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IL DOVE SI MANIFESTANO

La famiglia, luogo di passioni

di Gregorio Piaia
(ordinario di Storia della filosofia all’Università di Padova, docente di Antropologia filosofica all’Issr)
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2001 - Home Page Marito e moglie, genitori e figli, fratelli e sorelle costituiscono il primario e naturale habitat in cui esprimere quei contrasti e quelle forze che le relazioni, anche positive, suscitano.

Amore e odio, anzitutto: le due passioni fondamentali, insieme con il piacere e il dolore; e poi gioia e tristezza, desiderio e ripulsa, invidia e gelosia, paura e ardimento, entusiasmo, speranza, ira, vendetta... Nel corso dei secoli i filosofi hanno variamente classificato le passioni umane nel tentativo di coglierne la natura, intesa per lo più come un’alterazione organica i cui effetti sono "subìti" e per così dire "patiti" dall’anima (da qui l’etimologia di "passione", dal greco pathos = patire). Lo studio delle passioni era finalizzato alla valutazione morale di questi moti dell’animo (oggi diremmo stati emotivi).

Che atteggiamento assumere di fronte a queste manifestazioni, che da una parte arricchiscono la nostra vita individuale e di relazione, dall’altra sembrano minacciare il campo della razionalità o le sono comunque estranei, e danno a volte luogo a comportamenti socialmente negativi? Ed ecco le soluzioni classiche: dominare le passioni con la forza della volontà illuminata dalla ragione, oppure incanalarle e sublimarle, o ancora dare loro libero sfogo, in quanto rappresentano quanto di più genuino v’è nell’uomo.

In tempi più recenti, psicologi, psicanalisti e psichiatri si sono affiancati ai filosofi, rivendicando un approccio scientifico a questa complessa realtà umana e distinguendo fra "emozioni" di breve durata, "tendenze" o inclinazioni e "passioni" vere e proprie, che si traducono in tensioni psichiche intense e durature, le quali incidono fortemente sul comportamento e possono produrre vere e proprie patologie. La centralità della sfera emotivo-affettiva è stata ampiamente riconosciuta e costituisce oggi un dato acquisito anche in sede di antropologia filosofica. D’altro canto la stessa distinzione tradizionale tra la razionalità e i cosiddetti moti dell’animo è stata messa in discussione, facendo risaltare i legami a volte stretti che uniscono atteggiamenti apparentemente razionali a motivazioni inconfessate o abilmente mascherate, riconducibili alla polarità amore-odio.

Se ora proiettiamo questo quadro generale sulla vita familiare, è facile rilevare come la famiglia sia un "luogo" in cui le passioni, intese nella loro valenza sia positiva sia negativa, si manifestano in modo diffuso e incisivo. La famiglia – lo diciamo sottovoce, per non essere accusati di retorica – è frutto della passione amorosa e del conseguente impegno a mettere in comune le proprie vite; l’affetto tra i coniugi si apre poi all’amore per i figli, che può spingersi ben al di là del "prendersi cura", fino al sacrificio di sé come atto di donazione totale nei confronti di chi ha ricevuto da noi la vita. Ma la famiglia è anche il luogo in cui i conflitti passionali germinano ed esplodono con particolare violenza sino a tradursi in atti di sangue che ci riempiono di orrore, come nella recente tragedia di Novi Ligure. Ed ecco il rancore e il reciproco disprezzo fra coniugi divenuti estranei l’uno all’altra, le scenate in cui la gelosia e l’ira prendono il sopravvento sulla disponibilità all’ascolto, il rigetto dei genitori da parte dei figli, l’invidia e la gelosia tra fratelli, lo stesso amore materno che si deforma in possesso del proprio figlio, magari come compenso del fallimento coniugale; e poi il figlio "usato" per vendicarsi del coniuge, in un gioco sottile e perverso al quale ben si addice il titolo di un celebre romanzo di François Mauriac, Le noeud de vipères, in cui le passioni familiari sono analizzate e descritte con particolare efficacia. Giungiamo così ai casi limite – e tuttavia frequenti – che campeggiano a grandi lettere nella stampa quotidiana e che ci mettono tutti a disagio: «Travolto dalla gelosia, uccide la moglie e la figlioletta e poi si spara»; «Ragazza denuncia le violenze subìte dal padre»; «Genitore in preda alla disperazione uccide il figlio tossicodipendente»; «Giovane massacra i genitori per impossessarsi dell’eredità»; «Chiede al fidanzatino una prova d’amore: uccidi mia madre».

