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I CAMPANELLI D ’ ALLARME

Dallo yoga alla fede

di Daniela Bocciardi
            

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 2001 - Home Page Questa è la storia di una donna che disperatamente cerca Dio e la felicità. Intraprende un cammino tortuoso. E alla fine capirà. Credere non è solo dono. È soprattutto mistero.

Avevo 33 anni, 2 figli, un marito, una bella villetta e casa in montagna, quando mi sono cacciata (o forse anche un po’ ritrovata!?) nei guai. In guai così grossi da stupirmene io stessa. Un dolore ancora piú grande di quando era morto il nostro secondo figlio. Già, nella morte di R. un piccolo pezzo di senso l’avevamo trovato; in quello che io avevo vissuto nella mia avventura con lo yoga, no. Ho rischiato grosso, sono sprofondata davvero nel buio della morte dell’anima; in un sabato che non vedeva risurrezione ma solo un vuoto e cupo non-senso. Un sabato che pareva non terminare più. Per essere chiara, devo tornare indietro un po’.

Apparentemente avevo tutto. Ero carina, giovane, sana, non stupida e quando un’amica mi aveva parlato dello yoga, di come fosse stupendo, di come avesse trovato serenità, di come colui che si faceva chiamare "il maestro" fosse straordinario..., non avevo esitato a dire di sì.

In realtà io non ero felice. Non sempre; ad "attacchi", che però ultimamente si erano ravvicinati e rendevano difficile e faticoso il fatto stesso di vivere. Il motivo c’era, anzi, ce n’era più di uno.

Io (D.) e C. ci eravamo sposati in chiesa più per accontentare i parenti che per noi. Da fidanzati io ero in crisi di fede e ammiravo tantissimo questo giovane catechista che aveva fatto fermare il pullman col quale noi giovani della parrocchia stavamo andando in gita, per non perdere la messa. Lo ammiravo, mi dava sicurezza ed ero certa che a lui potevo appoggiarmi; lui mi avrebbe aiutata a dipanare il groviglio dell’educazione religiosa vissuta nella mia famiglia d’origine, dove, in nome della libertà e del rispetto ognuno viveva per conto suo ciò che gli andava. Per esempio, mia madre ci mandava in chiesa ma lei andava raramente. Mio padre si commuoveva davanti a papa Giovanni XXIII che dalla Tv la domenica dava la benedizione. Poi bestemmiava spesso e volentieri, non andava mai in chiesa, parlava male dei preti meno uno, povero, che aveva conosciuto in tempo di guerra; diceva che la chiesa è ladra.

Oggi che mi sento riconciliata coi miei e col mio passato, guardo con tenerezza e misericordia al modo... originale con cui i miei mi amavano come potevano. Di fatto, io ho sofferto molto da bambina e da ragazza.

Dopo tre anni di fidanzamento, C. si era ritrovato ateo. Superati i primi sensi di colpa, per lui era stata una conquista. Un po’ come se «lasciare il padre e la madre» fosse lasciare il pacchetto completo: chiesa, Dio, annessi e connessi. Non avevo sofferto più di tanto ad andargli dietro. Ci univa la rabbia contro tutti e tutto e la rabbia, si sa, è un motore potentissimo.

Ero convinta di non credere, avevo rimosso le domande senza risposta e vivevamo la vita al meglio. C’erano tante cose belle da vivere che non valeva proprio la pena di cercar fastidi.

Un primo "fastidio" arrivò. Giocando a rincorrerci e a farci solletico, non so come, O., che aveva cinque mesi, il nostro primo figlio, cadde in terra, all’indietro, sul marmo. Picchiò la testa ma pareva stare bene. Comunque dovemmo attendere fino al mattino per una radiografia.

Quella notte non dormii. Facevo voti, volevo comprare un miracolo, la salute di O., poi mi autosgridavo; volevo pregare ma non riuscivo. Insomma, al mattino avevo capito che io, dentro, una fiammella di fede l’avevo ancora e non potevo soffocarla o aspettare di vederla quando la situazione fosse precipitata di nuovo. O. stava bene e io ero andata a parlare con un prete. Non ne avevo tratto un granché, anzi, pian piano le cose erano tornate come prima. La vita era bella, noi eravamo felici, coi problemi di tutte le coppie, ma fondamentalmente felici.

