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PER UN ALFABETO EMOTIVO

Tra rabbia e furore: prova d’amare

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(pedagogisti)
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2001 - Home Page Sono molti gli equivoci che proliferano attorno alle emozioni. E in gran parte dipendono dagli adulti, incapaci di accettare la diversità di ogni bambino e di rinunciare alla troppa invasività.

La conoscenza di sé, dei propri movimenti emotivi e affettivi, ossia, il "sapere come si è dentro", e quindi l’essere capace di amare e di sperimentare l’intimità, di esprimere e di mettere in comune il proprio mondo interno, non nasce dal vuoto. Si apprende. Il luogo privilegiato di tale apprendimento è la famiglia, ponte naturale tra l’individuo e la "cultura" in cui vive ed è destinato a vivere, che è la cinghia di trasmissione primaria della socializzazione, che lo orienta verso i concetti e le espressioni del mondo in cui si trova e, se svolge con flessibilità questo suo compito, glieli rende familiari e gli insegna a coniugare rigidità e creatività.

Un bambino "non orientato" sarà sia un bambino che si è messo il silenziatore emotivo, sia quello che agisce le sue pulsioni senza quasi riconoscerle, sia un bambino manipolato da forze esterne, perché non ha imparato a contenere la sua ambivalenza tra rabbia e amore, e che oscilla tra un eccessivo bisogno di approvazione («Dimmi che sono buono anche se mi sento cattivo») o di indifferenza e sfida («Non ho bisogno di nulla che venga da te»).

Un bambino ben orientato è capace di affidarsi alla sua guida interna, poiché ha sperimentato guide che hanno "sostenuto" la sua ambivalenza e non l’hanno azzerato(1) e resta capace, perciò, di divenire creativo e "unico" pur nell’accettazione del limite.

«La preponderanza di esiti piacevoli, rassicuranti nel verificare la realtà e nel risolvere i conflitti tra la rabbia e l’amore, crea nell’individuo che cresce una riserva di potenziale relazionale con le figure umane del suo piccolo mondo, per il processo d’internalizzazione e introiezione. I sentimenti dell’oggetto buono possono venir assunti dal bambino come cosa propria, sia in termini di valutazione di sé sia come modelli di ruoli. Egli si identifica con essi ed essi formano le sue risorse interne; attraverso questi egli apprende "come amare da adulto", perché ha percepito amore adulto verso di lui e dentro di sé. Il bambino tollera il contrasto di sentimenti ambivalenti in sé stesso e negli altri, perché ha sperimentato la tolleranza e la capacità dei genitori di far fronte alla sua e alla loro rabbia in un contesto e con modalità amorevoli» (H.V. Dicks)(2).

Genitori-guide di emozioni-passioni-affetti e, a loro volta, persone che vivono in proprio emozioni-passioni-affetti, dunque. Educare alle emozioni è un termine quanto mai equivoco, anche se diventato quasi ovvio alle nostre orecchie. Siamo magari tentati di scovarci una contraddizione, perché da qualche parte ci è stato detto che nulla è più spontaneo delle emozioni e dunque che educare vorrebbe dire imbrigliarle, incanalarle, forse (Dio ce ne scampi!) reprimerle. Educare alle emozioni sarebbe dunque tradirle. Da qualche altra parte ci è stata suggerita l’idea che educare alle emozioni significa insegnare quali siano quelle appropriate: «dovresti vergognarti», «non devi avere paura», «dovresti aprirti». E dunque educare alle emozioni vorrebbe dire trovare il modo di stamparle ben bene (quelle giuste, s’intende!) e deporre le nostre rispettabili emozioni nel mondo interno del bambino («il tuo compagno svantaggiato, poverino, dovrebbe esserti simpatico»).

Insomma, in fatto di emozioni da educare o no, pare ci sia molta confusione tra gli educatori. Cominciamo con il mettere in dubbio la "spontaneità" delle emozioni: gli studi etnologici e antropologici ci hanno già scosso da simile mito. In certe culture, emozioni che per noi sono ovvie (la gelosia, ad esempio), paiono non comparire, mentre ne compaiono altre a noi sconosciute. Ma senza andare lontano, noi abbiamo udito con i nostri orecchi la descrizione di un bambino inappetente, depresso e sconsolato a causa della gelosia per una cuginetta. La quale, come abbiamo appurato, non abitava nella stessa sua casa, bensì in un’altra città, e lui aveva avuto l’occasione di vederla poche volte. A domanda, rispondeva, in effetti, con molta tristezza di essere geloso. Ma il punto è che "obbediva" alle attese del clan; già da prima della nascita la nonna matriarca, la gestante e la madre del bambino non avevano dubbi che la nascita della cuginetta sarebbe stata un duro colpo per lui, primo nipotino del clan. E che ci avrebbe sofferto.

