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SOCIETÀ & FAMIGLIA - UN SEGRETO SCOPERTO NEI LIBRI DI PROUST

Un’idea di bellezza che cresce con noi

di Beppe Del Colle
    

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 2001 - Home Page L’immersione totale in un mondo magico dove fantasia, solitudine, memoria consentano di sentirsi in pace con sé stessi e in armonia con il creato crea l’ambiente consono alla vacanza.

Vacanza è un vocabolo che ha cominciato a ingannarmi da quando frequentavo le elementari. Intanto, era al plurale: "le vacanze", non "la vacanza". Poi, non era nient’altro che il trimestre di ogni anno in cui non si andava a scuola. Qualcuno dei compagni di classe spariva alla fine di giugno e lo rivedevamo il primo ottobre a scuola, abbronzato e rilassato. La maggior parte restava in città per tutta l’estate, tranne, per qualcuno, qualche giorno al mare, o qualche settimana dai nonni e dagli zii rimasti in campagna. Chi in campagna ci abitava tutto l’anno, neanche quello. Per i figli degli operai c’erano le colonie marine e montane organizzate dalle industrie, per gli altri il cortile assolato e deserto di Azzurro: «neanche un prete per chiacchierar».

Vacanza fu un viaggio in Vespa, dietro il compagno che guidava, il giorno dopo la fine degli esami di maturità. Era la prima volta che arrivavo in un posto sopra i mille metri: la montagna! Poi la vacanza diventò, con il primo lavoro, "le ferie". Sette giorni, poi quindici, pagate. La pensioncina in riviera. L’Italia del dopoguerra era un Paese pieno di luoghi bellissimi, ma non c’erano agenzie di viaggio che esponessero le immagini di panorami incantevoli e organizzassero i tour anche all’estero, alle remote, facilissime Seychelles. Due giorni a Roma per l’Anno santo del 1950 (ovviamente in treno, due notti di viaggio per non sciupare le ore di luce): Roma era incantevole, parecchio più piccola di quella di oggi, poche auto, nessuna nelle viuzze del centro.

Più tardi le cose cominciarono ad andare meglio, ma proprio un’idea precisa della vacanza non mi veniva. Finché, spingendo la carrozzina del primogenito, nei giorni di un’estate, scoprii che cosa voleva dire «andare in vacanza». Lo trovai in alcuni libri dalla copertina verde acqua, firmati dal medesimo autore, pubblicati da Einaudi. Facevano parte di una serie; il primo si intitolava La strada di Swann. Eccola, la vacanza: «La parte di Méséglise coi suoi lillà, i biancospini, i fiordalisi, i papaveri, i meli, la parte di Guermantes col fiume e i girini, le ninfee e i botton d’oro, composero eternamente per me la figura dei Paesi che amerei abitare, dove esigo anzitutto si possa andare alla pesca, passeggiare in canotto, vedere delle rovine di fortificazioni gotiche e trovare in mezzo ai campi di grano, come avveniva per Sant’Andrea dei Campi, una chiesa monumentale, rustica e dorata come una macina; e i fiordalisi, i biancospini, i meli che m’avviene ancora di scorgere nei campi se viaggio, perché posti alla stessa profondità, al livello del mio passato, trovano subitanea comunicazione col mio cuore».

Man mano che leggevo la sua Recherche il grande incantatore Marcel Proust mi svelava che cosa davvero si deve intendere per vacanza: l’immersione totale in un mondo magico dove bellezza, fantasia, solitudine, costruzione e ricostruzione della memoria consentano di sentirsi in pace con sé stessi e in armonia con il mondo, come se fosse stato creato solo per noi. «E tuttavia, poiché vi è qualcosa d’individuale nei luoghi, quando mi prende il desiderio di rivedere la parte di Guermantes, non mi appaghereste conducendomi in riva a un fiume dove vi fossero ninfee di uguale bellezza, di bellezza maggiore che nella Vivonne; non più di quanto la sera rientrando – nell’ora in cui si risvegliava dentro di me quell’angoscia che più tardi esula nell’amore e può divenire sua inseparabile compagna per sempre –, non avrei desiderato che venisse a darmi la buonanotte una mamma più bella e più intelligente della mia».

Ricostruire i ricordi

Passando le settimane di quella estate con Marcel Proust e il mio bambino, fino all’ultimo dei sette libri dalla copertina verde acqua, capii che la vacanza non sarebbe stata per me mai altro che un’estate a Combray, dove non sono mai stato nella realtà e dove non vorrei andare per tutto l’oro del mondo, per non guastarmene l’immagine ricevuta allora, indelebilmente. Una mitica Combray per la quale varrebbe la pena di rinunciare ai tanti modi in cui la società dei consumi, della fitness, del benessere fisico, dell’apparenza, della mondanità in tutte le sue accezioni, dalla più volgare alla più sofisticata, lascia appassire quei fiordalisi, quei boccon d’oro, quei lillà, quei biancospini – cioè la divina semplicità del rapporto fra il cuore e l’intelligenza dell’uomo in grado di capire e ricostruire giorno per giorno nel proprio ricordo la bellezza che lo circonda.

Sì, prevengo l’obiezione: non è necessario aver letto Proust per sapere che cosa sia la vacanza ideale, possono esserci in ogni momento al mondo tante Combray quanti sono gli esseri umani viventi. Ognuno conosce e conserva dentro di sé la propria, anche se c’è stato solo una volta, e quella volta è stata decisiva. Del resto la curiosità, la spinta a vedere e godere sempre qualcosa di nuovo sono facoltà naturali delle persone, e non c’è nulla di male se su di esse si costruiscono solidi, crescenti business. Infine, ci possono essere desideri, e vere e proprie felicità esclusive nel soddisfarli, come scalare un ottomila in Himalaya, un quattromila sulle Alpi e scoprire lassù la vera ragione per cui si è nati.

Tutto questo è vero, e molto altro. Ed è vero per tutti: per il miliardario texano e per l’intellettuale parigino come per il paria indiano cui basta tuffarsi una volta nelle acque sacre del Gange per sentirsi in paradiso.

Il segreto è accorgersi, e tenersi ben caro per tutta la vita, che la vacanza vera consiste in un’idea di bellezza cresciuta insieme a noi, nel nostro cuore, e che ci è possibile frequentare ogni momento, nell’immaginazione o nella memoria. 

Beppe Del Colle

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