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DOVE NASCE IL MUTAMENTO

La famiglia Rossi in vacanza

di Domenico Secondulfo
(professore associato di Metodologia delle scienze sociali, Università del Molise)
            

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 2001 - Home Page I modelli culturali cui riferire l’attuale turismo consumistico sono il viaggio, il pellegrinaggio, il rito iniziatico. Ogni fascia di età gode di una vasta gamma di offerte non facili tuttavia da trasformare in buone possibilità per le relazioni umane.

Il turismo di massa è senz’altro un’invenzione piuttosto recente nella storia dell’umanità. In passato, i nostri progenitori si spostavano per necessità e con uno scopo preciso, si trattasse di una guerra, di una carestia o di un commercio. È con l’industrializzazione che inizia quel processo socio-culturale di cui il turismo attuale è la continuazione. Un’evoluzione che si può far partire con la frattura tra tempo di lavoro e tempo libero, inventata, così potremmo dire, proprio dai processi di industrializzazione.

Nei sistemi produttivi precedenti, a carattere prevalentemente agricolo, il tempo di lavoro e quello di non lavoro si intrecciavano lungo tutto il percorso dell’anno e, spesso, della stessa giornata, senza compartimenti rigidi, in un fluire di attività più orientate al risultato che al tempo impiegato. L’industrializzazione, con l’egemonia della fabbrica come luogo della produzione sociale, impose il problema di una disciplina del tempo che ottimizzasse l’utilizzo degli impianti rompendo la contiguità tra lavoro e non lavoro e separando le due attività in luoghi e momenti diversi. In questo modo, l’omogeneizzazione dell’uso del tempo permetteva una più intensa valorizzazione degli impianti e alleggeriva il processo produttivo da ciò che non era lavoro.

Di conseguenza, la pressione si spostò sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, diventato, per antonomasia, tempo "libero" dal lavoro. Anzi, alcuni autori che si sono occupati dello sviluppo della manifattura inglese suggeriscono che la concessione di periodi continuativi di non lavoro (ferie) abbia costituito una sorta di contropartita per ottenere una maggiore disciplina del tempo di lavoro all’interno della manifattura.

Una disciplina che, comunque, ha abbracciato tutto il tempo, sia quello di lavoro che quello libero, che si è sempre più allontanato dalla dimensione del gioco per entrare via via in una sorta di rispecchiamento del tempo di lavoro, sia come scansione lungo l’anno e la settimana, sia come organizzazione, divenendo un aspetto sempre più importante, nel suo successivo collegamento con il consumo, dell’organizzazione produttiva nel suo complesso e della disciplina sociale.

Non fu certo un processo rapido; secondo questi autori si estese lungo un periodo che è andato dal XVIII al XIX secolo. Alla fine, però, la dicotomia lavoro/tempo libero, chiave di volta della nostra vita di consumatori occidentali, era cosa fatta. Di pari passo, seppure in tempi più recenti, si stabilizzava un’altra equazione centrale della nostra società: quella tra tempo libero e consumo, polo opposto e complementare rispetto a quella tra tempo di lavoro e produzione.

Anche la vacanza iniziò a sottostare agli imperativi di produttività, segmentazione e organizzazione del tempo, secondo un approccio al tempo libero sempre più omogeneo al tempo di lavoro. L’utile "inutilità" del gioco veniva sempre più sostituita dalla produttività del tempo libero, misurata in resa della vacanza: abbronzatura, cartoline, tempistica e ottimizzazione, per un pieno utilizzo produttivo del tempo, anche libero.

Tra il 1850 e il 1980, nelle società occidentali, il tempo di lavoro si è ridotto da 5.000 ore all’anno a 1.650, mentre il tempo libero di ciascun individuo nel corso della sua vita è passato dalle 25.000 ore del 1800 alle oltre 226.000 del 2000.