Due anni dopo era nato R. Aveva la sindrome delle membrane jaline. Riuscì a vivere undici giorni intubato in incubatrice. Allora, venticinque anni fa, i genitori di un prematuro non potevano toccarlo né alla nascita né dopo, in incubatrice. Perciò era morto senza conoscere le mie braccia. Questo era un dramma nel dramma.

Non c’era senso. Quando ci telefonarono dall’ospedale che era morto e lo trovammo già freddo in un locale d’acciaio avvolto in un telo con sopra una croce, io presi la croce e con rabbia la buttai lontana. Era un dolore così grande da togliere ogni desiderio di vivere, anche se O. aveva solo due anni.

Il piccolo pezzo di senso che trovammo era che attraverso l’autopsia, avrebbero potuto conoscere meglio questa malattia e salvare forse altri bambini. Questo ci sostenne un po’. Andai a parlare con un altro prete, poi tutto tornò... quasi come prima.

Con C. potevo parlare di tutto. Non avevamo segreti l’uno per l’altra. Meno per ciò che riguardava la fede. Ogni occasione: battesimo, prima comunione, cresima (era nato un altro figlio), diventava uno scontro. Mi faceva particolarmente male che C. mi compatisse un po’ sprezzante dall’alto del suo non credere: «mi deludi... ma come? E io che ti credevo così intelligente...» e paragonava il bisogno di Dio al bisogno di chi va dalla cartomante: stampelle per vivere. Inoltre, ancor più doloroso era quando mi diceva: «È un problema tuo. Tu sai come la penso». Un po’ come dire: "la tua sete" (già, perché sete stava diventando) non mi riguarda, non mi tocca, è affar tuo.

Non trovavo una vera pace e mi sentivo sola. La rabbia cresceva e mi sentivo in pieno diritto di provarla: il Dio della mia conoscenza aveva detto: «Se berrete di questa acqua non avrete più sete». Io la volevo e Lui non me la dava. Questo è ciò che vivevo dentro. Sottile, latente, affilato. Sale sulla ferita era quando un sacerdote o qualcuno proclamava: «La fede è un dono». Allora dentro era un’esplosione di dolore, di rabbia. «Perché io no?».

Tutto questo lo vidi con estrema chiarezza quando C. si ammalò gravemente (malato sulla carta, come dice sempre scherzando C., poiché ancor oggi esami e biopsie tanto funesti non hanno mai avuto sintomi concreti). Nel bel mezzo della carriera, con due bambini di dieci e sei anni, venne fuori che di lì a poco – un anno o due – avrebbe potuto essere in dialisi o in trapianto di rene.

Pianse quella volta, poi, alla prospettiva dei medici di cambiare lavoro, fermarsi a riposare, cambiare insomma completamente vita e diventare un malato, decise e disse: «Che sia quel che sia... Non mi frego la vita... Io vado avanti a vivere la mia vita».

Oggi mi commuovo davanti a tale atto di fede alla propria vocazione. Allora invece andai in crisi. Questo marito, non solo mi snobbava, ma trovava in sé forza, energia, pace. Perché non ne dava un po’ a me? Perché io stavo così male e non vedevo il senso della vita? Perché sentivo il futuro sospeso sopra di me come la mannaia del boia e non riuscivo più a sognare?

Un’amica, che si occupa di ritiri per fidanzati, dice spesso che ognuno volente o nolente giunge al matrimonio col suo sacchetto di scorie. Ecco cosa c’era nel mio sacchetto, più qualcos’altro ancora, quando mi presentai quel mattino per «fare yoga».

Lui, il maestro, stava lì all’entrata. Portamento eretto, occhi piccoli, brillanti e penetranti, sorriso lieve, modi signorili, eleganti. Ci sono cose che sembrano non decise, non volute, non pensate: escono direttamente dal cuore prima che tu te ne accorga. «Io cerco Dio». Mi ero sentita dire. Lui aveva risposto con gli occhi luminosi e tutte le piegoline di fianco, con empatia e calore: «L’hai trovato. Seguimi...».

