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n. 10 ottobre 2001

Sommario

EDITORIALE
Adattarsi al cambiamento
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte)
Stimolare lo sviluppo della persona

di GIORGIO BOCCA

apep00010.gif (1261 byte) Il lavoro che cambia
di CLAUDIO GAGLIARDI

apep00010.gif (1261 byte) Una vitalità tutta italiana
di WALTER PASSERINI

apep00010.gif (1261 byte) Utilizzare un canale preferenziale
di
LUISA RIBOLZI

apep00010.gif (1261 byte) Come un luogo di appartenenza
di MARCO CALVETTO

apep00010.gif (1261 byte) Progettare il futuro
di
CHIARA MACCONI

apep00010.gif (1261 byte) Da volontari a professionisti
di
ELISABETTA LINATI

DOSSIER
Mantenere un figlio
di MARINO MAGLIETTA e VALERIA GHERARDINI

RUBRICHE
INCONTRI
Chi farà la prima mossa?
di CHIARA MACCONI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Promuovere un'economia per l'uomo
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Internet è un'occasione in più a livello globale
di GIUSEPPE ALTAMORE

MATERIALI & APPUNTI
Viaggio fra integrati e apocalittici
di
MARIA PAOLA PARMA (a cura di)
Non chiudere gli occhi sulla sofferenza
di
GIOVANNI DALL'ORTO
La vocazione nasce in famiglia
di
NORBERTO GALLI

CONSULENZA GENITORIALE
I servizi sul territorio
di EMANUELA BITTANTI

POLITICHE FAMILIARI
Aspettiamo fiduciosi, ma vigili
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
La religione aiuta l'autostima
a cura del CISF

LIBRI E RIVISTE

 

MATERIALI & APPUNTI - UNA PANORAMICA DELLE PUBBLICAZIONI DEGLI ULTIMI ANNI

Viaggio fra integrati e apocalittici

a cura di Maria Paola Parma

Dal 1996 a oggi sono numerosi gli autori che si occupano del problema "lavoro". Le loro idee non concordano. Anzi, spesso divergono. Ma il lettore avveduto troverà interessante la varietà delle tesi.

Il tema del lavoro diventa rilevante e molti autori cercano di cogliere e analizzare i cambiamenti in corso e l’impatto di questi cambiamenti sulla collettività. Come non pensare all’impatto che fusioni e acquisizioni hanno sul personale che lo subisce? Come non lasciarsi stimolare da una serie di contributi che declinano la fine del lavoro? Quali successivi scenari?

Il lavoro è finito, sostituito dalle macchine o sta cambiando forma e natura? Quanto è tipico il lavoro atipico? Quali disagi nuovi? Come prevenirli? Quali regolamentazioni?

Economisti, sociologi, giuristi producono molta pubblicistica ed è interessante vedere le argomentazioni. In questa bibliografia la scelta è limitata al tema, trascurando le implicazioni della globalizzazione e cercando di selezionare all’interno di una produzione molto rilevante. Le scuole di pensiero sono diverse e, anche in questa situazione, si notano gli apocalittici e gli integrati, quelli che descrivono i fenomeni e gli scenari e quelli che propongono soluzioni, o almeno riflessioni, i nostalgici e gli innovativi.
  

J. Rifkin, La fine del lavoro
Baldini&Castoldi, Milano 1996.

Un libro diventato il centro di un dibattito profondo e mondiale da cui partire per analizzare il problema del lavoro. L’influenza della tecnologia nella nostra epoca, il trionfo delle macchine, la crescita di disoccupazione, lo spostamento della forza lavoro verso altri settori (terziario), creati dalla tecnologia stessa.

Copertina del libro: La fine del lavoro.Siamo nella terza grande rivoluzione industriale, dove categorie di mansioni e professioni si sono ridimensionate per far posto ad altre dell’era dell’informazione. Ma siamo in una fase in cui saranno necessari sempre meno lavoratori per produrre i beni e i servizi richiesti dalla popolazione mondiale. Il libro analizza le caratteristiche di questo scenario, nel tentativo di comprenderne gli effetti sull’occupazione e sull’economia mondiale, partendo anche da casi storici degli Usa. Il knowledge sector, l’unico nuovo settore che si aggiunge ai tre tradizionali comparti dell’economia – agricoltura, industria e servizi –, è in crescita ma la sua espansione sarà limitata. «Le nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione e le forze del mercato globale stanno polarizzando la popolazione mondiale: una élite cosmopolita di analisti di simboli in grado di controllare e un crescente numero di lavoratori in eccesso con poche prospettive per la sempre più tecnologizzata industria».