Quando si parla di società dei consumi, queste cifre andrebbero tenute presente per avere un’idea dell’enorme potenziale economico che la liberazione del tempo libero ha portato con sé, e, inoltre, per sottolineare come una simile mole di tempo, liberato dalla disciplina produttiva, non poteva assolutamente essere abbandonato a sé stesso, e quindi è stato via via irregimentato in una modellistica sostanzialmente omologa e omogenea a quella del tempo di lavoro.

Per genitori e figli la pausa vacanziera può diventare un problema, oppure un’occasione per riappropriarsi del tempo e trascorrerlo con le persone amate. Tenersi stretti e conoscersi meglio diviene fondamentale per rinsaldare i legami.

Non appena il tempo libero raggiunge una quota sufficiente, è il turismo il tipo di consumo che, sempre più spesso, se ne impadronisce; «tutti al mare», appunto. Ma dove possiamo cercare le radici di un così massiccio e testardo comportamento? Quali i modelli culturali che stanno alle spalle di questa particolare forma di consumo e del suo innegabile fascino? Basti pensare ai disagi cui ci si sottopone, abbandonando la propria comoda abitazione, la topografia nota del luogo in cui si vive, per raggiungere, e dopo viaggi spesso ben poco gradevoli, luoghi ritenuti, evidentemente, degni del sacrificio.

I modelli passati cui possiamo fare riferimento sono essenzialmente tre: il viaggio, il pellegrinaggio e l’iniziazione.

Nel viaggio troviamo il versante nobile del turismo; il viaggio, soprattutto se slegato da attività utili, è sempre stato appannaggio dell’élite, dal tempo dell’impero romano in poi. Da questo versante il turismo trae quella sfumatura di differenziazione sociale che ammanta ancora il suo significato. A partire dalla fine del XVII secolo, il grand tour era una sorta di obbligo per i figli dell’aristocrazia, in particolare terriera, come itinerario dello spirito nei luoghi sacri dell’umanesimo europeo; obbligo che si allargò nel XVIII e XIX secolo anche ai figli del ceto medio professionale, mutando, con l’avvento del romanticismo, il carattere di formazione cognitiva nel carattere di esperienza spirituale, qualcosa che ancora oggi ritroviamo in un certo turismo che, volendosi separare dal turismo di massa, ma non volendo legarsi al turismo dell’élite economica, ricerca una sorta di élite spirituale nel pellegrinaggio verso luoghi di valore umanistico, meglio se scomodi, per marcare la differenza verso le altre due tipologie.

L’altro modello, quello del pellegrinaggio, che tra il XIII e il XIV secolo è stato, in Europa, un fenomeno quasi universale, porta sulla scena con forza il tema del sacro, già affacciatosi nel grand tour, esperienza di pellegrinaggio laico verso i luoghi della classicità.

Queste due esperienze, mentre si differenziano nettamente dal punto di vista del ceto sociale (esperienza individuale la prima, già massificata la seconda), seguono un modello culturale più vicino di quanto appaia, quello di un "distante" che può mutare la persona che lo conosce e questo, che è l’aspetto sacro dell’esperienza, rappresenta la seconda radice del turismo.

Non si confonda sacro con religioso, qui intendiamo con sacro qualcosa oggetto di rituali, il cui contatto si ritiene in qualche modo capace di modificare la persona, di cui vengono tenute copie e riproduzioni per perpetuare l’esperienza. Come non vedere allora, nei vari viaggi di turismo, tanti piccoli pellegrinaggi a luoghi sacri della cultura di massa, siano essi Rimini, l’India, Cortina, o le Maldive? E le nostre diapositive, oppure i calchi della torre di Pisa religiosamente riportati in patria da americani e giapponesi, così come le copie in alabastro delle piramidi riportate in patria dagli europei; non sono forse tanti "santini", riportati a testimonianza, che ci garantiranno rispetto ad amici e colleghi dell’avvenuto pellegrinaggio e della considerazione che ne deve conseguire?

