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CONSULENZA GENITORIALE - LA DURA PERDITA DEL FIGLIO IDEALE

L’insorgere di un trauma

di Sara Mariazzi
            

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 2001 - Home Page La nascita di un bimbo malato impone ai genitori di immergersi nei processi di cura, li pone di fronte a una realtà che richiede un’attenzione immediata non lasciando loro il tempo di elaborare quei complessi vissuti legati alla perdita del cucciolo desiderato, che era già nato in loro.

Durante l’attesa del proprio figlio entrambi i genitori sperimentano processi preparatori e adattivi che consentono loro di organizzare quel passaggio dall’identità personale all’identità genitoriale. Winnicott ha messo in evidenza l’importanza di questo «lavoro della gravidanza», come esperimento mentale attraverso il quale i genitori iniziano a prepararsi all’incontro con il bambino. Ancor prima della nascita, infatti, sia il padre che la madre riservano al proprio figlio quello che Winnicott definisce uno «spazio della mente»(1), nel quale sono contenuti desideri, aspettative, fantasie e fantasmi, proiezioni e ricordi del proprio passato: ciò che riemerge riguarda soprattutto il rapporto che il padre e la madre hanno avuto con le loro stesse figure parentali, i ricordi, gli affetti, le paure, i conflitti, le sofferenze, il rapporto, quindi, che entrambi intrattengono con la loro parte infantile.

Accanto a fantasie coscienti che la madre condivide con il partner e con i propri familiari si riattivano quindi fantasie che emergono da livelli più profondi dell’identità, rinviando a vissuti soggettivi, a esperienze evolutive precedenti. Silvia Vegetti Finzi parla così di un «bambino della notte» ossia di «quella figura dell’immaginario infantile che è stata relegata nell’inconscio, dove continua la sua vita onirica al riparo, come tutti i contenuti dell’inconscio, da ogni successiva elaborazione»(2).

Le coppie che aspettano un figlio sperimentano quindi un processo creativo che non ha a che fare esclusivamente con la propria capacità generativa, ma che riguarda anche una creatività a livello mentale che li porta a fantasticare e a immaginare come sarà il loro bambino. Inizia così la personificazione del nascituro, delle caratteristiche fisiche, della personalità, degli interessi che dovrà avere: entrano in campo i ricordi, gli affetti e i conflitti passati dei genitori, vengono quindi richiamate sulla scena del "non ancora", del possibile, le figure di ciò che c’è già stato, del passato.

Può accadere che il figlio non corrisponda a quel bambino che era già nato nella mente dei genitori: elaborare questa sorta di disillusione diventa così un compito fondamentale della genitorialità, e, in particolare, della maternità, affinché si instauri una relazione sana tra madre e bambino. Tuttavia, quando questa discrepanza è troppo grande, può insorgere un vero e proprio trauma: la preparazione psicologica al proprio figlio, infatti, comporta normalmente il desiderio di un bambino perfetto e la paura di un bambino che possa essere malato.

Quando i genitori scoprono che il loro bambino, così atteso e idealizzato, è affetto da un handicap o, in generale, da un disagio cronico, improvvisamente tutto ciò che avevano fantasticato e immaginato riguardo al proprio figlio, si scontra con una realtà sconvolgente: quel «lavoro della gravidanza» che era stato compiuto viene così sopraffatto dalla diagnosi della malattia. Se infatti la nascita di un figlio rappresenta necessariamente un momento di forte ristrutturazione del proprio sé, la scoperta del disagio irrompe ora nella vita dei genitori, senza lasciare loro il tempo di elaborare la perdita del bambino desiderato: l’handicap diventa una realtà che richiede un’attenzione immediata, una realtà che pone problemi da affrontare subito.

