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L’ADOLESCENZA È DELICATA

Entrare in contatto con il mondo

di Eugenio Borgna
(psichiatra)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2001 - Home Page Nel bene e nel male, le emozioni radicalizzate e intensificate ci portano fuori dai confini del nostro io e ci fanno incontrare gli altri. In un orizzonte di conoscenze che non è quello della ragione ma del cuore.

Nel corso di queste mie riflessioni analizzerò il tema delle passioni che nascono nel contesto dell’adolescenza e in quello dell’età adulta; e questo nella famiglia e nella scuola come luoghi emblematici di incontri e di conflitto, fra l’una e l’altra età, che hanno così diversi ideali di realizzazione.

Le passioni, queste emozioni radicalizzate e intensificate, sono molteplici nelle loro connotazioni tematiche, ma l’elemento comune a ciascuna di esse è il fatto che, nel bene e nel male, esse ci portano fuori dai confini del nostro io e ci mettono in contatto, in risonanza, con il mondo delle persone e delle cose; in un orizzonte di conoscenza che non è quello relazionale (quello della ragione astratta e calcolante), ma quello emozionale (quello delle ragioni del cuore e dell’intuizione).

Questo tema, apparentemente teorico, ha anche in sé aspetti concreti: nella misura in cui riflettere sulle forme di espressione delle passioni in diverse età della vita consente di confrontarsi, nella famiglia e nella scuola, sulle reciproche ragioni di vita e sulle reciproche esigenze di vita.

Le passioni, le emozioni, i sentimenti, gli stati d’animo sono esperienze psicologiche, e umane che sconfinano le une nelle altre; benché ciascuna di esse abbia sue proprie articolazioni formali e tematiche.

Senza insabbiarmi in sofisticate e inutili discussioni etimologiche e semantiche, direi che le passioni possano essere definite come affetti vivissimi, e talora incandescenti, per una persona, o per una cosa, tali da influire in modalità diverse, ma in ogni caso non di rado determinanti, su pensieri, azioni e atteggiamenti di ciascuno di noi.

Conoscere, o cercare di conoscere, quali passioni in particolare abbiano a contrassegnare il mondo-della-vita adolescenziale significa avviarsi a comprenderne modelli di espressione e modelli di comportamento non di rado nascosti, o mascherati, e nondimeno radicalmente significativi. Non c’è bisogno di sottolineare come i diversi orizzonti di conoscenza e di appagamento esistenziale, che si delineano nell’adolescenza, non siano avvertiti nella loro (piena) significazione psicologica e umana, e siano così fraintesi, con conseguenze talora molto serie e comunque sempre dolorose. Come possono essere definite, sia pure nei loro aspetti essenziali, le passioni che si animano in questo mondo così camaleontico e così creativo come è quello dell’adolescenza?

Alcune figure emozionali, alcune passioni, si trasformano nel corso della vita mentre altre si mantengono intatte e significative al di là degli anni e delle esperienze.

L’adolescenza è l’età nella quale il tumulto e la crescita delle passioni hanno un timbro e una tipologia radicalmente originali: contrassegnate dall’immediatezza e dalla spontaneità delle esperienze. Non ci sono nondimeno solo passioni che esprimano speranza e abbiano in sé come caratteristica essenziale uno slancio nel futuro (nell’avvenire); perché anche nell’adolescenza possono essere presenti passioni ferite: la fascinazione per un passato, quello dell’infanzia, che non c’è più e che continua nondimeno ad agitare le coscienze adolescenziali; la passione per ideali che non hanno luoghi in cui radicarsi, e che sono utopie talora ugualmente necessarie e talora dolorosamente irrealizzabili; la passione per orizzonti immaginari e inafferrabili.

Nell’adolescenza, in particolare il distacco dall’infanzia, dalla improblematicità assoluta dell’infanzia non riesce facilmente e non sempre avviene senza lasciare ferite che non si cicatrizzano, oppure che si cicatrizzano solo in parte.

Vignetta.