Nel villaggio globale attenzione deve essere dedicata anche ai problemi che il disagio può favorire come la criminalità, ormai diffusa e internazionale. La terza rivoluzione industriale è un fatto: se ogni nazione risponderà alla questione degli incrementi di produttività in modo da liberare o destabilizzare la società nel nuovo secolo.

In tutta l’età moderna, il valore degli individui è stato misurato con il valore di mercato del loro lavoro. Quale nuovo valore dell’individuo e quali relazioni sociali in un mondo sempre più automatizzato? L’autore offre un nuovo paradigma post-mercato per gestire la transizione verso una nuova prospettiva del "terzo settore".

Il libro, molto ricco di informazioni soprattutto sul mondo degli Usa, è di piacevole lettura.
  

A. Sen, La disuguaglianza. Un riesame critico, 
Il Mulino, Bologna 1997
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L’idea di uguaglianza/disuguaglianza deve confrontarsi in primo luogo con la sostanziale eterogeneità degli esseri umani, derivante da caratteristiche personali (età, sesso, capacità) e da circostanze esterne (proprietà di beni, provenienza sociale, condizioni ambientali); in secondo luogo, con la molteplicità delle variabili che di volta in volta entrano in gioco. Nella domanda: «uguaglianza di che cosa?», Sen coglie il nocciolo del problema, sottolineando in particolare la nozione di libertà: in che misura gli individui sono liberi di perseguire i loro piani di vita? Mettendo l’accento sulla pervasiva diversità umana, Sen sfugge alla semplificazione retorica che contraddistingue tale dibattito, spesso ridotto alla contrapposizione di tesi "pro o contro", e offre un contributo originale e incisivo all’esplorazione del rapporto tra uguaglianza e disuguaglianza, questione ineludibile per gli equilibri delle società contemporanee.
  

L. Gallino, Se tre milioni vi sembran pochi
Einaudi, Torino 1998.

Un disastro occupazionale. Un mondo in cui solo un quinto della popolazione è inserita nel mondo del lavoro e gli altri quattro quinti restano ai margini. Si prospetta così il futuro lavorativo secondo il sociologo torinese Luciano Gallino.

Partendo dai 3 milioni di disoccupati in Italia e dalla scomparsa di 1,3 milioni di posti di lavoro dal ’92 al ’94, l’autore riflette su come l’aumento del Pil non abbia portato a nuova occupazione. Per di più, nel 2005, nei Paesi industrializzati il comparto manifatturiero occuperà il 10% della popolazione attiva, il 5-7% quello delle costruzioni, il 3% l’agricoltura. I maggiori livelli di crescita occupazionale si avranno nei settori collegati all’alta tecnologia, ma con questa, nel prossimo secolo, il 20% della popolazione mondiale potrà sostenere tutta l’economia mondiale. L’unica soluzione che resta è investire per aggiornamenti professionali, salvo il rischio che il lavoro si degradi dal punto di vista qualitativo.

Sembra esistere un "pensiero unico" in tema di occupazione, come in tema di globalizzazione o di unione monetaria. Tramite i media ogni giorno ci troviamo di fronte ad affermazioni che non ammettono dubbi. L’occupazione crescerà se ci sarà la ripresa; se i lavoratori accetteranno di venir licenziati più facilmente e di veder diminuire i salari reali (poiché ciò significa in ultimo la flessibilità che si richiede loro); se i giovani si scorderanno del posto fisso per accorrere invece nel nuovo Eldorado dei lavori atipici. Ma se si guarda ai dati bisogna concludere che simili asserti sono luoghi comuni, idee che, se mai hanno avuto un fondamento nella realtà, l’hanno perduto da tempo. Una politica dell’occupazione che volesse essere realmente efficace dovrebbe cominciare col metterle da parte. Per far luogo, in loro vece, alla consapevolezza dei rischi crescenti di disoccupazione e di degrado del lavoro che l’economia globalizzata prefigura anche per l’Italia. E per inserire nella propria agenda l’impegno – un impegno di lungo periodo, tale da richiedere un nuovo patto tra elettori e forze politiche – di trovare le strade atte a convertire l’immensa quantità di lavoro che ci sarebbe da fare nella società italiana in nuove opportunità di occupazione.
  