La centralità della sfera emotivo-affettiva è stata ampiamente riconosciuta e costituisce un dato acquisito anche dall’antropologia filosofica. Ma soltanto un rapporto stabile con l’altro da noi ne garantirà uno sviluppo equilibrato.

Insomma, ve n’è abbastanza per vedere nella famiglia un micro-laboratorio in cui si distillano quelle passioni elementari (amore/odio) che sono orientate all’affermazione di sé e che, al pari dei colori fondamentali, danno poi luogo a tutta la gamma della nostra vita emotiva e affettiva. Platone a suo tempo l’aveva capito assai bene, tant’è vero che nella Repubblica s’impone ai "guardiani" (ossia ai filosofi-governanti e ai guerrieri) la comunanza delle donne e dei figli oltre che dei beni, in modo da impedire sul nascere quei moti di gelosia per la consorte e di eccessivo attaccamento ai propri figli, che costituiscono una minaccia per l’ordine e la giustizia della città ideale. E non a caso all’indomani della Rivoluzione d’ottobre i bolscevichi teorizzarono e praticarono il libero amore, che consentiva lo sfogo delle pulsioni naturali senza rinchiudersi nella sfera privata degli affetti e delle cure familiari, vista come un ostacolo alla costruzione della società nuova, frutto dell’appassionato impegno rivoluzionario.

Eppure, se riandiamo ai grandi monumenti letterari che contrassegnano le origini greche e giudaiche della nostra civiltà (i poemi omerici e la Bibbia), si nota come proprio il nesso passioni-famiglia vi occupi un posto centrale. La guerra di Troia ebbe origine, secondo la leggenda, dalla seduzione di Elena, moglie di Menelao, a opera di Paride, ossia da una classica crisi coniugale; e l’addio di Ettore alla moglie e al figlioletto è un capolavoro di rappresentazione degli affetti familiari, così come la visita del vecchio Priamo ad Achille per riavere il corpo martoriato del figlio segna uno dei vertici cui la letteratura è giunta nell’esprimere la pietà del nemico vincitore innanzi alla sofferenza di un padre. D’altra parte nel suo lungo e avventuroso viaggio di ritorno, Ulisse non è forse spinto dalla nostalgia per la sua casa e dall’amore per la moglie, il figlio e il vecchio padre? Un ritorno contrastato dallo spirito di avventura e dalle ripetute tentazioni extrafamiliari (la maga Circe, Calipso, le Sirene, Nausica), mentre il massacro dei Proci, che avevano cercato d’insidiare la fedele Penelope, esprime a sua volta una forte passione coniugale che si traduce in ira e in desiderio di vendetta. Emozioni e passioni che si sciolgono alfine nel dolcissimo abbraccio di Penelope allo sposo ritrovato.

