Periodici San Paolo - Home page
DALLA NATURA ALLA CULTURA

Padroneggiare le parole del cuore

di Giuseppe Mininni
(docente di Psicologia della comunicazione e direttore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bari)
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2001 - Home Page La famiglia può agire da semaforo lampeggiante che dà luce e ritmo per decifrare l’oscuro linguaggio del vivere, spesso segnato dall’angoscia, ma che può diventare forza di libertà.

La cronaca quotidiana registra numerose situazioni di efferata violenza in famiglia che scivolano rapidamente nell’oblio, ma talvolta l’insensatezza è così estrema da resistere al flusso travolgente della cosiddetta "società dell’informazione".

Per molti giorni i giornali e i talk show televisivi sono invasi dall’orrore di una ragazza che chiede al fidanzatino, come "prova di amore", di ucciderle la madre e il fratellino. Lo sconquasso di una società in guerra con sé stessa è così profondo da spingere l’opinione pubblica a misurarsi con il vuoto di senso incombente sul lessico emozionale. Infatti, ricorrono sì le parole che di solito misurano la capacità degli uomini di nutrirsi reciprocamente di sentimenti – collera, tristezza, paura, amore, gelosia, rimpianto –, ma ognuna e tutte insieme sembrano inadeguate di fronte a tanta tragedia.

Nonostante tutti i nostri sforzi di tessere con quelle parole una storia che renda comprensibile un’esperienza umana del mondo, siamo costretti ad arrenderci di fronte all’oscuro mistero di certi eventi che travalicano qualsiasi possibilità di giustificazione. E tuttavia, per quanto insufficienti, sono proprio quelle "parole del cuore" i modelli più efficaci per integrare le principali forze della costruzione psichica: la memoria e il desiderio.

Ansia, depressione e stress dicono le emozioni dominanti nella nostra epoca, caratterizzata da una così diffusa guerra di tutti contro tutti da far percepire come velleitaria qualsiasi aspirazione alla pace interiore. Guerra e pace sono condizioni storiche che inquadrano la vita sociale delle comunità umane a livello economico, politico, giuridico, artistico, cioè in tutti gli ambiti in cui le persone possono impegnare le loro risorse cognitive ed emotive nella ricerca di dare senso alla vita. Intervistato sulle prospettive dei rapporti, ridiventati burrascosi, tra Israeliani e Palestinesi, Shimon Peres ha richiamato lo sfondo psicologico dell’intera questione e ha aggiunto: «La pace ha bisogno di un linguaggio, oltre che di un territorio».

Guerra e pace, fuori e dentro

Il ministro israeliano, premio Nobel per la pace, ci ricorda che, per vivere in quella condizione di serena accoglienza della diversità che chiamiamo "pace", una comunità sociale non deve trovare soltanto uno spazio (esterno e visibile) in cui farsi valere, ma deve soprattutto trovare un ritmo (interno e condivisibile) secondo cui modulare il giusto accordo tra la propria memoria e i propri desideri.

Guerra e pace sono gli scenari tradizionali che organizzano le relazioni sociali nei gruppi e tra i gruppi, valorizzando, rispettivamente, il benessere e il malessere emozionali degli individui. Se la parola "pace" dice che cosa è il bene sommo per gli uomini, la parola "guerra" fa loro sperimentare il male assoluto, giacché significa tutto ciò che l’umanità sente come negativo: la morte, il dolore, la colpa, il sopruso, la rovina e via desolando. Le parole "guerra" e "pace" sono anche metafore privilegiate per riferirsi alla tensione emozionale che gli uomini provano nello spazio interno della loro consapevolezza di Sé. Infatti, «essere in pace o in guerra con sé stessi» è un modo di dire i sentimenti di serena beatitudine o di convulsa agitazione in cui ognuno può trovarsi.

