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n. 10 ottobre 2001

Sommario

EDITORIALE
Adattarsi al cambiamento
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte)
Stimolare lo sviluppo della persona

di GIORGIO BOCCA

apep00010.gif (1261 byte) Il lavoro che cambia
di CLAUDIO GAGLIARDI

apep00010.gif (1261 byte) Una vitalità tutta italiana
di WALTER PASSERINI

apep00010.gif (1261 byte) Utilizzare un canale preferenziale
di
LUISA RIBOLZI

apep00010.gif (1261 byte) Come un luogo di appartenenza
di MARCO CALVETTO

apep00010.gif (1261 byte) Progettare il futuro
di
CHIARA MACCONI

apep00010.gif (1261 byte) Da volontari a professionisti
di
ELISABETTA LINATI

DOSSIER
Mantenere un figlio
di MARINO MAGLIETTA e VALERIA GHERARDINI

RUBRICHE
INCONTRI
Chi farà la prima mossa?
di CHIARA MACCONI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Promuovere un'economia per l'uomo
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Internet è un'occasione in più a livello globale
di GIUSEPPE ALTAMORE

MATERIALI & APPUNTI
Viaggio fra integrati e apocalittici
di
MARIA PAOLA PARMA (a cura di)
Non chiudere gli occhi sulla sofferenza
di
GIOVANNI DALL'ORTO
La vocazione nasce in famiglia
di
NORBERTO GALLI

CONSULENZA GENITORIALE
I servizi sul territorio
di EMANUELA BITTANTI

POLITICHE FAMILIARI
Aspettiamo fiduciosi, ma vigili
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
La religione aiuta l'autostima
a cura del CISF

LIBRI E RIVISTE

 

LA RICERCA GIOC SUL LAVORO

Come un luogo di appartenenza

di Marco Calvetto
(vicepresidente della Gioc, curatore della ricerca "Ci sto dentro")

Basso salario, orario prolungato, illegalità ma anche occasione di progetti di vita. È quanto rilevano gli intervistati. Essi cercano modelli di aggregazione per risolvere i problemi ignorando il sindacato.

Farsi raccontare direttamente l’esperienza lavorativa ha permesso di individuare meglio le conseguenze dei cambiamenti in atto e di smascherare i troppi luoghi comuni con cui sovente si interpreta il binomio"giovani-lavoro".

Il cambiamento è una delle chiavi di lettura oggi maggiormente usate per interpretare il mondo del lavoro. Negli ultimi anni abbiamo assistito, e spesso sperimentato, al sorgere di nuovi lavori, alla creazione di realtà produttive innovative, all’introduzione di nuove forme contrattuali e di diverse modalità organizzative. Di fronte a tante novità è inevitabile chiedersi quali siano i rischi e le opportunità che i cambiamenti stanno producendo sulla vita di milioni di persone, ma è anche doveroso rendersi conto di quanto siano inadeguati i linguaggi e le chiavi interpretative che fino a poco tempo fa ci permettevano di orientarci e di descrivere il variegato mondo del lavoro in Italia.

Se cambia il lavoro, nel suo oggetto, nei luoghi e nei tempi di produzione e se muta anche la prospettiva lavorativa, tutto ciò ha delle ripercussioni profonde sull’identità individuale e sociale delle persone. Anche solo fino a quindici anni fa il lavoro, generalmente inteso come stabile, duraturo e definibile a priori, contribuiva enormemente a definire l’identità personale e sociale degli individui, ma anche e soprattutto l’identità collettiva. Iniziando a esercitare una determinata professione o lavoro, immediatamente ci si sentiva inseriti in un contesto più ampio di persone con cui oltre le condizioni di lavoro spesso si condividevano le visioni di lavoro, di società e anche l’appartenenza politica, sindacale e associativa.

