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SPORT: RITMO E CONOSCENZA

Per danzare il gioco della vita

di Emilia Costa
(docente di Psichiatria presso l’Università La Sapienza di Roma)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2001 - Home Page Il movimento, insito nella natura umana, accompagna l’uomo per tutta l’esistenza in un’alternanza di gesti, azioni, emozioni e in un’unità interattiva di mente, corpo e comportamenti.

Sovente il termine passione viene riferito al sacrificio di Cristo oppure alla passione amorosa caratterizzata per lo più da irrazionalità nell’ambito della vita affettiva; meno spesso viene usato come elemento caratteristico di un temperamento, come inclinazione e slancio con sentimento intenso verso la musica, la pittura, la scultura, il canto, la danza, gli sport, la cultura, la scienza, la stessa vita. Alle volte sembra che lo slancio vitale appassionato sia riprovevole mentre l’essere tiepidini lodevole.

Senza passione, che comporta slancio, ardore, motivazione, perseveranza, fiducia, è molto difficile raggiungere le diverse mete, nello sport in particolare, che comporta duro lavoro a cui oggi siamo meno propensi la passionalità serve molto. Ma non tutte le persone sanno da dove provenga l’amore per lo sport e che lo sport, oltre a favorire il benessere psicofisico, nasce da un’innata ritmicità, da un bisogno di movimento e di informazione-conoscenza che stanno alla base del divenire umano.

Nella società di oggi in cui anche lo sport viene commercializzato o "drogato", per ottenere denaro e successi non naturali, vale la pena osservare in chiave scientifica la naturalità delle passioni. Il solo tentare di definire il ritmo dal punto di vista lessicale è un compito impossibile. La stessa etimologia non porta grande aiuto. Che la voce ritmo venga dal greco rythmós e che rythmós derivi da rein – scorrere – è verosimile, tuttavia i dizionari ci ingannano quando descrivono rythmós come quella maniera di fluire che è propria delle onde del mare, in quanto in greco, entrambe le parole non vengono mai usate in riferimento al mare, ma la parola ritmo apparirebbe nella filosofia ionica, in particolare in Leucippo e Democrito, assumendo il senso di forma, precisamente la forma nell’istante quale essa è assunta da ciò che è in movimento, mobile, fluido, la forma improvvisata, momentanea, modificabile. Tutto cambia però con Platone, che crea un senso nuovo della parola ritmo. Nei suoi scritti, questo termine caratterizza i movimenti del corpo, che sono assoggettati ai numeri allo stesso modo dei suoni musicali: «il ritmo è ordine nel movimento» (Platone, Leggi, 665 a).

Potremo quindi parlare del ritmo di un’andatura, di una danza, di un canto, di una dizione, di un lavoro, di uno sport, di tutto ciò che suppone un’attività continua. Il concetto di ritmo non deriverebbe dunque da qualche esperienza della natura, bensì dall’organizzazione del movimento umano. L’etimologia ci rinvia alla psicologia. E una psicologia del ritmo deve partire dal ritmo delle attività umane. Dal tempo di Platone a oggi noi ne abbiamo esteso l’uso a tutti i fenomeni periodici.

Gli strumenti della scienza possono registrare ritmi di alta frequenza, la nostra memoria può registrare ritmi di bassa frequenza, come le fasi del giorno e della notte o quella delle stagioni. Esistono ritmi cosmici (mensili, annuali) che hanno una profonda ripercussione sulla nostra vita biologica e sociale, così come ne hanno una più evidente su tutti gli organismi viventi, vegetali e animali.

È ormai dimostrata l’esistenza di un’innata tendenza alla ritmicità, e i ritmi biologici quali i ritmi del polso, della temperatura, della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna, della respirazione, dell’attività cerebrale, delle secrezioni ormonali sono stati scientificamente descritti.

Inoltre i fenomeni bioperiodici a tutti i livelli di organizzazione hanno, salvo rare eccezioni, carattere ereditario; e le variazioni ritmiche di un certo numero di fattori ambientali, detti sincronizzatori o agenti di trascinamento, sono capaci di influenzare i ritmi biologici, come ad esempio l’alternanza luce-oscurità, oppure quelli di natura socio-ecologica, che negli esseri umani sembrano i più potenti, come attività, riposo, assunzione di cibo.

Ancora i ritmi motori spontanei, quali tempo e dondolamento, spesso sfuggono al controllo volontario, come il dondolamento del capo, del tronco, degli arti, che sono una forma di tempo motorio spontaneo.