Per l’effetto di una deformazione del nostro immaginario collettivo tendiamo a circoscrivere il linguaggio dei sentimenti a particolari universi di discorso (dalla canzone alla letteratura). In realtà, la gamma dei suoi usi è molto più ampia e risponde al bisogno che le comunità sociali (e le persone che vi appartengono) hanno di dire i loro scombussolamenti e le loro aspirazioni alla quiete. In tale modulazione espressiva esse possono esercitare un controllo sulle spinte distruttive da cui sono pervase e orientare le energie costruttive che danno senso ai loro progetti. Eppure a volte ci capita di dire o di sentir dire che «per l’emozione non riuscii a parlare».

Questa espressione condensa un sapere diffuso, un vero e proprio luogo comune in base al quale il mondo dell’affettività è presentato come inaccessibile al linguaggio. In effetti, ci sono situazioni in cui le parole sembrano gusci vuoti, cosicché il flusso del vissuto si affida ad altri tipi di segni. Spesso i nostri pensieri più intimi e i nostri sentimenti si sentono più al sicuro in uno sguardo, in un sorriso, insomma in quel fremito che trasforma impercettibilmente una carezza in un pugno. Tuttavia, il fatto stesso che talvolta salta il collegamento tra il sistema linguistico e il processo emozionale dimostra che di solito quel relais funziona. Inoltre se, da una parte, le emozioni possono bloccare il sistema linguistico, facendo inceppare le procedure normali di programmazione e di produzione discorsiva, dall’altra esse sono delle fonti ricchissime per l’interazione comunicativa. Di solito noi cerchiamo di condividere con gli altri le variazioni positive e negative che abbiamo registrato nei nostri stati d’animo, alimentando così la corrente di senso che scorre nelle nostre giornate. Anzi, proprio l’apertura sul Sé emozionale, cioè la confidenza, è un indicatore del clima di fiducia con cui le persone si posizionano reciprocamente.

Raccontare una preoccupazione o una soddisfazione vissuta durante la giornata non ha per noi soltanto un’evidente funzione liberatoria, ma è anche un importante indicatore dell’interesse per la relazione con l’altro. Noi tendiamo a condividere le nostre emozioni perché così testimoniamo che gli altri sono per noi rilevanti. Pertanto, il più delle volte le persone costruiscono linguisticamente i loro sentimenti e inseriscono una venatura affettiva nei loro discorsi.

Questo legame evidenzia la radice storico-culturale dell’esistenza umana e della sua inesauribile domanda di senso. L’animal symbolicum si trascina dietro la rete delle credenze e dei valori del gruppo a cui appartiene e vi si aggrappa in ogni tentativo di dare significato alla sua vita, soprattutto quando la "sente" minacciata o, comunque, al di là del suo controllo.

La capacità della lingua di tradurre in cultura l’andamento "naturale" del vissuto emotivo traspare nell’interpretazione dell’opposizione caldo/freddo come principale copione analogico operante in moltissime locuzioni idiomatiche: da «ribollire il sangue nelle vene» a «fare scintille», da «mettere il fuoco addosso» a «restare di ghiaccio». Più in generale, le parole delle emozioni non si sottraggono al destino storico-culturale della lingua, per cui il loro significato dipende dai vari contesti d’uso. Ad esempio, il sentimento di paura che le persone possono provare quando sono coinvolte in una guerra ha una consistenza ben diversa dacché l’armamentario disponibile non è più solo quello "convenzionale" (orrido eufemismo!), ma comprende bombe atomiche, chimiche, batteriologiche e, perfino, informatiche. Il nemico non fa più "paura" quando risulta visibile per aver invaso il nostro territorio, ma ad atterrirci è già la sua distanza e l’invisibilità delle sue armi.

È soprattutto quando vengono "dette" che le emozioni rivelano la loro tessitura culturale, per cui uno stesso vissuto "naturale" di ansia assume una forma diversa se la persona la sente come un «avere un cocomero in corpo» (come si dice in italiano) o come un «avere le farfalle nello stomaco» (come si esprimerebbe un inglese). Certo, il controllo della cultura sulle emozioni è molto più ampio, a cominciare dalle regole di esibizione. Vero e falso che sia (come ogni stereotipo), il credere i meridionali «caldi ed espansivi» e i settentrionali «freddi e riservati» stabilisce almeno che, quando le persone si identificano con culture diverse, hanno anche modi diversi per esprimere il loro vissuto emozionale.

