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DOSSIER - L’ESPERIENZA DI UN MEDICO

UN "MISTERO" VENUTO DA LONTANO

di Giorgio Conconi
(
medico e scrittore)
            

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 2001 - Home Page
I figli perfetti si presentano bene, affascinano con il solo movimento della mano o con uno sguardo sfuggevole, raccolgono complimenti, sono i primi della classe, sono fonte di vanto, fanno subito carriera. Ma se i figli escono da questi schemi, che cosa succede? Dei portatori di gravi handicap, dei tossicodipendenti, dei malavitosi, degli psicopatici, degli omosessuali, dei caratteriali, degli pseudoperfetti e dei giuggioloni che ne facciamo? Il problema di fondo è rendersi conto che i figli vengono da lontano e rappresentano uno dei misteri della vita. L’attenzione va rivolta all’essere figlio o all’essere perfetto? Se si propende verso il primo, il secondo perde importanza ma se avviene il contrario non si contano i problemi.

LETTERA APERTA
SARÀ PER UN’ALTRA VOLTA

Caro Direttore, ho pensato a lungo alla gentile richiesta di collaborare al numero di Famiglia Oggi sul "figlio imperfetto". Se all’inizio mi era sembrato possibile, addirittura entusiasmante, adesso, dopo appena qualche giorno, non mi ritengo invece adatto allo scopo. L’amicizia sempre da lei mostrata nei miei confronti mi obbliga tuttavia a qualche spiegazione. Nella mia lunga attività come medico, sia in ospedale che fuori, ho conosciuto molte persone e questo mi aveva fatto pensare di poter contribuire con l’esperienza su un campione piuttosto vasto di soggetti. Ma mi sono subito accorto, come può facilmente capire, che quelle persone sono ben diverse, una dall’altra, risvegliando in me un’innata antipatia verso la statistica che, anche se lo nega, tiene ben poco conto di questa caratteristica. Le persone da me incontrate sono dunque tutte diverse fra loro e, in modo cosciente o istintivo da parte mia, ciascuna da capire e da amare. A volte con un certo sforzo proprio per i loro difetti. Come poteva essere diverso per un medico che è arrivato al punto di seguire tre generazioni della stessa famiglia?

Dicono che i tempi siano cambiati da quando ho iniziato la professione ed è vero. Con i miei pazienti però è rimasto il desiderio del colloquio e del confidarsi. Forse perché ci sono aspetti della creatura umana che sono sempre gli stessi. Anche chi non vuole riconoscerle, le tre domande fondamentali rimangono sempre comuni per tutti: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. Ovviamente non essendoci ancora una società che dia queste risposte, le stesse sono per forza di cose rivolte alla singola creatura. Chi prima, chi poi, risposte anche confuse o ingarbugliate se le deve pur dare. Ho visto gente a cui è toccato al momento della prima maturità e a gente sul letto del grande viaggio.

Che cosa è cambiato allora? Molto, comunque. Siamo in un momento storico in cui le informazioni saturano l’aria che respiriamo e non c’è più nessuno che abbia spazio per il mistero. Il bombardamento multimediale ha per lo più reso inutile ogni approfondimento dei problemi anche esistenziali. Tende ad appiattire se non a cancellare valori, esperienze, gerarchie, autorità. Ha reso fatua ogni seria aspirazione del singolo individuo. Tutto ciò che non è cultura viene presentato come tale, le canzoni e gli spettacoli televisivi mistificati come espressioni artistiche. Se non fosse per i pochi giusti rimasti, ci sarebbe poca speranza di salvezza per tutti. Ma la situazione è quella che è e sarebbe un errore fatale per chiunque considerarsi fuori, non condividerla a fianco degli altri. Così da qualche anno a questa parte anche nel mio ambulatorio ho iniziato ad essere testimone di strane faccende.