I primi vocalizzi

I dondolamenti, che si notano in quasi tutti i bambini molto piccoli, possono essere interpretati come la regolazione di una tensione muscolare; essi permettono al bambino di acquisire un controllo dei movimenti e lo aiutano a riconoscere le sensazioni cinestesiche del proprio corpo: in seguito la pratica sportiva migliorerà le stesse funzioni. Wallon (Wallon H., Les origines du caractère chez l’énfant, Gallimere, Paris, 1970) ritiene che, in generale, i dondolamenti del bambino piccolo corrispondano a un profondo equilibrio tra le funzioni di relazione, che non sono ancora sviluppate o che sono represse, e l’attività posturale; infatti, le situazioni frustranti e/o le malattie, l’educazione rigida li fanno aumentare. Ed è noto che in ogni essere umano esiste un’esigenza di eccitazione, che genera un’impressione di benessere in cui il dondolamento si presenta come sorgente di soddisfazione primaria.

Le eccitazioni originate dal dondolamento sono per Wallon (ibidem) all’origine di giochi come l’altalena, le montagne russe, ma anche di molte danze, alcune delle quali sono protratte fino alla vertigine o all’estasi. Vi sarebbe in tal modo una continuità tra il dondolamento, certe forme di danza, certi giochi e in seguito con movimenti dello sport.

Senza avvedercene, siamo ritornati per altre vie a Platone e alla sua proposizione iniziale: il ritmo è ordine nel movimento. Infatti, in origine, l’uomo non dispone che del proprio corpo e della propria voce. Ed è proprio attraverso movimenti e vocalizzi che inizia a interagire nel mondo, a mandare i primi messaggi di presenza, le prime richieste di attenzione e cura. Pian piano il bambino inizia a guardare il mondo, a cercare, a essere curioso, a muoversi di più aumentando le condotte esplorative. L’uomo impiega i propri movimenti non solo nell’azione, ma anche per esprimere emozioni: gioia e tristezza, ansietà e allegria.

Gli etnologi hanno scoperto un’arte della danza presso tutti i popoli, e gli psicologi hanno osservato che in tutti i bambini verso i 18 mesi compaiono abbozzi di danza. Se la danza rappresenta allora, senza dubbio, la prima arte nel tempo, tuttavia sappiamo che essa è fin dall’origine associata al canto, e questo, a sua volta, è frutto del movimento degli organi della fonazione. Anche i movimenti degli arti sono d’altronde sorgenti sonore: battute di piedi, battute di mani rinforzate da un corredo di bracciali o di sonagli, o in seguito a impatti su strumenti a percussione. I vocaboli, che per primi i greci usarono per descrivere i ritmi, testimoniano dell’intima relazione delle arti temporali con il movimento e lo sport. Infatti, la distinzione fondamentale era tra ársis e thésis, slancio e appoggio, in relazione, cioè, con la lotta alternativa di tutti i nostri movimenti contro la pesantezza, a slanci sempre seguiti da ricadute, da appoggi che danno origine a nuovi slanci.

Nel contesto ritmico, non esiste una vera dicotomia tra contesto verbale e contesto gestuale, in quanto essi non sono mai stati veramente separati. Per dirla con P. Emmanuel, «il gesto verbale corrisponde al gesto fisico» (Le rythme d’Euripide à Debussy, Gallimere, 1926). In questo senso, il "gesto-parola" esprime la conoscenza sensibile e intellettiva che noi abbiamo acquisito, così che non siamo solo quello che facciamo (ritmo e movimento), ma anche quello che diciamo (parola). Ed è solo quando l’essere esprime il fare e il dire all’unisono, senza pericolose scissioni, che si raggiunge la forza e la pienezza. Infatti l’immagine del corpo con cui la mente rappresenta sé a sé stessa si costituisce come schema flessibile in continuo divenire, modulato dal movimento-conoscenza, in quanto ogni movimento distrugge e rinnova continuamente l’elaborazione dell’immagine corporea. E in questo senso lo sport è fondamentale per fare sviluppare forza, flessibilità, pienezza psicofisica e vincere le rigidità.

Reazioni motorie

Uno studio del movimento non può prescindere da una definizione dell’occasione a partire dalla quale esso si realizza, in rapporto alla situazione vissuta dall’organismo e al significato che esso riveste per questo organismo.

