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MATERIALI & APPUNTI - LE VACANZE NELLE OPERE LETTERARIE 
DI TUTTI I TEMPI

Smanie vacanziere o poco più

di Roberto Carnero
(critico letterario)
            

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 2001 - Home Page A partire da Goldoni fino a De Luca una rapida carrellata per vedere quale considerazione abbiano gli autori delle giornate oziose, tra terapia e scoperta di sé.

Le vacanze sono un’invenzione della borghesia. I nobili, abituati a non lavorare, non sentivano il bisogno di partire per una meta particolare per un periodo di relax. Al massimo alternavano la dimora invernale con quella estiva. Carlo Goldoni, nell’omonima celeberrima commedia (facente parte di una trilogia interamente dedicata all’argomento), stigmatizzava, già nel lontano 1761: «le smanie per la villeggiatura». L’autore prende di mira la moda di andare in vacanza in campagna. Il milieu borghese da lui rappresentato proprio nella Vita in villa trova l’agio di esprimere le proprie passioni senza freni inibitori. La vacanza è quindi vista come momento di dissipazione e di fatuo orgoglio per una classe sociale che si sente "arrivata" e che cerca, spesso con effetti comici, di imitare i fasti della vita nobiliare, puntando tutto sulle apparenze. Goldoni ce l’ha con il ceto sociale che si ritiene chiamato a una sorta di vacanza permanente: vacanza dalla vita e dalle proprie responsabilità.

La trasposizione scenica derivava a Goldoni dall’osservazione diretta della realtà. Racconterà il commediografo nei Mémoires: «Nei miei viaggi avevo fatto tappa in parecchie di quelle ville sulle rive del Brenta, ove il lusso dispiega tutto il suo fasto. Là, dove i nostri vecchi non andavano che per raccogliere i loro beni, oggi si va per dissiparli. È proprio in villa che si tiene il gioco grosso, tavola aperta, e si danno balli e spettacoli, ed è qui che l’usanza italiana dei cicisbei, libera da ogni imbarazzo e da ogni costrizione, fa più progressi che in qualsiasi altro luogo». Egli vuole sottolineare come – scrive nella prefazione alle Smanie – «l’innocente divertimento della campagna è divenuto ai dì nostri una passione, una mania, un disordine... L’ambizione dei piccoli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile». Il ritorno all’ordine si ha proprio con Il ritorno dalla villeggiatura (la terza commedia del ciclo, che segue alle Avventure della villeggiatura). Le passioni sfrenate si riassorbono e viene recuperato il valore borghese della sobrietà.

È nel Novecento che la vacanza diventa sempre più di massa. All’inizio si trattava ancora di un’abitudine radicata in strati ristretti della popolazione. Spesso sono "vacanze terapeutiche", consigliate dai medici per alleviare nei pazienti i sintomi di particolari patologie. I luoghi prediletti saranno allora località termali per la cura delle acque, stazioni montane per le passeggiate all’aria aperta o rivierasche per i bagni di mare e le sabbiature. Al poeta piemontese Guido Gozzano, da tempo malato di tisi, che lo condurrà a una morte prematura (avvenuta nel 1916 all’età di 33 anni), viene consigliata una lunga crociera marittima: anche la medicina ha le sue mode. Gozzano, che già da anni per stare meglio alternava periodi sulla riviera ligure d’inverno e soggiorni sulle colline canavesane d’estate, partirà finalmente nel febbraio del 1912 con un piroscafo da Genova alla volta di Bombay, Goa e Ceylon.

Lo scrittore fornirà un resoconto letterario del suo viaggio, che durerà complessivamente poco più di due mesi, in alcuni articoli comparsi sul quotidiano torinese La Stampa e in altri periodici, poi raccolti nel volume postumo, Verso la cuna del mondo: l’India come culla della civiltà, secondo la concezione vulgata nel secondo Ottocento dalla cultura positivista, ma anche, nelle immagini di morte che percorrono insistentemente l’opera gozzaniana, come sua tomba. Questa particolare vacanza forzata consentirà a Gozzano di mettere a confronto l’immaginazione libresca dell’Oriente (ottenuta a partire dalle opere di Salgari, Verne, Loti) con la realtà oggettiva di quei luoghi e di quegli scenari. Ne scaturirà una cocente delusione, di volta in volta motivata da ragioni opposte: o perché la realtà si discosta totalmente dal sogno o perché vi coincide tout court senza aggiungervi nulla. Tanto che l’autore concluderà amaramente il suo viaggio con l’affermare che sarebbe meglio rimanere a casa.

