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L’ECCEDENZA E L’APPARENZA

Figli nostri come mostri

di Mariassunta Vicini
(psicologa e psicoterapeuta)
            

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 2001 - Home Page Il frequente timore delle madri di oggi consiste nel non concorrere fattivamente alla crescita del figlio che portano in grembo. La tecnica, poi, ha spinto il conflitto fra natura e cultura oltre confini estremi. E sullo sfondo una violenza incipiente.

Sembrerebbe facile identificare i figli mostri. Infatti, sono fin troppi gli esempi di figli mostri che la cronaca ci mette a disposizione. Un noto settimanale titolava l’articolo sui recenti fatti di cronaca: «Figli nostri, figli mostri», titolo che compare a caratteri cubitali anche sulla copertina. È stato un crescendo di mostruosità: il diciassettenne che uccide la compagna di scuola – ex fidanzatina – con il coltellino; i due fidanzatini di Novi Ligure che uccidono la madre e il fratellino di lei. È quasi impossibile non avere dubbi che si tratti di mostri; sembrerebbe perciò inutile interrogarsi ulteriormente. È invece quasi passata sotto silenzio la notizia che i 4 gemellini sopravvissuti, degli 8 partoriti alcuni mesi fa a Milano, sono tornati a casa. Chi ne ha dato notizia lo ha fatto all’insegna della famiglia felice, dei sanitari felici e partecipi: si indulge alla commozione e al miracolo. Non una nota critica, non un interrogativo. Eppure, al momento dell’annuncio, qualche mostruosità, in questo parto plurigemellare da concepimento artificiale, l’avevamo intravista.

Intanto, voglio lasciarmi inquietare dalla parola "mostro" e reagire alle semplificazioni di cui in queste settimane sono stata sovente testimone: non c’è stato paziente o conoscente che non mi abbia coinvolto sul caso di Novi Ligure e che non avesse trovato la sua risposta. Segno che l’inquietudine è molta, ma che ben pochi riescono a reggerla e si rifugiano in una formula liberatoria, in un pensiero chiarificatore.

Provo a rinunciare alle formule liberatorie e ad affrontare le contraddizioni. Scrive Etty Hillesum, giovane donna ebrea vissuta in Olanda e morta a 29 anni ad Auschwitz, in tempi in cui era più che legittimo il desiderio di semplificarsi un poco la vita: «Le numerose contraddizioni della vita devono essere accettate, tu invece vorresti fonderle in un unico insieme e in qualche modo semplificarle dentro di te, così ti semplificheresti pure la vita»(1).

Per comprendere bisogna reggere l’inquietudine e permettere alla mente il dubbio che il "mostro" sia figlio della semplificazione. E chiedo aiuto al vocabolario: «Mostro – cito dallo Zingarelli –, dal latino monstrum, sta per segno degli dèi, fenomeno contro natura, prodigio». E specifica: «Animale o essere umano di conformazione assolutamente anormale e, per estensione, creatura vivente molto brutta, deforme; ma anche prodigio, portento: un prodigio di scienza e di bontà». Dunque, mostro è qualcosa fuori dell’ordinario e "mostrare" significa sottoporre alla vista, rendere manifesto, ma anche: lasciar credere, fingere e apparire. Il mostro racchiude in sé la deformità ma anche l’eccezionalità; l’evidenza, ma anche la finzione.

Dalla definizione di mostro ricaviamo che perché un evento, nel nostro caso un figlio, si «sottoponga alla vista» deve «eccedere». Ma che cosa significa, oggi, dove tutto è già così eccessivo, eccedere? Cosa ci mostra l’eccedenza? di quale prodigio o segno degli dèi è portatore? A proposito dei fatti citati, si è molto detto e scritto sulla mancanza: di presenza, di dialogo, di tempo; e sull’eccedenza: del troppo in cui i giovani sono immersi, identificando il troppo in ciò che di materiale si mette loro a disposizione. Anche queste sono delle semplificazioni. Un po’ più articolate mi sembrano le considerazioni che suggeriscono di pensare che il mostro, l’assassino, non sia il vuoto «nelle sue varianti di vuoto di valori, vuoto di ideali, vuoto di sentimenti», ma il pieno. «Che a interrompere la connessione tra una persona e il proprio sé possa essere appunto l’occupazione costante e greve del suo territorio mentale, l’abuso della psiche, l’attivazione simultanea di tutti i suoi talenti e i suoi desideri»(2).