Per esempio una giovane signora che aveva già un bel maschietto viene da me e mi chiede come fare con la genetica, proprio così si è espressa, per avere una femminuccia con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Essendo lei mora e il marito con le stesse caratteristiche, inizio a spiegarle che in medicina nulla è impossibile, ma che sarebbe stato più raro da accadere. Lei si mostra insofferente e mi chiede dove può rivolgersi per ottenere le indicazioni giuste per quella gravidanza programmata. La indirizzo presso un importante centro ospedaliero che lei già conosce per fama televisiva e spero che almeno là riescano a convincerla. Passano i regolari nove mesi e nasce una bella bambina dai capelli nerissimi e gli occhi dello stesso colore. Mi preoccupo. Vado a trovare questa mamma e per fortuna tutto sembra già sistemato. È felice. Soltanto, ricordando il nostro colloquio, le esce: «Preferivo diversamente, ma adesso va bene lo stesso così». Il suo sguardo verso la bambina è però di amore totale.

Lo stesso amore totale che vedo sul volto di altre mamme quando osservano la loro creatura appena nata. Non per niente si dice che i bambini per i loro genitori sono sempre i più belli. Ma già alla televisione solo i belli con i canoni voluti dalla ferrea crudele legge della pubblicità reclamizzano i migliori biscotti e i pannolini più robusti.

Però sullo schermo non arrivano solo spot pubblicitari che invogliano al sorriso. Non è di molto tempo fa né unica la notizia della mamma che ha gettato nel cassonetto la creatura appena partorita perché le era sembrata "un mostro". Come pure della mamma che ha ucciso la sua piccola di due mesi perché non ne sopportava più il pianto. Che dire poi dei genitori benestanti che non hanno riconosciuto, eufemismo per rifiutato, il loro figlio perché nato cieco? E i numerosi bambini down non "ritirati" dai reparti di maternità? E dei genitori che hanno rifiutato l’embrione maschio perché volevano una femmina? E di tutti i non voluti che non hanno raggiunto l’onore della cronaca? Per capire questi episodi terribili non è sufficiente ricordare che nelle persone relegate ai livelli più bassi della società, intendendo dal punto di vista intellettivo, visto che il bambino cieco non voluto era figlio di benestanti, possono, per diversi fattori, accentuarsi istinti animali, anche devianti, che normalmente sono ben dominati dalla ragione umana.

Da tutto questo è bene anticipare alcune considerazioni su ciò che caratterizza un bambino perfetto da quello imperfetto. Che cosa vogliono i genitori per la loro creatura, oggi? La bellezza, l’intelligenza, l’attitudine o la capacità istintiva di dominare gli altri? La certezza di ottenere la notorietà mediatica nel campo dello sport, della televisione e del cinema o il buon profitto nello studio? La possibilità di forti guadagni o la capacità di una vita spirituale? Un figlio ribelle, capace di vivere ai limiti delle regole o un futuro cittadino integrato intelligentemente nella società? Le risposte vengono facilmente fornite gettando appena uno sguardo al mondo che ci circonda, a tutto quello che viene considerato un valore, ai modelli di riferimento.

I problemi dei miei pazienti per i loro figli iniziano infatti con maggiore frequenza al loro ingresso nella società: asilo, scuole, lavoro. I figli perfetti sono quelli che si presentano bene, che affascinano con il solo movimento della mano o con uno sguardo sfuggevole, che raccolgono complimenti a destra e a sinistra, che sono sempre i primi della classe, che insomma possono essere fonte di vanto, che fanno subito carriera. Allora in genere inizia la gara per stabilire se assomigliano al padre o alla madre.

Ma quando i figli escono da questi schemi, che cosa succede? Dei portatori di gravi handicap, dei tossicodipendenti, dei malavitosi, degli psicopatici, degli omosessuali, dei caratteriali, degli pseudoperfetti e dei giuggioloni che ne facciamo?