Aprendo la Bibbia, si nota come il peccato delle origini commesso dalla prima coppia sia dovuto a un atto di superbia e a una smodata brama di potere, ossia di onnipotenza e insieme di onniscienza («Sarete come dèi», insinua il serpente tentatore), cui fa da contrappunto la vita di fatica e sofferenza alla quale Adamo ed Eva e i loro discendenti sono destinati dopo la cacciata dal Paradiso terreste; ed ecco, nell’atto fratricida di Caino, l’esplodere di quella micidiale miscela di gelosia, invidia e ira che nell’ambiente familiare sembra trovare il suo ricettacolo più consono. Questo richiamo alle nostre radici, volto a focalizzare il rapporto passioni-famiglia, induce a un altro spunto di riflessione, fornito questa volta dal mito di Edìpo, che è un vero concentrato delle più torbide passioni familiari; ma non è sulla violenza omicida (sia pure preterintenzionale) di Edìpo nei riguardi del padre e sull’amore incestuoso per la madre Giocasta che intendo qui richiamare l’attenzione, bensì sull’ultimo atto di una sequela di gesti passionali che travolge anche i discendenti del misero Edìpo. I due figli maschi, Etèocle e Polinìce, si affrontarono infatti in duello sotto le mura di Tebe e si uccisero a vicenda. I governanti di Tebe vietarono di dare sepoltura a Polinìce, perché aveva rivolto le armi contro la sua città. Ma Antìgone, sorella dei due fratricidi, si oppone al decreto e manifesta la sua ferma intenzione di dare sepoltura anche a Polinìce, poiché «l’essere nati dallo stesso grembo/ che ci ha dato la vita, da una madre/ infelice e da un padre sfortunato,/ è un vincolo possente e da temere».

Vignetta.

Di fronte a una situazione limite quale la violenza fratricida, il legame familiare (per quanto nato da un’unione infelice e sfortunata, anzi, proprio per questo) impone dunque una sua etica di amore e rispetto: un atto sacrale e riparatore, che va al di là del groviglio di passioni (la libidine di potere, il risentimento, la rabbia fratricida) che ha travolto i due fratelli, Etèocle e Polinìce. L’intenzione di compiere questo atto contrappone però drammaticamente Antìgone alle leggi della sua stessa città e a quello ch’era allora il comune senso di giustizia, in base al quale Etèocle aveva diritto a onorata sepoltura mentre Polinìce andava lasciato in pasto ai cani. Le ragioni profonde del vincolo familiare – in cui il sentimento d’affetto e di pietà prevale nonostante tutto sull’odio – entrano così in conflitto con l’apparente ragionevolezza dell’autorità politica, trincerata dietro un legalismo che finisce per fare torto alla più profonda istanza di umanità. Forse la mitica vicenda di Antìgone, questa povera giovane uscita da una famiglia dove sembra che nulla possa andare per il verso giusto, può offrirci una lezione di sorprendente attualità.

V’è da chiedersi, in effetti, se i miti dell’antica Grecia e il racconto della Genesi ci offrano solo le tracce di una società arcaica, che s’imperniava su una visione della famiglia oggi superata, o piuttosto non ci presentino altrettanti archetipi di situazioni "passionali" che sono sì proprie del vivere associato (tant’è vero che il gesto di Caino ha assunto un significato universale, a simboleggiare qualsiasi omicidio), ma che hanno nella famiglia il loro "luogo" primigenio e naturale. È qui, infatti, che le nostre emozioni e passioni si manifestano primariamente e in maniera spesso tumultuosa e incontrollata, ma trovano anche una camera di decantazione, in cui prende avvìo quell’opera delicata e preziosa di mediazione, affinamento e maturazione che costituisce l’essenza del processo educativo, nel senso etimologico di e-ducere (trarre fuori), al fine di far crescere l’autocoscienza e il controllo di sé.

Il "noi"familiare

La condizione di tale processo è un rapporto con l’altro che coinvolga l’intera realtà bio-psichica dell’uomo e della donna, e che si mantenga stabile nel tempo: come tale esso è costitutivo della famiglia, che si distingue in ciò dai rapporti sociali dettati da occasionali scambi affettivi e sessuali o da interventi assistenziali o da reciproche convenienze pratiche. È grazie a questa persistente presenza del tu e del noi, a questa abitudine a vivere con e per (e non solo accanto) l’altro da noi, che la famiglia è in grado, più di ogni altro organismo sociale, di comprendere ed educare quell’altro in noi che è la nostra sfera emotiva e affettiva. «Il problema della passione – ha notato in proposito uno studioso francese – è in ultima analisi il problema dell’Altro: l’Altro in noi, l’Altro che noi siamo a noi stessi, e l’Altro che noi siamo per gli altri...».