Oggi, a fronte di cambiamenti tanto vorticosi, che aumentano in maniera esponenziale l’insicurezza e l’incertezza, diviene necessario mettere in discussione le stesse premesse, apparentemente indiscutibili, del nostro modo di vivere. Che senso ha il lavoro che sto facendo per me stesso e per la società? I mutamenti attuali pongono solo problemi individuali oppure occorre ragionare anche su risposte collettive? Cosa spinge i giovani a impegnarsi? Ma è proprio vero che non partecipano più? Perché le forme di partecipazione classica (sindacato, partiti, associazionismo) sono tanto lontane dalla cultura giovanile? Quale rapporto c’è tra i giovani e queste istituzioni? È possibile vivere una dimensione di responsabilità più ampia, che impegni nella costruzione della società e non solo della propria vita?

Tali domande hanno una loro premessa anche nella crisi, vera o presunta, delle forme di rappresentanza e di conseguenza di partecipazione dei giovani. Crisi che si deve leggere sia dal punto di vista della domanda che dell’offerta di partecipazione. Negli ultimi anni, dal lato della domanda, abbiamo assistito a un progressivo crollo della partecipazione alle competizioni elettorali e a un progressivo decremento dei tassi d’iscrizione alle strutture associative. Dal lato dell’offerta, invece, a un proliferare di nuove forme associative che hanno finito per svuotare di valore la rappresentanza, e a un’eccessiva professionalizzazione delle forme classiche di mediazione.

Il lavoro, però, pur nei molteplici significati e letture che è venuto ad assumere, rimane ancora oggi uno degli ambiti rilevanti nella costruzione dell’identità individuale delle persone. Per molti giovani l’inizio dell’attività lavorativa coincide con il definitivo ingresso nella vita sociale. Il problema aperto è capire quanto il lavoro sia ancora fondamentale nella costruzione di un’identità non solo individuale, ma anche collettiva, che pare essere scomparsa da ogni orizzonte.

Domande e riflessioni di tal fatta sono state lo spunto per la Gioc (Gioventù operaia cristiana) per l’elaborazione di un questionario dal titolo "Ci sto dentro!", che aveva come suo obiettivo quello di indagare le diverse dimensioni che incidono sulla partecipazione nel lavoro e fuori dall’ambito lavorativo.

Farsi raccontare direttamente dai giovani, che in questi anni sono entrati nel mondo del lavoro, la loro esperienza diretta, ha permesso, più di ogni altra riflessione e approfondimento, di individuare le conseguenze dei cambiamenti in atto sulla vita delle persone e spesso di superare molti dei luoghi comuni con cui si interpreta, spesso frettolosamente, il rapporto fra giovani e lavoro.

L’inchiesta "Ci sto dentro. Giovani, lavoro e società" della Gioc è stata realizzata nel corso del 2000 e 2001 su un campione di 1.500 giovani lavoratori, compresi fra i 15 e 29 anni d’età sull’intero territorio nazionale.

La prima originalità della ricerca sta nel campione (non indistintamente tutti i giovani) costituito esclusivamente da coloro che avevano un’esperienza diretta e continuativa di lavoro. Una sottolineatura importante, oggi forse più di ieri, a fronte di un immaginario collettivo che sempre più fa coincidere la figura di giovane con quella di studente. Il campione è stato suddiviso tenendo in considerazione la provenienza geografica, il sesso e il livello d’istruzione. Dalla sezione relativa alla condizione lavorativa si evince che ben il 39,4% degli intervistati si definisce operaio generico e il 24,4% operaio specializzato.

Nonostante tutte le novità di cui si sente parlare, il lavoro operaio, il lavoro "fatto con le mani", non è per nulla residuale, ma anzi è quello che maggiormente impegna i giovani incontrati. Nel campione sono stati inseriti anche i giovani disoccupati con una significativa attività lavorativa alle spalle (13,8%). Una percentuale più bassa delle statistiche nazionali, ma pur sempre rilevante e che dev’essere integrata con i molti lavoratori irregolari o in nero che nelle statistiche ufficiali solitamente sono annoverati fra i disoccupati.