Il problema di fondo è rendersi tutti conto che i figli non appartengono a nessuno se non a sé stessi, vengono da lontano e rappresentano uno dei misteri della vita. L’altra questione è capire se l’attenzione è più rivolta all’essere figlio o all’essere perfetto. Se si propende verso il primo, il secondo perde importanza, ma se invece si ritiene più di valore l’essere perfetto, allora iniziano i problemi.

Mi rendo conto che non esiste una scuola per genitori e forse sarebbe pericoloso auspicarla, visti i risultati della "scuola per fidanzati" prima del matrimonio. Per celia, ma con qualche verità, infatti da quando tali scuole sono state istituite sono aumentati, certo casualmente, in modo esponenziale i fallimenti delle coppie, prima e dopo il fatidico «Sì». No, non occorrono altre scuole. Ne esiste già una, la sola autorizzata ed è quella della vita nel tempo in cui viviamo e alla quale abbiamo tutti dato e continuiamo a dare il nostro contributo. E tutti noi abbiamo la nostra parte di responsabilità, chi più chi meno, degli allievi che in essa vengono maturati.

Ho conosciuto un buon numero di bambini nati con gravi handicap e ho notato come l’atteggiamento dei genitori fosse caratterizzato dalla legge del tutto o del nulla. Nel senso che, pur con qualche momento di debolezza, i genitori che avevano accettato la situazione, dedicavano la loro vita al figlio, ottenendo spesso una ricompensa di amore profondo, che annullava di molto il peso dei sacrifici che l’accettazione di una tale vita comportava. All’opposto, ai genitori che avevano deciso un netto rifiuto del figlio con handicap, accadeva che se ne sbarazzassero il più in fretta possibile, anche agli inizi della gravidanza. Salvo poi trascorrere la vita dedicando ogni sforzo a dimenticare, come si fa in genere con un brutto sogno al risveglio. Non ho mai capito quanto ci riuscissero, perché seguendoli negli anni ho spesso visto riaffiorare la ferita sempre aperta, anche nell’inconscio, di questo rifiuto. Purtroppo i numerosi istituti che ospitano portatori di gravi handicap fin dalla nascita, raramente hanno possibilità di accogliere altri ospiti. Ciò sta a dimostrare che il fenomeno del rifiuto non è così raro, come la società, ignorandolo, vorrebbe far credere.

Inoltre va tenuto presente che oggi, con i progressi della medicina, le donne ricorrono più spesso ai test nei primi mesi di gravidanza, tri test e amniocentesi, anticipando eventualmente con l’aborto la loro possibilità di evitare il bambino imperfetto. Quasi sempre la richiesta di questi test è però soltanto per vedere se tutto va bene. Allo stesso modo mi impressionano molto i discorsi colti nel mio ambulatorio del tipo: «Come sono stati bravi quei genitori: hanno tenuto la figlia anche se sapevano che avrebbe avuto diversi problemi!».

Dei tossicodipendenti ho avuto una certa esperienza fin dall’inizio, quando il fenomeno fu importato nel nostro Paese. Spesso mi hanno toccato il cuore. È vero che alcuni di loro non sono leali e sinceri, ma quelli che mi hanno impressionato di più mi portavano in ambulatorio l’incapacità a reagire, la ricerca ossessiva del benessere fisico con ogni mezzo, anche a costo di delinquere, l’essere catturati da una spirale senza uscita, la lotta in apparenza inutile per venirne fuori e alla fine la perdita della speranza, l’ultimo drammatico atto del fenomeno. E i loro genitori?

Il copione è in genere sempre lo stesso. Il padre usa le maniere forti: s’infuria, urla, minaccia, butta fuori casa il figlio o la figlia e infine si disinteressa di loro. Se si comportano in quel modo vuol dire che... non sono figli suoi. La madre invece si dispera, ma lotta. I momenti di crisi e di dolore ne esaltano la figura e la funzione. Bussa a tutte le porte. Non si arrende di fronte ai mille rifiuti. I figli sono sempre suoi. Li partorisce mille volte, tutte le volte che è necessario per riportarli alla vita.