Vignetta.

In altre parole, si può avanzare la considerazione che il "nome" dell’emozione (l’aspettativa, la segnalazione) in qualche modo dà vita all’emozione, pare perfino evocarla; oppure il punteggiare il continuum dei movimenti emozionali del soggetto può far emergere alcune sottolineature piuttosto che altre. «Il mio primo figlio non è mai stato geloso dei fratellini!», diceva una madre con il tono di chi dice: «al mio bambino non si può imputare nessuna colpa!». E in effetti l’interessato affermava di non essere geloso (e forse gli mancava il nome per dire alcuni suoi movimenti interni).

Forse la considerazione che abbiamo fatto ci dà un po’ fastidio (stiamo suggerendo un’emozione?) perché ci espone al fatto che l’adulto ha potere. E noi, almeno in teoria, non vorremmo avere alcun potere su un bambino indifeso. Lo lasciamo dunque ai suoi balbettii? Non gli forniamo i nomi di ciò che prova, per non influenzarlo? A parte che lo farebbero altri, al nostro posto, ma questo sarebbe impossibile, inagibile. Chi vive accanto a un bambino, per il fatto stesso che si muove e parla, lo influenza. Liberi allora di legiferare sulle sue emozioni-passioni-affetti? Siamo abilitati a consegnargli il "programma" in modo che, se egli non lo tiene per valido, debba sentirsi fuori posto?

È stupefacente come nella nostra cultura il verbo dovere si associ ai sentimenti: devi amare o non devi amare, devi... non devi... Si potrebbe obiettare: una volta sì, oggi molto meno; ciascuno di noi adulti può scovare nei propri ricordi qualcosa di sgradevole a proposito di tale abbinamento; una signora, ad esempio, ricordava ancora con orrore d’essere stata violentemente picchiata perché la mamma l’aveva beccata a dire ad alta voce un’Ave Maria «per... far morire la maestra».

Ci sono oggi adulti che imperversano col verbo dovere sui sentimenti dei bambini? Sì, forse in maniera più subdola: ridendo magari delle sue parolacce, lasciandolo "esprimersi" con il compagno antipatico, parteggiando implicitamente per "come è sincero" nel trovare i difetti dell’altro genitore, ma poi lasciandolo a sé stesso di punto in bianco, quando si affacciano le conseguenze: «Devi cavartela da solo»; il che è come dire: «non dovresti esporti», anche se io mi sono divertito al gioco. Come il padre che giocò con il pallone in salotto, con il figlio di cinque anni, tutto eccitato, felice e spavaldo nel poter trasgredire il divieto della mamma; la quale tornò troppo presto e trovato il fattaccio sotto i suoi occhi, prese il bambino con rimproveri e minacce e lo immerse nell’acqua della vasca perché era tutto sudato: e il papà, zitto zitto, restò sul divano a leggere il giornale. Casi estremi, lo sappiamo. Ma ci offrono un segnale su quanta confusione ci sia intorno all’educare alle emozioni.

Evitare le intrusioni

Facciamo ancora una considerazione: è un dato osservato il fenomeno dell’analfabetismo emozionale delle giovani generazioni. Ragazzi che non sanno più dire che cosa provano; ragazzi depressi, scontenti, agitati, insoddisfatti, aggressivi, violenti, indocili, sensibili e teneri, paurosi, indecisi, possibilisti o indifferenti: ma che sanno dire di sé soltanto: «sono su... sono giù... sto male un casino... sono fuori»; hanno una parola per mille situazioni diverse e paiono non cercarne altre. Un bel guaio: per loro stessi, per la società e per il nostro futuro. Capitale emozionale sprecato e intelligenza emotiva a livelli quasi zero. Questo, d’accordo, è un ritratto del tutto esteriore, poiché, nel contesto giusto e quando sospettano che qualcuno li ascolti, essi parlano davvero: anche se su registri limitati.

Ma perché questa noncuranza a dire le emozioni? O sono figli a loro volta di analfabeti emozionali, i cui registri sono così limitati e ottusi da chiamare "amore" lo strazio di un diciassettenne che accoltella la compagna di scuola; perché non l’abbiamo aiutato a chiamare attrazione, simpatia, tentativi di approccio, tenerezza, bisogno di calore, richiesta di affetto, coraggioso esporsi, prove d’amare(3), ciò che provava per la ragazza? Perché vi abbiamo messo una simile etichetta definitiva come "amore", sicché lui ha dovuto sentirsi respinto, non provvisoriamente rifiutato?