La motivazione è la forza che muove gli organismi e che sostiene tutte le condotte; essa rappresenta lo stato di tensione che mette in movimento l’organismo fino a quando questo non abbia ridotto la tensione e ristabilito l’equilibrio. Si tratta, cioè, di porre le reazioni motorie in rapporto a certe necessità di equilibrio, considerando come loro scopo quello di salvaguardare l’integrità e il benessere dell’organismo.

Senza addentrarci nell’argomento, potremmo distinguere innanzitutto delle reazioni motorie di tipo difensivo, in rapporto alla protezione dell’organismo verso le aggressioni (reazione di allarme, di fuga e di aggressione), da reazioni motorie di carattere appropriativo tendente all’assimilazione di un oggetto esterno: alimento, territorio, partner individuale, partner sociale. Ma l’esperienza ci mostra che questi due gruppi di movimenti sono ben lontani dal comprendere tutte le reazioni motorie.

L’organismo, anche se in equilibrio immediato con il suo ambiente, non è mai a riposo ed è sempre sede di un’attività intrinseca. L’accumulazione di tensione al livello dei neuroni motori rappresenta un vero bisogno di movimenti come, d’altra parte, l’accumulazione di tensione a livello delle strutture percettive si traduce in un vero bisogno di informazione.

Possiamo dunque distinguere altre due categorie di movimenti: i movimenti non specifici corrispondenti al bisogno di movimento, che si esprimono con una motricità che ha unico fine in sé stessa; le condotte esploratrici, che esprimono i bisogni di stimolazione, di informazione-conoscenza.

Il carattere umano del movimento si manifesta fin dall’inizio dell’evoluzione ontogenetica. Da una parte, le attività motorie sono sempre in rapporto con una motivazione, perdono il loro carattere istintivo e l’esecuzione motoria può accomodarsi più finemente alla situazione; la plasticità del movimento diventa notevole e gli schemi motori riducono la loro incidenza.

D’altra parte, le motivazioni primarie e organiche sono modificate dalle influenze culturali e sociali. E queste, a loro volta, sono condizionate dall’arricchimento delle zone di associazione del cervello, le quali arrivano a maturazione per ultime e sono caratterizzate da una plasticità estrema, risultante da una forma di specializzazione che può essere rimessa in discussione a ogni momento, soprattutto nell’individuo giovane. Questa tendenza alla condizione di giovinezza ontogenetica rappresenta la base anatomica della notevole plasticità di accomodazione che caratterizza il movimento umano. L’estensione delle zone di associazione, che nell’uomo rappresenta il 30% della superficie encefalica, e la conservazione della loro plasticità permettono all’essere umano, a differenza degli animali, di sfuggire ai comportamenti stereotipi o istintivi, dandogli la possibilità di una condotta indeterminata da inventare.

L’estensione delle zone di associazione della corteccia rappresenta l’elemento determinante della presa di coscienza e dello sviluppo dell’intelligenza. Questo strumento superiore di controllo dota il sistema nervoso umano di un dispositivo capace di operare una scelta tra le attività da inibire e quelle da compiere.

Vignetta.

Segni di relazione

Il comportamento diventa nell’uomo l’aspetto intenzionale della condotta. In altri termini, nell’essere umano è il pensiero che dà la sua struttura all’attività motoria stessa. In questo senso se noi non pensiamo e ci rendiamo conto e non veniamo educati alla grande importanza dello sport nell’equilibrio della salute, in tutte le età della vita, sarà difficile che lo pratichiamo e lo amiamo.

L’essere umano dispone del suo corpo non soltanto per reagire, ma anche per agire ed esprimersi in presenza di situazioni diverse a cui deve adattarsi. Infatti, se i movimenti possono essere compresi in rapporto a un modo di relazione con un ambiente, essi esprimono tuttavia una certa maniera di essere della personalità in situazione e sono rivelatori delle emozioni e dei sentimenti che questa prova. Il carattere espressivo del movimento ci conduce direttamente alla persona e non a un obiettivo esterno da raggiungere. In questa ottica esso non è considerato sotto il suo aspetto transitivo, cioè in funzione della sua efficacia rispetto alla padronanza dell’oggetto, ma come un segno attraverso il quale traspare una soggettività.