S’intravede, dietro al pellegrinaggio, la terza radice culturale del turismo, quella che affonda sino al rito iniziatico, di cui il viaggio turistico ripercorre le tre fasi essenziali: separazione spaziale e sociale dal normale ambiente e dalle normali relazioni sociali; esperienza di uno stato di liminalità, di diverso, con il contatto diretto con qualcosa di cui sia riconosciuta l’eccezionalità e la unicità (la sacralità); ritorno nel gruppo sociale di partenza, ma a un gradino più elevato di status e di attenzione sociale, a differenza di chi non ha compiuto il viaggio. Da questa terza radice culturale se ne diparte una minore, più direttamente legata alla recente dicotomia lavoro/non lavoro: è quella del rinnovamento psico-fisico, salutista. A ben vedere, non è intrinsecamente diversa da quella iniziatica, solo che il mutamento non è che un rinnovamento di qualcosa perso nella vita normale, ottenuto attraverso il contatto sacro con qualche forza rigeneratrice (acqua, montagna, lavoro manuale, lusso, sesso), anche se di portata meno complessiva.

Viaggio, pellegrinaggio, rito di rinnovamento, ecco che cosa si cela dietro la banalità del turista, del weekend al mare o in montagna. Ed è qui che ha operato con maggiore perfidia la cultura di massa, riducendo la coppia viaggio-meta alla semplice meta, e declassando il viaggio a mero spostamento, sempre più compresso a favore della meta agognata.

Un terribile "preludio" di vacanze di massa.
Un terribile "preludio" di vacanze di massa.

I dati Istat

Secondo i dati dell’Istat, nel 1998, il 46,2% degli italiani è andato in vacanza, una quota praticamente stabile negli ultimi cinque anni, questi 26 milioni di vacanzieri hanno fatto in media 19 giorni di vacanza, soprattutto in Italia (87,8%) e soprattutto in un unico periodo dell’anno (71,7%), una vacanza concentrata in un unico periodo dell’anno è infatti da considerarsi la regola, soltanto il 18% infatti ha potuto godere di più di un periodo di vacanza all’anno. Negli ultimi cinque anni sono sicuramente aumentate le vacanze all’estero, mentre il numero medio di giorni di vacanza è rimasto praticamente costante.

Tendenzialmente, vanno senz’altro più in vacanza gli abitanti delle grandi aree metropolitane (59% contro il 37% dei comuni fino a 2.000 abitanti), e questo, probabilmente, sia perché nei comuni piccoli si vive sicuramente più tranquilli, e quindi c’è meno spinta ad allontanarsene, sia perché nelle grandi e piccole città la spinta conformista alla vacanza è molto più forte e massiccia che nei piccoli paesi; infatti è senz’altro nelle aree caratterizzate dalle grandi conurbazioni che la percentuale di persone andate in vacanza è maggiore: nell’Italia Nord-occidentale e Nord-orientale si va dal 64 al 56% di vacanzieri, con punte del 83% a Milano, 66% a Torino e 77% a Bologna. Nell’Italia centrale siamo ancora sul 48% per crollare poi al 33% e al 20% nell’Italia meridionale e insulare; se a Firenze è ancora il 74% ad andare in vacanza, a Roma scendiamo già al 41%, e in città come Palermo e Catania arriviamo attorno al 20%.

Non è invece vero che nei piccoli centri non si vada in vacanza a causa di una minore disponibilità economica. Infatti, la percentuale di persone che non sono andate in vacanza per motivi economici tocca, nei paesi tra i 2.000 e i 10.000 abitanti, l’incidenza minima in assoluto (37-39%). Risente invece di più della motivazione economica la differenza tra Italia del Nord e Italia meridionale e insulare, ed è una differenza che opera soprattutto nei piccoli comuni. Infatti, nelle grandi città la quota di chi non va in vacanza per motivi economici, oltre a essere tendenzialmente stabile, non risente delle differenze tra nord e sud, mentre le differenze diventano molto forti se ci spostiamo nei comuni piccoli e medio piccoli. Una notazione particolare merita la percentuale di persone che non è andata in vacanza per motivi economici: il valore minore in assoluto è appannaggio di Bologna (32%).