Oppure, è la seconda possibilità, l’analfabetismo emozionale è la risposta trincerata e sofferta di un eccesso di intrusioni, di un continuo spiare e sapere, da parte degli adulti, «tutto su mio figlio», in modo che egli non rimanga per nulla e in alcun modo titolare delle proprie emozioni. Spianate, calcolate, previste, timbrate, e rispedite al mittente. Con in più, quel pizzico di dietrologia (lettura del pensiero) che riempie anche il "non so" dell’altro. «Perché non mi dici mai niente quando torni a casa da scuola? Che cosa avete fatto? Le altre mamme sanno tutto su cosa succede a scuola, perché tu rispondi a monosillabi? Con te non si può parlare...!», e via alle recriminazioni, che possono anche arrivare al cattivo gusto del: «E allora che madre sono per te? Non t’interessa parlare con me?».

Una madre che metteva davanti al figlio simili rimostranze, insieme agli spaghetti che gli aveva tenuti in caldo, non ricordava, ad esempio, il seguente episodio di molto, molto tempo prima. «Abbiamo preso una nota tutti, perché uno, mentre il maestro spiegava, ha gettato in alto il cancellino e ha rotto la lampadina, e siccome non è saltato fuori chi è stato, la nota l’abbiamo presa tutti». La madre notò l’imbarazzo del figlio e insinuò: «Quello del cancellino sei stato tu, lo sento». Il figlio disse di sì. E lei lo sommerse: per la sua vigliaccheria, per il non voler star fermo, per il suo disordine, per il volerle far fare brutta figura. Naturalmente non si aspettava di avere un figlio così. L’indomani mattina trascinò il figlio a scuola, perché chiedesse scusa davanti a tutti. E poiché sapeva già come mai il figlio avesse lanciato il cancellino, perse l’occasione di chiedergli perché. E gli rubò un pezzo di futuro.

Analfabeti perché figli di genitori che sanno troppo o hanno l’ansia di voler sapere troppo. Resta perciò sempre più urgente «imparare l’alfabeto dei nostri figli» e cioè educare le emozioni. Lasciamocelo insegnare dalla favola di un bambino di sette anni, una piccola creazione autentica intitolata: "Il merlo bianco". «Un giorno tutti i merli neri si misero assieme per fare una riunione. Una mattina un merlo bianco venne nella città dove i merli erano tutti neri; il merlo bianco chiese a un merlo nero dove si trovava, ma il merlo nero appena lo vide lo prese in giro dicendogli che era bianco come un latte; e subito lo andò a riferire agli altri merli».

Spontaneamente il bambino continuò la storia con una prima conclusione: «Ma un giorno il merlo bianco cadde dentro un camino e diventò nero come gli altri, si sposò, con tanti bambini, tutti belli neri».

Questa storia mi è stata donata, mentre lavoravo con il bambino per aiutarlo a superare i suoi problemi relazionali in classe. Apprezzai la fine della storia e solo in seguito gli chiesi se poteva immaginarne un’altra nella quale il povero merlo bianco non dovesse cadere in nessun camino nero. Ed ecco la seconda conclusione: «Alla fine una merla nera si innamorò di lui perché era bianco ed ebbero tanti bambini».

I merli neri rappresentano gli altri, il mondo, il potere; il merlo bianco vi si sente "precipitato", disorientato: chiede dove si trova. Forse fino ad allora non si era accorto di essere bianco. Ma il merlo nero che egli interroga non sta alla sua domanda: non lo prende sul serio, lo azzera nella sua richiesta; è colpito dal suo essere diverso, questo solo è un buon motivo per "prenderlo in giro", cioè rifiutarlo, marchiarlo: «È bianco come un latte». La diversità del colore delle penne è la sola e buona ragione per non prenderlo in considerazione se non come diverso, cioè non accettabile. La connivenza tra merli neri rafforza la loro identità di neri e fa ritenere logico ogni ostracismo.

La favola insegna

Che cosa può fare il merlo bianco? Appare sottinteso che non può volare altrove: è capitato lì e non può essere altrove. Prima conclusione: non può che rinunciare al suo diritto di essere bianco, deve mimetizzarsi, diventare come gli altri, a tutti i costi. A prezzo di una durissima "fuga dalla realtà": cadere dentro un camino, per magia. È l’attesa di un evento magico che azzera tutte le possibilità dell’io. Anche i "tanti bambini", i frutti del suo agire, sono costretti a camuffarsi. L’essere diverso è una colpa che non finirà mai di scontare.

Seconda conclusione: il merlo bianco conserva il suo diritto a essere bianco, non ha bisogno di camuffarsi: ha diritto all’amore, a essere unico. Anzi, il suo essere bianco diviene la ragione dell’amore. La piena cittadinanza presso i neri è costituita dal fatto che anche lui ha un nido e a questo punto non interessa più se i "bambini" sono bianchi o neri. Quella può essere veramente una patria perché nessuno è costretto a camuffarsi.