Toccata dalla musica

Ho detto che non ero stupida, perciò non ho mai pensato che Dio fosse lui stesso, una specie di Gesù Cristo rinato a Varese. Né tantomeno provavo per lui qualcosa simile all’innamoramento per un altro uomo. Avevo sete di spirito, ero sfinita, sola. In lui credo avessi trovato una promessa di felicità e ci avevo creduto. Volevo essere buona e obbediente e mi sono affidata.

La palestra di Varese sapeva di sudore, piedi e rose. Il maestro aveva detto di mettere pure il denaro, della retta mensile, in una scatola sul tavolo, tra petali di rosa e gelsomino. Ecco da dove veniva il profumo: «I soldi sono sporchi..., poca cosa sono...».

Avevamo preso posto, ognuno sul proprio materassino, seduti con le gambe incrociate. La sua voce pacata e nel contempo forte, dolcemente autoritaria, ci spiegava le varie posizioni... di riposo..., di preghiera..., dai nomi esotici, orientali. Dovevamo tenerle, immobili, per un tempo sempre più lungo, man mano passavano le settimane, per "domare" il nostro corpo, i muscoli, i nervi, ...fin quando sopraggiungeva il tremore, lo sfinimento.

Per sottofondo una cassetta di musica, oggi so, indiana, un solo strumento a corde..., lieve, ossessivamente lento e ripetitivo, poche note... penetranti. Spesso sentivo scendermi le lacrime come se questa musica così particolare avesse la capacità di toccare concretamente il mio dolore. Allora il maestro mi guardava col suo viso luminoso e io capivo che sentiva il mio soffrire, mi accarezzava con gli occhi (come un padre), mi voleva bene (!!?), mi preferiva agli altri; ero una discepola amata e stimata.

Mentre il corpo immobile trovava a fatica l’equilibrio, mentre ogni fibra era in tensione..., lui parlava. Di Gesù, di Gandhi, di Shiva, di Budda, di Einstein..., di un tutt’uno che io non riuscivo a percepire ma che volevo capire. In fondo era rassicurante sentire che in questo tutt’uno c’era anche il Gesù con cui ero tanto arrabbiata, san Francesco, san Tommaso... e altri "amici". Se non altro, metteva a tacere l’eventuale conflitto del scegliere o di qua o di là.

Stavo già male, figuriamoci se avessi dovuto sopprimere di colpo il mio archivio religioso. In quest’uomo vedevo qualcosa che mi "sapeva" di Dio e che non avevo mai incontrato prima, né tra le suore della mia infanzia, custodi di un Dio castigamatti, vendicativo, terrificante... «Se sprecate il pane, quando morirete, dovrete vagare per l’eternità con un cestino bucato pieno di briciole, a raccogliere quelle che escono dal buco, per sempre!!». Né tra i sacerdoti che avevo conosciuto, così "normali", da non avere né gli occhi lucidi e brillanti, né da toccarti come fossi un tesoro, né da mettere i soldi "sporchi" tra petali di rosa. Ciò che diceva, e io non potevo verificare perché non conoscevo, mi appariva bello, giusto, vero.

Alla mia domanda: «Ma che cos’è lo yoga?», nessuno, nemmeno lui, il maestro, aveva mai risposto davvero. «Non è una ginnastica, non è una filosofia, non è una dottrina, non è una religione...». Ma cos’è, neppure oggi lo so bene. Allora ci badavo poco.

Ero estremamente ignorante su queste cose, né conoscevo bene la mia religione, cioè la religione cattolica, visto che ero battezzata.

Oggi mi chiedo come potessi accettare la regola chiesta dal maestro di non dire grazie. Non mi ricordo più il perché. Sono passati tanti anni. Un perché c’era, e sono sicura ce l’avesse spiegato. Come potessi esserne convinta e obbedire..., questo ancora oggi mi stupisce.

Ero così convinta della mia scoperta (andai a yoga in tutto dodici mesi!) che ricordo di aver pensato: «La scuola italiana è proprio fessa a non inserire lo yoga come materia di studio. Altro che ora di religione!». Cercavo di convincere C. e i bambini a provare certe posizioni. Mi atteggiavo a maestra e il vedere C. infastidito ai miei racconti, al mio entusiasmo, accresceva ancor più l’idea d’essere superiore a lui, di capire di più, e, peggio di tutto, d’avere sbagliato a sposare lui.