In ogni caso, anche al di là delle torsioni neurotiche che può trascinare con sé, il problema della sessualità, della rielaborazione (Lempp, 1996) della sessualità assume un’ovvia (grande) importanza nella nascita e nella tematizzazione delle passioni: di alcune passioni incandescenti nella loro intensità e nel loro contenuto; e al problema della sessualità, alla sua mancata accettazione o alla sua deformata percezione, sembra ricondursi (ibidem), in particolare, la passione per i modi di essere, sempre più esili e più impalpabili, del proprio corpo: la passione per l’inconsistenza del proprio corpo. L’insorgere e il dilagare dei disturbi dell’alimentazione, delle anoressie e delle bulimie, che si sono manifestati in questi ultimi decenni con un’inattesa e sconvolgente frequenza, testimoniano di questa furiosa passione per la propria infanzia, e per il corpo che la contrassegnava; sulla scia di una nostalgia straziante di un’età sognata e perduta nella quale la sessualità si nascondeva (ibidem), inafferrabile, e sulla scia anche di una identificazione, immediatamente percepita, con i modelli dominanti, in particolare, di una femminilità incorporea che i grandi strumenti di comunicazione continuano instancabilmente a indicare come i soli idonei a sigillare la bellezza e la seduzione: trionfalizzate come i valori essenziali dell’esistenza.

Il salto profondo e radicale fra l’infanzia e l’adolescenza è, del resto, rappresentato dal fatto che in questa si delineano improvvisamente e vertiginosamente le grandi domande sul senso della vita e della morte: sul senso del vivere e del morire; e nascono i grandi ideali a cui consegnare un senso alla vita: un senso alto e luminoso che ne metta in fuga le penombre e le oscurità dilaganti. Ma queste domande, e questi ideali, si confrontano con le debolezze e le abitudini, con il silenzio e la lontananza (l’estraneità) del mondo degli adulti; e allora ne scaturisce, come risposta a domande che sembrano essere senza risposta, la ricerca della solitudine, la passione per la solitudine, il distacco dal mondo e dalle cose del mondo, e il ripiegamento nella propria interiorità.

Esigenza di assoluto

C’è solitudine e solitudine: la solitudine che fa sgorgare, e nutre, le risorse della propria anima; e la solitudine che corrode l’anima e la fa soffrire spianando la strada al richiamo enigmatico e fatale della morte volontaria. Conseguenza, questa, non infrequente della collisione insanabile fra le grandi passioni e i grandi ideali, che le riempiono di sé, e il silenzio e l’indifferenza delle cose e del mondo degli altri. Così, nell’accensione tumultuosa ed esaltante delle passioni adolescenziali, che fanno scoprire le dimensioni nuove e sconvolgenti dell’essere-nel-mondo, si nasconde il rischio della delusione e dello scacco fatale.

Le passioni, le diverse figure della passione, che si manifestano nell’adolescenza, sembrano radicalmente contrassegnate dalla loro irrevocabile intensità e dall’esigenza di assoluto che è in essere dalla loro ribellione agli schemi convenzionali della vita adulta, così frequentemente raggelata dal dilagare della ragione calcolante che tende a soffocare, e a rimuovere, le passioni e le emozioni; e dalla presenza in esse delle grandi tensioni alla umana solidarietà e alla generosità: agli slanci incontaminati del cuore.

Nell’adolescenza, del resto, ogni passione (ogni movimento emozionale) nasconde in sé il desiderio di contatto interpersonale, di relazione, che si confronta non di rado con il deserto, o almeno con il rischio, dell’indifferenza e della non partecipazione, della neutralità e della impermeabilizzazione da parte del mondo degli adulti: degli insegnanti ma anche dei genitori, che non hanno sempre una formazione psicologica ed emozionale tale da consentire di cogliere, o almeno di intravedere, le ragioni profonde di comportamenti e di vissuti decifrabili non con strumenti freddamente razionali ma, appunto, con il linguaggio delle emozioni (delle passioni).

Come dicevo, ci sono passioni deformate, e passioni indirizzate a mete insignificanti, ci sono passioni che deragliano lungo i binari distorti di una tossicodipendenza, ma ci si confronta con esse (le si cura) solo nel contesto di una preliminare comprensione delle cose.

In ogni adolescenza si costeggiano, così, come sempre accade nella vita quando alta sia la tensione delle emozioni e delle passioni, e arroventata ne sia l’espressione, gli abissi dell’angoscia e della disperazione: quelli delle contraddizioni e delle antinomie, della dissociazione e delle lacerazioni.