Amori estivi

La vacanza, specie estiva, è in molti romanzi anche momento di scoperta di sé. È durante una vacanza al mare che Agostino, il protagonista tredicenne dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia, scopre la propria sessualità, assistendo alla relazione tra la madre e un giovane e partecipando alle scorribande dei ragazzi del luogo, più grandi e di condizione sociale inferiore alla sua. L’adolescente si sente attratto nei confronti di esperienze che però gli sono proibite dalla sua educazione borghese di bravo ragazzo. Per lui la vacanza coincide dunque con la crisi dell’adolescenza e con la scoperta del mondo adulto. Tuttavia il passaggio non è così facile: egli desidera non sentirsi più bambino, ma al tempo stesso non è ancora adulto, in quanto gli altri non lo riconoscono come tale.

È durante una vacanza estiva a Viareggio che lo scrittore modenese Antonio Delfini conosce una ragazza straniera, al ricordo della cui figura intitolerà poi un’intera raccolta di racconti, forse il suo libro più celebre: Il ricordo della Basca. È proprio a partire da quell’esperienza estiva che Delfini svilupperà la propria vocazione di scrittore. Nell’introduzione del 1956 – sorta di autobiografia poetica in cui l’autore ripercorre le tappe salienti della propria educazione sentimentale e letteraria – leggiamo: «Ripensavo che quattro anni prima, pur di innamorarmi alla maniera di grande poeta, mi ero fatto tutta una storia, una Beatrice (a Viareggio) e l’inverno di poi me la covavo... per imparare a scrivere, ma soprattutto per innamorarmi in piena coscienza». La vacanza, come momento di rottura delle consuetudini del resto dell’anno, con gli eventi inaspettati che può riservare, diventa così punto di svolta fondamentale nella vita dello scrittore, finendo con il riverberarsi a lungo sul tempo successivo.

Se con gli anni del boom economico anche per gli italiani la vacanza diventa un’abitudine quasi forzata, negli anni Ottanta il turismo di massa è una realtà ormai dilagante. Si pensi alla riviera romagnola, rappresentata da Pier Vittorio Tondelli nel romanzo Rimini come una grande Nashville nostrana. Le vacanze delle orde dei turisti che hanno scelto Rimini come propria meta estiva sono quelle che Marco Bauer è chiamato ad osservare per il supplemento del quotidiano nel quale lavora. Il giornalista milanese catapultato al mare verrà coinvolto suo malgrado nella vicenda dell’assassinio di un noto parlamentare del posto, trovato cadavere nei pressi della costa.

Accanto a questa vicenda principale se ne sviluppano però altre, che coinvolgono persone che per ragioni diverse si trovano a Rimini: la tedesca Beatrix, venuta in Italia in cerca della sorella adolescente fuggita da casa; Roby e Tony, due giovani cineasti che cercano di finanziare il progettato e sognato film aggirandosi tra le file di ombrelloni a chiedere offerte e sottoscrizioni al pubblico dei bagnanti; Alberto, suonatore di sax in un night-club, che vive un tanto fuggevole quanto intenso amore con una vicina di stanza d’albergo; lo scrittore Bruno May, in crisi di identità personale e professionale.

Si è parlato, a proposito di Rimini, di una trama polifonica, proprio per la capacità dell’autore di tenere intrecciate più voci e più vicende, con l’effetto di restituirci in modo molto efficace la Babele estiva di un tipico formicaio turistico. Alla fine del romanzo Tondelli pone un elenco di brani musicali, che dovrebbero idealmente costituire la colonna sonora del libro. Si va dai Bronski Beat a Leonard Cohen, da Joe Jackson a Cindy Lauper, da Prince a The Smiths: insomma la colonna sonora di quell’estate del 1985, in cui Rimini diventò presto un best seller da ombrellone.