Un po’ diversa è invece la condizione dei figli malavitosi. Da giovanissimi infatti spesso non rappresentano per i genitori delle deviazioni di cui vergognarsi. Anzi, finché le loro azioni non vengono intercettate dai tutori della legge, il figlio malavitoso è considerato quasi come un vir, l’uomo che sa affrontare e dominare il mondo. Quando poi iniziano le carcerazioni e i processi, allora spesso interviene il melodramma: scene di disperazione, il tentativo di colpevolizzare la società e via dicendo. L’inconveniente più duro da superare è che una volta entrato nella macchina della giustizia, il figlio malavitoso non ha più futuro. Non troverà lavoro, verrà considerato un diverso senza possibilità di reale redenzione e non avrà altra scelta che riprendere a delinquere. L’anomalia è che questi ragazzi o ragazze restano marchiati in modo indelebile perché la società, non quella mediatica, ma quella dei vicini di casa, dei datori di lavoro, dei pubblici uffici, li condanna a vita.

Mia moglie e io abbiamo avuto un’esperienza significativa visitando periodicamente gli ospiti in una casa circondariale dell’hinterland milanese. La sezione era quella dei "peggiori" (mi rifiuto di usare la parola in gergo), come vengono considerati dagli altri carcerati. Il nostro compito era di tenere discussioni e colloqui, da parte nostra con lo scopo di preservare attive e vivaci le intelligenze e un certo rapporto con la società fuori della casa circondariale, da parte della direzione invece per renderli consapevoli delle loro colpe o forse per confessarle. Ragione per cui alla fine fummo boicottati dal direttore e dall’educatore e subdolamente costretti ad andarcene. Dopo le visite, ogni volta che venivamo via era spontaneo scambiarci qualche opinione. Soprattutto ci dicevamo che quei ragazzi se fossero venuti a casa nostra e noi non avessimo saputo nulla dei loro precedenti, dai discorsi e dal comportamento li avremmo giudicati bravi ragazzi. Senza con questo nulla togliere al dolore e al danno, qualche volta enorme, provocato alle loro vittime. Che cosa era accaduto a questi giovani, specie all’inizio della vita, che cosa li aveva segnati per sempre? Non avremmo forse anche noi potuto compiere gli stessi delitti? Erano le domande che ci ponevamo. Comunque la loro sofferenza maggiore, una volta entrati nel carcere, era quella di essere rifiutati dai loro cari. Quegli stessi cari che poco o nulla avevano fatto per evitare loro le conseguenze di una vita al di là della legalità. Anzi forse gli stessi cari che, come detto prima, si erano addirittura vantati di avere «un duro» come figlio. Mentre invece poi erano diventati, anche inconsciamente, fonte di vergogna, per i vicini di casa, per i parenti, per la società. Non è insolito sentire dire dai genitori ansiosi di dissociarsi dalle malefatte di un figlio, pronunciare solennemente alla televisione: «Ha sbagliato: è giusto che paghi».

Alcuni casi poi sono drammatici e al tempo stesso misteriosi. Un recente fatto di cronaca: un ragazzo di diciassette anni in un momento di assenza dell’intelletto ha ucciso l’ex fidanzatina di sedici anni nel cortile della scuola. L’avvenimento è stato messo in prima pagina e come notizia d’apertura di tutti i telegiornali e ha attirato l’opinione di mille esperti, senza che questi riuscissero a fornire un’interpretazione al di fuori del banale. Ne è derivata perfino un’occasione di presenzialismo alla cerimonia funebre della vittima da parte delle autorità e dei politici. Infine un tentativo per svelare le imperfezioni del carattere del giovane studente omicida, delle sue abitudini, degli svaghi e finanche delle scelte delle canzoni e dei film. Pochi si sono fatti carico veramente, come se fossero proprie, dell’angoscia per il dolore dei genitori di entrambi e della solitudine profonda e lacerante del ragazzo in carcere. Quanti hanno capito della sola necessità assoluta di silenzio dopo l’accaduto? Quando il clamore per la vicenda si sarà esaurito e il fatto dimenticato, quanti si ricorderanno del protagonista di un dramma più grande di lui e quasi sicuramente non voluto?

