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INCONTRI - NON TUTTI I TRAVAGLI VENGONO PER NUOCERE

Il pianto di Veronica

di Cristina Beffa

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 2001 - Home Page Una ragazza poco più che ventenne abbandona la fede di famiglia per seguire gli Hare Krishna. Passa un periodo esaltante, poi la crisi. Dura, lunga, terribile. Alla fine il ripensamento e il ritorno alla terra natia. Ma non è tutto.

Che cosa pensereste voi se avvicinando una suora, questa vi raccontasse che ha vissuto con gli Hare Krishna? Presumo che sareste assaliti da un misto di stupore, meraviglia, curiosità. È quanto è successo a me quando, avvicinando una "Ancilla Domini", mi raccontò la sua storia: «Avevo vent’anni quando lasciai la casa paterna per andare alla ricerca del regno di Dio». Veronica Gervasi, questo il suo nome, racconta serenamente tutte le fasi della propria esperienza. Ora è la responsabile di una nuova fondazione, le "Ancillae Domini", appunto, donne impegnate a tempo pieno al servizio di Dio (preghiera e penitenza) e dei fratelli (annuncio e carità), vivendo di offerte e devolvendo il 25% di quanto ricevono (per contattarle tel. 095.79.15.963) in aiuto alle famiglie indigenti. «Siamo cattoliche a tutti gli effetti, senza sincretismi, con tanto di approvazione del vescovo», ci tiene a precisare.

Veronica ricorda la sua giovinezza, la lontananza dalla Sicilia, dove era nata, e dalla religione cattolica della famiglia. Buio e felicità, ricerca di Dio e adesione al movimento orientale, ripensamento e riscoperta della fede cattolica, dedizione al Signore Gesù e all’evangelizzazione: questo in estrema sintesi il suo travaglio che – saremmo tentati di dire – è valso la pena di sopportare. «La notte non dormivo, il giorno lo trascorrevo tra università, studio, volontariato in Croce rossa, incontri con gli amici. Ma una sera, piangendo urlai: Dio, se ci sei, vienimi incontro! I miei genitori pensarono che fossi impazzita. Dopo circa una mese li avvertii che lasciavo tutto e tutti per fare un’esperienza con gli Hare Krishna. Le lacrime di mia madre e lo sguardo addolorato di mio padre e di mia sorella non servirono a nulla».

  • Quale era la logica che ti rendeva tanto determinata?

«Mia sorella aveva scelto di sposarsi a quindici anni; i miei genitori avevano messo al mondo tre figlie. Avevo anch’io il diritto di fare la mia vita».

  • Molti si chiederanno perché non hai cercato Dio nella fede cattolica in cui eri stata battezzata ed educata...

«Questo interrogativo è più che lecito. Mio padre trascorreva il tempo libero dedicandosi alla caccia subacquea, al pallone e alla briscola con fratelli e amici. Mia madre passava il sabato pomeriggio dal parrucchiere, la domenica mattina a sbrigare le faccende di casa e il pomeriggio a chiacchierare con le sue cognate. La mia educazione religiosa, iniziata a cinque anni e terminata a tredici, si riduceva a una serie di divieti che rendevano sterile ogni rapporto con Dio e scoraggiavano ogni tentativo di ricerca. Dovevo osservare i Comandamenti solo per non andare all’inferno. La morale cristiana si riduceva più o meno a non indossare i pantaloni, tenere i capelli legati, non indossare abiti scollati né minigonne, e, soprattutto, non dovevo mai rivolgere la parola ai "maschi". Ricordo ancora l’imbarazzo della suora che m’insegnava religione nel momento in cui dovette parlare del sesto e del nono Comandamento».

  • Che c’entra Dio in tutto questo?

«Proprio niente ma la mia ricerca nasceva da questa precisa constatazione: Dio non aveva niente a che vedere con quello che m’insegnavano suore e preti».

  • Torniamo alla tua vicenda esistenziale.

«Un giorno ero andata a cercare Dio in chiesa. Mi sedetti proprio di fronte al tabernacolo e cominciai a pensare all’Eucaristia. La chiesa era sommersa nella penombra; la lampada rossa ardeva per conto suo; il silenzio regnava mentre Lui si allontanava da me. Avvertii tutta la mia solitudine. Mi sentii sprofondare ed ebbi la sensazione di annegare. A un tratto qualcuno mi invitò a uscire perché dovevano chiudere la chiesa, così mi ritrovai sulla piazza assolata».

  • Poi conoscesti i devoti di Hare Krishna. Che cosa ti attirò di loro?