Pian piano, il "lasciare tutto" del Vangelo per seguire Gesù, era diventato il frequentare una sera la settimana, gli incontri "culturali", noncuranti di ciò che lasciavamo eventualmente a casa, poiché il nostro cammino era sacro e individuale. Ora so che in Oriente il concetto di coppia è ben altra cosa di ciò che è qui da noi, soprattutto alla luce del cristianesimo.

Una sera, lavorando sul "compromesso", a gruppi e poi tutti in assemblea, avevo avuto il coraggio, davanti a duecento persone, di prendere il microfono e dire che io non ero d’accordo, che, come era uscito da tutti i lavori, «il compromesso non deve esistere, è male». L’argomento che avevo usato era molto chiaro per me: se mio marito doveva stare in casa a curare i bambini – proprio quella sera avevamo avuto l’ennesimo litigio – e permettere a me di fare il mio cammino, era pur sempre un compromesso.

Lui, il maestro, mi aveva ringraziata per il coraggio, poi, lentamente la sua voce era diventata dura, accusatrice: io avevo bestemmiato! Contro chi era andato alla morte per non stare nel compromesso. La lista di nomi era lunga..., c’era anche Gesù. Mi ero sentita morire dentro, anche perché lui sapeva come io stessi male, diceva che sentiva le mie vibrazioni di dolore e che con me c’era un rapporto privilegiato. Lo capivo dagli occhi che guardavano quasi sempre nei miei.

Avevo una paura folle di perdere la sua stima. C. non mi stimava. Per i miei dipinti, le mie barzellette, la mia cucina..., sì. Per la sete spirituale, no. Mi sfotteva, paragonava i miei bisogni a quelli dei deboli che devono appoggiarsi a qualcosa. Ciò che contava nella vita per lui era all’opposto di ciò che contava per me. Io avevo sete di senso per comprendere non solo la vita ma anche la morte.

C. diceva che non gliene fregava niente di morire perché ciò che contava era andare a letto la sera con la coscienza a posto per non aver fregato nessuno, cioè i clienti. Sapeva che ogni tanto andavo a parlare con un sacerdote e scrollava un po’ il capo, in segno di superiorità e delusione. Di me. Del resto, pur continuando a soffrire, non avevo mai sperimentato la sensazione d’essere apprezzata e accolta nella mia ricerca, come a Varese, là, col maestro.

A seguito del lavoro sul compromesso avevo parlato da sola con il maestro, raccontandogli di come andasse male con mio marito. Il messaggio, che era passato nella mia testa attraverso le parole del maestro (e come era passato!!), diceva che C. era geloso perché io avevo finalmente trovato Dio! Mio marito voleva fermarmi, voleva impedirmi di incontrarlo: mio marito era il male. Invece lui, il maestro, mi dava la serenità, la protezione, mi prometteva di farmi sempre più inoltrare nel suo sapere, che mi dava goccia a goccia, di entrare sempre di più nel suo circolo che solo oggi mi accorgo che era una setta esclusiva ed escludente. Una specie di "via, verità, vita".

Come sono più... "facili", più... "logiche"... le storie degli altri. Dal fuori, probabilmente avrei capito anch’io il pericolo, l’assurdità di certe tesi, la mia fragilità... Ma io ero dentro. C. aveva intuito quello che io nemmeno immaginavo e aveva gridato con dentro la voce tutta la disperazione e il dolore che provava: «Cristo! Ti plagia! Lo vuoi capire che ti plagia? Se hai trovato Dio l’hai trovato anche qui con me e non solo quando vai a Varese!». Non posso dimenticare la disperazione con cui mi gridava. Oggi penso che certe imprecazioni giungano al cielo come preghiere. Non posso dimenticare l’umiltà piena di dolore e lacrime di una sera in cui mi disse: «Io non posso capirti, io non capisco cosa vuol dire sentirsi sprofondare in un buco nero... Io non riesco ad aiutarti..., non riesco a capire cosa cerchi... Io ero felice della mia vita, della mia famiglia... Quando vado a letto e mi sento a posto col mondo e con te io penso che posso anche morire e non ho paura... A me questo bastava...».