A. Gorz, Miseria del presente, ricchezza del possibile, 
Il Manifesto, Roma 1998.

In questo suo ultimo saggio, uno dei più coraggiosi teorici della fine della società del lavoro propone una rottura radicale con i modi di vivere e di pensare che finora ci hanno dominati.

Bisogna osare l’esodo – sostiene Gorz – da un sistema che perpetua come obbligo, norma, fondamento insostituibile dei diritti e della dignità dei cittadini quel medesimo "lavoro" di cui ha reso scarsa la disponibilità, restaurando le peggiori forme di dominio, asservimento e sfruttamento. Al contrario, numerose possibilità non realizzate di più umane e ricche condizioni di vita sono contenute e occultate nelle pieghe del nostro presente. Ma per coglierle si deve volere la morte di questa società, affinché ne possa nascere un’altra sulle sue rovine. Ancora una volta, lo studioso francese coniuga l’analisi impietosa delle condizioni del nostro tempo con la visione realisticamente utopica di un possibile futuro.
  

A. Giddens, La terza via, 
Il Saggiatore, Milano 1999
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I Governi progressisti in Occidente si trovano di fronte società profondamente mutate dalla rivoluzione digitale e dalla globalizzazione di merci, capitali e lavoro, nonché segnate da quindici anni di politiche neoliberiste. Giddens mostra chiaramente che esiste una coerente alternativa sia alle disuguaglianze del liberismo e sia alle rigidità della vecchia socialdemocrazia: è possibile costruire una democrazia cosmopolita che premi l’innovazione e il dinamismo, ma che non lasci indietro coloro che sono a rischio di esclusione.

Le società della terza via devono risolutamente abbracciare i valori dell’uguaglianza e dell’inclusione, della responsabilità e autonomia dell’individuo, del multiculturalismo e della tolleranza, dell’intervento pubblico per la costruzione di alte e uguali condizioni di partenza dei cittadini. È quindi necessario costruire a partire dall’Unione europea un consenso che sia radicale negli interventi di politica sociale ed economica per riconciliare i temi della flessibilità con quelli della giustizia sociale attraverso un rilancio del welfare state.
  

R. Sennet, L’uomo flessibile, 
Feltrinelli, Milano 1999.

Un saggio che appassiona e si legge con il ritmo di un romanzo. L’autore è professore di Sociologia alla London School of Economics e alla New York University. Il suo libro muove interrogativi e costringe a una profonda riflessione i lavoratori di tutto il mondo. Riuscirà anche a unirli, almeno nella consapevolezza di quello che sta accadendo in nome del capitalismo flessibile? Routine, flessibilità, mobilità, rischio, fallimento, etica del lavoro sono i temi affrontati in un’esauriente casistica.

Emergono così le conseguenze corrosive che le trasformazioni del lavoro hanno esercitato sulle personalità e gli stili di vita individuali.

Da tempo si è dato per acquisito che il lavoro contribuisca a formare l’identità della persona, che può dire a sé stessa e agli altri chi è, attribuendosi una serie di etichette all’interno di un quadro di figure e posizioni riconosciute dalla società. Queste posizioni concorrono alla stabilità emotiva e infondono sicurezza, se introiettate attraverso un processo che prevede un investimento nel tempo. Il mutare sempre più rapido di quelle attività lavorative per definizione intese come temporanee rompe queste logiche e impedisce la costruzione di progetti, ma soprattutto rende difficile «decidere quale dei nostri tratti merita di essere conservato all’interno di una società impaziente».

Gli effetti di questi vorticosi mutamenti non si limitano ai singoli, ma coinvolgono altre forme di vita organizzata, per esempio la famiglia, in virtù del variare delle modalità lavorative dei propri membri. Peggio ancora, il capitalismo flessibile toglie la dimensione vera della comunità: quella riassunta nella frase: «chi ha bisogno di me?». Sempre più manca l’Altro, e ci si ritrova senza legami. La progressiva sparizione di ogni forma di destino condiviso corrode la personalità. «Ma – conclude Sennet – un regime che non fornisce agli esseri umani ragioni profonde per interessarsi gli uni degli altri non può mantenere per molto tempo la propria legittimità».
  

U. Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro, 
Einaudi, Torino 2000.

Negli anni ’60 i lavoratori definibili come precari, perché sapevano in anticipo che la loro occupazione sarebbe finita tra breve, senza d’altra parte sapere se e quando mai ne avrebbero trovata un’altra, erano un decimo del totale. Negli anni ’90 in tutti i Paesi europei sono diventati un terzo, e continuano ad aumentare. Nelle società meno sviluppate dell’America Latina, dell’Africa, dell’Asia sud-orientale, i lavoratori che non sanno se tra un mese o domani avranno un’occupazione costituiscono da sempre più della metà degli occupati.