Un altro gruppo di figli imperfetti che ho incontrato nella mia professione e che mi ha causato molta tristezza, spesso anche per la superficialità e l’ignoranza con cui vengono trattati, è quello degli psicopatici. Da quelli, per intenderci, che nell’età scolare sono mandati dagli insegnanti, spesso senza motivi validi, dallo psicologo, ai casi più gravi che fino a poco tempo fa erano ricoverati negli ospedali per malati mentali. Purtroppo aver chiuso i manicomi è stata una soluzione mezza giusta, che in mancanza dell’altra metà (come curarli presso le famiglie?) hanno reso temeraria e colma di sofferenze. Del figlio psicopatico i genitori si vergognano, anche se talvolta vedono in lui solo la parte migliore e sorvolano su quella malata. Spesso entrano in conflitto con gli stessi operatori sanitari, che potrebbero invece migliorare la situazione. I medici d’altro canto, che non mi sento di assolvere in massa, non sempre si impegnano o riescono a scoprire il nocciolo della questione, la diagnosi cioè. La conflittualità da entrambe le parti mette così in crisi la necessaria collaborazione fra medici, paziente e famiglia, l’unica via che potrebbe portare beneficio a chi ne ha bisogno. In queste condizioni la strada non può che essere in estrema salita, fino all’esaurimento delle forze e della fiducia da entrambe le parti.

Un gruppo di figli imperfetti che si va via via infoltendo è quello degli omosessuali. La loro condizione, grazie anche alla maggiore informazione multimediale, viene oggi allo scoperto in maniera meno traumatica. Tuttavia perché ciò abbia un significato positivo è necessario che l’omosessualità non diventi né ostentazione né provocazione, come purtroppo si vede nelle varie manifestazioni di orgoglio o pretendendo pari dignità di coppia con le famiglie vere. Anche in questi casi il comportamento dei genitori è completamente diviso. Fuga dal problema e paura dell’opinione della gente da parte del padre, difesa anche se qualche volta scomposta da parte della madre. È sempre lei infatti, nella mia esperienza di medico, che prende senza riserve le parti del figlio o della figlia. A volte invece sono i figli a nascondere la loro condizione ai genitori per vergogna o per paura (giudizi ascoltati da loro sulla materia) e allora il problema rimane a lungo o anche per sempre sommerso. Certamente a vantaggio di un’apparente tranquillità di vita, ma con sicuri danni alla salute psichica.

Un altro tipo di figli imperfetti è costituito dai caratteriali. Coloro cioè con i quali i genitori non riescono a dialogare. Ogni frase diventa origine di conflitto, se non di litigio vero e proprio. Ho conosciuto figli che mi hanno confidato apertamente l’odio verso uno dei genitori, più raramente per entrambi. Un odio che perfino a parlarne con me faceva riaffiorare l’ira sul volto. Ciò che mi ha sempre colpito è stata la pressoché costante, comune, mancanza di ragioni valide e la volontà di superare quel terribile sentimento. Tanto che come genitore mi sono chiesto nei riguardi delle mie figlie se alcuni miei comportamenti, ritenuti insignificanti o innocenti, abbiano invece potuto suscitare in loro sentimenti o giudizi di condanna nei miei riguardi. Non per niente il mestiere del genitore è e sarà sempre il più difficile del mondo.