È il "troppo", se il vuoto non abita più tra noi, che guida la mano assassina dei nostri figli azzerando il senso stesso del loro essere figli: dono della vita, dono alla vita. Alcune riflessioni su esperienze tratte dalla mia quotidianità professionale mi aiutano a comprendere meglio il rapporto tra il "troppo" e il "vuoto".

«Molte sono le cose inquietanti, ma nulla è più inquietante dell’uomo», scriveva sapientemente Sofocle, a dimostrazione che fin dall’antichità la vita è segnata da un incomprensibile alone di mistero per lo stesso genere umano.

Elena è una giovane donna di 36 anni, socia e abile amministratrice di una piccola azienda, che sta completando il suo cammino di ricerca di sé. È uscita già da qualche tempo dalle secche in cui si era arenata, prigioniera del suo copione familiare, desiderosa di concedersi finalmente una vita affettiva. Si domanda se vuole essere madre: non può fare memoria del giorno in cui avrebbe potuto diventarlo, ma ha scelto di non diventarlo.

Per chi è passato da questa esperienza, riattraversarla, è sempre impresa dolorosa. Significa incontrarsi con il buio, con il freddo delle ombre e della morte: non quella che ci coglie ma quella di chi non accoglie.

Maternità, per Elena, ha finora voluto dire fare i conti con il proprio corpo deformato, corpo che non può nascondere la presenza del suo ospite e con l’atto sessuale da cui ha preso avvio. Penso all’affinità con i turbamenti della donna anoressica, espressione di «un’alterigia aristocratica, di un gioco dove dominano il controllo e il desiderio di dominio»(3). Nulla può essere vissuto con la modalità dell’immediatezza, sentita come rischio. L’adesione a un processo biologico, vitale, a un progetto dell’imprevedibile è vissuto come mostruosità. Il figlio non programmato, il figlio in quanto frutto di un congiungimento carnale, del sesso non della provetta, è un "mostro". Si fa spazio il pensiero che la posta in gioco sia un radicale confronto con l’origine: la maternità come incontro/confronto col "gesto originario" si presenta oggi come esperienza insostenibile, fors’anche inconcepibile.

Analogo tema è presente in Giulia, che è una giovane sposa di 24 anni spesi in un’incessante rincorsa di obiettivi: a 17 soffriva perché il principe azzurro tardava a comparire, a 18 aveva già vinto un concorso statale, a 20 aveva trovato un posto sicuro, frutto di altri concorsi, a 22 era convolata a nozze e a 24 ha programmato il figlio. A fatica tollera di non poter avviare il progetto per una casa più grande. La delusione di un mancato posto di lavoro, quello che aveva identificato come definitivo, che l’aveva inchiodata di nuovo a studi e a concorsi, e che un "tradimento" dello Stato aveva vanificato, ha generato un crollo psichico che l’ha indotta a chiedere aiuto. Nel frattempo il progetto figlio, rimasto sospeso in attesa di prendere possesso del posto definitivo, si rimette in moto. Compaiono a un tratto dei malesseri per i quali i medici consultati suggeriscono dei controlli, degli esami approfonditi, anche strumentali. Attenta e scrupolosa come sempre, chiede ai medici di escludere, prima di effettuare gli esami, che sia in corso una gravidanza. Si procede. Non compaiono le mestruazioni. Fa il test di gravidanza. È incinta. È incinta di un mostro, forse non nella realtà, che non si può dimostrare, ma certamente nel vissuto: un mostro figlio della medicina e della tecnologia e, paradossalmente, della programmazione.

Passaggio coraggioso

Risparmio la narrazione dello smarrimento, dell’angoscia, del confronto con il «che fare?» che amplifica il ricorso agli specialisti, sempre più specialisti, da cui riceve restituita la domanda sempre meno pacificata, perché tutta trattenuta dal probabile. Cerco, con lei, la risposta dentro: nella rinuncia alle certezze della scienza e nell’individuazione delle ragioni dell’accoglienza. Coraggioso passaggio per chi è cresciuto all’insegna del voglio, posso, comando. Benché cresciuta in un contesto religioso non ha sviluppato il senso religioso. Figlia della techne, non può tollerare le delusioni che da essa e da sé stessa, dal proprio modo d’essere, provengono. La tecnica, che è la forma più alta di razionalità, manca ai suoi impegni, alle sue promesse.