Esprimendosi mediante i propri movimenti, gli esseri viventi si rivelano come soggetti in relazione a un mondo di oggetti e di persone senza che inizialmente vi sia alcuna intenzione o mira cosciente. La prima espressione è una spontanea manifestazione del dinamismo dell’organismo che vive la sua presenza nel mondo. La parola "emozione" significa letteralmente «muovere fuori», oppure «sgorgare», mentre la parola "espressione" significa letteralmente che nell’uomo qualche cosa preme per uscire e quindi si muove: è noto come stimoli piacevoli diano origine a un’emozione del protoplasma dal centro alla periferia. Invece gli stimoli spiacevoli danno origine a un’emozione, o più correttamente a una rimozione del protoplasma dalla periferia verso il centro dell’organismo.

Queste due correnti fondamentali della corrente plasmatica biofisica corrispondono ora ai due affetti fondamentali dell’apparato psichico, cioè al piacere e all’angoscia.

Ma il movimento del corpo dell’essere umano si svolge sotto lo sguardo altrui, esso non esiste che mediante un altro essere espressivo che l’accoglie e l’interpreta. L’espressione, allora, non è semplice manifestazione di una soggettività, ma diventa espressione per altri. Il corpo, con i suoi movimenti e con i suoi atteggiamenti, è lo strumento attraverso il quale noi ci mostriamo agli altri; esso riveste dunque un’importanza primordiale nella relazione con le persone, poiché ogni manifestazione dell’esistere è sempre sostenuta dal corpo. In questo senso lo sport, facilitando l’espressione delle emozioni, diventa non solo fonte di benessere ma anche di cura e in alcuni casi anche di vera e propria terapia.

La possibilità di esercitare la padronanza sul mondo è, per l’uomo, il frutto di una battaglia continua. L’immaturità prolungata del suo sistema nervoso e il ritardo dell’attivazione dei suoi centri di associazione lo rendono dipendente dal suo ambiente, in particolare da quello umano, senza il quale non potrebbe sopravvivere. L’unità della persona e dei suoi movimenti nell’ambiente non costituisce quindi un dato, ma si conquista e non è mai del tutto realizzata. La "transitività", ovvero l’efficacia del movimento volontario, non è la caratteristica prima del movimento umano. Ma nel periodo in cui questi atti non sono ancora in grado di dare un’autosufficienza al bambino, questi dispone di un’altra fonte di efficacia, i primi gesti di espressione. Questi gesti, talvolta incoercibili, che esprimono i bisogni primari del fanciullo, rappresentano altrettanti segni per l’ambiente circostante, del quale essi vorrebbero provocare l’intervento benefico.

Inizialmente il neonato oscilla tra uno stato di insoddisfazione e uno di tranquillità, paralleli alle reazioni toniche vaso-motorie e motorie manifestate. Si vedono alternarsi, in stato di bisogno, scariche toniche massicce con un’agitazione motoria scoordinata e, a bisogno soddisfatto, un abbassamento del tono muscolare.

Come è stato sottolineato da Wallon, fin dalla nascita il dialogo del fanciullo con il mondo si effettua attraverso le relazioni tonico-emotive congiuntamente all’attività digestiva e respiratoria. Il bambino vive in un circolo tonico chiuso, in cui predominano le reazioni automatiche e dal quale egli esce mediante scariche toniche reazionali (movimenti indiscriminati) o fasi di rilassamento relativo (sonno).

Tutta una serie di importanti studi, realizzati da Charlotte Buhier, René Spitz e da Wallon, ha mostrato lo stretto legame esistente, a questo stadio, tra la funzione tonica e il bisogno e l’importanza delle variazioni del tono come modo di espressione spontanea delle emozioni primarie. Il tono gioca da una parte un ruolo preponderante nella presa di coscienza del Sé e della distinzione dell’Io e dell’altro. D’altra parte, è sulla base di un’equilibrazione del tono che si potrà sviluppare la funzione transitiva del movimento. Da tutti gli studi emerge che più l’universo del piccolo sarà ricco di stimolazioni cutanee, migliori saranno le sue possibilità di adattamento emotivo alle situazioni nuove. Infatti, rispetto ai bambini che beneficiano di carezze, i bambini frustrati presentano, oltre a una maggiore timidezza, un notevole rallentamento dello sviluppo ponderale e osseo e una minore resistenza allo stress.

Giova ricordare come l’espressione emotiva sia innanzitutto un appello spontaneo del bambino al suo ambiente sotto l’impulso dei suoi bisogni, ma ben presto l’atteggiamento altrui, e particolarmente quello della madre, avrà un’influenza sul senso delle manifestazioni espressive, che diventeranno sempre più specifiche.