Dal canto loro questi figli operano un distacco precoce dai genitori, spesso però senza rinunciare alle comodità materiali della famiglia. In loro alcune volte ci sono atteggiamenti alternati. In certe occasioni si aprono squarci di tenerezza e di dialogo, la cui durata però è imprevedibile.

Esistono anche figli che si presentano come perfetti, ma perfetti non sono. Costruiscono a poco a poco una personalità con tutti i canoni esterni della perfezione o di ciò che vedono o sentono gradito, tanto che superficialmente non c’è nulla da recriminare nei loro riguardi. Nonostante ciò sia nei genitori che nei figli permane una sorta di disagio, che fa da sottofondo a ogni reciproco rapporto.

In questi ultimi anni si presenta spesso nel mio studio medico anche un tipo di giovani, per lo più maschi, che chiamo giuggioloni. Sui trentacinque, quarant’anni, vivono in famiglia, non hanno nessuna intenzione di iniziare una famiglia propria. Hanno una vita sentimentale e sessuale normale, ma fuori casa. Ingrassano e sono ridanciani. Apparentemente non mancano di nulla, tranne della maturità di affrontare la vita come tutti. I genitori parlano di loro con simpatia, specie se il giuggiolone è l’ultimo rampollo rimasto in casa. Fa compagnia, è quasi sempre di buon umore e scherza come se avesse sempre diciotto anni. È difficile vedere un futuro chiaro per costoro. Spesso si sposano o vanno a convivere vicino ai quarant’anni e altrettanto spesso, magari dopo una decina d’anni di vita more uxorio, tranne il domicilio e le spese a carico del partner, ritornano a casa propria. Il tragicomico è che i genitori li accolgono quasi come se fossero i reduci di una lunga guerra. Ancora una dimostrazione che i figli imperfetti alla fine tendono a rendere a loro volta i genitori più imperfetti di quanto non lo fossero già all’inizio.

Si rivelano inoltre figli imperfetti in tarda età, coloro che, quand’anche appartenenti a famiglia con più sorelle e fratelli, rifuggono dall’assistere un genitore anziano rimasto solo, attribuendo l’incombenza l’uno all’altro. Il genitore bisognoso finirà, nelle migliori delle ipotesi, assistito dalla solita extracomunitaria o, nelle peggiori, in una delle infelici istituzioni ipocritamente chiamate "case di riposo".

La rassegna della mia esperienza non finisce a questo punto perché è doveroso ritornare alla schiera più numerosa anche se meno appariscente, a cui abbiamo già accennato. È quella dei figli imperfetti perché le loro imprese di studio, di lavoro o di sport non sono tali da poter essere vantate dai genitori con la gente. È del tutto naturale che i genitori siano orgogliosi dei figli fin da piccoli. Il mio è proprio bello, dorme sempre, digerisce bene, va di corpo regolare e via dicendo; poi, ha iniziato le elementari che già sapeva leggere e fare di calcolo con... gli integrali, è sempre stato il primo della classe, si è laureato prima che finisse il corso, è già dirigente a vent’anni. Privare di questi ricostituenti i genitori, che proiettano il riscatto dei loro mancati successi, o il desiderio di perpetuarli, sui figli, a volte è difficile. Tanto che spesso mi sono trovato genitori che inventavano meriti e successi in maniera del tutto incredibile. La situazione che si viene a creare è però pericolosa e devastante. Quando la verità e la realtà ritornano ai loro posti, ecco il trauma. Da una parte l’insoddisfazione dei genitori delusi per i figli imperfetti, dall’altra i rimorsi e i sensi di colpa da parte di questi ultimi per non essere stati all’altezza delle aspettative. Il tempo sana molte cose, ma intanto un dolore inutile viene consumato al posto della serenità.

