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SCELTE RELIGIOSE DIVERSE

La famiglia si interroga

di Battista Cadei
(direttore del Centro di ascolto, membro del Gris)
            

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 2001 - Home Page Quale atteggiamento tenere? Non l’acritico né il conflittuale; né conviene tagliare i ponti. Bisogna invece capire le motivazioni che spingono verso esperienze nuove, anche se non è facile. Ma chiudere la porta sarebbe peggio.

Quando un familiare sceglie di passare a una religione diversa da quella del restante nucleo, non è sempre facile contemperare la libertà di coscienza con i doveri verso la famiglia. Il problema si complica di fronte a forme di spiritualità "nuove", il cui carattere religioso, a torto o a ragione, non è da tutti condiviso. Sono realtà molto varie, con gradi di coinvolgimento diversi, dalla semplice simpatia all’impegno a tempo pieno. Anche la condotta della famiglia davanti a tali "conversioni" può variare. Non si può ignorare che in qualche caso ne sono nati conflitti con esiti drammatici. Ma occorre evitare generalizzazioni, allarmismi e conseguenti reazioni emotive. L’esperienza insegna che spesso è possibile trovare soluzioni ragionevoli. Ci proponiamo appunto di contribuire a comprendere i problemi connessi a certe conversioni religiose, e individuare le vie per affrontarli e gestirli in maniera matura e maturante.

Il passaggio a una nuova fede può avvenire in modi molto diversi: dalle conversioni radicali, a casi di sincretismo in cui il soggetto stesso non è conscio del cambiamento di parametri religiosi. Talora è evidente un proselitismo metodico e insistente; talaltra c’è un semplice passaparola; o c’è di mezzo un viaggio all’estero, o una ricerca su Internet... I rapporti familiari spesso non mutano, altre volte ne sono addirittura sconvolti. Talora il neo-adepto cerca di coinvolgere la famiglia; altre volte il passaggio è talmente discreto che i familiari se ne accorgono tardi: come quella coppia di genitori che scopre casualmente nelle tasche del figlio il biglietto d’aereo per l’America, dove, senza preavvertire la famiglia, sta per trasferirsi per ragioni religiose.

Reazioni molteplici

Di fronte a una conversione, le reazioni della famiglia sono diverse, e vanno dall’accettazione all’opposizione e alla lotta aperta(1). Oltre al temperamento dei diversi attori, e alle precedenti relazioni intrafamiliari, entrano in gioco: il tipo di convinzione e pratica (o non pratica) religiosa della famiglia stessa; il livello di adesione alla nuova religione; il giudizio (o pregiudizio) sociale nei riguardi di questa. Suscitano allarme soprattutto quelle realtà che pregiudizialmente vengono etichettate come "sette"(2).

Non tutti i modi di reagire sono accettabili e consigliabili. I comportamenti da evitare sono l’indifferenza, l’opposizione, il plagio, la deprogrammazione.

Il principio della libertà di coscienza, unitamente all’idea che la fede è una cosa intima, induce qualcuno a pensare che... il problema non esiste: se un adulto vuol cambiare religione, è libero di farlo, anche sbagliando. Penso che sia più opportuno quantomeno chiedersi quali saranno i riflessi nei rapporti familiari, poiché, contrariamente a quanto qualcuno crede, ogni esperienza religiosa ha risvolti affettivi e sociali. Perché non capiti come a quel marito che all’inizio approvò senza riserve la conversione della moglie; poi, quando s’avvide che, tutta presa dalle esigenze della nuova fede, neppure preparasse il pranzo, tramutò il favore iniziale in un conflitto che sfociò nel divorzio.

All’altro estremo c’è appunto il conflitto di chi non accetta certe conversioni, viste come tradimento di valori spirituali o della famiglia stessa (nei casi di abbandono del lavoro o della casa), o come "setta", parola che non gode di buona fama, e non sempre è applicata a proposito. Tutto questo suscita sentimenti di frustrazione e paura, che non sono buoni consiglieri.

A questo proposito si contrappongono due scuole. Da un lato ci sono coloro secondo i quali «le sette praticano il lavaggio del cervello». Dall’altro c’è chi sostiene che questa è una leggenda, oltretutto pericolosa, perché potrebbe essere fonte di discriminazione religiosa, anche contro i cattolici. Oltretutto, attribuire ciò che non si approva a un fantomatico lavaggio del cervello, potrebbe essere una troppo facile scorciatoia per evitare sia lo sforzo di capire, sia il richiamo alla responsabilità. Si fa anche notare che la Corte costituzionale nel 1981 ha depennato il reato di plagio dal nostro Codice penale.