Per radicale che appaia, se ne può trarre la conclusione che, esprimendosi in modi diversi, le persone costruiscono anche mondi intenzionali diversi e finiscono per vivere esistenze diverse. Il compare Turiddu della Cavalleria rusticana e il magnate che si innamora di una Pretty Woman sono attraversati da una sensazione di gelosia, ma il suo orizzonte interpretativo all’interno delle due culture di riferimento – quella siciliana di fine ’800 e quella hollywoodiana di fine ’900 – è così diverso da dare alle due storie un valore di senso non del tutto comparabile.

L’esempio della gelosia è paradigmatico dell’estrema variabilità culturale che le persone possono dare ai loro vissuti emozionali. Le passioni di cui viviamo ci mostrano legati alle attese interpretative della nostra comunità, che possono benissimo cambiare nel tempo, col mutare del più generale assetto socioculturale. L’affermarsi dell’ideologia femminista nella società occidentale ha fatto sì che le persone non possano più far valere pubblicamente l’esibizione della gelosia come argomento teso a legittimare la propria possessività. Finché l’amore resta ancorato al copione della "caccia" e/o della "conquista", ci si può sentire autorizzati a fare scenate pubbliche di gelosia: la faccia sporca della seduzione. Quando, invece, l’amore viene agganciato alla (pretesa) dignità paritaria del libero arbitrio, il vissuto della gelosia si sfarina nello sfondo melmoso di un linguaggio per sé.

La tessitura storico-culturale dei nostri vissuti emozionali permette di riequilibrare l’atteggiamento scientifico della nostra epoca, che tende a esaltare la natura biologica dell’affettività umana. Dal chimismo cerebrale responsabile di depressione e buon umore al gene delle "affinità elettive": è tutto un ribollire di richiami al fatto – indubitabile, ma non esaustivo – che le emozioni sono risorse psicologiche riconducibili alle basi corporee dell’operare mentale. Questo riduzionismo rientra tra gli idola tribus mass-mediali, anche perché i mezzi della comunicazione sociale sono di per sé propensi a far circolare le semplificazioni del dibattito scientifico. Porre invece l’enfasi sulla trama linguistico-culturale dei sentimenti umani serve soprattutto a evidenziare che essi acquisiscono senso non solo nei corpi, ma tra le persone, nella rete delle relazioni riconoscibili fra loro.

La parola con cui identifichiamo un sentimento, un’emozione o una passione non è una semplice etichetta per uno scombussolamento corporeo, ma rinvia al rapido comporsi dei reciproci posizionamenti in un contesto argomentativo. Quando diciamo le nostre emozioni a noi stessi o agli altri, ci sentiamo impegnati a vedere riconosciuti i nostri diritti o a richiamare gli altri al rispetto dei loro doveri. Ecco perché le parole del cuore ci radicano anche nell’etica. Sia quando ci sentiamo tremare di paura o di collera che quando ci sentiamo scoppiare di gioia e di amore o quando ci scopriamo schiacciati dall’invidia o dalla nostalgia, non si tratta tanto di eventi privati dei singoli individui, ma di particolari vibrazioni prodotte negli snodi di relazioni interpersonali. Il lessico emozionale ci fornisce una mappa elaboratissima di tutti i possibili intrecci che le persone possono dare alla storia dei loro incontri e scontri.

I diffusori di rumori emotivi

Un blocco nell’articolazione tra emozioni e linguaggio può non essere un’episodica (e normale) inefficacia espressiva, ma può configurarsi come condizione patologica che contrassegna in modo più duraturo la vita di alcune persone e le loro relazioni. I casi più gravi sono rubricati come alessitimia, cioè un disturbo psichico che consiste in una tale incapacità di parlare delle proprie emozioni da avere la sensazione di non averne. Gli alessitimici sono dei sordomuti emotivi: non sanno descrivere i sentimenti che provano perché non riescono a «sentirsi come emozionati», perfino quando manifestano dei segni evidenti che lo sono (piangono ma non dicono d’essere tristi). I segnali emotivi inviati dal corpo restano per loro dei rumori incomprensibili.