Copertina del libro: Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro.Alla modernità costruita sull’idea di sicurezza, certezza, spazi definiti per la persona e la comunità, sta subentrando una seconda modernità caratterizzata da insicurezza, incertezza e caduta di ogni confine. Senza che molte società abbiano conosciuto nemmeno la prima. A questa diagnosi impietosa Ulrich Beck unisce una proposta e un avvertimento. Anziché guardare all’indietro bisogna mirare a progettare una società civile dove il lavoro salariato che resta e i molteplici lavori necessari per la comunità e la famiglia siano al tempo stesso un diritto e un dovere per tutti.

Beck, protagonista del dibattito sociologico internazionale, è particolarmente attento alla dinamica sociale: dal punto di vista individuale la prevalenza del rischio, a livello collettivo l’indebolimento della democrazia e quindi della libertà devono diventare modelli per una società dei cittadini fondata sulle nuove forme di lavoro. Dello stesso autore, La società del rischio, Carocci, Roma 2000 e I rischi della libertà, Il Mulino, Bologna 2000.
   

A. Giddens, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, 
Il Mulino, Bologna 2000.

Nato da una serie di conferenze del 1999, questo volume, che mantiene nello stile piano e semplice il tono colloquiale adatto a un grande pubblico, getta uno sguardo penetrante sulle trasformazioni in atto. Convinto che la globalizzazione rappresenti il cambiamento delle condizioni stesse della nostra esistenza, Giddens mette acutamente in relazione il macro con il micro, l’assetto economico e politico con la vita intima dei singoli. Proprio per questi temi il libro è stato al centro di un acceso dibattito, anche su Internet.

Continuiamo a parlare di nazione, famiglia, lavoro, natura e tradizione come se fossero uguali a ciò che sono stati in passato. Non lo sono più. Le nazioni oggi – troppo piccole per i grandi problemi – più che nemici fronteggiano rischi e pericoli. Il matrimonio e la famiglia più che istituzioni stabili sono diventati il luogo dove le vite individuali sono unite solo dalla qualità delle emozioni. Siamo una società che vive ormai oltre la natura e la tradizione e laddove quest’ultima batte in ritirata viviamo con maggiore libertà, ma anche con più ansia. L’impotenza che talvolta proviamo non è segno di fallimento individuale, bensì riflette l’inadeguatezza delle nostre istituzioni.

A dispetto di quanto sempre più frequentemente si pensa, il nuovo mondo ha bisogno di più governo e di una nuova decisionalità, che sappia trasferire dal privato al politico quella che Giddens chiama una «democrazia delle emozioni».
   

A. Sen, La ricchezza della ragione. Denaro, valori, identità, 
Il Mulino, Bologna 2000.

Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998, insegna Economia e Filosofia nella Harvard University e al Trinity College. Il volume raccoglie cinque saggi che affrontano alcuni nodi importanti di natura etica che riguardano l’economia di mercato. Si tratta di riflessioni di ampio respiro, tra la filosofia e l’economia, in cui si ritrova l’eco di battaglie ideali che l’autore porta avanti da molti anni.

Troppo spesso dell’economia di mercato viene esaltata solo la libertà di scelta. Meno frequentemente ci si sofferma sulle reali condizioni di tale libertà. Eppure la libertà sostanziale è la sfida che l’economia di mercato ha di fronte a sé per non essere iniqua. Tuttavia la libertà non può essere definita una volta per tutte: intervengono qui valori morali e culturali raramente presi in considerazione dagli economisti, convinti perlopiù che la massimizzazione dei profitti sia universale.

Non solo contesti storici diversi impongono una comprensione differente del successo economico, del modo in cui viene perseguito, del senso di equità ma anche le identità sociali, le affiliazioni, le nazionalità, le cittadinanze influiscono sul comportamento economico. Bisogna però guardarsi dal rischio opposto, di essere cioè succubi dei propri valori e della propria storia, e interrogarsi sempre sulle conseguenze sociali del proprio agire. Come nel caso della finanza, un ambito in cui la deontologia è stata troppo spesso semplificata, facendo coincidere la «responsabilità fiduciaria» verso gli azionisti con l’impegno prioritario del massimo profitto senza avere cura dei gravi danni che possono venire inferti alla collettività.
  