Ma non è finita qui. Ha osato condividere l’attesa con pochi intimi, comincia a stare in contatto con ciò che dentro di lei sta accadendo. Si chiede, mi chiede, cosa deve sentire. Poiché oggi i giovani conoscono le emozioni solo perché viste nelle telenovele, dice di non sentire nulla, di non avere riferimenti per provare un sentimento. È spaventata: questo figlio che le visite, gli esami, l’ecografia le dicono esistente, ma che non si fa sentire, neanche con il vomito, questo figlio che cresce dentro di lei senza il suo apporto diretto, le risulta estraneo.

L’"imprecisione", questa qualità dell’uomo nei cui confronti siamo disadattati da un orizzonte tutto saturato dalla tecnica, dal prevedibile e che ha destituito il nostro fondo istintuale, biologico, dà il capogiro.

La vedo seduta davanti a me col panico dipinto sul viso e il tremore in tutto il corpo: lei che sa perfettamente come si dà vita a un progetto, come si conquista un risultato è totalmente spiazzata da qualcosa che succede dentro di lei senza che a lei tocchi far qualcosa: il processo naturale è una mostruosità inconcepibile e il figlio come opera di madre natura, come evento biologico, come vita acconsentita, è un "mostro". Incontenibile.

Il "mostro" se ne è andato, spontaneamente, al terzo mese di gravidanza lasciando tutti gli interrogativi sulla sua mostruosità: quella di una medicina soverchiante, quella di una natura matrigna, quella di un utero inadatto ad accogliere, di un cuore che non sa più battere in sintonia con la vita, di una mente a cui non si è insegnato a contemplare, ma solo a fare calcoli e previsioni.

Riflettere sui figli "mostri" è anche riflettere sulla donna: sulle sue incertezze, sui suoi smarrimenti, sulla sua temerarietà. Sulla sua "ombra"(4).

Per comprendere chiedo ancora aiuto alla Hillesum, eccezionale testimone dell’"ombra". «Alle cinque mi sentivo di nuovo gonfia, avevo nausea e un po’ di vertigine. O erano solo fantasie? Per cinque minuti ho vissuto l’angoscia di tutte quelle ragazze che s’accorgono con terrore di aspettare un figlio non desiderato.

«Credo d’essere affatto sprovvista di istinto materno e me lo spiego così: trovo che la vita è sostanzialmente un gran calvario e che tutti gli esseri umani sono infelici, quindi non voglio prendermi la responsabilità di aumentare il numero di quegli sventurati. (...) Mi sembra di salvar la vita a un essere umano. No, è ridicolo dire che io salvi la vita di una persona mentre cerco di eliminarla con tutte le mie forze. Voglio risparmiarle il dolore di percorrere questa valle di lacrime... Rimarrai nella condizione protetta di chi non è ancora nato e sii riconoscente, essere in divenire. Provo quasi tenerezza per te. Ti attaccherò con acqua calda e con orribili strumenti, ti combatterò con pazienza e costanza fintanto che non ti sarai di nuovo dissolto nel nulla, e allora sentirò di aver compiuto un’azione buona e responsabile. Non ti posso certo trasmettere forze sufficienti, troppi germi di malattie ereditarie si aggirano per la mia famiglia... Purché non duri troppo a lungo. Altrimenti mi verrà un’angoscia terribile. È passata solo una settimana e già sono stanca e stufa di tutti quei provvedimenti. Ma ti sbarrerò l’ingresso a questa vita, e non dovrai lamentartene(5).

Il pancione esibito

Oggi la maternità fa i conti con un’altra figura dell’eccedenza: la follia, personale, familiare, collettiva. La contraddizione di fronte alla quale sta davanti, senza risparmiarsi, dà il capogiro: finora eravamo abituati a un turbamento materno legato all’immagine di una natura matrigna che può offrire un figlio imperfetto. È il "mostro" di un’antropologia ancora fondata sull’appartenenza dell’uomo alla natura. Anche l’evento su cui, fino a qualche decennio fa, la mano dell’uomo non aveva osato sollevare il velo, si mostra alla vista fin dal primo momento. La tecnica arriva a mettere in mostra ciò che, da sempre, è simbolo dell’oscuro luogo dove si adempie il miracolo della vita, oggi miracolo della scienza e della tecnica che vi portano invece il "chiaro", scacciando l’"ombra" dal suo luogo di elezione, generando l’illusione di averla definitivamente debellata. Il figlio, frutto dell’oscuro, segno dell’invisibile, era una benedizione; il figlio, frutto della luminosità e della visibilità della scienza e della tecnica, è una "confezione".

