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INCONTRI - INCONTRO CON PATRIZIO E MAURIZIA ROVERSI

Diario di un turista per caso

di Nicoletta Bontempi    

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 2001 - Home Page Con la moglie forma una delle coppie meno tradizionali ed è diventato uno dei conduttori televisivi che sanno fare cultura. Qui si racconta e ci racconta la sua vita in viaggio tra sogni, libri e nostalgie di nebbie padane.

«L'India, io lo sapevo che c’era ma non pensavo che fosse così». Iniziava così la prima puntata di Turisti per caso, la più originale fra le trasmissioni di viaggi della nostra televisione. A pronunciare questa frase (dietro cui si cela la filosofia del programma, un po’ documentario e un po’ fiction), è uno dei due protagonisti e autore del programma stesso, Patrizio Roversi (nella foto), animatore teatrale, mantovano gentile e disponibile, dall’aria ironica, placida e solenne, che con la moglie Susy Blady, all’anagrafe Maurizia Giusti, pedagogista, condivide vita e lavoro.

La trasmissione, che va in onda su Raitre da undici anni, riscuote e ha riscosso molto successo nonostante sia controcorrente: nel suo disordine voluto sembra un programma che sta accadendo; le sue tante anime corrispondono alle nostre. Se è vero, infatti, che il viaggio è un sogno ricorrente è altrettanto vero che le trasmissioni non sempre lo rispecchiano né sanno evocarne la magia. Patrizio Roversi.Patrizio Roversi (che incontriamo in una sua affollata conferenza, in un’aula universitaria), alla domanda su che cosa faccia la differenza tra il loro modo di viaggiare e di raccontarlo e quello di altri, risponde: «Il vero elemento di differenza è Susy nel senso che io, per carattere, sono anche portato a fare il turista normale, quello che vede le cose e le annota. Lei invece ha delle curiosità da viaggiatore che non sono giornalistiche in senso stretto ma che vi assomigliano; curiosità che sono sue, personali, psicologiche e antropologiche. Ad esempio, quando siamo andati a Rio de Janeiro con un gruppo del Carnevale di Cento (Ferrara), legato alla città brasiliana da un gemellaggio, stavamo in un grande albergo di Ipanema e la sera si vedevano sulla collina delle piccole luci. Lei chiedeva: "cosa c’è là" e continuavano a risponderle: "ma lascia stare, sei qua a fare la turista". Alla cinquantesima richiesta le hanno spiegato che quelle luci erano le favelas e che, in quanto turisti, non dovevano interessarci. Lei ha sfinito tutti fino a quando non ha trovato chi, con una jeep, l’ha portata a visitarle. Naturalmente è stata la parte più interessante del viaggio. Questa curiosità non è propria del turista ma anche il turista la può contemplare. Se c’è, tra virgolette, un messaggio che noi in qualche modo potremmo avere la presunzione di trasmettere ai telespettatori, è questo: il turista va in giro per godere, per vedere le cose carine, per vivere dentro le cartoline, però esistono degli spunti e delle curiosità che chiunque può coltivare. Siamo andati anche in Egitto e in Marocco e abbiamo visitato le moschee, che per noi erano monumenti, ma per gli islamici sono luoghi di preghiera. Noi tutti, anche i turisti più distratti, chiedevamo: "ma perché pregate sei volte al giorno? Non è troppo?". E la guida turistica (mestiere ambito in questi posti e fatto da persone colte e spesso molto religiose) ci ha risposto: "scusa, tu guardi la Tv due ore al giorno e non concepisci che io preghi per mezz’ora al giorno?". Insomma da una curiosità puramente turistica puoi farti toccare da una curiosità personale, umana, e, in questo caso, anche religiosa. Così, puoi capire quanta importanza possono avere le moschee per i musulmani e capisci anche, nella relazione tra noi e loro, come sia importante la loro integrità culturale, morale e religiosa».

Dice bene un altro degli autori di Turisti per caso, Paolo Taggi, saggista, docente universitario, autore di trasmissioni Rai e Mediaset, mediatore tra le due anime del programma, quella del turista e quella del viaggiatore: «Patrizio guarda i luoghi che visita come se li stesse già ripensando. Susy, invece, vive tutto subito. Non le interessa la dimensione del dopo: è come se andando in quei luoghi cercasse la conferma di quello che ha già studiato, già immaginato, già percorso con la mente». I due, insieme dal 1973, sono dunque i grandi modelli del viaggiatore e del turista. Spesso iniziano le puntate di Turisti per caso affermando: «Ci sono persone che amano più l’alba e persone che amano più i tramonti».

