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SOCIETÀ & FAMIGLIA - DAVVERO CONSAPEVOLI DI NUOVI BISOGNI?

Una «società terapeutica»

di Beppe Del Colle
    

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2001 - Home Page L’insoddisfazione nei confronti dei servizi, da parte dei cittadini, è diffusa ed è sintomo di malessere. Le aspettative della collettività, tuttavia, aumentano perché aumentano le necessità e i diritti del singolo.

Un sondaggio svolto "a tappeto" fra tutti i cittadini milanesi, per conoscere il loro giudizio sui servizi sociali forniti dal Comune alla persona e alla famiglia, ha dimostrato come essi siano considerati dalla maggioranza poco soddisfacenti. Non c’è da stupirsi: per quanto si faccia, non si fa mai abbastanza, a Milano come dappertutto. Una delle ragioni, ben nota, è che aumenta l’età media dei cittadini, e con essa crescono e si moltiplicano i loro bisogni in una società dove la famiglia patriarcale, che si prendeva naturaliter cura dei suoi vecchi, non esiste semplicemente più. Un’altra ragione, anch’essa ben nota ai sociologi, ma forse meno considerata dall’opinione pubblica, è che il welfare state dei decenni scorsi ha abituato la gente ad aspettarsi dall’ente pubblico – locale o nazionale – molto di più quanto le passate generazioni si aspettavano dalla collettività.

C’è poi la diagnosi più raffinata offerta da Barbara Spinelli, che ha inventato – su La Stampa del 21 gennaio – la definizione di «società terapeutica» per indicare una maggiore consapevolezza, diffusa fra la gente, dei bisogni "nuovi" di cui ogni cittadino avverte il diritto a essere prima di tutto informato e poi soddisfatto: dalla salute in generale all’alimentazione, alla sicurezza rispetto alla marea di inquinamenti e alle angosce e ai malesseri psicologici derivanti dalle aggressioni criminali.

Tutto questo attendersi dalla collettività molto più di quanto ci si aspettava in passato sembra in palese contraddizione con lo spirito politico ed economico del tempo, che suggerisce in modo sempre più esplicito di privatizzare il possibile, e ridurre la spesa pubblica (sanità compresa). Proprio Milano, amministrata da una giunta "polista" in una Regione del medesimo colore politico, è al cuore di questa contraddizione: massimo favore teorico alle privatizzazioni, accresciute esigenze e richieste di servizi sociali di natura pubblica. Come si spiega?

Si spiega – crediamo – per un motivo molto semplice, che assorbe e in un certo senso nega, drammaticamente e paradossalmente, proprio le ragioni espresse in precedenza. Alla gente poco importa di quale impronta politica o ideologica abbiano le amministrazioni pubbliche o private che erogano i servizi sociali, anzi poco importa della politica tout court. Alla gente importa moltissimo di come esse funzionano rispetto ai suoi diritti, alle sue preoccupazioni, alle sue paure, alle sue angosce, alle sue solitudini, alla sua povertà. Intendendo per di più tutte queste cose a misura non di collettività, ma della singola persona.

Impostato in questo modo, il discorso si fa più semplice e diretto, e condanna quella che Barbara Spinelli chiama la troppo applicata in passato «strategia dell’indifferenza» delle istituzioni, la quale «non funziona più: è troppo facile e sbrigativo mettersi l’anima a posto, dire a se stessi che la società civile è divenuta narcisista, occupata solo del proprio corpo, delle proprie patologie. Oppure che l’irrazionalità regna sovrana, e che non si può correre dietro a ogni timore e tremore personale». Si può essere liberisti o socializzatori, federalisti o centralisti, ciò che conta e che fa premio sono i risultati concreti nella soddisfazione dei bisogni.

Né basta, a proposito di servizi sociali, ragionare solo in termini di povertà, di emarginazione, di difficoltà e fatica di vivere (pensiamo ai tossicodipendenti, i più esposti di tutti alla necessità di ricevere qualcosa senza poter dare in cambio nulla: non versano contributi previdenziali, non pagano tasse sui redditi che non hanno). I "garantiti" oggi sono numericamente superiori ai "non garantiti". Un livello di vita medio è stato raggiunto da molti, e per questi molti cominciano a essere rilevanti necessità fino a una generazione fa inavvertite.

Uno splendido servizio

Prendiamo, ad esempio, l’informazione sanitaria rispetto all’alimentazione. Un tempo alle neospose si regalavano i libri di cucina, indifferenti alle quote di grassi o di zuccheri (quindi di colesterolo o di glicemia) che le loro ricette contemplavano. Oggi capita di essere invitati da una Circoscrizione urbana ad ascoltare una serie di conferenze tenute da una dottoressa dietologa, dalle quali si esce pressoché sconvolti e convinti di aver sempre mangiato in modo da favorire l’insorgere di malattie, disturbi, disfacimenti progressivi dell’organismo, in una specie di suicidio graduale e inavvertito.

Chi negherebbe che anche questo sia un servizio sociale di cui cresce la richiesta man mano che se ne sperimenta l’utilità? È persino probabile che l’isteria collettiva provocata dall’esplodere del "caso mucca pazza" avrebbe avuto dimensioni e conseguenze più estese di quelle che ha avuto se moltissime persone non avessero ricevuto, da qualche anno a questa parte, informazioni sugli effetti dell’abuso nel consumo di carni rosse. Si può obiettare che in questo campo non sono mancate, da almeno un trentennio, soprattutto sui periodici e le riviste "popolari", rubriche dedicate alla salute e più specificamente alle diete: ma ciò è sempre corrisposto più alle richieste di cure dimagranti che di autentica informazione sanitaria. Oggi ci pensano, in modo più scientifico e convincente, le Aziende sanitarie locali, e perlomeno le più aggiornate e più dotate di mezzi.

Ne conosciamo una, a Torino, che ha coinvolto cinquecento alunni delle classi elementari di zona in un’indagine mirata a conoscere le loro attitudini fisiche allo sport: ne è uscito pressoché un disastro: il quadro di una generazione di piccoli obesi, vittime della Tv e delle merendine. Ma ancora in tempo per salvarsi. Non è uno splendido «servizio sociale pubblico alla famiglia?».

Beppe Del Colle

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