Ora che anche la vita nascosta è esposta, non è più occultata, ora che le pance non sono portate, ma esibite, a loro volta prestate al regno della pubblicità, come si conviene a ogni prodotto, ora che il concepimento è frutto di precisi calcoli, cosa trattiene il desiderio, l’immaginazione, il sogno, il segreto e il silenzio che soli generano il figlio dell’invisibile, il figlio del circuito amoroso, dove si genera l’appartenenza, la reciprocità e dove la soggezione all’Uno originario, che sola può affrancarci da ogni totalitarismo, è anche acquietamento?

L’aborto come sacrificio

Il troppo che rende la mano dei figli assassina, che impedisce al figlio di venire alla luce, perché già tutto esposto, è il troppo del totalitarismo – della scienza, della tecnica, della politica, dell’Io – per sottrarci al quale dobbiamo riabituarci a contemplare il vuoto originario. Non il vuoto di... affetto, attenzione, eccetera ma il vuoto sic et simpliciter, della cui esperienza siamo tutti orfani.

L’aborto e le sue battaglie hanno mostrato la proiezione dell’"ombra" sulla madre che impedisce al figlio di vedere la luce. E ha messo in luce altri aspetti dell’aborto che fanno rivivere l’aspetto sacrificale della madre: non si sacrifica per il figlio, ma sacrifica il figlio in nome di una coscienza meno oscura, personale e collettiva. L’aborto come sacrificio, come coscienza dell’individuo di non reggere a una realtà soverchiante: la follia omicida nazista nel collettivo e la follia familiare che avvolgeva la Hillesum. L’aborto come sacrificio della donna nel suo passaggio da un ordine dominato dalla natura a un ordine culturale, simbolico, verso una soggettività e quindi verso una sua dignità. Oggi si profila sulla donna la proiezione dell’accecamento di una cultura dominata dalla tecnica che si è sostituita all’ordine simbolico ormai sprofondato nell’inconscio.

La donna, assoggettata alla tecnica, è prestata al gesto generativo dell’uomo e allineata a esso. Ciò la sollecita a pensarsi come coautrice del gesto generativo la cui origine sta nella manipolazione e nel calcolo. Solo quando sperimenta la terribile caduta dell’illusione a cui tutto l’ordine sociale oggi concorre, può domandarsi: «Come posso essere io capace di tanto?». E riesce anche a dire: «Non da me sola».

«Ma dove sono tutte le madri che ci hanno precedute? – mi domandavo intanto che ascoltavo Giulia –. Come si fa memoria di loro? Cosa possono ancora suggerirci? Chi può riportarle al capezzale di queste giovani, perché possano essere madri, senza angoscia?». «Che cosa ci resta? Cosa resta quando non resta niente? Questo: d’essere umani verso gli umani, che fra noi dimori il fra noi che ci rende uomini... Questo reciproco e primitivo riconoscimento è in un certo senso il banale e l’ordinario della vita... È quel che sussiste e riemerge nelle situazioni estreme: quando qualcuno sta per morire o quando una madre guarda per la prima volta il bimbo che è appena uscito da lei»(6). È il «fra noi», «fra noi donne», dove forse può sorgere la madre del terzo millennio.

Torniamo ancora a un episodio dalla quotidianità. Antonia è una giovane donna di 32 anni. Un bel sorriso e un’aria ancora sbarazzina, un po’ da maschiaccio come dice d’essere sempre stata. Mi racconta con leggerezza che il marito la rimprovera perché porta sempre i pantaloni e perché i suoi modi sono poco femminili. Ha dentro un gran desiderio di maternità. Vuole un altro figlio – la primogenita ha quasi tre anni – ma certe paure che si sono riattivate e che non riesce a controllare le fanno chiedere se può osare. Qualche giorno dopo i fatti di Novi mi racconta che la figlia la sera prima l’ha spaventata con un’espressione inconsueta.

Faticava a convincerla a mettersi a letto e, nella speranza di imbonirla, le ha annunciato che il giorno dopo ci sarebbe stata una sorpresa. La figlia insiste per sapere di cosa si tratta. La madre soddisfa la sua curiosità convinta che quella sorpresa non potesse che farle piacere. La figlia le mostra invece tutta la sua delusione, o forse altro, con i pugni alzati verso la madre, dicendole: «Ti cavo un occhio con il coltello».

