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INCONTRI - RISPONDONO MELATO, COSTANZO E BISIO

Brutti ma di successo

di Emilia Patruno
(giornalista)    

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 2001 - Home Page Tirar fuori il "dentro" alla faccia del "fuori" non è mai facile ma possibile. Una carrellata di vip che ce l’hanno fatta. Il loro segreto è: accettare i limiti per superarli; l’imperfezione è una sfida esaltante.

Basta proprio poco per non sentirsi perfetti. Ma che cos’è l’imperfezione? In che cosa consiste: in un naso grosso o in un carattere difficile? O nel non fare esattamente il mestiere che i tuoi avrebbero voluto per te: un posto in banca, un impiego sicuro, il medico. Scegliere un’occupazione apparentemente effimera o troppo estetica (l’attrice e l’attore, per esempio) oppure intestardirsi su quella scelta anche se non hai i numeri, se non hai le phisique du rôle e dovresti dedicarti a scrivere, a studiare, insomma ad aver a che fare con poche persone e non con folle di spettatori. E poi: quando comincia, quando si rafforza la sensazione d’essere davvero come "non dovresti", come non vorresti, come non vorrebbero gli altri (soprattutto i tuoi genitori)? C’è chi si sente imperfetto perché, con le carte che gli sono state consegnate alla nascita, non ha giocato secondo le regole stabilite dal gioco. Perché nasce in una famiglia, in un posto, con un corpo e una faccia che non permetterebbero di vincere.Silvio Orlando.

Silvio Orlando (nella foto), per esempio, che dice: «Nato a Napoli, nel quartiere più brutto, il Vomero, brutto perché rovinato dalla speculazione selvaggia degli anni ’60. Con questa statura, con questa faccia. Timido di natura. Una famiglia semplice. Al massimo avrei dovuto aspirare a un lavoro come insegnante. Invece ho voluto venire a Milano e fare l’attore. Cercando di dimenticare Napoli e la napoletanità. Ho cercato di evitare tutto quello che fanno i napoletani tristi: la colonia a Milano. Essere napoletani può essere faticoso, perché c’è un sovrappiù di segni che non ti abbandona mai, come se essere napoletani fosse un mestiere. E poi, pensandoci bene faccio il cinema e il teatro per me, la televisione per mio padre, pensionato, per mia sorella, professoressa, e per mio fratello, che lavora in banca».

Quando mi hanno chiesto di intervistare personaggi "brutti ma di successo" la cosa non mi era sembrata complicata. Mi dicevo, è sufficiente chiedere: «Si può piacere anche con un nasone come il suo? Con il collo taurino e un corpo ingombrante o troppo striminzito? Si può riuscire anche partendo da "meno uno"?».

Invece queste domande non sono facili perché si possono fare solo a persone che sono davvero, visibilmente, riuscite nello spettacolo. Che sono popolari e arrivate, per le quali non c’è neppure l’ipotesi che il pubblico volti le spalle. Si possono chiedere queste cose solo a personaggi che guadagnino soldi e stiano in copertina proprio come gli altri, anzi, se vogliamo, proprio per il loro nasone o la loro brevilineità siano piaciuti e piacciano.

Pensiamo a un Pippo Franco, a un Gigi Proietti, a una Anna Marchesini, a una Milena Vukotich. Una prima sensazione è stata questa: l’elenco dei "brutti ma di successo" è sorprendentemente molto lungo. E se piaci così, se riesci a farti ammirare anche così, con i lineamenti non perfetti e con un corpo che non sceglieresti mai, stai sicuro che quegli ammiratori per te andranno pazzi.

È possibile aver successo, diventare un personaggio da ammirare, un artista da rincorrere a ogni performance proprio come quelli che hanno avuto tutto dalla vita, ma soprattutto la bellezza? Sembrerebbe di sì. Anzi. Sembrerebbe che qualche imperfezione possa dare modo, a chi cerca qualcuno da ammirare, di spingersi oltre, di adorare. La verifica mette in evidenza che, certo, è dura. È difficile, farcela, quando non si ha la perfezione, la misura, la bellezza. Ci vuole una bella voglia di esistere. Specie in questo mondo, nel mondo dello spettacolo. La disarmonia e la goffaggine, alla prova dei fatti, possono anche piacere, far tenerezza, destare ammirazione, soprattutto al cinema, in Tv, in teatro, luoghi in cui la dittatura dei canoni estetici, degli stereotipi (in particolar modo quelli femminili), non è mai stata così assoluta. E qui arrivo alla sensazione provata man mano che telefonavo alle "brutte" e ai "brutti": la qualità dominante, la costante, è la rivalsa, l’orgoglio, la sfida accettata e vinta. Soprattutto nelle donne. «Sì sono brutta e me ne vanto. Perché ce l’ho fatta. A farmi amare. A piacere agli altri, alle altre. Ma soprattutto a me. A guardarmi allo specchio e a trovarmi, tutto sommato, piacevole».

Mariangela Melato, attrice di innegabile talento, in Due volte vent’anni.
Mariangela Melato, attrice di innegabile talento, in Due volte vent’anni.

Così, più o meno mi hanno risposto donne fascinosissime, piacenti ma soprattutto brave, come Anna Marchesini o Mariangela Melato. Perché inizialmente, non c’è ombra di dubbio, c’è già una bella differenza, tra donna e uomo. Essere brutte è difficile per una donna più che per un uomo. Difficile lavorare in pubblicità; il cinema ti considera poco o niente; è una "moda" molto recente pensare che anche una bruttina o una slavata possa fare impazzire.