Esistono inoltre figli imperfetti di altro genere. Di questi tempi capitano numerosi ragazzi attorno ai diciott’anni, maschi e femmine, che mi chiedono informazioni sulla chirurgia estetica. Alcuni hanno valide ragioni per ricorrere a questa specialità: deformazioni congenite, ustioni, incidenti stradali, importanti interventi chirurgici, psicosi, eccetera. Ma il più delle volte non sopportano il naso, le labbra o le palpebre donati da madre natura. Tento con sincerità di far capire che quel viso ha una sua "personalità" interessante e unica, che ha il suo fascino. Niente da fare. Vengono con la fotografia dell’attore o dell’attrice a cui vogliono somigliare.

Ricordo quand’ero in ospedale che un collega si era specializzato in chirurgia plastica e non gli pareva vero di decuplicare in clinica il magro stipendio che l’amministrazione pubblica ci passava. Era così contento che accettò, a prezzi scontati, di rifare il naso a molte infermiere. Ebbe molto successo e ben presto in ospedale circolarono belle ragazze tutte con lo stesso naso. Il mio collega era stato il precursore della clonazione di un organo.

Il guaio è che i miei giovani pazienti quando vengono in ambulatorio non si accontentano più di qualche ritocco, ma chiedono modifiche sostanziali dei seni, delle cosce e dei ventri. Come sostegno alle loro richieste le ragazze mi ricordano che tutte le attrici più famose, da quelle degli spot televisivi a quelle pluriinsignite di premi Oscar, sono state rimodellate dalla testa ai piedi. Non posso semplicemente contraddirle e mi appello all’ultima considerazione che le possa far desistere, quella dei costi astronomici sostenuti da quelle dive del nostro tempo. Nulla da fare. Dopo collette varie da genitori, nonni, parenti più affezionati, ricorrono ai mutui in banca.

Il non piacersi, il non accettarsi sono caratteristiche accentuatesi nel nostro tempo, forse perché i modelli di successo ci vengono proposti con le immagini di ogni giorno. Del resto anch’io non ne sono immune. Molte volte sono stato tentato di farmi ridurre chirurgicamente il mio doppio mento. E se nel mio albero genealogico non ci fosse stato il nonno giunto dalla Scozia per sposare mia nonna genovese, forse l’avrei già fatto. Accennerei infine a un altro fenomeno in continuo aumento, dal punto di vista della conoscenza e della comunicazione, nel mio ambulatorio. È quello delle molte coppie sterili o apparentemente tali. Spesso infatti gli esami approfonditi concludono per la normalità di entrambi. La difficoltà ad avere figli, ripeto sempre più diffusa, ha portato da un lato al ricorso, in molti casi in modo incosciente, alla cosiddetta fecondazione assistita, superando spesso ogni confine morale, dall’altro al fenomeno delle adozioni. Queste sono auspicabili e meritorie, nonostante che talvolta si presentino con modalità piuttosto insolite. Alcune organizzazioni internazionali offrono cataloghi con fotografie di neonati o di bambini. I coniugi possono scegliere il loro "figlio perfetto", versare il cospicuo acconto per le cosiddette spese e aspettare i contatti diretti per poterlo o poterla accogliere. Come per la mamma citata all’inizio della lettera, sono molto richieste le creature con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Che dire poi di quelle nazioni che permettono l’adozione da parte di stranieri solo per i bambini ammalati? Tanto che vengono offerti dalle organizzazioni anche i sani come ammalati. Ma il mio sarà poi sano?, si ripetono l’un l’altro gli aspiranti genitori. Le domande che mi prendono tumultuosamente in certi casi e che tengo dentro di me per non turbare la coscienza di nessuno sono sempre le stesse: a) quali sono le motivazioni che spingono due coniugi ad essere genitori a tutti i costi, conoscendone io spesso l’indole e l’educazione ancora immature? b) È una scelta vera di genitori o non è invece un modo per supplire a una loro carenza? c) Potranno superare le eventuali imperfezioni del corpo e della personalità del figlio adottivo, come se fosse stato della loro carne, essendo risaputo che spesso i genitori naturali tendono ad essere ciechi sulle medesime imperfezioni? d) Da queste adozioni negli anni futuri si avranno più figli imperfetti o più genitori imperfetti?