Subito ha fatto apparizione il "mostro". È come se, agli occhi della madre, fosse improvvisamente crollata l’immagine dell’innocenza infantile. Anche il suo desiderio di una nuova maternità ha subìto un duro colpo. L’idea d’avere un bimbo tutto per sé, da amare e coccolare le è sembrato un delirio mentre la realtà è apparsa come un imprevedibile campo di battaglia di cui non si può essere certi di uscire vincenti.

Al di là dell’enfasi sui coltelli, anche i riti della quotidianità sono una lotta in cui sentirsi perdenti. Così ci parrebbe di dover ricavare anche dalle narrazioni di Martina, trentaquattrenne madre di Silvia, 8 anni appena compiuti, irriducibile ribelle. La giornata è un continuo misurarsi con la madre, peraltro impegnata nel settore della rieducazione e genitore attento e tutt’altro che indisponibile. È un continuo rincorrere le alzate di scudo di Silvia, i suoi no, le sue messe alla prova, il suo voler far da sé, che logora a dismisura e fa vacillare le necessarie sicurezze. Il dubbio d’aver sbagliato, di non sapersela cavare, di non farcela come madre (anche lei con il desiderio, vacillante, di un altro figlio); con il senso di fallimento sempre in agguato e spesso con molte lacrime da asciugare.

Le situazioni che mi sottopone mi arrivano come cruciverba e labirinti da percorrere, come scacco alle certezze delle conoscenze acquisite e come esercizio di esplorazione di una psiche che mi sembra mostruosa nella sua ansia di autonomia, nel suo esercizio dialettico, che anticipa le tortuosità adolescenziali. Il corpo a corpo evocato in seduta riesce a sciogliersi solo sull’accoglienza, che accetta di portare assieme un poco gli affanni: l’accoglienza che vuole aiutare a sostenere l’altalena più che a scendervi.

Qui l’"ombra" si proietta lunga sull’innocenza dell’infanzia, figura con cui mimetizziamo tutte le nostre paure e la volontà di dominio con cui tendiamo a trattenerle, ancora una volta nell’intento illusorio di sconfiggerle.

Vignetta.

Adolescenza e dintorni

La figura che finora aveva accompagnato l’adolescente era l’inquietudine. Dopo gli episodi che hanno portato alla ribalta gli adolescenti, questa figura è sostituita da quella della mostruosità. I loro gesti, il loro linguaggio, i loro comportamenti sono connotati dal modo estremo. La loro mente e il loro cuore sono incapaci di contenere il dolore di un rifiuto, di uno scherno, di un abbandono e la richiesta d’amore è marcata dalla pretesa non dal consenso. Che cosa sta succedendo ai nostri adolescenti? Che cosa rende i nostri figli così oscuri? Che cosa li conduce, nel momento in cui cercano di aprirsi alla vita e all’amore, a gesti estremi di rinuncia e a "levar la mano": su di sé, sul compagno, sul genitore?

La storia ci aveva abituato a collegare questo gesto limite a eventi o a vissuti che per la loro enormità rendeva più pensabile l’incomprensibile. Qui, nulla di tutto ciò: il sentimento che ci assale è la caduta della causalità come modo del pensare e del vivere. Andiamo a ricercare le cause e non ne troviamo: non nella oggettività dei fatti, non nel vissuto.

Quello che ci smarrisce è trovarci senza punti di riferimento, essendo perduti quelli consolidati, su cui avevamo costruito le nostre certezze e sui quali si è finora dipanato ciò che abbiamo definito l’umano. Non c’è più nulla che sia certo, riconoscibile, definibile su cui poggiare il nostro sentire e il nostro agire. Uccido e non so perché; uccido e non volevo; uccido e non è cambiato nulla; uccido e non ho ucciso. «La struttura della causalità nasce come una difesa nei confronti dell’angoscia che scaturisce dall’imprevisto»(7), ed è inscritta o fonda il processo lineare, anch’esso messo in crisi. Il nostro sguardo ha davanti a sé volti impassibili. Penso alle registrazioni dei processi, con cui la televisione ci consente di metterci in contatto con persone coinvolte nei più turpi reati. Penso ai giovani imputati nell’omicidio di Marta Russo. Avresti voluto leggere sui loro volti qualche segno che ti aiutasse a cogliere la loro colpevolezza o estraneità ai fatti: nulla, se non sorrisini di scherno, di sarcasmo, di sufficienza, di baldanza di fronte alle accuse o alle arringhe. La nostra psiche è smarrita: chi sono? Che volto ha uno che osa "levar la mano"? Quale strumento abbiamo per leggere gli accadimenti? Come leggerli? Ci viene il dubbio che il nostro pensiero, così smarrito, non serva più così com’è.

