Periodici San Paolo - Home page
SOCIETÀ & FAMIGLIA - IL "FAI DA TE" NON SEMPRE FACILE DA PERSEGUIRE

Il paradiso promesso

di Beppe Del Colle
    

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 2001 - Home Page È insito nell’uomo il bisogno di felicità. Per appagarlo si va alla ricerca delle più svariate possibilità, anche se spesso non vengono premiate da soddisfacenti conclusioni. Bisognerebbe, tuttavia, saper scommettere sull’immortalità.

Il ragazzotto arrivava a Torino dal paese di provincia dove abitava, avvolto in una mantella nera; i suoi adepti gli trovavano una chiesa sconsacrata, un luogo "mistico", e si assiepavano intorno a lui per ascoltarlo. Egli raccontava i suoi incontri "soprannaturali", riferiva i messaggi che riceveva da un aldilà molto, molto vagamente cristiano. Il giovane cronista, incaricato del "servizio", si mescolava al pubblico e avvertiva il disagio di chi si sente escluso da un fenomeno per lui innaturale, inconcepibile, irrazionale. Tornato al giornale, ritrovava il suo normale equilibrio: in fondo, lo salvava il compito che gli era stato affidato, di riferire freddamente quello che aveva visto e ascoltato, senza mescolarvi i propri sentimenti o, peggio, le proprie opinioni.

Più tardi, all’inizio degli anni Settanta, quel cronista intraprese un giro delle apparizioni nel profondo Nord italiano. Tre donne vedevano la Madonna o sentivano "voci" dall’alto a Montichiari (Brescia), Balestrino (Savona), San Damiano (Piacenza). Anche lì c’era gente semplice a cui le curie avevano consigliato prudenza, talvolta anche in forma energica; ma non mancavano personaggi più informati e più autorevoli che qualche credito l’avevano pur dato, e continuavano a darlo. A San Damiano si vedevano uomini e donne di un certo tono, cittadino e borghese, che fotografavano il sole; se chiedevi il motivo, ti rispondevano che in quelle foto, una volta sviluppate, intorno al sole si vedevano distintamente le quattro braccia di una croce: normalissima rifrazione, però, a San Damiano, miracolosa. Stava nascendo un piccolo giro di turismo religioso, fioriva fuori stagione un albero da frutto.

Poi vennero gli anni di Medjugorje. Attenzione, qui potrebbe intervenire Vittorio Messori, a imporre un altolà a divagazioni come questa che andiamo facendo, intorno allo spigoloso, ambiguo tema delle religiosità "alternative". Ne La sfida della fede (pubblicato dalle edizioni San Paolo nel 1993, come secondo dei tre volumi in cui ha raccolto gli scritti comparsi dal 1987 al 1992 nella rubrica "Vivaio" su Avvenire) egli scrive: «...i soli eventi cattolici che, in questi anni, sembrano aver assunto aspetto davvero "popolare" sono i milioni di persone messi in movimento dalle voci di apparizioni mariane (...). Se un "popolo" ancora c’è, è un fatto oggettivo che le sue vie non sono passate e non passano dalle università di teologia e di esegesi biblica, ma semmai dalle molte Medjugorje».

Quando Messori scriveva queste parole, la piccola città dell’Erzegovina ancora non era stata travolta dall’ennesima guerra balcanica, ancora il vento non era girato rispetto ai tempi in cui, vivo e più o meno vegeto il comunismo in tutti i Paesi dell’Est europeo, la religiosità popolare si muoveva, culturalmente e politicamente parlando, nell’eco della profezia di Fatima sulla "conversione" di quel moderno anticristo.

Adesso che il vento è girato, mentre (a parte Civitavecchia) le apparizioni non sembrano più fare cronaca, e mentre celebra i suoi trionfi la New Age, la religiosità alternativa contemporanea ha scelto un nuovo campo d’azione: la borghesia dell’Occidente, scettica ma illuminata, sulla quale urge il problema dell’infelicità individuale come frutto improvviso della scoperta che il benessere non coincide con la ricchezza, come l’Essere non coincide con l’Avere.

