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TRA PASSATO E PRESENTE

I tratti del sogno paterno

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(pedagogisti)
            

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 2001 - Home Page Dal tempo di inizio a quello di fine c’è lo spazio per ridisegnare i particolari di un figlio reale che si ricollega direttamente al proprio genitore in carne e ossa.

Agli inizi della cultura occidentale troviamo il sogno di un padre per il figlio. Nel famoso sesto libro dell’Iliade mentre continua la battaglia tra Greci e Troiani, Ettore ritorna a Troia e, alle porte Scee, incontra la sposa Andromaca e il figlioletto Astianatte: baciò il caro figlio, lo sollevò fra le braccia, e disse, supplicando Zeus e gli altri numi: «Zeus, e voi numi tutti, fate che cresca questo mio figlio, così come io sono, distinto fra i Teucri, così gagliardo di forze, e regni su Ilio sovrano; e un giorno dica qualcuno: è molto più forte del padre! quando verrà dalla lotta. Porti egli le spoglie cruente del nemico abbattuto, goda in cuore la madre!».

«Dopo che disse così, mise in braccio alla sposa il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso, sorridendo fra il pianto»(1).

Il sogno che il figlio si distingua tra i Teucri sia per la forza del guerriero che per la sapienza del sovrano è un sogno che anche i genitori di oggi non farebbero fatica a capire. E perché il sogno sia tradotto in termini moderni basta non farsi prendere la mano dalle diversità che per prime ci vengono incontro in questa come in ogni situazione.

Una mattina il mio nipotino era in attesa d’essere accompagnato alla scuola materna e si aggirava attorno al mio computer; anticipando la sua mossa, gli ho proibito di accenderlo e ho ricevuto una strabiliante risposta, detta con volto truce e con fare ingiurioso: «Glielo!!». «Che cosa?», ho chiesto, cercando di capire se in questa parola venisse in luce una delle sue classiche incompetenze linguistiche… Niente di tutto questo! Più tardi ho saputo da mia figlia che la parola fa parte del nuovo slang linguistico della scuola materna che frequenta, e il significato è: «Brutto e cattivo, glielo dico alla maestra!».

Ciò che mi sembrava incomprensibile è stato immediatamente ridotto al noto! Allo stesso modo il sogno di un principe troiano potrebbe essere rapidamente tradotto nel sogno di un Ettore ragioniere di banca dei nostri giorni: «vorrei che mio figlio fosse gagliardo nello sport, che avesse un fisico più prestante del mio (magari senza essere un palestrato); vorrei che fosse un maschio sano, non importa che sia particolarmente bello, purché fisicamente sano»(2). La "saggezza del sovrano" che Ettore si augura per Astianatte non sarebbe difficile da tradurre nella riuscita scolastica che assilla tutti i genitori moderni. Da quando la scuola promette la vendita di scienza, ogni padre spera che il figlio superi l’esame scolastico correlando all’istante il successo scolastico con il successo nella vita ed equiparando con faciloneria, nel suo sogno di padre che solleva il figlio fra le braccia, la scienza con la sapienza (che certamente non ha un luogo dove si acquisti e con relativo attestato).

Forzando un poco il testo (e pensando che Omero non sia attento al gioco della proiezione freudiana per cui il desiderio del padre è qui proiettato sul figlio) Ettore capisce che Astianatte stando stretto al «seno odoroso» della madre potrebbe imparare la lezione del desiderio e della virilità: ogni sciupafemmine non conosce le tracce di un seno odoroso? E siamo al terzo ideale che il nostro Ettore bancario potrebbe avere per il figlio; soprattutto nel clima di una condizione maschile, che ha perso la tradizionale supremazia, il sogno di superiorità che per Ettore troiano era scontato, potrebbe avere oggi una sottolineatura veramente nuova (o forse ancora no, se interpretiamo in chiave forzatamente moderna la rivolta di Lisistrata e delle mogli greche contro i loro uomini).

Mi siano permesse altre annotazioni sulla modernità omerica del passo che abbiamo posto all’inizio dell’immaginario paterno di figlio perfetto nella nostra cultura occidentale.