Recuperare la memoria

Una vacanza può anche coincidere con un recupero della memoria e di una riflessione sulla storia. Erri De Luca con il romanzo Tu, mio (1998) propone, indirettamente, un esame di alcuni degli eventi più sanguinosi e irrazionali di questo secolo, e lo fa in modo suggestivo e liricamente intenso, ma anche molto "mediterraneo" nell’attenzione sensoriale acutissima ai sapori, agli odori, alla fisicità del mare e dell’estate.

Lo scenario, dipinto con straordinaria capacità di evocazione, è un’isola del Tirreno; il tempo la metà degli anni Cinquanta; gli occhi, lo sguardo, quelli di un adolescente che, in un’estate, si trova a crescere con il carico di dolorosa consapevolezza che la maturità comporta. Per lui, studente, cittadino, diventare pescatore nei mesi estivi significa cambiare la pelle, facendosela bruciare dal sole che gliela ispessisce in una sorta di metamorfosi corporea, che però è solo un aspetto di un cambio di habitus mentale ben più profondo.

Gli eventi dell’estate, quelli consueti, come i rituali della pesca, e quelli straordinari, acquistano nella distanza temporale un fascino e un mistero tutto loro; si trasformano e si trasfigurano: il passaggio dell’"Andrea Doria" nella baia diventa un fatto quasi magico, e pericoloso, che sconvolge la vita dei pescatori. È un marinaio, Nicola, silenzioso maestro di pesca e di vita, a raccontargli, pur con difficoltà (perché vorrebbe dimenticare), il passato, i fascisti, la guerra, i bombardamenti, i tedeschi, gli americani, la crudeltà, l’orrore, l’assurdità e il dolore. Per il ragazzo la necessità più urgente è quella di confrontarsi con quegli anni, che pure non ha attraversato in prima persona ma ha solo studiato sui libri, per comprendere, per tracciarne un bilancio definitivo. È l’unica storia che lo interessa e di cui può chiedere conto «perché c’erano ancora testimoni, vittime scampate e carnefici in piena salute». La ricerca di questa comprensione del passato è un’esigenza di un ancoraggio, di un carico, per non sentirsi pericolosamente troppo leggeri, senza radici. Ma quella è anche una storia il cui possibile significato sembra sfumare nell’assurdità e nell’inumanità.

Le parole che riceve in eredità – da Nicola, dallo zio, dal padre – e che deposita «nella rinfusa dei pensieri e in un subbuglio di urgenza di rispondere» diventano ferite nella carne quando conosce una ragazza, Caia, in realtà Haiele, ebrea, scampata alle persecuzioni razziali, in cui ha perso i genitori. Il giovane s’innamora di lei, che percepisce nel ragazzo la presenza di uno spirito protettivo e parentale, forse quello del padre. È così che il «ragazzo con la prima barba in faccia, sporco di sale e di pesce», in questa estate «d’amore e di furore», trova la sua strada e il coraggio per diventare adulto, per capire la storia e per affrontare il futuro, anche grazie ad Haiele.

Eppure la conclusione non è a lieto fine. Se è vero che la violenza chiama altra violenza, il ragazzo cercherà la sua personale vendetta sulle ingiustizie della storia con l’idea di farla pagare a una comitiva di spensierati turisti tedeschi, dimentichi delle atrocità compiute dal loro popolo. Un finale duro che rende non scontata, nella sua non-linearità, la parabola di questo romanzo.

Roberto Carnero
    

BIBLIOGRAFIA

  • Goldoni Carlo, Le smanie per la villeggiatura, in "Commedie", Guido Davico Bonino (a cura di), Garzanti, Milano 1988, voll. II.
  • Gozzano Guido, Verso la cuna del mondo, in "Poesie e prose", Garzanti, Milano 1961.
  • Moravia Alberto, Agostino, Bompiani, Milano 1988.
  • Delfini Antonio, Il ricordo della Basca, Nistri Lischi, Pisa 1956.
  • Tondelli Pier Vittorio, Rimini, Bompiani, Milano 1993 (1ª ed., 1985).
  • De Luca Erri, Tu, mio, Feltrinelli, Milano 1998.
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