La doppia sfida

Lasciamo volutamente da parte gli evidenti influssi orientali su una filosofia della vita quotidiana che rivendica i diritti della meditazione come rimedio agli affanni dell’esistenza, i silenziosi messaggi del Buddha come antidoto alle nostre frenesie; e non trattiamo, anche qui, del richiamo esercitato dalle sette para o pre o post cristiane sui più diversi strati di popolazione e sulle più diverse generazioni. Qui il cronista, ormai invecchiato e quindi incline a non stupirsi di nulla, sente di avere piuttosto a che fare con un piccolo mondo di intellettuali sui quali agisce una doppia stimolazione: la sfida (intellettuale, appunto) a non rinunciare del tutto all’eredità religiosa del passato, e quella a maneggiare non tanto la New Age quanto il messaggio di una fisicità corporea diventata il leitmotiv della comunicazione contemporanea, soprattutto al livello inferiore, ma irresistibile, della pubblicità.

Il risultato di questa doppia sfida è comunque univoco: e si chiama paradiso. Ridotto ai minimi termini, esso si può definire come la metafora di una felicità che si nutre della rilettura di una tradizione scritturale (della Bibbia ebraica o di altri testi sacri antichi) di tipo religioso, sulla quale si innesta la mitologia tutta moderna della fitness, fisica o psicologica, a beneficio, insieme, dell’equilibrio mentale e di quello morale della persona. Un paradiso dell’aldiqua, naturalmente, percorso tuttavia da richiami a un aldilà su cui non si azzarda la scommessa ultima circa la sua esistenza.

Tale sembra, al cronista, l’ispirazione fondamentale di un libro curioso e a modo suo interessante, scritto da Vittoria Haziel (nome "inventato", di origine angelica) che si intitola Il paradiso nelle nostre mani (ed. Sperling & Kupfer, 2001, pagg. 227, L. 18.000). Vittoria Haziel fece qualche scalpore, anni fa, con un altro libro in cui sosteneva la tesi che la Sindone sia in realtà opera di un "grande" dell’umanità, Leonardo da Vinci.

Lo stesso Leonardo compare in questo nuovo volume, protagonista di un’immaginaria conversazione con l’autrice (ricavata tuttavia da suoi scritti autentici) in cui dice fra l’altro: «La somma felicità sarà somma cagione dell’infelicità». Con questo intendendo una massima molto semplice: uomini, accontentatevi di quello che avete, usandolo però al meglio. Del resto, aggiunge Leonardo, «non si può avere maggiore né minor signoria che quella di sé medesimo, e quando fortuna vien, prendila a man salva. Dinanzi, dico, perché dietro è calva».

Nel libro della Haziel rispondono anche altri intellettuali, o vip, comunque persone che hanno cercato, e magari qua e là hanno trovato, nella loro vita, piccoli paradisi personali (per esempio, come dice uno di loro, Gianni Vattimo, nella «riduzione dei desideri»): Claudio Magris, Valeria Moriconi, Romano Battaglia, suor Germana, Franca Rame, Vittorio Gassman. In questi "paradisi" trovano posto gratificazioni individuali nel contatto con la natura, o nelle esercitazioni esoteriche o astrologiche, o nelle opere buone (splendido il volontariato di Franca Rame e il marito Dario Fo per gli "ultimi", grazie ai proventi del premio Nobel) o nell’«amore, nell’esistenza con la persona amata» (Magris); o, riassuntivamente, nel cercare d’essere sé stessi, liberi da troppi condizionamenti esterni.

Come concluderemo? Banalmente, con l’osservazione poco peregrina che l’uomo ha sempre cercato il paradiso. Descrivendolo (come "parola di Dio") nel Genesi, o metaforizzandolo e interpretandolo secondo le diversità delle culture, degli stati d’animo, delle necessità contingenti, delle difficoltà del vivere; magari anche in polemica con i dogmi e le morali religiosi sul peccato; magari discutendo la dualità biblica fra l’albero della vita e quello della conoscenza del bene e del male e raccontando la storia dell’umanità come tante esemplificazioni della «cacciata di Adamo e di Eva dal paradiso terrestre» o della lotta fratricida fra Caino e Abele. O ricorrendo, infine, ai Vangeli apocrifi come testimoni di verità che una qualche autorità abbia indebitamente oscurato agli uomini.

Resta un’impressione: che non sia comunque facile costruirsi un paradiso "fai da te". Non è facile perché presuppone un essere umano che ragioni, che non rifiuti le passioni ma non ceda a esse ciecamente, che non chiuda gli occhi sulla realtà e sugli altri, che soprattutto tenga viva dentro di sé la fiamma della speranza, altrimenti chiamata dalla Haziel «desiderio d’immortalità». Il che forse, e finalmente, allude al paradiso vero, quello promesso per l’aldilà in cambio della vita buona.

Beppe Del Colle

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 2001 - Home Page