Una foto di gruppo

I giovani incontrati attraverso la ricerca sono quei soggetti, che fino a un decennio fa venivano considerati a tutti gli effetti i giovani della classe operaia. Infatti, incrociando questi dati con quelli contenuti nella sezione relativa ai dati socio-anagrafici si rileva che provengono in maggioranza da famiglie operaie ancora piuttosto numerose e con un livello di istruzione non molto elevato.

Rispetto ai genitori i figli hanno acquisito un grado d’istruzione più elevato, anche se si registra un’alta percentuale di abbandoni del percorso scolastico, però questo dato di maggior scolarizzazione non sembra corrispondere a un miglioramento della condizione sociale di origine.

La maggioranza dei giovani incontrati svolge un lavoro dipendente, anche se sono da segnalare, rispetto a precedenti indagini, la crescita dei lavoratori subordinati (6,6%), dei lavoratori autonomi (7,3%) e delle prestazioni occasionali (9,1%).

Il lavoro che ci hanno raccontato è segnato da condizioni non sempre ottimali. Infatti, ben il 25,3% del campione dichiara di svolgere il proprio lavoro in nero o in una forma contrattuale non regolare. Un dato, quello dell’irregolarità o dell’illegalità, che deve seriamente allarmare perché raggiungendo in alcuni casi cifre molto alte (in Campania il dato supera il 70% dei casi!) ed essendo il lavoro una delle dimensioni fondamentali nella vita delle persone, se non altro per il tempo che vi si dedica, ci si chiede che società sia quella che fonda un lavoro di tal genere e in base a quali princìpi le persone debbano poi rispettare altre norme poste a fondamento della nostra convivenza.

I salari dichiarati risultano essere bassi a fronte delle ore lavorate. Infatti, il 17,5% del campione dichiara di guadagnare fra le 500.000 lire e 1.000.000; il 23,7% fra il 1.000.000 e 1.500.000; il 33,5% fra il 1.500.000 e 2.000.000; solo il 13,6% oltre due milioni. Vi è inoltre un 11,5% che guadagna meno di 500.000 lire, quota associata soprattutto a quel 9,5% di individui che svolgono un’occupazione part time entro le 15 ore settimanali, mentre il 12,5% del campione dichiara di lavorare più di 50 ore la settimana e il 29,2% da 41 a 50 ore.

Esiste una correlazione tra salari più alti e ore di lavoro svolte: sembrerebbe cioè che l’unico modo per guadagnare un salario sufficiente sia quello di accettare di fare straordinari. Di fronte a questi dati c’è da chiedersi quanto tempo rimanga ai giovani per fruire di tempo libero o di quelle attività formative che permetterebbero un migliore inserimento nel mondo del lavoro o, quanto meno, una soddisfazione dei propri interessi personali. E ancora, se una parte dei giovani, non in grado di migliorare le proprie condizioni lavorative, a lungo andare non vada a incrementare la quota dei "nuovi" poveri, di coloro cioè che si trovano in una situazione di povertà "relativa".

Il rapporto annuale sulla povertà dell’Istat del 2000 rileva, a tale proposito, l’aumento dei lavoratori poveri, ossia di quanti restano al di sotto della soglia di povertà pur svolgendo un lavoro.

I dati che emergono comunque sono indicativi non solo di una debolezza strutturale degli ambiti lavorativi in cui gli individui sono inseriti, ma anche della stessa debolezza delle nuove generazioni che non sembrano riuscire a negoziare e a porsi come interlocutori privilegiati nel mercato del lavoro.

Altro dato allarmante, soprattutto se posto in relazione alle prospettive del mondo del lavoro, è quello della formazione. Infatti, nell’epoca della formazione permanente e della fine del "lavoro" a scapito dei "molti lavori" che saremo chiamati a svolgere durante l’intero arco lavorativo, il 68% dei giovani dichiara di non frequentare alcun corso di formazione.