«Ma anche di fronte alla stessa alba e allo stesso tramonto – testimonia Paolo Taggi, ideatore anche dell’altro originalissimo programma condotto da Roversi, Per un pugno di libri (ndr, vedi Famiglia Oggi n. 3, 2001, pp. 78-81) –, essi vedono cose diverse: mentre Patrizio dell’alba di New York ricorda l’inizio tranquillo di una giornata, Susy ricorda l’alba di un altro luogo dove tutto è già cominciato e dalla quale partire per immettersi in un flusso già caotico di vita da vivere o già vissuta. Non è un caso che siano marito e moglie, che lavorino insieme ma non è neanche un caso che siano così diversi ma anche così simili: lui è pigro e pieno di fobie, lei invece è instancabile, incosciente, una che rischia perché preferisce il mistero alle certezze».

  • Turista o viaggiatore che tu sia, Patrizio, sogni ancora una vacanza?

«La vacanza o è sognata o non è vacanza. In realtà, le parti più belle della vacanza sono il sogno e poi il ricordo. Lo dico da turista. Il vero turista è uno che immagina il viaggio, ne coltiva il desiderio e lo sogna. Ciò è dovuto a una serie di piccoli o grandi investimenti emotivi: leggi un libro, guardi una cartolina che ti ha mandato un amico, oppure vedi un filmato in Tv e dici: "vorrei andarci anch’io, vorrei in qualche modo possedere questo posto, realizzare questo sogno". Poi parti e fai il viaggio che in genere per noi turisti è una galoppata velocissima alla ricerca di immagini, cartoline, sensazioni. È una sorta di scorpacciata, il viaggio del turista, che in questa abbuffata è come un animale selvatico che arraffa quello che può e se lo porta nella tana. Nella tana io e Susy ci riportiamo le riprese, le sensazioni che abbiamo goduto o patito durante il viaggio e iniziamo la ruminanza, la fase del ricordo. Tornando alla domanda è evidente che io sogno dei viaggi, se no non ci andrei più, diventerei una specie di commesso viaggiatore. Il sogno è legato a tante cose, magari nasce dal racconto di qualcuno, oppure da messaggi e percorsi lasciati sul nostro sito Internet (www.turistipercaso.it) molto praticato da viaggiatori e turisti».

Lo scambio di opinioni tra Patrizio, Susy e gli altri viaggiatori si trasforma spesso in amicizia. Inoltre, anche in loco trovano dei complici, delle guide, dei compagni che finiscono poi per condividere l’avventura in tutto e per tutto. Andrea Casadio, medico ex ricercatore della Columbia University, ha contattato via Internet Orso, stratega dei viaggi Roversi, in occasione della maratona di New York e da allora collabora alle trasmissioni (ogni puntata dura 100 minuti, è frutto di 250 ore di materiale girato, richiede 6 mesi di lavoro).

  • Quanto dura un viaggio?

«Esattamente il tempo dei viaggi dei turisti medi, anzi: siamo stati in Polinesia in 15 giorni, in Giappone in 8. Il nostro è il viaggio classico del turista che si sottopone a un tour de force pazzesco per vedere il maggior numero di cose e di persone, cercando di vivere tante sensazioni. Questo per noi è anche un obbligo materiale: dobbiamo risparmiare soldi e, cosa molto più importante, abbiamo una bimba a casa quindi vogliamo stare via il meno possibile. Ma è anche una scelta stilistica: se potessimo stare lì un mese non lo faremmo perché il nostro è il viaggiare classico del turista».

  • Qualche volta avete portato con voi vostra figlia. Come è stata l’avventura della piccola viaggiatrice?

«Dal punto di vista degli interessi è chiaro che Zoe viaggia con un certo tipo di curiosità che cerchiamo di rispettare e impone ritmi molto meno massacranti rispetto a quelli ai quali siamo abituati. Con lei siamo andati a Parigi e a Disneyworld, che per lei sono ovviamente la stessa cosa e, non a caso, per far quadrare il cerchio viaggio-famiglia, stiamo progettando un giro in barca, fatto che ci permetterebbe di avere altri tempi, di stare con lei in una casa galleggiante che garantisce determinate comodità».

Il progetto del giro del mondo in barca è ambizioso ma elettrizzante: la barca prescelta è un natante che ha fatto epoca, il costo calcolato s’aggira sul miliardo. Su questa barca Patrizio, Susy e Zoe faranno il giro del mondo trasmettendo in diretta radiofonica incontri, scoperte, la vita di chi viaggia in barca. Mancherà dunque la fase della revisione del programma, quella che Patrizio definisce " psicodramma" nel quale ognuno vuole dire la sua e dove si scontrano, ancora una volta, le due anime del viaggiatore e del turista ma dalla quotidianità nascerà un diario di bordo in diretta radiofonica nel quale questi velisti per caso sapranno raccontarci le loro emozioni.