Ma in questi abissi di sofferenza e perdizione adolescenziali si scivola e si precipita nella misura in cui la temeraria risolutezza delle passioni e gli sconfinati orizzonti ideali, che in esse si manifestano, si abbiano a confrontare con l’inerzialità e l’indifferenza, l’apatia e l’opacità, delle risposte che gli adulti (le famiglie non sempre animate da dialogo e da ascolto, da immedesimazione e da comprensione emozionale, la realtà sociale e politica, i modelli di educazione e di formazione scolastiche con le loro rigidezze e la loro rinuncia alla decifrazione emozionale degli eventi, dei fallimenti scolastici e dei comportamenti problematici) tendono implacabilmente a delineare e a proporre.

Senza slittare in una trionfalizzazione inadeguata e assolutizzata di una forma di vita, quella adolescenziale, nei confronti di altre forme di vita, quella adulta in particolare, vorrei ribadire come non sia possibile non riconoscere all’adolescenza una più ampia e una più spontanea e immediata dimensione emozionale.

Nel vortice, e nel tumulto, delle passioni (delle esperienze emozionali), che si manifestano nell’adolescenza e che in essa si vengono sviluppando, si coglie una tensione particolare e comune (Borgna, 1999): costituita, dunque, dalla grande incandescenza e dalla rovente idealità che ho descritto. Al di là delle diverse aree tematiche delle passioni, al di là delle loro espressioni emozionali, e al di là anche della loro connotazione formale (realistica o utopica), le passioni nell’adolescenza hanno una radicale significazione esistenziale; e alla loro frustrazione, alla mancata loro realizzazione, non può non conseguire una condizione di angoscia e di sofferenza più o meno lacerante che sconfina talora in forme di patologia neurotica o psicotica.

Come non tenere presenti, allora, i significati psicologici e umani, creativi, talora in un orizzonte di senso esistenziale, delle passioni che, vissute in un contesto di esperienze assolute, non sono confrontabili con quelle, in genere, condizionate da eventi non solo interiori e che tendono a contrassegnare le passioni della vita adulta?

Come sono rivissute, in famiglia e a scuola, le passioni intense e talora brucianti, e frenetiche, che si agitano nella vita adolescenziale?

Quel che resta nell’età adulta

Ogni età della vita può essere rappresentata, come dice Romano Guardini in un suo libro bellissimo e struggente (Guardini, 1959), in circoli chiusi che si succedono l’uno all’altro e che hanno una loro propria fisionomia psicologica e umana, un suo proprio orizzonte di valore, come, del resto, ha sostenuto nel suo ultimo libro, forse unilaterale ma comunque affascinante, James Hillman (2000).

In ogni età della vita cambia il modo di vivere e di rispondere agli eventi esistenziali; cambia la risonanza interiore e la capacità di immedesimazione, dinanzi al destino degli altri-da-noi.

Non ha senso, certo, una trionfalizzazione generalizzata dei modi di sentire e di vivere nell’adolescenza, come non ha senso una contestazione critica improblematica dei modi di sentire e di vivere nell’età adulta. Ma mi sembra difficile sfuggire alla consapevole percezione che in questa le passioni (le emozioni) tendano a indebolirsi e a essere vissute come subalterne agli orizzonti razionali di vita: nel contesto di un’esistenza assediata, com’è quella adulta, dalla tecnica (Galimberti, 1999) e dai modelli individualistici (nel senso di quello che può essere definito (Lempp, 1996) il nostro quotidiano autismo) di condotta e di esperienza.

Nella forma di vita adulta le grandi passioni, le passioni ideali e le passioni dell’assoluto, che hanno nutrito di sé la vita dell’adolescenza, rischiano ogni volta d’essere divorate, come dicevo, dai modelli astratti e tecnologici di vita e, in particolare, dalla corrosione della speranza e dalla spontaneità che nel corso degli anni è accresciuta dalla routine e dall’adattarsi agli schemi convenzionali di un’esistenza giocata sulla linea della produttività e dell’efficienza.