Riassumendo: si va in vacanza una volta all’anno, per circa venti giorni, e ci si va soprattutto partendo dalle grandi aree metropolitane del centro e del nord Italia. Restano a casa nei piccoli comuni del nord e del centro perché così gli piace, e nei piccoli comuni del centro e del sud perché non hanno soldi, anche se la quota maggiore di persone che non va in vacanza per problemi economici la troviamo nelle grandi aree metropolitane in cui, evidentemente, l’imperativo alla vacanza è talmente forte da coinvolgere tutti quelli che, anche minimamente, se lo possono permettere. Ancora una volta si conferma che, in realtà, sono le grandi città i luoghi in cui le differenze sociali diventano più forti e stridenti.

E per finire con questa breve carrellata statistica, una buona notizia: per quanto riguarda le vacanze, almeno a livello statistico, non ci sono differenze tra i comportamenti dei maschi e delle femmine.

Vignetta.

Villeggiatura per tutti?

Questi sono comunque i dati relativi agli individui, e nulla ci dice se la vacanza di cui hanno parlato all’Istat sia stata poi goduta da soli o all’interno di una famiglia, e questo la dice lunga sulla scarsa capacità dei nostri strumenti di osservazione di cogliere le realtà relazionali, fermi come sono a una visione demografica che non va oltre gli atomi individuali, senza riuscire a vedere come questi siano aggregati in molecole relazionali che influenzano, in realtà pesantemente, le scelte supposte individuali.

Pur senza il sostegno dei dati statistici cercheremo di capire se la coniugazione della vacanza con il diverso tipo di unità familiare che la progetta e la gode possa dare luogo a significative differenze di azione e di organizzazione del tempo libero. In altre parole, cercheremo di capire se esistono dei modelli di vacanza diversi per le diverse molecole relazionali in cui può trovarsi l’individuo, e lo faremo occupandoci essenzialmente delle famiglie per capire se queste diverse molecole hanno stimolato una diversificazione di offerte turistiche e di esperienze affettive, relazionali e ludiche, ricercate o reinventate nel tempo libero e nella vacanza.

Per fare questo utilizzeremo lo schema del ciclo di vita della famiglia, cioè lo schema che ordina le diverse forme sociali di esistenza della relazione familiare a seconda della fase evolutiva in cui essa si trova; fase evolutiva che spesso è anche legata alla fascia di età dei suoi componenti. Sotto quest’aspetto possiamo distinguere quattro tipi essenziali di famiglia, essenziali ai fini del nostro discorso. Iniziamo senz’altro con la famiglia formata da una coppia giovane ancora senza figli, a questa segue naturalmente la coppia più o meno giovane e con i figli piccoli, seguita poi dalla coppia con figli adolescenti e infine dal cosiddetto nido vuoto: la coppia non più giovane e con i figli ormai adulti e indipendenti. Come categoria trasversale utilizzeremo quella dei single, considerandola una categoria abbastanza autonoma e pesantemente differenziata per età.

La fase iniziale della vita del soggetto-famiglia è quella fase in cui la situazione giovanile della convivenza o del fidanzamento trascolora più o meno velocemente in quella della famiglia. Spesso, la vacanza è in questa fase il periodo in cui la coppia si appropria del tempo e della relazione, vivendo una situazione di autonomia di coppia altrimenti confinata negli spazi spezzettati del tempo libero.

In questa situazione, quasi paradossalmente, il tempo libero della vacanza costituisce uno sfondo di ritmi e relazioni più vicino alla normalità della vita di coppia di quanto non fosse vero per il tempo della vita normale, in cui le relazioni di coppia erano sempre confinate in uno spazio limitato e specializzato.