Leggere in chiave moderna anche l’antico omerico progetto paterno esige una valutazione positiva del sé genitoriale evitando qualsiasi atto compensatorio che pone pesi insopportabili sulle spalle della prole a lungo desiderata.

Quando in seconda media incontrai l’Iliade in classe c’era il partito di Achille e il partito di Ettore; io ero tra questi ultimi e dissi, a difesa del mio eroe, che Achille non si sarebbe mai tolto l’elmo davanti ai pianti di un bambino! I versi che immediatamente precedono quelli che abbiamo riportato ci descrivono infatti un padre che tende le braccia al figlioletto che non lo riconosce perché indossa l’elmo e l’armatura; Ettore è qui un padre moderno che, si direbbe oggi, ha accolto e conosce la sua parte femminile e così, ben lungi dall’insistere nel far paura al figlio per avvezzarlo a essere uomo, «si tolse l’elmo di testa e lo posò scintillante per terra».

Ancora un tratto del moderno padre esiste in questa scrittura omerica dell’VIII secolo a.C. Ettore sogna per il figlio un avvenire aperto, un avvenire più grande del suo. Ogni padre spera di conoscere qualcosa di nuovo attraverso il figlio e, anche se lui non ci sarà più, spera che «un giorno dica qualcuno: è molto più forte del padre!». L’impulso a eternizzarsi attraverso la discendenza è un impulso originario connesso alla genitorialità, ma qui c’è di più: c’è già la speranza tutta moderna del progresso, che i figli siano migliori dei padri. Da qui deriva uno sguardo tutto particolare verso i figli maschi, anche se poi, nel breve periodo, i figli sembrano realizzarlo poco o niente. E, naturalmente, vi si legge uno sbilanciamento culturale a favore del figlio maschio, cui viene delegato il potere di continuare il nome, tener alto l’onore familiare e proteggere le donne. Questo miglioramento del figlio sognato è sulla stessa linea del figlio "perfetto", somma ed espressione dei miglioramenti possibili.

Oggi, dopo la lezione freudiana, possiamo leggere in chiave assolutamente moderna anche quella consapevolezza di sé e del proprio valore da cui parte il sogno di Ettore: «…cresca questo mio figlio, così come io sono, distinto…».

Il sogno che ogni padre fa sul proprio figlio perché sia un sogno che abbia ricadute positive dev’essere un sogno che parte da una valutazione positiva di sé. Più il padre non ha stima di sé o non si sente realizzato compiutamente o si sente addirittura deprezzato, più farà un sogno compensatorio sul figlio e metterà sulle spalle di quest’ultimo l’onere di provare, attraverso la sua riuscita, che lui è un bravo genitore. A volte la riuscita non è nemmeno aperta e indeterminata ma è già la gabbia di una particolare riuscita: il padre infermiere che "impone" al figlio di diventare medico, il padre che non ha condotto a termine una carriera sportiva iniziata brillantemente che impone al figlio di completarla in sé. Anche il genitore che dall’esterno sembra riuscito potrebbe innescare questo tipo controproducente di sottolineatura del suo sogno per il figlio come contropartita necessaria per essere riconosciuto (come dicevamo su questa rivista nel "Genitore ingombrante", n. 3, 1997).

Ma c’è in Ettore anche un tratto assolutamente non moderno che, almeno statisticamente, non è presente nel padre moderno: l’aspetto radicalmente precario dello sviluppo che fa dire a Ettore: «Zeus, e voi numi tutti, fate che…». Cioè, egli si appella agli dei come a forze estranee, magiche, che lo possano sostenere. Non intendiamo certo affermare che i moderni non abbiano presente l’angoscia di vivere, il peso e la precarietà dell’esistere, intendiamo invece sottolineare che, in chiave educativa, sono tanti e tali i consigli e le tecniche di programmazione educativa che un padre, e in generale la coppia, possono fare il sogno di non commettere errori.