Questo mi diceva con le lacrime agli occhi. Com’ero cieca! Ci sono voluti anni perché imparassi ad accettare io per prima un marito diverso da me, perché cambiassi lo sguardo sul mio "ateo di Dio", come lo chiamo oggi. Solo quando fu troppo tardi mi accorsi che io in casa non c’ero tutta. "Purtroppo" avevo un marito e dei figli. La casa da accudire era un peso. Il fatto di dover staccare dalle cose materiali mi aveva portata a reprimere i miei acquisti, il fatto di godere dell’estetica, dell’armonia delle cose belle della mia casa che io amavo tanto.

Volevo raggiungere «la serenità assoluta attraverso il perfetto equilibrio psico-fisico», come diceva e scriveva il maestro, ciò che mi pareva la pace. Di una cosa ero certa: non l’avrei mai trovata in casa con mio marito. Che io fossi sposa e madre doveva essere uno sbaglio. La mia vocazione era la contemplazione, la meditazione, lo stare seduta in posizione "loto" a sentire parlare di cose di Dio. Alla fine la situazione era precipitata. Io non ce la facevo più, C. pure. Mi diede un ultimatum: o lui o lo yoga.

Sulla via del ritorno

Avevo mollato lo yoga, ma ero caduta in uno stato pauroso; non riuscivo a dormire né a deglutire... Camminavo avanti e indietro senza trovare tregua. Sentivo che qualcosa si era aggrovigliato nel mio cervello: il bene e il male erano così contorti che a momenti affiorava mio marito che mi salvava, a momenti lui che mi diceva col suo carisma (allora compresi cosa significa la parola carisma!): «Seguimi...».

L’affermazione proclamata spesso dal maestro: «Andate..., andate pure... tanto ci rincontreremo...» era un pezzo della mia ossessione. Cosa significava? Alludeva alla reincarnazione o al fatto che mi sarei "pentita" e sarei tornata? Sentivo il futuro ipotecato da questa minaccia. Avessi potuto spegnere il mio tormento...

Tre giorni così, C. a casa dal lavoro, i bambini dai nonni impotenti. Avevamo chiamato il medico di famiglia che mi aveva ascoltato farneticare, ma che poi aveva tuonato: «Lei è come se fosse seduta su di una barca in mezzo al mare e continuasse a guardare sotto per vedere cosa c’è, col rischio di cadere: non c’è assolutamente niente!». Ora sapevo che il nostro medico non era credente. Ma io stavo ancora peggio e le gocce non facevano niente. Allora avevo chiesto a C. di portarmi da un sacerdote...

Poveretto! Lui ce l’aveva messa tutta, aveva anche capito qualcosa che io non osavo neppure ammettere a me stessa... «Comunque sia... adesso... primo deve vivere!».

La sera del terzo giorno non ne potevo più. Ero in cucina da sola, in terra, senza forma, come uno straccio caduto sul pavimento. Non credo si possa provare più angoscia di quella che provavo in quel momento. Ricordo come fosse oggi, a un tratto, nell’essenza del dolore, mi rivolsi a Dio: «Comunque tu sia, chiunque tu sia io ti odio! Perché tu sai che io cercavo te!... E ora guarda come sono conciata! Hai vinto tu se mi volevi pazza!... Io sto impazzendo! Era questa la tua volontà su di me?... Se era questa io sono pronta...». Avevo messo nella borsa una maglietta e un paio di mutandine poi avevo chiesto a mio marito: «Fammi ricoverare, io sto impazzendo». Con lo sguardo di oggi, lontano e vivo, so che quello fu l’inizio della mia risalita. Allora non lo sapevo, no.

Dopo una bella cura dai miei che mi accolsero senza domande, l’unica volta nella vita in cui non fecero una sola domanda perché avevano capito fin troppo bene, tornai a casa. Pareva un secolo, invece ero stata via otto giorni. Coi farmaci potevo dormire senza incubi, potevo sopravvivere e dirmi: «Coraggio, vivi fino a domani».

La paura dell’angoscia, di riprovare ciò che avevo provato, mi accompagnava appena aprivo gli occhi. C. era dolce e paziente, mi amava. Io vedevo solo il mio vuoto, il mio buio, il mio niente. Stavo tornando in vita in un mondo senza senso.