Questa scoperta del tutto inattesa si presenta poi in un periodo particolarmente critico, soprattutto per la madre: la nascita di un bambino comporta, infatti, anche in assenza di patologie, sentimenti depressivi per la perdita dello stato fusionale con il proprio bambino ed è, allo stesso tempo, un momento di verifica delle proprie capacità di procreare un figlio sano. Il disagio del figlio può così rappresentare per la madre una vera e propria sconfitta, il sentimento di non essere stata all’altezza del compito, di non essere stata brava come la propria madre: è con lei, infatti, che avviene un confronto diretto e complesso, è con i racconti della sua esperienza che la giovane donna si confronta.

Il contributo freudiano

La nascita di un bambino affetto da un handicap grave o da un ritardo mentale significativo rende ancora più evidente agli occhi della madre il proprio fallimento, e rende ancora più difficile il normale processo evolutivo del rapporto primario tra la madre e il suo bambino: subito dopo la nascita, infatti, la madre si riconosce soprattutto nell’aspetto del figlio, più che nelle sue risposte, e un handicap grave può quindi limitare e ostacolare la capacità di riconoscersi in lui.

Da un punto di vista psicoanalitico i sentimenti legati alla perdita del bambino sano desiderato possono essere compresi più a fondo alla luce degli studi di Freud riguardo al processo di lutto. La reazione dei genitori, in particolare della madre, alla nascita di un bambino con un disagio grave è infatti, per molti aspetti, paragonabile alla reazione di fronte alla morte del figlio: si manifestano in entrambi le situazioni sentimentali di perdita, di intenso rimpianto per il bambino desiderato, di rabbia e risentimento nei confronti di una realtà ineluttabile(3).

In base alle spiegazioni fornite da Freud il lutto implicherebbe, oltre a una perdita d’interesse per il mondo esterno, soprattutto la perdita della capacità di scegliere un qualsiasi nuovo oggetto d’amore e l’avversione per ogni attività che non si ponga in rapporto con la sua memoria: è proprio l’incapacità di ritirare i propri investimenti dal bambino sano perduto che può portare i genitori a non riuscire ad adattarsi alla nuova realtà. Secondo Freud, infatti, per giungere ad elaborare il sentimento del lutto, è necessario disinvestire gradualmente la propria libido dall’oggetto amato perduto e, allo stesso tempo, anche da tutti i ricordi e dalle aspettative legati ad esso.

Elaborare il sentimento di lutto non di fronte alla morte, ma di fronte alla nascita del figlio malato, può risultare ancora più difficile, in quanto i genitori si trovano improvvisamente e inaspettatamente alle prese con la salute del bambino e con tutti quei problemi che esigono da subito un’attenzione immediata. L’impatto quotidiano con l’handicap del figlio non consente ai genitori di elaborare i propri stati d’animo più profondi e ostacola il processo di riconoscimento del bambino, di investimento nei suoi confronti. È tuttavia necessario che il padre e la madre trovino al più presto nuovi equilibri e nuovi spazi nella propria mente per poter contenere i bisogni del figlio e per impedire che il legame fondamentale con lui si spezzi: quella «preoccupazione materna primaria» che la madre sviluppa ancor prima della gravidanza e che è la condizione necessaria per un rapporto fusionale con il figlio rischia infatti di essere sopraffatta dal non riconoscimento della madre nel suo bambino. Si tratta quindi di un lavoro psichico lento e doloroso, che deve portare alla consapevolezza della delusione e della perdita e che deve procedere attraverso la scarica graduale e ripetuta di quei ricordi e sentimenti intensi che la gravidanza aveva suscitato in entrambi i genitori.

I sentimenti provati dai genitori in seguito alla scoperta della malattia del figlio sono molto spesso legati a un forte senso di colpa: può succedere che la colpa venga attribuita a fattori esterni o ad altre persone come i medici, ma quasi sempre i genitori tendono a colpevolizzare se stessi. Il padre e la madre ripensano alla propria storia, ai propri comportamenti durante o anche prima della gravidanza: in particolare le madri possono pensare di avere agito in qualche modo che possa avere danneggiato il bambino (aver fumato, aver preso medicine, essersi sforzata eccessivamente, non avere ascoltato tutti i consigli del dottore o anche della propria madre). Entrano in campo anche i pensieri, le fantasie che hanno accompagnato il padre e la madre durante l’attesa del figlio: non avere inizialmente desiderato il bambino, l’aver pensato di abortire, o, semplicemente, l’aver provato quei sentimenti ambivalenti che ognuno prova di fronte a un cambiamento così importante, vengono ora percepiti come colpe irreparabili.