In forme più attenuate tale patologia ha un’ampia diffusione sociale, che è stata tradizionalmente contrastata dalle pratiche dell’arte. Come abbiamo appreso da una solida interpretazione che va da Aristotele a Freud, l’arte ha un’indubbia funzione catartica: vedere rappresentate le proprie passioni in una tragedia o in un affresco consente all’uomo di proiettare all’esterno le pressioni incoercibili che si agitano dentro di lui. I mass media sono accreditati di un’analoga funzione liberatrice, ma il carattere industriale di questo sistema di produzione culturale e la coazione pervasiva alla spettacolarizzazione dei suoi contenuti hanno talmente banalizzato tale attesa catartica da aver dissipato ogni slancio partecipativo.

I media hanno prodotto degli spettatori disincantati dei sentimenti altrui. Sollecitati a sintonizzarsi in rapida successione con il devastante sconforto di un telegiornale e con l’esaltazione briosa di uno spot pubblicitario, i telespettatori hanno imparato a resecare virtualmente la loro corteccia cerebrale (memoria) dal sistema limbico (desiderio), per cui appaiono sempre più insensibili. La pericolosità di tale effetto risiede non soltanto in una accresciuta difficoltà di empatia, ma anche in una drammatica sordità alle proprie emozioni. La desensibilizzazione indotta dai mass media fa sì che tutti noi siamo maggiormente esposti che in passato al rischio di vivere in un’assurda piattezza emozionale: indifferenza, apatia e sovrano distacco dal mondo.

Sintonizzarsi con gli altri

Un argine naturale al rovinoso rumore emozionale diffuso dai media è costituito dalla famiglia, quando è riconosciuta dai suoi componenti come sede di sperimentazione di un linguaggio di pace. I bambini possono padroneggiare le "parole del cuore" in relazioni interpersonali protette da una propensione alla cura dell’altro. Quando è serena, la comunicazione in famiglia configura quel circolo virtuoso per cui i bambini vedono crescere sinergicamente le proprie capacità di empatia e di autoconsapevolezza emotiva. Infatti, per sintonizzarsi con i sentimenti degli altri, occorre saper riconoscere i propri e viceversa. L’educazione affettiva passa proprio attraverso la trasmissione delle parole che consentono ai bambini di identificare ciò che essi provano e di rapportarlo a ciò che possono provare gli altri.

Una sera di qualche anno fa, al mio rientro a casa, mi capitò di sentire mio figlio, che aveva allora undici anni e mezzo, dire: «Sai, mamma, è da qualche giorno che mi sento una tristezza, ma non so perché, una specie di malinconia». Colta di sorpresa, mia moglie ebbe la prontezza di reagire con un tono rassicurante: «Beh, succede, è la vita». Al che Marco replicò: «Sì, hai ragione, è proprio una malinconia di vivere». Nel ripensare a questo episodio di una storia normale di relazioni familiari, mi rendo conto che Marco rivelò una buona capacità non solo di autoanalisi, ma anche di sintesi espressiva, perché costruì la sua interpretazione della "malinconia di vivere" collegando la sua sensazione aspecifica di malinconia al vaghissimo resoconto materno («è la vita»). Benché il "nostro" Marco potesse passare per un ragazzino molto sensibile, cioè capace di mettere a fuoco la dimensione affettiva degli eventi, per cui era (ed è) almeno tanto "generoso" quanto "suscettibile" nelle interazioni con gli altri, certo non era ancora consapevole del valore esistenziale che la sua espressione comportava. Le sue letture spaziavano sì da Le tigri della Malesia di Salgari a La fabbrica di cioccolato di Dahl, ma Schopenhauer era rigorosamente tenuto fuori dalla sua portata! Tuttavia, pur avendo forse già sperimentato che «l’esistenza umana oscilla inesorabilmente tra il bisogno e la noia», trovò nel dialogo con la madre la forza per reggere lo sconforto della sua scoperta.

Giuseppe Mininni

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2001 - Home Page