Sono contrapposizioni forse troppo rigide queste, che mi sembrano nondimeno utili nel definire e nel contrassegnare alcuni degli aspetti decisivi ed emblematici del mondo adulto: trasformato non solo dal capovolgimento degli orizzonti di senso nei confronti, in particolare, dell’adolescenza, ma anche dalla spinta fatale all’individualismo e alla separatezza delle esperienze e delle forme di vita. A queste modificazioni nella vita emozionale, delle passioni (della loro ragione d’essere e del loro significato), non può non contribuire il fascino inarrestabile della tecnica e dei suoi idoli: il desiderio di ribalte sempre accese, la smania di decisioni rapide e trancianti, la smania di un’esteriorità che nel senso di Emmanuel Lévinas (1998) svuoti di senso la vita interiore, il distacco da ogni forma di contemplazione e di utopia, la difficoltà a tenere presenti i bisogni degli altri.

Ci sono, è vero, forme di vita adulta bruciate dalla passione per l’assoluto e dalla passione intemerata per i valori del sacrificio e della dedizione agli altri, che, emblemi di infinite altre esistenze, sconfiggono ogni generalizzazione e ogni convenzionalità in ordine alla banalizzazione e anonimizzazione delle passioni nei modelli di vita adulta. Come non ricordare le figure contemporanee, abbaglianti nel loro splendore umano ed emozionale animato dalla fede, di una Edith Stein (1962, 1985), e di una Simone Weil (1972, 1989, 1993, 1996), di un Dietrich Bonhoeffer (1964, 1969) e di un Oscar Romero (1981)?

Non posso nondimeno non risottolineare come in ogni vita adulta si colga, oggi, la tendenza fatale a cancellare le passioni, o a rivivere solo quelle che abbiano una forte, o almeno prevalente, connotazione individualistica: la passione che si nasconde nell’orgoglio, nell’ambizione, nell’ira, nell’alterigia, nell’impegno politico (oggi, del resto, declinante, come si sa), nella carriera, nella rovente ricerca di guadagni elevati. Ma, accanto a queste figure di una passione distorta e destituita di luce interiore, si delinea quella definibile come la passione dell’indifferenza: la non-passione dell’indifferenza e il deserto delle passioni e delle emozioni.

Immagini crude e desolate

La società, in cui viviamo (in cui vivono gli adulti), si sta rapidamente trasformando in una società autistica (insisto su questa definizione): facendoci smarrire il senso dell’umana solidarietà, la passione per la comunità di destino che ci dovrebbe unire al di là di ogni estrazione culturale e al dì là di ogni razza; e spegnendo in noi gli orizzonti di speranza e di condivisione, di comunicazione autentica e di reciproca disponibilità ad ascoltare il grido silenzioso delle anime ferite.

Se le cose stanno così, se il clima emozionale della vita sembra sottrarsi alle luci e alle ombre delle passioni radicali e dotate di senso, se l’indifferenza e i glaciali (egoistici) modelli di vita continuano a dilagare, com’è mai possibile sperare o illudersi che gli ideali dell’adolescenza e della (leopardiana) giovinezza siano decifrati, e siano accettati, nelle famiglie e nella scuola (queste due strutture portanti di ogni educazione e di ogni formazione psicologica e umana), nella loro significazione e nella loro trascendenza? Se il mondo degli adulti si confronta con le passioni adolescenziali senza cercare di intenderne il senso, magari mascherato e ambiguo, e avviandosi solo a recidere ogni comprensione e ogni identificazione motivazionale, l’isolamento e la rivolta, il dolore e la fuga, lo smarrimento e la disperazione ne saranno amplificati.

Sto insistendo su cose ovvie, ma è necessario (forse) ripeterle: di esse è piena la vita di ciascuno di noi. Nel deserto delle passioni, o nel vortice di passioni inautentiche, che rischiano di deformare la vita emozionale, degli adulti (in famiglia, certo, ma anche nei contesti scolastici), non può non inaridirsi il dialogo, il colloquio, fra genitori e figli, fra insegnanti e allievi, e non può non dilatarsi, e non può non crescere, la distanza fra gli uni e gli altri.

La mancanza di dialogo, e l’incapacità di ascoltare e di decifrare il senso delle passioni che dilagano nell’adolescenza, trascinano con sé disillusioni e frustrazioni dolorose, insicurezze e isolamento, aggressività e ribellione, passività e rinuncia agli studi e all’impegno.