Il grado di soddisfazione

Se i problemi delineati, dall’irregolarità agli orari di lavoro con relative retribuzioni, facessero ipotizzare una visione critica o una diffusa insoddisfazione nei confronti del proprio lavoro, il giudizio dei giovani intervistati non sembra andare in questa direzione. Infatti, si dichiara abbastanza soddisfatto il 53,3% degli intervistati e molto soddisfatto il 23,1%. È insoddisfatto il 23,5% del campione.

Ma chi sono i soddisfatti? La soddisfazione risulta essere trasversale ai diversi tipi di lavoro. Non esistono grosse differenze nel passaggio dall’operaio generico all’operaio specializzato, all’impiegato di concetto. Questi ultimi si caratterizzano solo per avere una maggiore propensione verso un più alto grado di soddisfazione.

Non esistono neanche grosse differenze rispetto all’età. Apre degli interrogativi, invece, il fatto che si ritengano soddisfatti anche più della metà di coloro che sono in una situazione non regolare o in nero (rispettivamente il 67,8% e il 64,7%), indice che sulla soddisfazione lavorativa incidono anche altri fattori.

Alla domanda: «qual è la cosa più importante del lavoro?», lo stipendio e il reddito occupano ancora il primo posto nella graduatoria. Seguono, a brevissima distanza, coloro che indicano fattori relativi alla dimensione qualitativa e relazionale del lavoro come prioritari. Il 27,1% afferma, infatti, che la cosa più importante sul lavoro è la possibilità di imparare cose nuove e di esprimere le proprie capacità. Sommando prima e seconda scelta, quest’affermazione supera anche quella inerente il reddito. Al terzo e al quarto posto la possibilità di migliorare (reddito e tipo di lavoro) e i buoni rapporti con i compagni.

In fondo alla graduatoria resta l’orario di lavoro, la possibilità di viaggiare molto e i buoni rapporti con i superiori.

Accanto quindi a un approccio al lavoro di tipo strumentale emergono aspetti qualitativi legati alla progettualità professionale, alla realizzazione di sé e all’ambito delle relazioni sociali.

I dati della ricerca confermano alcune tendenze emerse anche in altre recenti indagini (Iard, Fondazione Corazzin) e cioè che la dimensione lavorativa continua a essere percepita come importante nella vita delle persone. Si tratta però di un’importanza relativa.

Alla domanda: «che importanza ha nella tua vita il lavoro che stai svolgendo?», il gruppo più cospicuo (51,7%) sottolinea come il lavoro sia una tra le cose più importanti. Fra essi troviamo una distribuzione crescente nel passaggio dai disoccupati (dai quali ci si sarebbe aspettato una più ampia adesione vista la condizione di inattività che dovrebbe essere il problema principale di questa classe) agli operai generici, agli operai specializzati, agli impiegati di concetto (si passa dal 35,7% dei disoccupati al 64,5% degli impiegati di concetto).

In generale si può affermare che il lavoro è ancora una dimensione importante nella vita dei giovani, e che gli viene attribuito un valore non marginale, ma attorno e assieme al lavoro in questi ultimi anni hanno preso forza anche altre dimensioni.

La dimensione del lavoro è all’interno di una visione policentrica della propria esistenza in cui si è ben consapevoli che la propria vita si struttura in diversi ambiti e in diversi luoghi significativi.

Del resto la vita stessa degli individui è un continuo intrecciarsi di sfere diverse. Anche durante lo svolgimento della propria attività siamo in presenza di una forte interazione fra lavoro e altre dimensioni. In ambito lavorativo si fanno spazio elementi che appartengono alla vita esterna e che con il lavoro sembrano interagire. Se prendiamo per esempio la domanda: «quando ti capita di parlare sul posto di lavoro di...», oltre ad argomenti inerenti al lavoro si parla di tempo libero, di sport, di musica e spettacoli, di problemi personali. In questo senso il lavoro può essere considerato un ambito di socializzazione, dove il privato si mescola con il pubblico in una continua commistione tra ciò che succede in ambito lavorativo e ciò che avviene fuori.