Allora provai a darlo... al budino. Ero seduta e fissavo la parete. «Basta! Alzati e fai il budino ai bambini! Sai che gli piace...», mi diceva la mia voce dal dentro. Mi alzavo a fare il budino come se portassi sulle spalle il peso del mondo. Poi a stirare la camicia di C. poi a pulire l’anta delle pentole... Se non potevo fidarmi dei libri, delle trasmissioni televisive, delle persone, dovevo trovare almeno dei piccoli "sensi" per vivere. Il cucito, la musica, i quadri... Una cosa era certa, pensavo, Dio non mi voleva. Dopo tutto quello che avevo passato, restare a mani vuote era il colmo. Pensare che io lo avevo cercato per sopportare la morte di nostro figlio! Lo cercavo per me con l’idea di presentarlo a C. Sì, dovevo essere pazza. Non mi passava nemmeno per la testa che Dio fosse amore. Dio era nel fare il budino ai miei bambini. Nella vita che mi prendeva piano piano. Ma io non lo sapevo. Oggi ricordo il periodo del dopo-yoga come il tempo dei budini, dei piccoli concreti gesti d’amore che impercettibilmente, quasi, restauravano la nostra vita.

Don G. una volta aveva detto che dobbiamo stare attenti a cosa mettiamo nel nostro cervello, perché non possiamo "tirarlo fuori" quando vogliamo, eliminarlo. Passavano i mesi, gli anni, eppure ogni tanto... "lo sentivo" ancora parlare. Una cosa, una potente cosa era rimasta dentro di me. Il maestro aveva detto: «State attenti... perché la miglior maschera del male è il bene», e questa frase maledetta risuonava dentro ogni volta che incontravo una persona buona e mi toglieva la sicurezza e mi sentivo ancora in balia di un bene-male mescolato. Quasi che io non fossi più in grado d’avere fiducia in nessuno. Sì, capitava di "risentirlo". E anche se riconoscevo la parte di verità di questa affermazione, avrei voluto estirparla dal mio cervello dove abitava ancora il ricordo di lui.

Il famoso sacchetto delle scorie. Eppure se le scorie possono essere inquinanti è vero che riciclate e depurate possono essere rimesse in circolo. Questa esperienza che ha segnato – e segna – la mia vita, è parte irrinunciabile della mia storia, del mio cammino, del nostro cammino di famiglia.

È difficile e lungo da raccontare... il resto. Come io e C. dopo quattro anni eravamo arrivati a decidere di adottare un altro figlio... Dio solo lo sa. Oggi, già nonni, sposati da trent’anni, guardiamo con gioia e gratitudine alla nostra vita, alle nostre diversità, alle tante persone (o angeli !?) che ci hanno accompagnato, che hanno tifato per noi due insieme, così diversi eppure preziosi.

Abbiamo vissuto in coppia esperienze, incontri, amicizie che hanno aiutato me D. a mettere ordine nella mia fede, a capire dove c’entra Dio e dove non c’entra, a vedere non più in bianco e nero ma capire che esistono altri colori. Ad accettare anche una parte di mistero, una parte che non è capibile, misurabile, controllabile. A "lasciarmi trovare da Dio" come accadde. Ho dovuto arrivare a cinquant’anni per dirmi che la fede, aldilà di dono, è mistero. C., che si dice tutt’oggi non credente, è un meraviglioso, instancabile operaio della sua vigna. Anche a lui sono grata.

Ho smesso di raccontare a tutti la mia avventura con lo yoga come facevo i primi anni quando il parlarne mi aiutava a sentirmi meno sola. Oltre che a mettere in guardia il mondo intero dai maestri che, naturalmente, avevano tutta la colpa. Parlava ancora il dolore, perché io oggi so che anch’io ho avuto una parte di responsabilità: la mia vita era piena di "campanelli d’allarme" che non ho voluto o potuto o saputo ascoltare.

Daniela Bocciardi
   

L’ACCOMPAGNAMENTO DELL’ESPERTO

Questa stupenda storia di vita scritta in modo equilibrato e maturo invita a una triplice catena di riflessioni: come questa donna sia entrata nella dipendenza dal guru, come il guru abbia agito da vero plagiatore, come la donna ne sia uscita. Questi tre aspetti della vicenda sono a tal punto tra loro connessi, che l’uno rinforza l’altro. Il che rappresenta un punto fermo: gli altri hanno su di noi solo il potere che abbiamo deciso loro di concedere.