La favola ci ha fatto guadagnare una convinzione: c’è il momento in cui il bambino si sente titolare di una sua diversità e non sa se ciò che gli succede dentro succede anche agli altri: sarò solo io a sentire questi sentimenti? Sarò buono, se provo la voglia di strappare il disegno del mio compagno? Sarò come tutti gli altri? È qui che "ne va della vita": se il bambino si sente rispettato, se i suoi sentimenti non sono né azzerati, né timbrati, né enfatizzati o indovinati, allora potrà aver fiducia nella sua bussola interna e imparare l’arte impegnativa e grandemente soddisfacente dell’automonitoraggio delle proprie emozioni; imparerà ad accoglierle, chiamarle per nome, perfino, a sorriderci su; si potrà concedere l’orgoglio di sentirsi diverso e la gioia di sapersi uguale; se è rispettato, rispetterà sé stesso poiché si guarderà con l’empatia con cui è guardato; e a sua volta potrà prendere contatto con gli altri in modo empatico e allargare la propria e l’altrui umanità.

L’autore della favola è Paulo, un bambino adottato, dalla pelle nerissima. E siamo stupefatti (e grati) per la pienezza di sentimenti che egli ha calato in questa favola. Come a dire: «Prova tu, merlo bianco, a trovarti in un mondo di merli neri; prova a sentire quello che sento io e come si sta quando tu non sei un bambino così e così, ma soltanto uno che ha una pelle nera. Posso immaginarmi una soluzione diversa da quella della magia che mi fa diventare bianco? Sì, posso: se sono accompagnato. Se uno sta vicino a me e mi dice che ho il permesso di essere nero, anzi che non c’è proprio da meravigliarsi di essere neri. «Non me lo dice con le parole perché mi confermerei nella mia estraneità (equivarrebbe al: "non devi avere paura!"), che è molto più della mia naturale diversità.

Non me lo dice con la pietà perché mi inchioderebbe ai miei lamenti (equivarrebbe allo: "sfogati pure, tanto non cambia niente!"). Me lo dice perché mi ha messo sul sentiero dei suoi sentimenti e non ha preteso di cambiare i miei. Mi ha soltanto detto che a lui fanno un po’ pena i merli bianchi che devono cadere nei camini e mi ha dato il permesso d’inventare un’altra fine. Io ero molto molto contento».

Aver dato voce a Paulo, quasi sciupando la sua favola, ha messo in evidenza il vero compito educativo a proposito delle emozioni: che non è trastullarsi con esse, ma prenderle così sul serio da dare ad esse diritto di cittadinanza, a condizione che ci siano adulti capaci di rispetto e di parole sul proprio mondo emozionale.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
   

LA SENTENZA

QUANDO SI CHIEDE TROPPO

Il Tribunale di Roma ha dichiarato inammissibile la richiesta della signora Giovanna Rossi di modificare la sentenza con cui lo stesso giudice aveva dichiarato il divorzio (cessazione degli effetti civili del matrimonio) tra lei e Mario Bianchi e aveva condannato l’ormai ex marito a corrisponderle 50.000.000 di assegno divorzile, su accordo delle parti, in unica soluzione e non, come più di frequente accade, con assegno mensile.

La Corte di Appello di Roma ha respinto il reclamo svolto dalla ex moglie che tendeva alla revisione dell’accordo economico e anche la Corte di Cassazione ha confermato il rigetto (sentenza 126/01, della I Sez. civile), confermando così la sentenza di appello. Perché? La legge sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio prevede soltanto due ipotesi: 

  1. obbligo della somministrazione periodica di un assegno a favore di un coniuge stabilito dalla sentenza di divorzio a carico dell’altro;
  2. corresponsione di detto assegno in unica soluzione su accordo delle parti.

Solo riguardo alla prima ipotesi è possibile la revisione in aumento o in diminuzione, fino all’azzeramento dell’assegno, per effetto delle mutate condizioni economiche delle parti. Nella seconda ipotesi non può chiedersi, neppure per il peggioramento, la revisione per ottenere un’ulteriore somma.

La Corte di Cassazione ha osservato, in proposito, che la liquidazione una tantum per il coniuge più debole esaurisce, nell’unica soluzione, la potenziale fonte di altre pretese economiche, e seppure il giudice di merito abbia valutato erroneamente o incompletamente l’equità fra le parti, è contro la sentenza divorzile che andava svolto l’appello senza far trascorrere i tempi di formazione del giudicato.

Franca Pansini
(giudice di pace)

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