Nella società contemporanea, l’occupazione riveste ancora un posto centrale nell’organizzazione di vita della maggioranza degli individui. Il lavoro è molto più delle venti, trenta, quaranta o più, come abbiamo visto, ore settimanali di impegno in una determinata organizzazione, è un insieme tipizzato di azioni che incide sullo stile di vita di una persona, su dove abita, sul tipo di rapporti interpersonali che intrattiene, sulle possibilità e modalità dei consumi, sulla gestione del tempo libero.

La rilevanza sociale

La funzione sociale del lavoro non sembra essere riconosciuta in pieno dai giovani intervistati. Il lavoro, infatti, risulta essere importante per sé stessi (89,3%) e per la propria famiglia (87,7%), precipita in importanza per il proprio quartiere (25,7%), recupera per la dimensione cittadina (3 1,9%) e cresce ancora in riferimento al contesto nazionale (38,7%).

Possiamo parlare di una progressiva perdita dell’idea del lavoro come valore collettivo? Forse non ancora. A fronte, infatti, di questa collocazione del lavoro all’interno di una socialità ristretta (il sé e la propria famiglia), il campione intervistato riconosce una forte rilevanza al dettato costituzionale. Alla domanda sulla validità del primo articolo della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», l’80,1% degli intervistati afferma che il lavoro è alla base della vita sociale, il 15,8% non lo riconosce come fondamento e un 4,1% sostiene che il lavoro non ha mai contato molto.

Il non riconoscimento avviene soprattutto dalla fascia dei più giovani, appartenenti alla classe di età inferiore ai 19 anni, seguiti da quella immediatamente superiore (19-21), dai maschi più delle femmine, da coloro che risiedono nel Nord-ovest, piuttosto che nella terza Italia e al Sud.

Sulla difficoltà dei più giovani a riconoscere la validità sociale del proprio lavoro è bene chiedersi quanto anche la scuola vi abbia inciso. Insieme con la famiglia, la scuola è, infatti, responsabile della trasmissione intergenerazionale dei valori, e ai limiti che da più parti le vengono riconosciuti sul raccordo scuola-lavoro vanno probabilmente aggiunti anche quelli di una certa disattenzione verso l’analisi delle teorie e delle concezioni di vita che fondano la comune appartenenza e il vivere sociale.

Il concetto di trade union tra lavoro e società più che abbandonato è sopito e momentaneamente tralasciato. Ne è la riprova il fatto che se il 48,2% del campione afferma che per migliorare le condizioni socio-economiche di una nazione è più importante l’onestà della classe politica, un quarto (24,7%) dichiara che è l’impegno di tutti i lavoratori, indice quanto meno di un riconoscimento sociale della propria attività.

Vignetta.

Rappresentanze in crisi

Il riconoscimento dell’importanza sociale del lavoro non si traduce, però, in una rappresentanza collettiva o meglio non si traduce nella convalida di forme di rappresentanza collettiva tradizionali.

Fra i soggetti che promuovono gli interessi dei giovani lavoratori, gli intervistati riconoscono un ruolo fondamentale alla famiglia (76,6%), agli amici (57,9%) e alle associazioni (55,2%). Minore importanza la assumono i gruppi religiosi (45,1%), i sindacati (42,9%), le aziende (39%), i centri sociali (32,6%). Ultimi, Stato, partiti, presidente della Repubblica e presidente del Consiglio, rappresentanti "ufficiali" della collettività.