«"Non bella ma un tipo": quante volte me lo sono sentita dire. Lo sapevo da sempre: non ero bella. Intendo occhi da cerbiatta, gambe chilometriche, grazia, stile, portamento elegante – mi ha detto la Melato –. Allora ho preferito giocare su altri fronti: lo humor, l’intelligenza, la vivacità. Se oggi sono quella che sono lo devo proprio a questo, proprio al fatto che non ero bella, partivo svantaggiata e ho dovuto arrangiarmi. E la vita mi ha dato ragione se gli uomini che ho amato mi hanno corrisposto, se il lavoro che volevo fare, l’attrice, il regno delle belle per eccellenza, mi ha accolto con ponti d’oro».

E l’uomo di spettacolo, come vive questa situazione di svantaggio? Apparentemente con più tranquillità. Forte dei proverbi arcinoti e purtroppo assai riscontrabili anche nella normalità dei normali (l’uomo va sempre bene, purché non somigli al lupo), validi in tutti i campi, dal privato al pubblico, l’uomo di spettacolo (o che comunque dallo spettacolo viene "lambito", come i giornalisti televisivi che contano schiere di ammiratrici folte come quelle dei divi del cinema, i Gad Lerner o i Santoro della situazione) saprebbe maneggiare molto meglio il problema. Il segreto sembra essere sempre lo stesso: imparare ad accettarsi senza vivere nella perenne rincorsa di modelli inarrivabili, nella frustrazione distruttiva di non essere Robert Redford (bassino anche lui, comunque) o Warren Beatty (che, pur essendo stupendo, invecchia malissimo).

Il navigato intrattenitore che dal 1982 conduce il Maurizio Costanzo show.
Il navigato intrattenitore che dal 1982 conduce il Maurizio Costanzo show.

Amarsi per farsi amare; vivere "da belli" sapendo perfettamente di non essere nato così, e tuttavia infischiandosene. Fare pace con la natura e con la sua ingratitudine, giocandosi tutto con altri argomenti: acume, ironia, spontaneità, creatività. Dimostrare di essere intelligenti e soprattutto molto ma molto talentuosi, certamente più degli altri. Fino a diventare un’icona che non solo gradita, ma amata per quello che è.

Uno per tutti, Maurizio Costanzo che una volta, a un giornalista che gli chiedeva «Ma lei, si guarda mai allo specchio?» rispondeva così: «Mi guardo molto, e sa che cosa dico? Be’ poveraccio... E dentro a quel poveraccio ci sono tante cose. C’è la valigia di tutta una vita: il successo, la fatica, le mie cadute, gli amori e anche l’aspetto fisico – certo – al quale uno si deve rassegnare. Perché è come una nazionalità: uno è italiano, non è giapponese. È nato a Roma e non a Milano o a Torino. È nato figlio unico di un impiegato del ministero dei Trasporti e non cadetto o primogenito di una schiatta di industriali tessili. È nato grasso e poi è diventato calvo. Però questi sono i pezzi del meccano che la vita ci mette a disposizione e su questi uno deve imparare ad arrangiarsi, a costruire. È inutile recriminare: con le recriminazioni non si costruisce niente, non ci si sposta di una virgola. Sono partito dai miei handicap per costruire una forza. Ci sono riuscito, e le dirò: oggi mi piaccio molto. Sono brutto e me ne vanto».

O Claudio Bisio (nella foto sotto), arrivato alla notorietà grazie al suo talento e alla sua simpatia, ma che ricorda – scherzandoci su, ormai – gli inizi: «Sempre stato pelato. Pelato, anche a vent’anni. Facevo teatro, e me lo dicevano tutti, che ero bravo. Bravo, bravissimo, ma mai una parte da bell’uomo, perciò pochissimi ruoli da protagonista. Mai visto un Amleto, pelato. O un Giulio Cesare. Addio Shakespeare, quindi, perché non lo puoi certo recitare con una parrucca».

Inalberare grinta e coraggio sembra essere il modo più opportuno per sopravvivere all’arroganza di modelli che i media sbattono continuamente in prima pagina: un’umiliazione per chi è imperfetto, una mortificazione per chi non spicca per armonia. Tirare fuori il dentro alla faccia del fuori.

Il bello di una vita da brutti, forse, sta tutto qui: nella scommessa. Che parte dall’accettare i propri limiti, piccoli o grandi e certamente d’ostacolo, per poi superarli. Dal sapere che la bruttezza e l’imperfezione possono non essere sempre una disavventura senza rimedio e senza fine, ma invece una difficile, esaltante sfida.

Emilia Patruno

Claudio Bisio.
Claudio Bisio.

L’IRTA SCALATA DELLE DONNE

Più brave a scuola ma penalizzate sul lavoro. Lo rileva ancora una volta uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) che conferma: le donne sono discriminate rispetto ai maschi soprattutto nel mondo scientifico. La terza giornata dedicata alle donne nella ricerca, celebrata in aprile, ha fornito i dati dai quali risulta che soltanto il 7% conquista posti di comando (nel mondo della ricerca scientifica) e il 5,8% raggiunge i vertici o è nominata come esperta in qualche organismo.

Il Cnr fornisce l’elenco degli enti di ricerca favorevoli o no alle donne. La palma d’oro va all’Istituto nazionale di ricerca per l’alimentazione e la nutrizione con il 60% del personale femminile, seguito dall’Istituto superiore di sanità (55%) e il Cnr (30%). L’Enea con il 17,8% e l’Infn con il 16,8% rappresentano invece le maglie nere di questa classifica.

Le ricercatrici italiane hanno creato una commissione per valorizzare le donne nel mondo scientifico.

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