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SOCIETÀ & FAMIGLIA - LE TROPPE CONTRADDIZIONI DELLA 
POLITICA DI OGGI

Niente più che scaldi davvero

di Beppe Del Colle
    

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2001 - Home Page Delusioni e inganni, scandali e ingiustizie hanno alimentato la disaffezione verso il diritto di voto, che è fondamentale in una democrazia. Ne va di mezzo la responsabilità che i cittadini devono esercitare.

La generazione dei figli dei baby-boomers (i nati fra il 1946 e il 1964) si è affacciata alla ribalta sociale, parlando ovviamente in generale, come un inedito fenomeno di rifiuto di tutto ciò che costituisce il passato, dall’etica ai modi della comunicazione, ai comportamenti pratici: l’uso del denaro, che può essere abbondante come scarico di coscienza di genitori attivi nella società, ma "assenti" in famiglia, l’esercizio del sesso, il disinteresse per la politica (diventata un oggetto sconosciuto, indesiderato, talvolta disprezzato).

È un fenomeno che si riscontra soprattutto nei figli delle classi agiate e nelle grandi città, particolarmente nel Nord e nelle aree a maggiore diffusione del benessere, dove si registra la caduta dell’interesse per gli studi superiori, a dispetto del gran parlare da parte dei politici sulla necessità di professionalizzare sempre di più la preparazione scolastica al lavoro: quando a sedici anni si trova facilmente occupazione e a diciotto si è già in grado di comprarsi la macchina con i soldi guadagnati personalmente, perché mai continuare a studiare?

Ma questo è ancora facile da capire. Quasi impossibile è invece capire perché mai tanti ragazzi e ragazze fra i sedici e i diciotto anni, ai quali in apparenza non manca nulla, si trasformino in violenti di strada, aggrediscano persone anziane, formino vere e proprie gang per punire quelli che sgarrano. (Per non parlare della furia omicida contro padri e madri troppo severi, da Padova a Novi Ligure). E che dire, infine, delle migliaia di giovani che stanno distruggendo con i loro comportamenti da teppisti l’antico, innocente, innocuo sfogo della passione sportiva nel tifo degli stadi di calcio?

Dal quadro emerge un’impressione devastante di gelo. Questi ragazzi "che hanno tutto" in realtà non sembrano aver nulla che richiami il senso e il contenuto di una passione autentica, che richiede partecipazione, donazione incondizionata di sé, anche sofferenza, rifiuto di ogni calcolo, sopportazione di sacrifici, di offese, di rinunce in nome di qualche ideale, di qualche "principio superiore", religioso o laico: la giustizia, l’amore del prossimo, la condivisione.

Fra tutte le passioni che sembrano inaridite nella società italiana di oggi, spicca quella per la politica. Qui la differenza fra giovani e adulti di mezza età (nei più anziani le antiche appartenenze, le emozioni delle passate lotte ideologiche agiscono ancora) si stempera e diminuisce. All’indifferenza congenita dei ragazzi si unisce infatti il rifiuto più motivato dei delusi, di quanti pensano di «averne viste troppe» e non si fidano più dei politici.

La spia più sicura di questo fenomeno è il crescente astensionismo elettorale. Va da sé che non si tratta di un fenomeno difficile da capire: dopo Tangentopoli l’uomo politico è visto più come un professionista del crimine legalizzato, geneticamente dedito a "rubare", cioè ad approfittare del potere per il proprio interesse materiale. E anche se si stenta ad afferrarne tutta la carica distruttiva, data l’efficacia propagandistica di certi messaggi che arrivano da una determinata parte politica, la stessa ondata garantista nei confronti di comportamenti che il codice definisce tuttora reati (come il falso in bilancio, utilizzato nel recente passato e forse anche oggi come strumento per stivare da qualche parte somme di denaro per finanziare illecitamente questo o quel partito e ottenerne i favori) contribuisce non poco ad alimentare il sospetto che fra politica e affari il connubio sia comunque sporco e fatalmente ineliminabile.

Un declino annunciato

Il declino della passione politica ha naturalmente anche ragioni più serie e più fondate della semplice condanna moralistica, che ha il difetto di tutti i moralismi: fa di ogni erba un fascio, non percepisce il dovere di esercitare un retto giudizio sui gesti, le parole, le idee, i programmi, le intenzioni, il passato, la provenienza etico-sociale, la cultura, con cui tanti uomini e tante donne si dedicano ancora alla politica, che rimane la più alta forma di carità civile.

Fra le ragioni più serie e più fondate di quel declino figura il diminuito raggio di influenza e di decisione delle politiche nazionali rispetto a una governance complessiva e globalizzata dei rapporti economici, sociali, e quindi in senso lato politici, nel mondo di oggi. Non mancano gli esempi: le promesse elettorali di drastica riduzione del peso fiscale sulle persone e sulle imprese hanno suscitato le immediate riserve delle autorità europee, che pongono in primo piano – alla vigilia dell’ormai imminente entrata in vigore della moneta unica – la stretta osservanza delle compatibilità fra tutti i sistemi economici, finanziari e produttivi dei singoli Paesi dell’unione.

Nessuno può sgarrare e, dunque, che senso ha appassionarsi ancora per una lotta politica le cui poste si riducono progressivamente, fino a far sparire le differenze fra programmi e idee e a portare alla ribalta soltanto le simpatie personali per questo o quel candidato, il più bello o il più ricco?

C’è infine, nell’Italia di oggi, la tendenza a considerarci tanto simili all’America anche nella politica, e quindi già perfetti "bipolaristi", quando sono ancora tutt’altro che inaridite le nostre ataviche abitudini pubbliche e private ai particolarismi. Un "bipolarismo" e un sistema elettorale maggioritario, che consente di restare sulla scena a più di quaranta partiti, sono una contraddizione in termini: e questo non aiuta ad alimentare una passione per la politica che, avendo nominalmente in competizione troppi oggetti di desiderio, finisce per non averne più nessuno che scaldi davvero il cuore.

Beppe Del Colle

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