Ancora una volta la famiglia è in prima posizione. Del resto è innegabile che in Italia la famiglia, al di là del legame affettivo, funga da calmiere delle disuguaglianze che toccano le giovani generazioni, attenui le loro difficoltà economiche attraverso l’erogazione di risorse dalle generazioni più anziane a quelle più giovani, supplisca alle carenze istituzionali, contenga l’emarginazione. Non a caso una caratteristica del nostro Paese è la lunga permanenza dei giovani nel nucleo familiare di origine, e non a caso quasi il 90% degli intervistati vive ancora nella propria famiglia di origine.

Consoni a queste risposte sono i dati che emergono dalla domanda relativa alla condivisione dei problemi di lavoro. I giovani intervistati dichiarano di affidare i loro problemi lavorativi all’ambito familiare e amicale. Parlano cioè delle loro difficoltà in maggioranza con la famiglia, con gli amici e con il partner pur essendo a conoscenza di forme collettive e specifiche di sostegno e di rappresentanza.

Se questi dati rilevano una sorta di miopia che mette a fuoco solo il contorno più immediato circoscrivendo l’ambito di fiducia, di sostegno e di solidarietà a orizzonti ristretti, tralasciando le tradizionali forme di supporto e di mediazione fra le parti, è anche vero che in una società sempre più differenziata e complessa cresce la necessità di ricercare relazioni faccia a faccia, di comunicare e di riconoscersi. I giovani intervistati in quest’indagine, infatti, non dimostrano tanto di essere "contro" la politica, il sindacato, l’associazionismo, quanto estranei. Sono osservatori esterni, che possono anche apprezzare in linea di principio, ma non ne sono coinvolti o non si fanno coinvolgere attivamente.

Tracce di comunanza

Per quanto questi dati esprimano una crisi delle forme consolidate di rappresentanza o quanto meno una crisi di attivismo, il desiderio di un coinvolgimento e partecipazione collettiva fra i giovani intervistati sembra ancora sussistere ed emerge con una certa forza. La maggioranza del campione afferma, infatti, che per migliorare la propria condizione si ottenga di più organizzandosi con altri o per introdurre cambiamenti (36%) o per difendere i propri diritti (19,3%), scelta quest’ultima che esprime un’opzione di "voice", cioè di protesta organizzata e comprende gran parte di coloro che sono iscritti al sindacato. Ma dove andranno a sfociare queste idee di comunanza che non sembrano trovare strumenti adeguati di espressione? Si trasformeranno in nuove forme di mobilitazione o rimarranno frammentate, divise, come lo sono allo stato attuale?

Indubbiamente si tratta di "tracce" e come tali nulla ancora hanno a che spartire con le idee cardine dei movimenti che hanno rappresentato il passato e che avevano basi politiche e ideologiche forti in cui riconoscersi.

Se da osservatori esterni non si riesce a delineare il probabile percorso di queste tracce, sembra tuttavia che neanche i giovani indagati siano pienamente consapevoli della forma in cui sfoceranno.

Certo, hanno chiare alcune posizioni da cui partire. Alla domanda: «quale pensi che possa essere il modo più efficace per risolvere i problemi sociali», non danno fiducia né ai partiti, né alla creazione di nuovi soggetti politici, né a un’autorità forte. Piuttosto optano per il volontariato, per la protesta personale, per la protesta organizzata, ma soprattutto per la concertazione che sottolinea il comune accordo delle diverse parti in campo e il fatto che un unico soggetto non riesca a ottenere abbastanza.

Occorre soffermarsi anche sull’opzione "rivoluzione" (prima scelta del 4,9% del campione e seconda scelta dei 5,7%) poiché può sembrare a prima vista un segnale preoccupante, quando in realtà non lo è. La rivoluzione è un indice di un mutamento sociale profondo e su larga scala che non necessariamente avviene tramite atti di violenza.