Il non riuscire a collegare assassinio con pentimento e afflizione mobilita dentro di noi manovre di allontanamento e avvia processi di esclusione: follia, perversione, straniero.

Cerchiamo il parere degli esperti, anzi dei super esperti dando avvio a quella fiera della psico-interpretazione, come ha definito una rassegna dei pareri rilasciati nelle interviste a giornali e televisioni, Stefania Rossini(8) sul caso di Novi Ligue. Ma per restarne delusi. Sempre la Rossini parla del contagio degli psicologi e del loro bisogno di dare «categorie all’oscuro», ma poi afferma con Ida Magli che è bene che gli inquirenti concludano, data l’evidente esistenza di una psicosi. Illusione di conclusione e successiva tranquillizzazione: «Ci è andata bene. E, in qualsiasi tempo e società, andrà probabilmente bene alla stragrande maggioranza dei nostri figli». Ancora una volta, è difficile non cadere nelle semplificazioni. Concordo con la fiera delle psico-interpretazioni ma sono in disaccordo con le false conclusioni.

L’atteggiamento da inquirenti – non sto parlando certo di quelli giudiziari – è ineludibile. Forse la risposta va cercata oltre la scienza dell’uomo, oltre la frontiera dell’umano. Gli eventi fanno appello alla necessità di una rifondazione della scienza, che riconosca le sue frontiere.

L’eccedenza, per non essere mostruosa, deve essere portata altrove, nell’oltre. La nostra epoca è chiamata a riflettere e a confrontarsi con le frontiere, a tutti i livelli, non per innalzarne di più consistenti, ma per abolirle. L’uomo deve riconoscere il limite del suo potere per far spazio a tutte le sue potenzialità e a quelle di ogni essere umano nella sua singolare diversità, per dare inizio a quella consapevolezza in cui «la sola esclusione è l’esclusione dell’esclusione», altrimenti, «senza posa, tutto è ricatturato dalla pesantezza, si deposita in gravami, nei cammini frustri, oppure devia e si svia»(9).

Chi, che cosa, per quale via, condurrà il futuro dell’umanità al di là della tristezza e della morte? Al di là dell’amore che acceca, dell’amore per sé, che annulla l’altro; che vuole l’altro solo per sé; l’amore che vuole l’altro come sé: oltre l’amore intollerante, padre di tutte le intolleranze, anziché del dispiegamento di tutte le potenzialità e di tutte le singolari diversità.

E quali capacità, quale struttura, quali viatici dovranno essere consegnati all’uomo, al piccolo dell’uomo, perché possa vedere questo orizzonte dove sta l’inafferrabile unità e non smarrirsi; perché possa osare oltre tutte le certezze, oltre tutte le chiusure, oltre tutte le separazioni?

Ci si rende subito conto che un processo così impegnativo nulla ha a che fare con le conquiste da lotteria, con gli ammiccamenti delle "veline", con la logica del supermercato, con il bagliore dei lustrini, con la vita spettacolo, e così via.

C’è una via (e un orizzonte) tutta da costruire, in cui sono chiamati nell’impegno e nella testimonianza tutti coloro che osano accettare di sostare sull’abisso e di andare oltre. Tutti coloro che hanno accolto l’unica legge e principio critico che rimane: «l’umilissimo inizio in cui l’uomo riconosce nell’uomo il suo prossimo»(10).

Bisognerà scavare in questo inizio; ripassare sempre da questo inizio, che è momento gratuito e inutile. È solo passando e ripassando da questo inizio che sarà possibile accogliere un figlio; insegnare ai figli l’importanza della salvezza, che è altro dal benessere, accoglierli nella loro radicale diversità, non investirli con le nostre ombre, riconoscere e accogliere anche le vie d’ombra come vie di conoscenza e di salvezza.

Mariassunta Vicini

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