Il primo come: D. aveva alle spalle una serie di rimozioni quasi sapientemente coltivate; non tanto e non solo dei dolori, delle delusioni, delle sofferenze: tutte queste, anche le più tremende, non bastano a buttarci tra le braccia di un guru e non possono rappresentare sottili giustificazioni del tipo: «stavo così male...», «con tutto quello che ho sofferto...». La rimozione – il non prendere sul serio i propri bisogni di senso –, con il conseguente tentar di vivere alla superficie, è un male sottile che prima o poi presenta il suo conto. È molto più facile chiedere alla rabbia d’essere l’unica bussola, gettar via il noto (quel religioso informe che non è ancora uscito dai suoi tratti infantili) e sentirsi liberi (molto diverso dall’esserlo!) per la sola ragione che ci si sente sollevati dalle domande inquietanti, scomode. Si crede di camminare perché si sono buttate via le stampelle. È di moda: un disinvolto dichiarare che non ci sono problemi cui si dà il potere di farli sparire. Ma la rimozione non riesce mai del tutto.

Il secondo come: tant’è che alla romantica dichiarazione: «io cerco Dio», c’è qualcuno che risponde (lo si lascia rispondere!): «L’hai trovato. Seguimi». Dovrebbe essere il primo segnale d’allarme: come posso accettare uno che si identifica con Dio? Ci si ripara non prendendolo alla lettera, ma lo si lascia agire come Dio: cioè si permette che la gigantografia mostruosa dell’io (del guru), la sua estrema sicurezza di sé, diventi la validazione del proprio agire. Se uno è così sicuro, io potrò seguirlo. Il secondo segnale d’allarme dovrebbe essere il suo sincretismo religioso (a parole), cioè il suo usare nomi buoni (Gesù, san Francesco, padre Pio) direzionandoli a sé, facendoli divenire materia per sé. È così che il guru azzera a poco a poco le difese dell’altro: sta seduto sulla sua malattia, quella di non voler o non saper scegliere. Fino a che – è il suo capolavoro! – non taglia attorno all’individuo tutti i suoi legami: il marito non capisce, è geloso, i figli sono un peso. La vocazione, il cammino, è «sacro e individuale». E così il maestro fa fuori ogni rivale e ogni criterio perché l’individuo impari a usare la propria testa. Così "ritagliato" dal suo mondo, l’individuo è sicuramente manipolabile. Allora il guru può rivelare il suo vero volto ricattatorio: o me o il vuoto, il non-senso, la morte: bellissimo l’esempio della condanna del "compromesso" che solo a questo punto rappresenta ogni possibile strada divergente che porti al distacco dal guru, all’autonomia. C’è un’osservazione di D. sulla regola imposta dal maestro di non dire grazie: l’assenza di gratitudine è congruente con la manipolazione. Il dire grazie implica distanza, consapevolezza di non essere tutto, la gioia di poter ricevere: i piccoli io che si nutrono del grande io del maestro non possono permettersi nemmeno questa distanza.

Il terzo come: c’è un’altra forza che osa opporsi al potere del guru, quella del marito esasperato che dice: «O me o lui». D. sceglie il marito, ma paga questa scelta con il lasciarsi andare nel precipizio della confusione. Ogni dipendenza totale intossica: D. è intossicata e non può che vivere questa intossicazione anche fisicamente, oltre che psicologicamente. Cade nello stato di indecidibilità (non so cos’è bene, cos’è male, cos’è giusto, cos’è sbagliato), che è così difficile da reggere per ogni essere umano. Se ne esce non con il contrapporre altre dipendenze, non con la volontà onnipotente di volere una risposta totalizzante a tutte le proprie domande e a tutti i propri bisogni, ma... con il budino! Come vedremo, questa del budino è una trovata geniale dello spirito che si fa umile e accetta un piccolo passo, invece che la perfezione della meta. E perché non dello Spirito che soffia dove vuole?

Mariateresa Zattoni Gillini

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