Al di là delle posizioni estreme, il problema va così impostato: anzitutto, l’influenza psicologica sulle persone è un fatto normale nei rapporti umani. Su di essa si basa la propaganda politica, la pubblicità; anche la predicazione religiosa, l’educazione e la scuola. Ma c’è un’influenza lecita, talora doverosa (si pensi all’educazione), e comunque liberante; e ci sono forme di condizionamento discutibili o inaccettabili, come per esempio, il ricorso a: dissimulazione, love bombing (bombardamento affettivo) o viceversa sensi di colpa, o privazione di cibo e di sonno, isolamento fisico e psichico, persecuzione psico-socio-economica dei fuoriusciti. Resti chiaro che ognuna di queste condotte va verificata e non imputata a priori.

Alcuni sostenitori dell’idea di lavaggio del cervello pensano che l’unica soluzione per salvare la persona cara, sia quella di rinchiuderla in un ambiente sicuro, per sottoporla a una deprogrammazione (cioè un contro-lavaggio) a opera di psicologi addestrati allo scopo. Abbastanza diffusa in America, questa pratica ha conosciuto qualche caso anche nel nostro Paese, con strascici di denunce per sequestro di persona contro le famiglie che avevano l’avevano commissionata. I processi sono terminati con l’assoluzione «per aver agito in stato di necessità». Al di là delle sentenze, riteniamo sia inaccettabile il ricorso a violenza psicologica, fosse pure a fine di bene.

Il conflitto dunque non è la via per salvaguardare i due valori della libertà di coscienza e del bene della famiglia. Bisogna invece insistere sull’appello al rispetto e alla responsabilità. La prima cosa da fare è di mantenere la comunicazione, mettendo in chiaro che la famiglia continua ad amare, rispettare, ed essere interessata al proprio caro. Il contatto è particolarmente importante perché la persona non assimili unicamente il punto di vista della sua "religione". Anche se non si riceve risposta, si può sempre tentare di telefonare o scrivere (ma anche questo con discrezione!). Se la persona dovesse avere un ripensamento, il sapere che sarà riaccolta senza condizioni, potrebbe facilitarne il ritorno.

Per lo più, quando il problema insorge, la famiglia si trova impreparata e sprovveduta. A chi rivolgersi? È importante farsi aiutare, cercare e trovare persone o enti in grado di dare un sostegno competente, discreto, equilibrato. In Italia è attivo il Gris (Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa), un’associazione cattolica, che si documenta e, nel rispetto delle coscienze, offre informazioni e sostegno a persone direttamente o indirettamente toccate dai questi problemi (ma anche da magia, satanismo). A questo scopo il Gris ha istituito "Centri di ascolto" in diverse città d’Italia. Ad essi si possono rivolgere persone di qualsiasi credenza (o non credenza)(3).

Non bisogna avere la presunzione di «conoscere già a sufficienza» il proprio caro. È importante essere disposti ad ascoltare quello che la persona ha da dire, pur tenendo presente il rischio di venire "convertiti". Alcune volte il conflitto è accresciuto da pregiudizi sulla "setta". Occorre cercare informazioni obiettive (non solo quelle ufficiali, né solo quelle dei fuoriusciti), confrontandole e vagliandole senza pregiudizi, ricorrendo a chi può illuminare. Cercare di capire quali siano le attrattive della nuova fede: ricerca di Dio; risposta agli interrogativi sulla vita e la morte; migliorare sé stessi e il mondo. A volte si tratta di persone che soffrono, ad esempio dopo un lutto o una delusione affettiva, o si sentono senza scopi nella vita. D’altronde ci sono persone che abbracciano una nuova religione perché la trovano impegnante e coinvolgente, a fronte di una pratica poco convinta trovata in famiglia. Sarebbe già un buon risultato se la persona concludesse: «I miei familiari hanno fatto il possibile per capire me e quello in cui credo».

Per chi è credente

I familiari credenti sono esposti al disorientamento religioso. Qualcuno può essere tentato di fare "guerra di religione". Altri, per amor di pace, o cedendo all’imperante relativismo, diventano religiosamente indifferenti, o viceversa passano alla nuova religione. Per altri ancora, ed è questa la via più ragionevole, tale problema può essere l’occasione per fare chiarezza sui fondamenti della propria fede, praticarne con maggior coerenza la morale e il culto, rispettando l’altrui coscienza. Laddove non è efficace la parola, e tanto meno la polemica, può esserlo la "predicazione non verbale", fatta di amore e pazienza.