Opere di programmazione, che nell’immaginario comune dipendono dalla coppia, sono: "fare" un figlio, quando farlo, come educarlo. E i primi due passi, con tutto l’investimento che costano, sembrano sostenere la continuità con lo sviluppo neonatale almeno del bambino (il figlio adolescente romperà questa illusione mandando in crisi il teorema che sembra sorreggere le numerose richieste di scuole per genitori sull’onda del diventare genitori "perfetti", con buona pace di quanto afferma Bettelheim in un suo famoso libro)(3).

La parabola evangelica

Se poniamo Omero al momento alfa della nostra cultura potremmo porre il messaggio evangelico del padre buono al momento omega, rivalutandone tutto il potere escatologico.

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: "Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta". E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora rientrò in sé stesso e disse: "Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni". Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. E cominciarono a far festa» (Lc 15,11-24).

Il sogno di perfezione che qui il padre nutre per il figlio è improntato a un modello che si sottrae al gioco delle varianti che la nostra (e ogni) cultura attribuisce al figlio. Il figlio sognato ha due caratteristiche: è profondamente sé stesso; è libero eppure legato al padre in una comune radice, è amato oltre i dubbi della ragionevolezza.

La prima caratteristica è quella più largamente accolta dal nostro clima postmoderno. Contro ogni immagine medievale di padre padrone, il manifesto della modernità potrebbe allora essere: «figlio, divieni ciò che sei!». E quando ciò non cade nello stravolgimento del relativismo, il padre ha un rispetto per il figlio come altro da sé di grande efficacia educativa. Possiamo ritrovarlo (a parole s’intende) perfino nella tradizione ebraica della benedizione che i genitori pronunciano sul figlio il giorno in cui per la legge ebraica diviene adulto (a 13 anni). È la benedizione del Bar Miswah: «Figlio, qualsiasi cosa accadrà nella tua vita, sia che tu abbia successo o no, sia che tu divenga importante o no, che tu abbia salute o no, ricordati sempre quanto tua madre e io ti amiamo».

L'incontro con il padre del Figliol prodigo in una illustrazione di Stepan Zavrel.
L’incontro con il padre del Figliol prodigo in una illustrazione di Stepan Zavrel.

Invece lo stravolgimento relativistico è più frequente, almeno in una gradevole formulazione che passa per un corollario del termine "tolleranza". Lo stravolgimento relativistico mi colpì nella sua forma estrema in studio: una madre, psicologicamente molto provata, ci aveva chiesto una consulenza per l’educazione del figlio unico di cinque anni. Il bambino, tra le altre cose, s’impadroniva talvolta delle bambole della cuginetta coetanea e sembrava preferirle a giochi di genere tradizionalmente più consoni ai maschi; il padre, che a dire di questa donna, era quello più preoccupato, non si presentò alla seduta e la madre, con aria da gran dama moderna, mi confidò: «Certo, per quanto mi riguarda, Alessio può anche diventare gay, io non ho certo preclusioni di questo genere!».

Provai una pietà tale per questo bambino che dovetti sospendere per un attimo la seduta: lo vedevo tra un papà che aveva un sogno rigido e una madre che, pur di trovare la sua affermazione contro il marito, era perfino in grado di accondiscendere anticipatamente a un sogno contro la "reale" crescita del figlio e la trasmissione della vita.

Nella parabola, il sogno che il padre ha per il figlio minore sviluppa però anche la seconda caratteristica: il padre non lascia andare il figlio perché "dubita" della sua casa e della solidità dei propri principi. Lo lascia andare perché ama la libertà del figlio più dell’affermazione dei propri principi di padre. Ma a questi principi crede e da essi trae la speranza che lo induce a scrutare ogni giorno l’orizzonte, così che «quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Ecco allora la seconda parte dell’immaginario di figlio che ci propone la parabola: questo padre "fallito"(4) continua a sognare il figlio perfetto, quello che torna sui propri passi. E il padre ne vede il "ritorno" anche quando i motivi del ritorno sono tutt’altro che perfetti; infatti il figlio è ancora "lontano" quando torna per il puro motivo della fame; il figlio è ancora lontano quando ha ancora nella mente e nel cuore un "vecchio" padre a cui al massimo può dire: «Non sono più degno d’esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni».