Ogni cosa è connessa, del resto: come si fa a pensare che un adolescente possa sfuggire alla tentazione crudele della violenza quando (Lempp, 1996) i genitori trascorrono le serate davanti a televisioni ripiene di film di violenza e di alta distruttività?

Ancora: com’è possibile che, a scuola, si continui a prendere sul serio i soli risultati, i soli parametri, cognitivi (quelli, cioè, che misurano l’intelligenza e non quelli che hanno a che fare con la vita emozionale, con le passioni dell’anima, ancora più importanti ai fini della maturazione della personalità)?

Le infinite trasmissioni televisive fanno ricadere ossessivamente su chiunque le guardi, e sono soprattutto gli adulti, passioni gridate e mistificate, passioni svuotate di interiorità e di discrezione, passioni private di ogni orizzonte di senso e di ogni pausa di silenzio e di riflessione, passioni artificiali che contagiano i modi di vivere e di immaginare, di pensare e di agire.

Nell’espressione delle emozioni, delle passioni, c’è teatralità e non profondità: si ride continuamente, non si sorride mai, si ride e si piange insieme, non ci si addolora mai (il dolore nasce dal segreto, e nel segreto, dei cuori: nel silenzio), ci si confronta con la gioia e le sofferenze degli altri senza attenzione (non c’è ovviamente nulla dell’attenzione sulla quale ha scritto cose semplicemente straordinarie Simone Weil, come rilevabile nei suoi testi del 1972 e del 1989) e senza rispetto, senza tensioni.

Sembrano venire dall’altro mondo, ma è il mondo della sincerità e della nobiltà dell’anima, le parole forti e taglienti di Hugo von Hofmannsthal: «Nel pudore che vieta di parlare ad alcuno dei propri stati più intimi è un avvertimento dell’animo; in ogni confessione, in ogni descrizione s’insinua facilmente un travisamento, e le cose più delicate e indicibili decadono in un batter d’occhio a volgarità» (Hofmannsthal, 1980).

Ragione contro passione?

Le parole luminose e intrepide di Giacomo Leopardi nello Zibaldone (1973) colgono fino in fondo la dimensione psicologica e umana delle passioni e le loro radicali differenze nei confronti della ragione; e mi consentono di concludere questo mio discorso sulle passioni: sulle passioni, anche se arrischiate, che nascono e si agitano nell’adolescenza nelle loro luci e nelle loro ombre, ma comunque autentiche e sincere, e, sulle passioni divorate dalla ragione, e rinsecchite nelle loro fondazioni emozionali, come non di rado accade nell’età adulta, nelle famiglie e nelle scuole.

Così scrive Giacomo Leopardi: «Ma la ragione non è mai efficace come la passione. Sentite i filosofi. Bisogna fare che l’uomo si muova per la ragione, come, anzi più assai, che per la passione, anzi si muova per la sola ragione e dovere. Bubbole»; e ancora: «Non bisogna estinguer la passione con la ragione, ma convertir la ragione in passione; fare che il dovere, la virtù, l’eroismo diventino passioni» (ibidem).

Ma il discorso sfolgorante di Leopardi sa ben separare le passioni creative, quelle che sono portatrici di senso e di colloquio, da quelle che si chiudono in sé stesse e non si aprono agli altri.

Queste, dunque, le ultime parole che vorrei stralciare dallo Zibaldone (ibidem): «Ma quando la sola passione del mondo è l’egoismo, allora si ha ben ragione di gridare contro la passione. Ma come spegner l’egoismo colla ragione che n’è la nutrice, dissipando le illusioni? E senza ciò, l’uomo privo di passioni, non si muoverebbe per loro, ma neanche per la ragione, perché le cose son fatte così, e non si possono cambiare, ché la ragione non è forza viva né motrice, e l’uomo non farà altro che divenirne indolente, inattivo, immobile, indifferente, infingardo, com’è divenuto in grandissima parte».

La condizione umana, svuotata di passioni e di emozioni, si fa prigioniera, come nel discorso profetico di Giacomo Leopardi, di una ragione arida e totalmente disanimata.

Vorrei, così, che ciascuno di noi cogliesse nelle parole leopardiane l’invito a riconoscere, e a rispettare, il significato delle passioni nella vita: in quella adolescenziale in modo del tutto particolare.

Eugenio Borgna

  
BIBLIOGRAFIA

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