Occorre anzitutto prendersi sul serio a vicenda. Dialogando, è sicuramente improduttivo ogni estremismo: da una parte c’è tutta la verità, e dall’altra solo errore. Potrebbe risultare positivo riuscire a confrontarsi su certi valori, come: verità, altruismo (non limitato alla propria religione), rispetto della libertà interiore. Laddove si ritenesse che la persona manchi a precisi doveri familiari o di lavoro, occorrerà molta pazienza, per capire il suo punto di vista, non mancando di motivare il proprio, puntando sulla ragionevolezza e non sulla contrapposizione. E se, una volta che si è fatto il possibile, una persona adulta resta sulla sua posizione, occorrerà concordare delle linee di reciproca correttezza: rispettarsi a vicenda; non toccare l’argomento religione se questo porta solo polemica; attenersi ad alcuni doveri irrinunciabili verso la famiglia. La sfida implicita da trasmettere è che gli altri si preoccupano per lui e vogliono aiutarlo, ma è lui che in definitiva deve prendersi la responsabilità per la propria vita.

Premesso che molte religioni (compresa quella cattolica) si sostengono con contribuzioni obiettivamente libere, non possiamo ignorare che qualcuna invece esige da un singolo fedele cifre di decine e anche centinaia di milioni (parliamo di lire). L’adulto ha il diritto di fare le sue scelte religiose, e di disporre conseguentemente dei suoi soldi. Ma sottolineiamo: "i suoi", non quelli della famiglia. Su questo punto è consigliabile una certa durezza. In alcuni casi è stata proprio questa a indurre la persona al ripensamento.

Se si ricorre al giudice

Qui sono possibili solo degli accenni(4). La giurisprudenza italiana per lo più tende a relegare la religione nella sfera intima e inviolabile. Di conseguenza, esamina i comportamenti prescindendo da scelte religiose di qualsiasi tipo. Altri viceversa osservano che il principio costituzionale della libertà religiosa deve contemperarsi con altri princìpi, ugualmente costituzionali, che riguardano i doveri di coppia e di famiglia. Concretamente, quando il cambio di religione causa una frattura insanabile nella coppia, la giurisprudenza si limita a indagare i comportamenti obiettivi di ciascun partner, al fine di individuare l’imputabilità della separazione, sentenziando che l’abbandono della religione praticata al momento del matrimonio non costituisce di per sé violazione dei doveri matrimoniali. Una parte minoritaria della giurisprudenza esamina certi comportamenti in connessione con i princìpi e le prassi di certe religioni, ritenendo che, pur rispettando le scelte religiose, non si possono chiudere gli occhi di fronte all’eventuale stretto legame tra una disciplina religiosa e certe condotte pratiche.

In maniera analoga, la giurisprudenza tende a considerare il mutamento di fede religiosa di uno dei coniugi non ostativo all’affidamento della prole. Lascia perplessi una sentenza "salomonica" della Corte di Cassazione (23-08-’85), secondo la quale «ciascuno dei genitori offra al figlio, con la parola e manifestazioni d’altro genere, l’opportunità di conoscere e apprezzare la fede religiosa preferita». Sono più convincenti, credo, quelle sentenze che puntano sulla continuità nell’indirizzo educativo; e più ancora quelle che considerano rilevante la disponibilità o meno di ciascun coniuge a ricercare un accordo educativo, in vista del bene preminente del figlio.

Problemi familiari di rilevanza penale possono insorgere quando un genitore, per ragioni religiose, vuole impedire trattamenti sanitari necessari (emotrasfusioni, vaccinazioni) al figlio minorenne. In tali casi, come anche quelli in cui, sempre per motivi religiosi, li sottrae ai doveri scolastici, deve intervenire il Tribunale dei minori. Riguardo poi ai figli minorenni che abbandonano la famiglia per seguire un movimento religioso, l’orientamento prevalente è di riconoscere al minore, che abbia compiuto i 14 anni, «la maturità sufficiente per compiere scelte relative alla propria libertà religiosa». Quanto al reato di plagio, la Corte Costituzionale l’ha depennato, non «perché il problema non sussiste», ma perché era formulato male, in maniera troppo indeterminata. Ci troviamo pertanto davanti a un vuoto legislativo, che attende di essere colmato(5).

In una problematica che tocca da un lato il sacrario intimo della coscienza, dall’altro gli affetti più cari, non va mai dimenticato che, proprio perché si tratta di coscienza e di affetti, non avrebbe senso scadere in meschine polemiche. Vent’anni di esperienza mi hanno radicato nella convinzione che solo un maturo e rispettoso dialogo produce effetti positivi, o quanto meno evita il deterioramento della situazione. La quale dipende sempre dalla libertà di ambedue le parti in causa. Qualcuno reagisce dicendo: «Lì non c’è libertà di coscienza, ma solo plagio». Fosse anche vero (ma è da verificare!), va ricordato che non si può "costringere alla libertà"; questa infatti può fiorire solo laddove c’è rispetto del "mistero dell’altro"(6).

Battista Cadei

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