Sì, perché l’alterazione emotiva o passione – si tratti di amore o di odio, di gelosia o di ira – produce in noi uno sbilanciamento e sdoppiamento, quasi una sovraesposizione rispetto all’autocontrollo abituale, e tali, ossia sdoppiati e diversi, ci fa apparire agli altri e a noi stessi. «Non ti riconosco più, non sei più quello di prima...»: non a caso sono queste le frasi ricorrenti tra i nostri familiari e amici quando siamo innamorati o adirati o angosciati; ma anche: «Non mi riconosco più, non sono più quello di prima...». Ebbene, è proprio la stabile presenza dell’altro da noi (in quanto garanzia di accettazione e comprensione, ma pure di confronto e scontro) che promuove un continuo e progressivo lavoro di riconoscimento e accettazione, ma anche di confronto e revisione, e quindi di limatura e rimodellamento dell’altro che è in noi. Si tratta di un processo di crescita ed educazione reciproca (tra genitori e figli, ma prima ancora tra i coniugi), in cui gl’iniziali successi o fallimenti sono destinati a influire profondamente sulla capacità di autorealizzazione, ossia di piena espressione della nostra affettività.

Per tale via la natura, ossia il complesso di tendenze e pulsioni che costituisce la nostra base biopsichica, si fa gradualmente persona, consapevole delle proprie potenzialità affettive, capace di gestire responsabilmente – in una trama di relazioni interpersonali – il patrimonio di emozioni e passioni che in ognuno di noi costituisce un unicum prezioso. È questa la funzione più vitale e profonda della famiglia, al di là delle estrinseche cure parentali o della condivisione di beni e servizi; sicché la crisi dell’istituto familiare (che taluni esperti denunciano con larvato compiacimento, puntando su altre agenzie educative o sulla società educante) ha il suo riflesso più pernicioso nel deficit di educazione emotiva e affettiva che corrode la nostra società: gli esempi al riguardo, dallo "sballo" del sabato sera alle violenze domenicali negli stadi, sono sotto gli occhi di tutti.

Gregorio Piaia
   

UNA RETORICA INADEGUATA

Il tempo presente sembra "spassionato" (ossia, privo di passioni) in tutti gli ambiti del vivere civile e sociale. Le scelte operative avvengono per calcolo e convenienza, le iniziative per strategie economiche e politiche. E, così, sembrano esaurite quelle energie vitali, le passioni, appunto, che in passato costituivano il fulcro dell’affermazione di sé e il ponte di collegamento fra individui, rapporti privati, vita pubblica.

Ma, «prima di calare il sipario sulla loro millenariaCopertina de: Storia delle passioni. rappresentazione, è il caso di recuperare i residuati, di individuare gli elementi di permanenza che ancora sussistono in un seppur mutato contesto», scrive Silvia Vegetti Finzi nell’introduzione alla Storia delle passioni (editori Laterza, 1995), volume che lei ha curato. «La retorica delle passioni risulta ormai inadeguata a descrivere le vicende della nostra vita e i gesti plateali con cui si esprimono si addicono meglio al teatro che alla realtà. Eppure, persino quando affermiamo la morte delle passioni ne utilizziamo il potenziale espressivo», scrive ancora la psicologa dell’Università di Pavia, che, insieme ad altri accademici italiani, traccia la storia delle passioni dal loro significato all’io collerico antico, dalle variazioni al tema amoroso al dolore dell’eroe tragico, dall’amore moderno di sé alla prosa romantica, dalle passioni dei libertini a quella della conoscenza, della differenza, della politica. Una storia ricca di personaggi che hanno incarnato le trasformazioni delle passioni; esse «non sono mai spente, non muoiono, ma si dislocano e si trasformano».

c.b.

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