«Il Movimento Hare Krishna pratica la spiritualità indiana che adora il Dio unico e pratica il comandamento dell’amore. Quando giunsi al tempio fui accolta in un ambiente ben illuminato. Anche il volto del giovane monaco indù che mi accolse era luminoso. Parlammo di Dio. Non aveva fretta e io mi sentii subito a mio agio. Uscii da quel dialogo con l’impressione di aver finalmente incontrato qualcuno che poteva darmi delle risposte su Dio. Nel settembre del 1980, dopo aver messo in un cassetto della mia memoria Gesù con apposta l’etichetta "inconoscibile", iniziai la mia esperienza spirituale vaishawa. Della mia nuova vita mi piaceva tutto: la semplicità austera, il servizio volontario, la filosofia. I miei nuovi fratelli di fede mi avevano spiegato che Dio è una Persona trascendentale celebrata dagli "inni vedici" con i nomi di Karuna-sindhu (che vuol dire "Oceano di misericordia"), Dinabandhu ("Amico delle anime cadute") e Krishna ("Infinitamente affascinante". Imparai a conoscere Dio e a scavare in profondità dentro me stessa. I miei anni di formazione furono duri ma proficui. Imparai l’umiltà servendo gli altri, la tolleranza vivendo insieme a persone che venivano da esperienze diverse; imparai a vedere il buono in mezzo all’errore. Insomma, mi sentivo felice».

  • E in India ci sei stata?

«Sì, sei volte. Vi andavo in pellegrinaggio soggiornandovi anche per tre mesi. Ero molto stimata da confratelli e consorelle tanto che mi affidarono cariche di responsabilità. Però, man mano che il tempo passava, il mio orgoglio cresceva; anzi, usavo le scritture vediche per giustificare ogni mia azione. Fu allora che venni chiamata "Soda caustica" e "Acido Fenico". Ero malata di efficientismo, protagonismo, narcisismo e ambizione. Mi accorsi d’essere spiritualmente quasi morta. Chiesi aiuto al mio maestro spirituale, poi ad altre guide del Movimento ma nessuno poteva aiutarmi veramente. Io soffrivo terribilmente».

  • Quanto durò quel periodo?

«Passai così tre anni bui. Un giorno, era il settembre del 1993, mio padre mi telefonò invitandomi ad Assisi con alcuni amici di famiglia. Per distrarmi acconsentii chiedendo alla comunità il permesso di allontanarmi e a un’amica di sostituirmi nelle mie mansioni. Ad Assisi non ero mai stata. Fu una folgorazione! Dopo tredici anni di lontananza assistetti a una messa, feci il segno della croce e recitai il Padre Nostro. Acquistai anche le Confessioni di sant’Agostino. Quando tornai al tempio ero diversa. Mi sentivo rigenerata. Nel mio cuore c’era una luce nuova. Proseguii nella lettura delle Confessioni e degli scritti di Chiara e Francesco e incominciai a leggere anche la Bibbia. Recitavo pure il Padre Nostro utilizzando il rosario waishnava (è composto da 108 grani, il doppio esatto di quello mariano) e la sera leggevo il Vangelo. La mia comprensione non andava oltre il significato letterale, ma sentivo che mi faceva bene. Piano piano sono uscita dal tunnel in cui mi ero infilata tre anni prima».

  • Quelli della comunità sapevano di questo tuo ripensamento?

«Si erano accorti del mio nervosismo. Ma io e la mia amica Maria Laura non avevamo ancora deciso niente. Una mattina mi sono svegliata con il desiderio di recarmi in chiesa per pregare, ma non sapevo come uscire, dal momento che il tempio era distante dal paese. Mi feci accompagnare di nascosto in macchina da Maria Laura. Il bisogno di ritirarmi in chiesa per pregare diventò una "fuga" attuata ogni qualvolta il servizio me lo permetteva».

  • Queste fughe da che cosa erano motivate?

«Dal bisogno di passare lunghe ore in silenzio davanti al tabernacolo. Il silenzio divenne pane quotidiano. Ma la nostra vita clandestina diventava sempre più difficile da celare. Decisi quindi di scrivere una lettera di dissociazione in cui denunciavo la mia crisi nel Movimento.

  • Ti seguirono altre ragazze?

«Si, siamo uscite in quattro. Dopo la nostra dissociazione fummo radiate dal servizio. Dalla sera al mattino non avevamo più nessun incarico. Ci accusarono e calunniarono. Il 5 febbraio del 1996, dopo 15 anni, tornai in Sicilia. Con me c’erano Maria Assunta, Maria Grazia e Maria Laura».

Veronica aveva appena terminato un lungo e travagliato viaggio ma ne cominciava già un altro, quello delle "Ancellae Domini". «Affascinate dal Signore Gesù», come ama dire lei.

Cristina Beffa

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