Ma questo padre lo vede appunto quando ancora è lontano. E qui sta il gioco positivo dell’immaginario del figlio, il gioco dello specchio che il padre può offrire al figlio mostrandogli le risorse che sono (ancora) in lui e dicendogli in cuor suo: «Figlio, ho sognato che tu non sei la somma dei tuoi errori. Figlio, ho sognato che tutte le tue strade, anche le più impensate per me, possono direzionarti al ritorno al Padre buono, dove anch’io sono diretto. Ho sognato, perciò, che tu sei mio fratello; io ti precedo solo per poco, perché questo è il compito che mi è stato affidato; ma poi, per un grande tratto di strada, cammineremo come fratelli verso la casa del padre buono»(5).

Dentro il limite

Collochiamoci allora di nuovo nel tempo dell’educazione, nel tempo del sogno, cioè nel tempo in cui si può sognare perché niente è ancora compiuto, nessun figlio resta perfetto, ma si può sempre sognarne il compimento buono che il padre pensa per ciascuno dei nostri figli e di noi.

Winnicot dice questa opera educativa al femminile affermando che un bambino che non possa specchiarsi negli occhi di una madre è come se non esistesse. E riferisce qui di una di quelle connotazioni dell’attaccamento che possono riferirsi sempre più alla coppia genitoriale che alla sola madre; per ogni genitore è a portata di mano la correlazione tra imperfezione-disagio del bambino reale e fantasie (ossessive) di incapacità-debolezza nel genitore. Non siamo così ingenui (e deterministi) da pensare che a un immaginario di insicurezza-incapacità-oscuro senso di colpa del genitore corrisponda una difficoltà del figlio; né che semplicemente le difficoltà-imperfezioni-non riuscite del figlio ingenerino sentimenti di incapacità-depressione nel genitore. Possiamo soltanto restare stupiti di fronte a un simile misterioso nesso.

Il bambino imperfetto non solo non è una colpa dei genitori, ma è il segnale prezioso dell’irriducibilità della vita ai nostri schemi. In altre parole, è oggi più che mai auspicabile che la famiglia ritrovi lo spazio per ridisegnare il sogno di figlio perfetto all’interno di un modello che dà sia al figlio reale che al padre reale il permesso di avere dei limiti.

«Dentro il limite in cui prende vita la vita, c’è sempre una bellezza, per quanto nascosta. E questo non solo per ciò che è fisico, corporeo nel bambino, ma anche per le sue condizioni di vita, per l’essere nato in questa famiglia e non in un’altra»(6). Ma per recepire un simile messaggio, serve che il genitore si metta nella prospettiva del fine, che abbiamo chiamato momento omega.

Questo punto luce ci pone in una prospettiva equilibrata. Certamente le determinazioni che statisticamente vediamo maggiormente presenti nella nostra società rispetto all’immaginario di figlio perfetto che hanno oggi i padri non potremmo dire, con semplicismo, che equivalgano a quelle omeriche anche se ritrovassimo in queste ultime alcune tracce di modernità. Gustavo Pietropolli Charmet(7) ha illustrato bene le linee programmatiche per un nuovo padre e i binari su cui si muovono. La Ugazio(8) ha, dal canto suo, mostrato come l’abbattimento delle differenze nella nostra cultura ponga un problema in più per il sogno dei padri sui loro figli maschi, in quanto arriva a erodere le manifestazioni esteriori (speriamo solo quelle!) delle differenze di genere.

Ciò che ci sembra da ribadire è che comunque si determini la nuova mappa del sogno di un padre verso il figlio, comunque la ricerca ci possa indicare delle nuove variabili provvisorie, la possibilità di decentrarsi verso la linea omega e la tensione (perché di altro non può che trattarsi) a leggere il presente del figlio con gli occhi del padre, dovrebbe dare come frutti di questo sogno più motivi di speranza che motivi per un nuovo e moderno ingabbia di genere.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini

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