emanazione di leggi dirette a costituire risposte a bisogni sociali politicamente ritenuti prioritari (fine anni ’80, anni ’90), l’assistente sociale può iniziare a essere utilizzata in servizi dove le è richiesta e permessa una capacità progettuale sia a livello del singolo che del gruppo. Può lavorare con altri professionisti e operatori per "quella persona", ma non ancora con "la persona e la sua famiglia" per il superamento della situazione di disagio. E siamo ai giorni nostri.

È doveroso ammettere che esistono varie realtà, specie nelle realtà provinciali del Nord, dove, prima ancora di dare piena attuazione alla Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi, gli assistenti sociali, supportati da esperti funzionari, sono riusciti con altri operatori a effettuare interventi di tipo preventivo, educativo e promozionale su aspetti inerenti problematiche che possono riguardare tutta la popolazione (affidamento residenziale o diurno, di minori, anziani o anche handicappati, dimissioni programmate di anziani dall’ospedale, interventi domiciliari di rete per persone sole in difficoltà).

Si inizia perciò a intravedere il superamento di quella modalità di operare che, da sempre, ha impedito all’assistente sociale di diventare perno promozionale della persona e della sua famiglia per l’individuazione di risposte specifiche ai suoi bisogni.

Siamo davvero convinte che l’obiettivo del raggiungimento di un sistema integrato delle risorse rimanga la rotta su cui non desistere e per la quale occorra impegnarsi unitamente ad altri (operatori e forze tutte del territorio) per i prossimi anni, sempre che non rimanga solo uno slogan, come lo è stato per alcuni anni e porti alla implementazione di un sistema organizzativo dei servizi sociali forte e autorevole. Altra incongruenza è quella di tipo amministrativo che ci limiteremo a citare marginalmente. Per molti anni si è verificata la richiesta da parte dell’ente pubblico di diploma di scuola superiore e diploma triennale specifico, superamento di concorso con due prove, una di cultura generale e l’altra specifica, e inquadramento, sino al 1987 (Dpr 14, succitato), alla stregua di un semplice diplomato, senza il riconoscimento della specializzazione, però, richiesta.

Il significato di questa incongruenza non era solo di tipo economico, ma anche di tipo politico-funzionale; l’ente voleva l’assistente sociale alle sue dipendenze e poi ne limitava le competenze per mantenere il sociale e chi lo rappresentava in uno stato di marginalità. Il tutto si traduceva attraverso regolamentazioni amministrativo-burocratiche in un’azione meramente esecutoria. Di conseguenza gli interventi erano segmentati, inefficaci e sovrapposti e le scelte politiche e programmatiche, spesso, completamente avulse dalla realtà.

Ultima ma più eclatante incongruenza è quella giornalistica che traspare negli articoli scandalistici, dove l’assistente sociale viene presentata come "ruba bambini" in alcuni casi o in altri come fredda burocrate quando, in avvenimenti imprevedibili, viene coinvolto un minore, o un affidato al Servizio sociale, o ancora un anziano abbandonato, e allora si grida: «ma l’assistente sociale dov’era?». Questo atteggiamento è il più pericoloso perché mira a mettere in guardia l’opinione pubblica sulla professione in modo negativo e superficiale, senza mai preoccuparsi di farne conoscere nella sostanza i principi fondanti, la metodologia e l’obiettivo dell’operare. Lo scopo dovrebbe essere quello di presentare un professionista con competenza a offrire un aiuto che permetta l’evoluzione da uno stato di disagio a uno di benessere. Tale aiuto tiene conto delle potenzialità e dei tempi di chi lo richiede e, oggi più di prima, potrà avvalersi in maniera sistematica di tutte le risorse che la comunità territoriale offre, soltanto se le organizzazioni attueranno celermente il processo di riforma.

Interrogativi aperti

La professione in tutti questi anni ha rinunciato a scagionarsi pubblicamente nei confronti dei singoli, ma è rimasta fedele alla salvaguardia del diritto della persona alla propria dignità, riservatezza, libertà di scelta. Spesso l’assistente sociale è diventata il capro espiatorio dello scoordinamento fra servizi, dovuto all’incapacità di una corretta programmazione da un lato, e di una volontà politica che non si confronta e non lavora insieme sui diversi bisogni della famiglia, dall’altro. Ancora oggi la maggior parte degli assistenti sociali lavora in situazioni logistiche precarie, senza risorse e strumentazione, senza tempi utili a garantire l’espletamento di un rapporto professionale deontologicamente e metodologicamente corretto.

La professione è stata flessibile e discreta al fine di dar la miglior risposta possibile permessa dalla realtà del momento. Non è stata mai compensata dall’essere consultata quando nella pianificazione delle risorse, ai diversi livelli politici, avrebbe avuto molto da dire, utilizzando l’esperienza derivante da molti anni di confronto continuo con la domanda della popolazione. Ha, da sempre, richiesto una formazione alta a livello universitario e solo oggi ha trovato una risposta nella laurea.

Attende di ottenere il riconoscimento a una preparazione specialistica in settori complessi che richiedono risposte sempre più adeguate (adozioni, tutela di inabili a livello sociale e altro, ma anche ricerca e studio per affrontare i grandi temi riguardanti il sostegno a gruppi di cittadini su bisogni legati al reinserimento nel sociale, oppure come affrontarli in sinergia fra forze sociali, sanitarie e politiche); per ora il singolo professionista affronta questi temi scegliendo privatamente percorsi formativi a suo carico e non sempre rispondenti allo scopo.

È certo che per realizzare un sistema integrato di interventi e servizi sociali efficiente ed efficace, che miri alla qualità, è importante avere professionisti qualificati. Ci sentiremmo di aggiungere adeguatamente riconosciuti a livello economico, perché la realtà d’oggi ci informa che in tutte le regioni del Nord e in parte nel Centro Italia mancano assistenti sociali; gli enti attingono sempre più a colleghi formati al Sud che, acquisito un posto di ruolo, spesso chiedono di tornare al luogo d’origine.

Rimangono aperti tre interrogativi: quale formazione vuol dare la società italiana a questo professionista: media (laurea) per lasciarla a un ruolo gestionale o alta (laurea specialistica) per lanciarla in un ruolo che sia a pieno titolo anche di responsabilità programmatoria e promozionale? Quale ruolo avrà nel futuro questo professionista: come oggi prevalentemente in dipendenza del servizio pubblico o privato, o lanciato anche come libero professionista specialista a tutela e a servizio del singolo cittadino? L’incontro con l’Europa lo vedrà coinvolto nelle politiche sociali o ancora mero esecutore, a seconda della preparazione realmente acquisita che potrà vantare?

Annie Bruno e Franca Dente
Per altre notizie, anche regionali, consultare il sito: www.cnoas.it/regionali.html

   

BIBLIOGRAFIA
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