All’inizio della vita, infatti, riflessi ed emozioni non fanno che brancolare verso il primo oggetto, il seno materno. Poco per volta questa primitiva relazione oggettuale si complica, sotto forma di schemi intenzionali di "reazioni circolari secondarie", in cui la visione e l’apprensione tendono a rimpiazzare l’avidità labio-buccale, mentre gli stimoli sono attivamente ricercati e non solo passivamente vissuti. A partire da questo stato oggettuale, il bambino diventerà estremamente sensibile ai segnali di approvazione e di diniego espressi dalla madre; in questa fase la madre ha anche il ruolo di un oggetto rassicurante.

Tutto quanto detto sopra mi permette di evidenziare la relazione esistente tra sviluppo fisico, affettivo-conoscitivo-intellettivo, ovvero tra il corpo di carne e il corpo simbolico, e come lo si sviluppa grazie a questa possibilità di assumere e comprendere una serie inesauribile di atteggiamenti che permettono lo scambio inter-umano.

Le esperienze vissute dal soggetto nelle sue relazioni con l’ambiente umano, secondo il carattere empatico o regressivo di quest’ultimo, hanno una considerevole influenza sul livello naturale dell’espressione del movimento e della conoscenza e in particolare sull’atteggiamento corporeo e sulla gestualità nei suoi rapporti con la personalità globale.

Vorrei anche sottolineare che l’espressione corporea sarà tanto più disinvolta e flessibile quanto più il corpo sarà in armonia con il suo ambiente, e questo dipenderà molto dall’educazione e dall’amore per lo sport e dalla pratica dello sport più idoneo alla personalità del soggetto.

La pratica sportiva

Come abbiamo visto, nello sviluppo, l’espressione è anteriore all’attività transitiva e tutta la motricità nel neonato è fatta delle variazioni toniche legate agli affetti primari. La relazione con gli altri si esprime sul piano psicologico con impressioni soggettive di simpatia, di antipatia, sul piano fisiologico con modificazioni toniche. Tono e psichismo sono dunque legati e rappresentano due aspetti di una stessa funzione. La concezione di questa unità fondamentale psicosomatica ci permette di comprendere che non vi è emozione senza una certa espressione somatica tonica. Le variazioni di tono posturale, e di conseguenza i movimenti, si trovano dunque in un rapporto di interdipendenza rispetto alle reazioni psichiche o ai conflitti, all’ansia o angoscia del soggetto. Si giunge così alla nozione di identità funzionale tra gli atteggiamenti muscolari e caratteriali, suscettibili di influenzarsi o di rimpiazzarsi reciprocamente.

È all’insaputa del soggetto che la sua muscolatura striata diventa sede di spasmi permanenti che costituiscono la sua impalcatura muscolare. La rigidezza muscolare rappresenta la parte essenziale della rimozione e non il risultato o l’accompagnamento di questa rimozione.

È comunque ormai ben nota l’interrelazione tra tutti i sistemi e apparati dell’organismo e l’ambiente naturale e culturale; correlazione meno nota, anche se non meno importante, è quella tra tono muscolare profondo, emozione profonda e psichismo.

In pratica i vari sports, secondo le loro peculiari caratteristiche, attivando il ritmo nel movimento, smorzano le rigidità caratteriali favorendo allegria e conoscenza. Inoltre sviluppano la forza e la resistenza muscolare e il controllo nervoso della funzione muscolare e del tono muscolare profondo, regolando anche le funzioni e la vitalità dei vari organi interni. In sintesi lo sport rende maggiormente flessibile l’unità corpo-mente, promuovendo quindi benessere e armonia psicofisica. Ad esempio il nuoto, uno degli sport più completi, oltre a mettere in moto tutti i muscoli, regola il ritmo della respirazione e il ritmo cardiaco producendo serenità interiore e riequilibra o equilibra meglio tutte le funzioni corporee. È infatti noto come il controllo dei sistemi respiratorio e circolatorio sia un fenomeno di natura complessa e di difficile esecuzione, ma di grande equilibrio per la salute.

Il golf, sport anch’esso molto completo, oltre che modulare i vari assetti corporei, chiedendo particolare attenzione, concentrazione e distensione per l’efficacia dei colpi, facilita il rilassamento fisico e la distensione mentale. E così via, ogni sport, come ogni soggetto, ha le proprie peculiarità che si cercano e si incontrano sul terreno di predilezione per danzare il gioco della competizione, dove ragione e sentimento si intrecciano di passionalità.

Emilia Costa

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