La vacanza può divenire, pur nella sua artificialità, un importante momento di scoperta del sé e dell’altro, e di verifica della vita di coppia, naturalmente una verifica sempre artificiale, in quanto fatta al di fuori dei disagi e delle pressioni della normale vita quotidiana. Perciò, il tipo di esperienza che più si confà a questa fase di vita della famiglia, è sicuramente il viaggio nella sua duplice natura di scoperta e di autonomia, quasi metafora della fase esplorativa in cui si trova la nascente relazione familiare.

Naturalmente, si tratta di una situazione che può anche divenire stabile, e non portare a grosse evoluzioni, soprattutto dal momento in cui aumenta notevolmente la permanenza dei giovani nelle famiglie, e il momento della vacanza di coppia può inserirsi in maniera stabile in una sorta di schizofrenia, tra le sicurezze della famiglia di orientamento e i piaceri della famiglia in costruzione. Si tratta comunque di un’esperienza di tempo libero orientata all’intensificazione delle aspettative racchiuse nella vita che la coppia conduce normalmente e che la condivisione di uno spazio separato dalla vita normale rende più intense. Il viaggio, quindi, può divenire un viaggio di scoperta o un viaggio di piacere, ma la regola comune resta comunque quella di orientarsi verso mete nettamente diverse dalla normalità. Un’evoluzione di questo meccanismo mantiene la vacanza come viaggio e scoperta anche in quelle coppie, ormai piuttosto fuori dalla fascia di età che caratterizzava questa fase della famiglia, che, per vari motivi, posticipano l’arrivo dei figli, mantenendo la dimensione adolescenziale della scoperta come elemento costante dell’esperienza dell’altrove, che il viaggio, soprattutto se esotico e non di massa, soddisfa pienamente.

La prole impegna

Le famiglie che anche negli anni passati avevano nella vacanza, anzi nella villeggiatura, una tappa obbligata del ciclo stagionale, erano quelle che portavano i bambini al mare o in montagna come fondamentale contributo alla loro salute. Al tempo delle casalinghe, questo tipo di vacanza, appannaggio unicamente della borghesia, separava spesso le famiglie, dividendo il marito in città dalla moglie in vacanza con i figli, con le conseguenze, vere o immaginate, che la filmografia degli anni ’60 ci ha spesso mostrato. Scomparse le casalinghe, con l’ingresso della donna nel mercato del lavoro, questo tipo di vacanza ha sempre meno separato il nucleo genitoriale, e anzi, per varie ragioni, spesso la vacanza diventa un momento di recupero, per i due genitori, dei tempi e dei ritmi che l’arrivo della prole spesso sconvolge.

Questo viene reso possibile in due modi: da un lato dalla possibilità di affidare i bambini, se non piccolissimi, alle cure dei nonni, recuperando una dimensione di coppia seppure nella quotidianità normale, oppure approfittando dell’offerta turistica messa in opera da un numero crescente di villaggi vacanza: l’offerta di servizi di asilo che sollevano i genitori da buona parte dell’impegno richiesto da un bimbo piccolo, permettendo loro un respiro di autonomia e di sospensione dei ritmi temporali e dell’impegno richiesti dalla prole, che costituisce spesso la vera vacanza, e che permette comunque un recupero dei tempi e delle relazioni modificate dall’arrivo dei figli. Se questa è la vacanza intesa come rottura della normalità, usualmente, questo tipo di famiglia vede la vacanza essenzialmente come continuazione della condizione sperimentata nella normalità, la famiglia e i figli si spostano dall’abitazione consueta a un’abitazione in un luogo di villeggiatura, in cui la vita, i ritmi, i tempi e l’impegno scorrono sostanzialmente uguali, anzi, spesso per la donna peggiorati da una situazione logistica più scomoda rispetto a quella messa a punto nella propria casa.