Il sentimento di colpa diventa un meccanismo necessario messo in atto dai genitori per cercare di trovare una spiegazione, una risposta al perché proprio a loro è capitata una disgrazia simile: andare alla ricerca dei motivi per i quali potersi sentire in colpa è quindi un modo per cercare di adattarsi alla realtà gradualmente.

Dalla negazione alla realtà

I forti sensi di colpa che affliggono i genitori non derivano tuttavia esclusivamente dalla paura di aver potuto in qualche modo nuocere al bambino, ma possono essere la conseguenza dei pensieri e degli stati d’animo di rabbia e di ostilità che il padre e la madre possono provare nei confronti del figlio malato. È normale, infatti, di fronte alla nascita di un bambino malato, che ai genitori possa capitare di pensare, anche in maniera non del tutto consapevole, che sarebbe stato meglio che il bambino non fosse nato: viene spontaneo pensare che si sarebbero evitate tante sofferenze al figlio stesso, anche se in realtà la sofferenza a cui non si può fare a meno di pensare è proprio quella che riguarda sé stessi. Il desiderare che questo figlio non fosse mai nato è infatti, da una parte, conseguenza dello shock iniziale, della forte delusione rispetto alle proprie aspettative, ma è sicuramente anche una conseguenza della vergogna rispetto all’ambiente esterno, della paura del giudizio delle persone che circondano i genitori.

Il padre e soprattutto la madre temono il giudizio e il confronto con le proprie figure genitoriali, la delusione che hanno loro inferto, la vergogna che possono a loro volta provare nei confronti degli altri: la curiosità e gli atteggiamenti compassionevoli non fanno altro che acuire il sentimento di diversità che provano i genitori, con il rischio quindi di proiettare sul figlio la vergogna, la rabbia e il risentimento. Può quindi diventare molto difficile per i genitori prendersi poi cura di quel bambino del quale hanno desiderato la morte, se continuano a sentire il peso di quei loro pensieri, «se questo sentimento rimane in loro come un macigno e non può essere condiviso e riconosciuto nella sua assoluta normalità e nella sua fisiologia di tentativo di tenere a bada la sofferenza»(4).

È difficile generalizzare riguardo alla durata delle varie reazioni emotive sperimentate dai genitori, dal momento che troppi fattori influiscono sulle modalità attraverso le quali si manifestano questi meccanismi di difesa. Ma si può considerare come, in generale, i genitori si trovino inizialmente in una situazione di distacco dalla realtà, di stordimento, di incredulità: lo shock è così forte da lasciarli incapaci di reagire e intenti esclusivamente a colpevolizzarsi o a scaricare la propria rabbia sugli altri o sul bambino stesso. In un secondo momento, se queste reazioni rimangono sotto una certa soglia e non si protraggono nel tempo, i genitori possono poi operare un "esame di realtà" che consente loro di iniziare un graduale e doloroso processo di adattamento alla ineluttabilità della malattia, come ci racconta la madre di un bambino autistico: «Voi vi sarete sentiti, come succedeva a me, come se foste in qualche modo usciti da voi stessi e aveste rimosso il vostro Io da ciò che stava effettivamente succedendo. Questo stordimento interno è un meccanismo di difesa innato che i nostri corpi hanno per isolarci da situazioni drammatiche. La nostra mente semplicemente si chiude finché non riusciamo a cimentarci con la realtà a cui ci troviamo di fronte»(5).

Sara Mariazzi

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