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CONSULENZA GENITORIALE - QUANDO È BENE MANDARLI DA SOLI?

La vacanza e i suoi significati

di Emanuela Confalonieri
(psicologa)

            

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 2001 - Home Page Sono tante le incertezze che accompagnano certe decisioni dei genitori. I bambini, tuttavia, percepiscono chiaramente se mamma e papà sono in ansia. Anche se non comprendono fino in fondo il loro atteggiamento.

Cosa significa vacanza per un bambino, diciamo fra i 3-4 anni e parte del periodo della scuola elementare? Senz’altro significa riposo, divertimento, giochi, amici nuovi, posti diversi in cui fare scoperte ed esperienze nuove. Ma credo significhi anche (e soprattutto) un momento di intimità e vicinanza (emotiva ma anche fisica) con la propria famiglia, genitori e fratelli. È spesso vissuta come esperienza di unità familiare, in cui il bambino riscopre la propria profonda dimensione di essere figlio.

Negli ultimi anni a fronte di noti cambiamenti sociali e culturali, quello della vacanza è uno dei pochi momenti in cui si è davvero tutti insieme e in cui si fanno delle cose insieme: diventa così occasione di conoscenza, riscoperta, confronto, verifica degli affetti e delle relazioni, effettivo luogo di crescita per i figli e per i genitori. Una mamma mi raccontò di quando un giorno comunicò alla figlia di 6 anni che sarebbero andate una settimana in vacanza insieme. Alla domanda della bambina se ci sarebbe stato anche il papà, la mamma rispose negativamente perché aveva impegni di lavoro. La figlia ha commentato: «Ma allora non è una vera vacanza!», segnalando la forte coincidenza che per lei avevano la dimensione di vacanza e quella familiare.

Credo sia importante sottolineare una tendenza che negli ultimi anni ha senz’altro caratterizzato e caratterizza la vita dei bambini. Si tratta della decisa anticipazione di una serie di esperienze che una volta erano maggiormente diluite nel tempo e che trovavano una collocazione più tardiva nel ciclo di vita del bambino.

Sto parlando di precoci processi di socializzazione in cui bambini di 3 anni (a volte anche prima) si trovano coinvolti e che comprendono le più svariate occasioni di conoscenza, frequentazione, amicizia. Pensiamo alle feste di compleanno, alle attività ludiche extrascolastiche, alle attività sportive, ai pomeriggi passati con e dagli amici: la vita dei nostri bambini è intessuta di relazioni sociali fra pari e adulti esterni alla cerchia familiare a partire da un’età molto precoce con la conseguente acquisizione di una serie di competenze sociali necessarie per vivere e andare d’accordo nei diversi gruppi sociali in cui i genitori coinvolgono il proprio figlio.

All’interno di queste occasioni di socializzazione extrafamiliare viene a collocarsi (in modo anticipato rispetto a quanto accadeva fino a qualche anno fa) anche la scelta di quando mandare il proprio bambino in vacanza da "solo". È una scelta dettata da motivi diversi (legati a bisogni organizzativi familiari o a bisogni di autonomia e crescita del bambino), che ormai riguarda i bambini di 5-6 anni e che può far sorgere una serie interminabile di domande e di dubbi: «È troppo presto?», «Non sentirà troppo la nostra mancanza», «Con chi è meglio mandarlo via la prima volta: da solo o con qualche amico?», «Quanto tempo deve stare via: una settimana non sarà già troppo?», «È meglio se gli telefono o no?».

A ognuna di queste domande è ovviamente possibile dare molteplici risposte a seconda di come è il bambino, della sua età, del suo temperamento, della consuetudine a dormire fuori casa, ma anche a seconda di come sono i genitori (apprensivi, apparentemente distratti, sicuri delle capacità del proprio bambino).

Quella che non deve comunque mancare è una ricerca di senso sul perché mandarlo in vacanza da solo, sul che cosa davvero rappresenta emotivamente e cognitivamente questa esperienza per il figlio e per i suoi genitori. Come tutte le esperienze affrontate la prima volta, anche questa produrrà dei cambiamenti, ingenererà nuove strategie e dobbiamo quindi essere consapevoli dei motivi che sorreggono tale scelta per poi affrontare gli eventuali cambiamenti che tale esperienza comporterà nel sistema familiare.

Per il genitore tale scelta può essere un modo per iniziare a rendere autonomo il proprio figlio, per garantirgli esperienze di gioco e di socializzazione, per allargare la sua rete sociale (di pari e di adulti significativi), per evitargli di restare in città finita la scuola. Conseguenze immediate di tale scelta saranno l’avere a disposizione uno spazio mentale e fisico "fra adulti" che in presenza dei figli era andato perduto e il fare i conti con le inevitabili ansie e paure che il pensiero del proprio bambino lontano, con persone che si conoscono poco, impegnato in attività nuove porta inevitabilmente con sé.