Va detto però che la mancanza dei ritmi legati al lavoro rende le relazioni all’interno della famiglia molto più costanti e armoniche, con la possibilità di sperimentare una vita comune che il lavoro spesso rende impossibile nel resto dell’anno, con il vantaggio di poterla sperimentare in una condizione maggiormente ludica, con la possibilità quindi di approfondire le relazioni sia con i figli che con il partner in una condizione di particolare serenità. Una terza via, poco praticata dalle famiglie italiane rispetto a quelle degli altri Paesi europei, è quella che mantiene la dimensione del viaggio e della scoperta anche in questa fase, anzi arricchendola con la socializzazione dei bambini alla vita amata dai genitori, con la scoperta di nuove esperienze, nuovi luoghi e del viaggio come esperienza a sé. Il luogo di elezione di quest’esperienza è il camper, che, pur sottoponendo i genitori e i bambini a un certo disagio, permette di mantenere l’esperienza del viaggio e della scoperta anche in questa particolare fase della famiglia.

Vignetta.

I figli adolescenti

Una situazione familiare in cui ormai la vacanza vede la famiglia in gran parte smembrarsi è quella con figli adolescenti che chiedono autonomia. Ormai, il Gagà e la Nanà della famiglia Brambilla vanno sempre meno volentieri in vacanza con i propri genitori, preferendo vacanze da single o da coppia in formazione.

Si viene a creare una situazione particolare, in cui la coppia genitoriale si ritrova in una condizione mediana tra quella di una famiglia con i figli ormai adulti, portata a ricostituire una vita e quindi anche una vacanza in autonomia di coppia, e quella di una famiglia con i figli piccoli, in cui la cura e la relazione costante con i figli è prevalente su ogni altro tipo di relazione.

Una situazione, comunque, non priva di vantaggi per tutti i componenti della famiglia, che possono sperimentare in tempi diversi e alterni la condizione di vita familiare e quella individuale o di coppia, senza che questa diventi definitiva, con gli svantaggi che ne possono derivare. I problemi maggiori potrebbero essere dei figli, che una condizione simile non incoraggia a una vita completamente autonoma, come dimostrato dal prolungarsi anche oltre i 30 anni del periodo di convivenza con la famiglia di origine.

Molto spesso, in questo ciclo di vita familiare, le vacanze vengono progressivamente frammentate in periodi vissuti dalla famiglia nel suo complesso e in periodi vissuti dalla coppia da un lato e dai figli dall’altro, evoluzione senz’altro facilitata dall’uso dei telefoni cellulari per mantenere attiva una sorta di cordone ombelicale e mitigare, soprattutto all’inizio, la fase di distacco. L’inserimento della famiglia in una vasta rete di famiglie simili rende molto più facile questa fase, con la possibilità di affidare i figli a famiglie amiche o a istituzioni fidate che possano socializzare i figli a una vita autonoma in un ambiente protetto. I corsi di studio all’estero, il volontariato o, per i più piccoli, i boy-scout, possono ottimamente funzionare in questo senso rendendo più fluida la fase del distacco.

Il nido vuoto

C’è una fase in cui si porta a compimento l’evoluzione iniziata precedentemente e in cui i figli lasciano definitivamente la famiglia per strutturare una propria vita, individuale o familiare. La coppia genitoriale ritorna quindi nella propria autonomia di relazione, e spesso, grazie anche al pensionamento, nella piena potestà della propria vita. A parte gli impegni verso i nipoti, in appoggio a eventuali figli con prole piccola, la vita può diventare un enorme tempo libero, che il turismo, oltre alle relazioni familiari, può contribuire a non far diventare un tempo vuoto. È questo il grande serbatoio dell’industria turistica del futuro, che proprio in risposta alle esigenze di queste particolari famiglie sta producendo offerte pensate essenzialmente per loro, offerte che hanno alcune caratteristiche comuni: la sicurezza, il "tutto compreso", lo sviluppo dell’esperienza della vacanza in un ambiente completamente protetto e controllato. Viaggi organizzati, crociere, alberghi e pensioni "tutto compreso" sono la risposta che si sta sviluppando verso questa categoria di consumatori, il cui pregio è quello di offrire esperienze di scoperta e di viaggio in condizioni di assoluta sicurezza, e il cui difetto è quello di arrivare a farlo in condizioni di controllo totale sul cliente.