E arrivo alla ragione fondamentale per cui devo rinunciare a collaborare alla rivista da lei diretta sull’argomento del figlio imperfetto. Da un po’ di tempo soffro di interruzioni del sonno in piena notte. In quelle mezz’ore mi sveglio e mi sento lucidissimo. Un erudito gesuita, che seguivo nelle scuola della Parola, con simpatico humour affermò una volta che la cura migliore dell’insonnia è iniziare a pregare. Di sicuro dopo qualche Pater Ave Gloria, disse il sant’uomo, si è ripresi dal sonno. Sebbene l’irriverente rimedio sia spesso efficace, ho preferito sfruttare lo stato di viva lucidità in cui mi trovo in quelle occasioni per riprendere qualche problema più ostico del solito rimasto insoluto durante lo stato di veglia, oppure per dialogare con la mia coscienza, con la quale purtroppo non riesco mai a barare. Così ieri notte ho unito le due situazioni, il problema non ancora risolto dell’articolo in questione e il dialogo con la coscienza. Ne è venuto che questa si è presa gioco di me, rinfacciandomi di avere così a lungo disquisito sull’argomento del figlio imperfetto, che poteva invece essere archiviato in un amen. Difatti ho dovuto riconoscere che confrontando l’educazione cristiana, ricevuta e coltivata, con il mio comportamento di una vita, questo non ne usciva con molto onore. Anzi, ben poco. Ad essere onesti, per niente. Mi sono trovato infatti come l’esempio più pertinente di figlio imperfetto di nostro Signore. Potrei quindi collaborare sull’argomento solo con una modesta difesa d’ufficio, che non interesserebbe nessuno.

Caro direttore, sarà quindi per un’altra volta.

Con stima,

Giorgio Conconi
    

Identità sofferte e nascoste

Alcuni libri usciti di recente tornano sul tema dell’omosessualità. Fra questi: Omosessualità un dibattito aperto a cura di Javier Gafo (Cittadella editrice, lire 32.000) e La confessione (Prefazione di Luigi Bettazzi, Editori Riuniti, lire 18.000) di Marco Politi, vaticanista, che racconta di un prete entrato in crisi per la propria omosessualità. Attraverso varie tappe, che comprendono anche a un certo punto l’auto-sospensione dal ministero, il protagonista di questa vicenda approda a una riscoperta della propria vocazione. Il tono è pacato e sono assenti intenti scandalistici e polemici, il tentativo è quello di capire una realtà sulla quale pesa spesso una cappa di ostilità e ipocrisia, che non aiuta la comprensione.

Alla tematica omosessuale nella narrativa e nella poesia italiana del Novecento è invece dedicato il saggio di Francesco Gnerre, L’eroe negato (Baldini&Castoldi, lire 38.000). Negli Stati Uniti e in generale nel mondo anglosassone è da tempo in auge la scuola dei cosiddetti gender studies, di cui i gay studies sono una particolare branca. Si ricerca lo specifico dell’identità di genere, in questo caso sessuale, all’interno delle diverse manifestazioni antropologiche e culturali. In Italia i gay studies si sono ancora sviluppati, se non, parzialmente, nell’ambito dell’anglistica. Questo libro di Gnerre giunge quindi a colmare un ritardo. L’autore indaga le tracce di valenze omosessuali od omoerotiche non solo in testi in cui esse sono esplicite, ma anche in opere in cui la censura o l’autocensura da parte dell’autore stesso ne hanno determinato una sorta di criptazione. Si va da Saba a Palazzeschi, da Penna a Soldati, da Coccioli a Pasolini, da Arbasino a Tondelli, per un’inedita storia della letteratura italiana contemporanea in chiave gay.

Roberto Carnero

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