La scelta di questa parte di campione indica piuttosto la necessità di una revisione radicale dell’organizzazione della società e del lavoro senza la quale non si reputano possibili cambiamenti significativi. Probabilmente a questa fascia va sommata quella dei disillusi, degli scoraggiati i quali non vedono possibilità di soluzione e si ripiegano in sé stessi.

Più ambigua è invece la risposta di quel 1,7% che come prima scelta indica la lotta armata quale modo più efficace per risolvere i problemi sociali.

L’identikit è quello di soggetti prevalentemente di sesso maschile, che non sono iscritti ai sindacati, che non si occupano di politica, con un basso grado di scolarizzazione, di età molto giovane. Il basso profilo di questo gruppo è quello che preoccupa di più poiché sembrerebbero avere a disposizione meno risorse ed essere più propensi al rischio di farsi strumentalizzare. L’insieme di questi dati, se da un lato costituisce un campo di osservazione immediata del mutamento sociale, dall’altro ci induce necessariamente a riesaminare le forme di pensiero consolidate, di azione e di mobilitazione collettiva.

Di fronte all’accusa di apatia generazionale e di rifiuto della politica, delle forme di rappresentanza e rifugio nel privato, nella propria cerchia ristretta di amici e del piccolo gruppo, questi dati, uniti con i segnali di capacità di mobilitazione e di creazione di organismi di rappresentanza collettiva emersi negli ultimi tempi, ci dicono che forse ci troviamo di fronte a una fase nuova. Una fase in cui, sperimentato il fallimento del rifugio nell’individualismo più spinto, le persone avvertono la necessità di coinvolgersi in qualcosa di "più ampio" che dia loro la possibilità di esprimere le proprie capacità e le proprie propensioni, ma anche di costruirsi un’identità sociale capace di reggere nell’incertezza del presente.

Siamo in presenza di tracce di comunanza che si fondano su azioni pre-politiche radicate nella vita di tutti i giorni e quindi anche e soprattutto nel lavoro. Un lavoro che, variando rapidamente, inciderà sempre più sull’identità delle persone, ma che proprio per questa ragione può divenire, a certe condizioni, un luogo da cui ripartire per creare appartenenza, presupposto necessario di ogni impegno personale e collettivo per la realizzazione di un mondo nuovo.

Marco Calvetto

 

LA SENTENZA

MENO SOLDI ALLA EX MOGLIE

L’entità dell’assegno di mantenimento che dev’essere versato in favore della ex moglie diminuisce se il marito separato ha figli naturali dalla nuova compagna con cui convive. Lo ha deciso la Corte di Cassazione civile (I Sez.) con la sentenza n. 6017/01, nella quale i giudici hanno ritenuto che quello di provvedere ai figli è un dovere inderogabile che decurta i redditi anche a scapito delle pretese riconosciute della ex moglie.

Sarà la corte di merito (Tribunale) a rivalutare l’assegno, che per la precisione era di sei milioni mensili, in considerazione dei redditi e del tenore di vita dell’ex marito che deve mantenere la prole a un livello economico-sociale consono, nonostante le nuove significative spese.

È ovvio che il mantenimento spetta sia nel caso in cui il figlio nasca in costanza di matrimonio sia nel caso, come quello che ci occupa, che nasca fuori dal matrimonio. Del resto, il padre in questione, non essendo ancora divorziato, non avrebbe potuto neppure risposarsi.

Nella stessa sentenza i giudici hanno tenuto a precisare che, di contro, la convivenza dell’ex marito con un’altra persona, anche se madre dei suoi figli, non ha alcuna rilevanza economica, considerando che il mantenimento della compagna, per la legge vigente, non può incidere negativamente sul diritto della ex moglie all’assegno riconosciutole in mancanza di adeguati redditi propri. In conclusione la tutela economica dei figli prevale sui diritti riconosciuti alla ex moglie ma questi prevalgono sull’onere di mantenimento della convivente.

Franca Pansini
(giudice di pace)








 

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