Per il bambino andare via dalla propria famiglia, in un contesto nuovo e con persone nuove è sicuramente un mettersi alla prova spesso in modo non del tutto consapevole: infatti, più sono piccoli e meno sono in grado di comprendere anticipatamente cosa significhi e comporti la scelta di stare via di casa per una settimana, soprattutto di dormire lontano dai genitori e non vederli per diversi giorni. È proprio in questo lavoro di comprensione che il genitore deve aiutare e sostenere, nel periodo precedente la vacanza, il proprio bambino, facendogli sentire che la scelta è stata fatta insieme, che la si è condivisa, che si è contenti, anche se dispiaciuti di non vederlo per alcuni giorni, di questa bella esperienza che lui farà "da solo".

Un "caso" per capire

Luca è un bambino vivace e molto socievole di 6 anni. I suoi amici cominciano a parlare di vacanza. Marco, il suo migliore amico, andrà a fine giugno una settimana in montagna con un’associazione e propone al suo amico di andare con lui. Luca chiede alla mamma Anna di poter andare con Marco, ma Anna ha forti dubbi: sia sul fatto che Luca possa stare via da solo «tutto quel tempo», sia sul fatto di poter resistere lei (fra paure e apprensioni). Anna prende tempo, accampando scuse e dopo averci ben pensato e averne lungamente parlato con il marito, comunica a Luca che, d’accordo, se è proprio quello che vuole, può andare in montagna con Marco. Luca sembra contento, ma dopo un paio di giorni inizia a dormire male, ad avere incubi ricorrenti e dopo una settimana, piangendo dice alla mamma di non voler più andare in montagna. Anna a questo punto rassicura il bambino dicendogli di non preoccuparsi che se non vuole nessuno lo obbligherà ad andare in vacanza da solo.

Nel racconto riportato sembra mancare quel lavoro di comprensione di cui si scriveva prima: non c’è dimensione di ascolto dei desideri e dei bisogni di Luca, ovvero non si cerca di capire se davvero il bambino desideri andare via da solo e se abbia ben compreso cosa significhi questa scelta. Se ascolto c’è, è dei bisogni e delle paure di Anna che risponde e risolve tali bisogni in base a proprie precomprensioni e non tenendo in considerazione anche la parte relativa ai desideri del figlio.

Ogni nuovo movimento di separazione dei figli dai genitori non dev’essere vissuto in solitudine ma condiviso e sostenuto insieme da genitori e figli soprattutto quando i bambini sono ancora piccoli e non in grado di cogliere appieno la complessità delle situazioni. È importante che i genitori capiscano se il loro bambino è pronto a muovere questi primi passi di autonomia, se la sua richiesta (o la nostra proposta) è basata su elementi oggettivi di conoscenza a disposizione del bambino: senza spaventarlo, è importante aiutarlo ad avvicinarsi a un oggetto sconosciuto («in vacanza da solo»), scoprendolo insieme, raccontandolo insieme, magari andando a vedere il luogo della vacanza e immaginando insieme quali persone conoscerà, quali giochi farà, quale organizzazione avrà la sua giornata.

Le perplessità di Luca

Una volta che la scelta è stata fatta, è soprattutto importante far sentire al bambino che è stata presa insieme, senza più dubbi o perplessità. Luca ha avvertito le perplessità (non spiegate) della mamma e questo ha creato in lui dubbi, ambivalenze: «Come mai la mamma è poco convinta?», «Perché non è contenta anche lei che io vada con Marco?», «Che cosa ci sarà allora in montagna?». Tutto questo ha spaventato Luca perché non aveva risposte, non sapeva che spiegazioni darsi e lo ha portato a chiedere aiuto alla mamma, pregandola di tenerlo con sé.

Se un bambino deve affrontare qualcosa di nuovo, di mai fatto o visto prima, ha giustamente paura: ma sapere e sentire che i suoi genitori sono tranquilli, parlano di questa esperienza senza esagerazioni e con serenità, descrivendogli quello che incontrerà e rendendogli meno sconosciuto quanto gli accadrà, lo rassicura fortemente, facendolo sentire grande abbastanza per andare via da solo: «Vado a fare qualcosa che piace anche alla mamma e al papà, quindi sarà bello e mi divertirò».

Un atteggiamento di questo tipo racconta di un bambino che inizia a muovere i primi passi in autonomia, ma nella certezza di fare qualcosa di voluto dalle due figure per lui più significative (i genitori) e quindi più degne di fiducia che mai proporrebbero un’impresa per lui troppo impegnativa (emotivamente e cognitivamente). In questo modo l’andare via da solo consente di fare un’effettiva esperienza di crescita e di separazione, nella certezza, pur nella lontananza fisica, di essere comunque con i propri genitori.

Emanuela Confalonieri

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