  • Questo vostro viaggiare è tutto pianificato?

«Di preordinato nei nostri viaggi c’è veramente l’indispensabile. Il nostro amico stratega-turistico Orso organizza il viaggio e preordina un percorso prettamente turistico. Lavorando molto su Internet, Orso si mette in contatto con Tizio e Caio, fissa degli appuntamenti a latere del percorso turistico normale. Poi, soprattutto quello che riguarda Susy, succede lì per lì».

  • Questo è tutto casuale?

«Non è del tutto casuale perché anzitutto ci sono i nostri due caratteri: noi siamo a favore della coppia e della famiglia purché ognuno possa respirare e avere uno spazio personale. Susy Blady, all’anagrafe Maurizia Giusti. Susy (nella foto) vuole vedere determinate cose io altre e in genere ci dividiamo in base al nostro istinto. Poi c’è anche un fatto produttivo. Naturalmente stando poco in un Paese se ci dividiamo vediamo e facciamo vedere più cose. Quindi in viaggio componiamo due gruppi: Orso, io e Paolo Santolini; Susy (non facilmente governabile), con Giuseppe Ghinami, testimone assorto, muto e disperato delle sue improvvisazioni. Ognuno ha una telecamera non ingombrante che consente la realizzazione di un diario minimale di viaggio. Proprio l’acquisto di una di queste telecamere è stato il detonatore della prima puntata di Turisti per caso, quaranta minuti sull’India, mandati in onda al posto di un telegiornale per via di uno sciopero. Era il 1990. Quella era la nostra prima vera vacanza, anzi, era quella di Susy perché io sognavo la Polinesia. Al ritorno da questo mese indiano abbiamo proposto il montaggio delle riprese a Minoli, con il quale già collaboravamo a Mixer, e la cosa ha funzionato. Per me sono stati importanti anche gli incontri con Antonio Ricci, Fabio Fazio, Bruno Gambarotta».

  • Legge molto?

«Lo confesso, io non sono un grande lettore. Comunque, la lettura è una vacanza, anche se solo della mente, è il detonatore del sogno: uno arriva in posti che ha già visitato leggendoli su qualche libro. Io ho letto Fosco Maraini e ho sognato il Tibet e poi ci sono andato. Con Piero Verni, che ha scritto anche lui dei libri sul Mustang, ho scoperto un mondo favoloso e ho poi realizzato il sogno visitandolo. Il viaggiatore a occhi aperti, quello che sta in poltrona, cosa che fa parte del mio carattere, sarebbe la cosa che farei più volentieri. Sarebbe auspicabile, è sano, inquina meno però manca la fisicità che dei viaggi è un aspetto fondamentale».

  • I viaggi sono una bella prova fisica...

«Il viaggio che mi ha impegnato di più fisicamente è stato quello alle isole Svalbard, praticamente al Polo Nord, che mi ha molto colpito perché mi ha fatto misurare con molte cose: quando atterri all’aeroporto ti danno un depliant sul quale ci sono degli orsi che stanno mangiando una forma sanguinolenta, che potrebbe essere anche un umano, e ti avvertono che non si può andare in giro disarmati e che gli orsi sono arrivati anche nei centri abitati. Poi tra i tanti viaggi quelli che ricordo di più sono sicuramente il primo, in India, e l’ultimo, il Nepal con Franco Battiato (ndr, che vedremo in estate), e il Mustang. In mezzo ci sono tutti gli altri».

  • Qual è il paesaggio che vive sempre dentro?

«Se qualcuno dovesse guardare dentro di me, troverebbe il paesaggio più triste, il più insopportabile, il più malsano che ci sia perché troverebbe la pianura Padana e la nebbia. Io purtroppo sono venuto da lì e devo dire che sulle rive del Po mi sento d’essere a casa. Mio nonno, che si chiamava come me, quando è stato portato sul lago di Garda, lui era di Mantova, disse: "Sì, però quei precipizi mi hanno impressionato". So che può sembrare poco carino dirlo, ma quando siamo atterrati a Nuova Delhi, Susy e io siamo stati avvolti dalla nebbia, dal buio, dalla pioggerellina. Lei era delusissima, io ero felice perché, tutto sommato, mi sembrava d’essere a Mantova».

Nicoletta Bontempi

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