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SOCIETÀ & FAMIGLIA - UN LIBRO CHIARO PER CAPIRE IL PASSATO

Ritratto di una famiglia per bene

di Beppe Del Colle
    

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 2001 - Home Page La storia di un rude ingegnere, che vive e opera in Piemonte, illustra limiti e pregi di quella società borghese, che pur intrisa di valori non merita tuttavia d’essere valutata solo con rimpianto.

«Ricorderò sempre quell’uomo rude e buono che si alzò, mi prese per i capelli che avevo lunghi, me li tirò fino a farmi male e mi disse: "So che lei è un bravo ragazzo, si ricordi che la vita non è un piacere, ma un dovere. Il piacere bisogna trovarlo nel lavoro"». Quell’uomo rude, «alto, magro, con baffi grigi, colletto duro e cravatta scura, vestito di grigio» era un ingegnere, ispettore superiore del Genio civile; il ragazzo era un neolaureato del politecnico di Torino; l’anno, il 1914.

Non è un romanzo, ma un brano delle Memorie di un borghese del Novecento, appena uscito da Bompiani, in cui l’ingegner Vittorio Bonadé Bottino, nato nel 1889 e morto nel 1979, racconta la sua vita di professionista dello sviluppo dell’edilizia industriale della città in cui è nato e ha operato accanto a uomini come il senatore Giovanni Agnelli, Riccardo Gualino, Vittorio Valletta.

Un libro in cui è rappresentata in primissimo piano la moralità borghese, uno stile di vita in cui davvero il lavoro era considerato il massimo dei piaceri e dei valori. Una moralità che poteva essere spietata nei confronti di chi falliva nel lavoro e di chi, del tutto incolpevole (se non della colpa d’essere donna e di non disporre di una dote adeguata al rango sociale), doveva sacrificare la propria esistenza a un decoro familiare a cui una giovane non poteva imporre nessuna macchia, neppure quella di innocenti amicizie maschili, conosciute attraverso i fratelli e sotto il loro vigile sguardo.

Il nostro ingegnere era nato in una famiglia del genere. Il padre, impresario tessile, aveva avuto un fallimento e si era ridotto a non contare nulla, di fronte alla moglie e alla suocera che – si intuisce – guidava l’economia della casa e le sue scelte. Un fratello e una sorella, più giovani di lui, avevano dovuto chinare ben presto il capo: il maschio avrebbe voluto fare il pittore, e ne aveva i numeri, ma fu avviato alla ragioneria; la femmina fu destinata a una malinconica carriera di dama di compagnia della nonna e della madre, salva, anche per lei, la parentesi della Grande guerra, in cui fu crocerossina nell’ospedale militare cittadino.

In un’Italia molto più segnata di quella di oggi da enormi differenze economiche e sociali, e in una città esemplare dal punto di vista degli studiosi di quelle differenze – borghese e proletaria, monarchica e rivoluzionaria, bigotta e mangiapreti, di grandi santi e di decadenti letterati, di don Bosco e di Gozzano, di nobili architetture barocche e di fatiscenti borgate popolari, di audaci «assi del volante» e di «ubriachi del lunedì mattina», di studenti e di emigranti –, il ritratto di quella famiglia benpensante fino alla durezza con sé stessa emerge come un modello di rapporti fra genitori e figli impensabili oggi, proprio come è impensabile che qualcuno si rivolga a un giovane laureato con le parole di quell’ingegnere votato alla religione del lavoro come unico vero piacere della vita.

Un padre imperfetto

In quella famiglia l’imperfetto non è un figlio, ma il padre, che si muove sullo sfondo triste di un’emarginazione senza riscatto, nata da una disgrazia, un rovescio di fortuna vissuto come una colpa. La trama di questa storia familiare può essere letta come un’altra faccia dei Buddenbrook, un’ascesa anziché una decadenza, ma in base ai medesimi principi e alla medesima moralità borghese, che regola con il suo metro di giudizio non solo gli atti, ma anche i sentimenti delle persone, uomini e donne che si muovono fatalmente in corrispondenza di quei canoni immutabili.

Era questa la forza della borghesia di fine Ottocento, figlia del perbenismo vittoriano e del Progresso tecnico-scientifico dell’incipiente Novecento; una forza che accoppiava virtù e benessere, durezza e successo, autorità dei padri e obbedienza dei figli, rispetto della ricchezza e benevolenza (ma senza indulgenze) per i poveri. Nel caso specifico dei Bonadé Bottino, era anche la forza del carattere piemontese tutto d’un pezzo, che suscitava nel giovane Vittorio, sbalzato per lavoro a Reggio Calabria, la sorpresa di sentirsi qua e là malvisto, osteggiato proprio in quanto piemontese, della stessa razza cioè dei liberatori e dei modernizzatori del Sud con un Risorgimento sentito e vissuto dalle popolazioni meridionali ben altrimenti che dagli orgogliosi sudditi dell’antico Regno di Sardegna.

Ma ciò che colpisce di più è la descrizione realistica dei rapporti dentro la famiglia borghese del tempo, di cui oggi non si trova quasi più traccia. Scomparso il senso del decoro nei comportamenti, nell’abbigliamento e nel linguaggio, dentro e fuori le mura domestiche; il termine stesso di borghese è sparito dal lessico pubblico, politico o giornalistico, insieme alle connotazioni, positive o negative, che lo accompagnavano. La società di oggi, nei Paesi economicamente evoluti, non è né aristocratica, né borghese, né proletaria; è molto consumista.

Ciò non significa che siano sparite le differenze di classe intese nel senso del reddito; ma il modello televisivo universale ha cancellato le differenze di stile, di modi di vivere, di mentalità. Basti riflettere, scorrendo le pagine delle Memorie di un borghese del Novecento, sull’importanza che aveva la religione, con i suoi riti, le processioni per le strade cittadine, le luminarie in onore della Madonna e dei Santi, le tradizioni di Natale e di Pasqua; o sull’attenzione a non trascendere nel linguaggio verso il volgare, lo scurrile, lo sconcio. Che ne è oggi, di tutto questo? Ci farebbe comodo rispondere che era frutto dell’ipocrisia, di cui la modernità ci ha liberati. Ma non sarebbe del tutto giusto. 

Beppe Del Colle

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