Probabilmente questa sarà l’area di offerta turistica in cui, visto il potere tendenzialmente assunto dall’organizzazione rispetto al singolo consumatore, si potranno sviluppare forti differenze tra servizi pensati per i ceti medi e medio alti o pensati per i ceti medio bassi, anche se la tendenza alla forte istituzionalizzazione e al controllo del consumatore è in qualche modo una sorta di virus comune a tutte le soluzioni di questo genere. Dal punto di vista delle relazioni familiari, si tratta sicuramente di una situazione che favorisce la riscoperta delle relazioni di coppia e anzi, in molti casi, la loro re-invenzione, dopo anni spesi nel lavoro da un lato e nella cura dei figli dall’altro.

I leggendari single

Nel mondo della pubblicità e del consumo, il single è una categoria quasi leggendaria, grande edonista e accanito consumatore, ambìto e coccolato come epigono della moda e del superfluo. In realtà, questa non è che una minima parte del mondo dei single, che è per lo più formato da persone anziane e con scarse possibilità economiche. Per questi, che sono più soli che single, la vacanza rischia di essere soprattutto quella offerta dalle strutture pubbliche o dal volontariato; per gli altri, la buona disponibilità economica fa sì che la vacanza divenga un momento di forte e particolare espressione della propria individualità, nonché un momento importante in cui allacciare legami relazionali e sociali che impediscano alla singleness di diventare solitudine. L’industria turistica ha sviluppato per questo genere di consumatore un’offerta del tutto particolare: il villaggio vacanza.

In queste strutture altamente protette, tutto è pensato affinché non vi siano tempi morti, spazi di tranquillità che potrebbero trasformarsi in solitudine. La socialità e le relazioni tra i clienti sono accuratamente stimolate e incoraggiate, per creare uno spazio di attività e relazioni molto intense che, evidentemente, sono il diverso ricercato nella vacanza dal single, che nella vita quotidiana, al di là della retorica pubblicitaria, spesso sopporta larghi spazi di solitudine e uno stress da ricerca di socialità che la struttura turistica tenta, appunto, di cancellare attraverso le famose tre S: sesso, sabbia nella versione relax e sesso, sole, sport nella versione fitness.

Che cosa può essere la vacanza per la famiglia? Può essere un problema, nel tentativo di coordinare le diverse esigenze dei vari membri, l’autonomia da un lato e i legami dall’altro; può essere un respiro, un momento in cui sperimentare una condizione ideale e positiva, che bilanci e compensi un quotidiano non troppo gratificante che comunque ci attende al nostro ritorno; può essere un’occasione, per fare con le persone che amiamo quelle cose che il quotidiano ci impedisce di fare come vorremmo, un’occasione per padroneggiare nuovamente il nostro tempo, e usarlo per riscoprire e ricostruire relazioni e persone che i ritmi della quotidianità ci impediscono spesso di conoscere nel loro trasformarsi e nel loro mutare. Mai come nella famiglia il mutamento diviene importante e fondamentale. Per una relazione che, almeno nei desideri, accompagna tutta la vita di un piccolo gruppo di persone, tenersi stretti e conoscersi in quel costante mutamento che è l’essenza stessa della vita diviene essenziale per la relazione familiare: il tempo della vacanza divenga dunque il tempo della riflessione e della scoperta, non soltanto del diverso perché lontano, ma anche del diverso anche se vicino.

Domenico Secondulfo

   

BIBLIOGRAFIA

  • Boyer A., Il turismo dal Grand Tour ai viaggi organizzati, Un. Electa Gallimard, Parigi 1997.
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