Y. Pagès, Piccole nature morte al lavoro, 
Bollati Boringhieri, Torino 2000.

José, disoccupato, ha trovato modo di reinserirsi a quattro zampe nel nuovo mondo del lavoro: fa Pluto a Disneyland e firma con tre dita seicento autografi al giorno. È solo una delle molte storie che – finzioni realmente esistenti – propongono con appassionata ironia i tanti volti dei "piccoli mestieri" che oggi sostituiscono il vecchio ordine del "posto" sicuro e garantito. Alla fine di un percorso fatto d’incontri sorprendenti e impensati, in cui si ha costante l’impressione che la realtà superi la più fervida fantasia, resta l’immagine calorosa e simpatetica di un mondo in cui forme inedite d’iniziativa e di solidarietà contrastano l’inaudita durezza dei rapporti di sfruttamento e di esclusione. Quasi la rivincita della vecchia ben nota «arte di arrangiarsi».
   

A. Gilioli, R. Gilioli, Stress economy, 
Mondadori, Milano 2001.

Nove biografie di nuovi lavoratori mostrano il disagio e le patologie indotte da flessibilità, ipercompetizione, deregolamentazione del post-industriale globalizzato. Renato Gilioli è il fondatore del Centro per il disadattamento lavorativo presso la Clinica del lavoro di Milano e vede l’insicurezza come la più grande malattia. Ci vuole una ferma volontà politica per dare ordine e garanzie, perché nella situazione corrente sono gli uomini a doversi adeguare al mercato.
   

J. Andresky Fraser, White-collar sweatshop: the deterioration of work and its rewards in corporate America
Norton, 2001.

Un resoconto allarmante di una giornalista americana che ha intervistato corporate white-collar dipendenti, al di sotto di senior managers. Si lamentano dell’insicurezza del lavoro, aumenti limitati di stipendio, straordinari non pagati, invasione del lavoro nella vita privata di e-mail e voice-mail. Se il quadro è così disturbante, come mai non si rivoltano o lasciano l’azienda?
  

Ellwood, Blank, Blasi, Kruse, Lynn-Dyson, Niskanen, A working nation: workers, work and government in the new economy, 
Russell Sage Foundation, 2001.

Da questa collezione d’interventi di esperti multidisciplinari appare che la soddisfazione degli americani verso il lavoro non è cambiata negli ultimi 30 anni. L’immagine, anche se non terroristica o depressa, pure non è rosea: a 20 anni di boom in America corrisponde anche disuguaglianza maggiore nei salari, maggiore tasso di turnover e di lavoro temporaneo. Solamente una migliore formazione può aiutare i lavoratori rimasti indietro perché meno specializzati. Un buon confronto anche fra America ed Europa.
   

R. Reich, The Future of success, 
Knopf, 2001
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Reich, ex segretario, vede l’America come grande spinta innovativa che può offrire tutto quel che si cerca a un alto prezzo personale: carriera e passaggi da un’ala all’altra sono comuni; i salari hanno una gamma molto distribuita e i lavori sono meno sicuri; i lavoratori dicono di lavorare più duramente e si portano a casa lavoro. Una gara meritocratica per cui serve talento, capacità di vendita e relazioni. Per l’autore non c’è scelta: o si corre e si ha successo o si può restare ai margini, anche con soddisfazione ma meno ricchezza.
  

R. Donkin, Blood, sweat and tears: the evolution of work
Texere, 2001.

Ampia e ambiziosa storia della mutevole natura del lavoro, non solo in America per opera di un giornalista. Dall’uomo primitivo a quello schiavo, fino alle corporazioni medioevali, elabora sulle origini dell’etica protestante, quando il lavoro divenne fine a sé stesso, diversamente dall’enfasi utilitarista centrata sui frutti del lavoro, il consumo e la ricchezza. Non mancano le teorie di alcuni pensatori come Deming, Taylor e Max Weber. Nell’attualità si chiede quale sia il rapporto fra soddisfazione del lavoro e il suo compenso economico, finendo a delineare un’azienda ideale dove il confine fra lavoro e piacere è molto sottile.
   

M. Gallina, F. Mazzucchelli, La scuola del lavoro, 
R. Cortina, Milano 2001.

Copertina del libro: La scuola del lavoro.Un libro nato sul campo con un occhio rivolto alla letteratura scientifica e l’altro ai casi e alle storie significative conosciute dalle autrici. Dopo una breve analisi delle dinamiche proprie dell’adolescenza, il testo contestualizza gli adolescenti nella loro famiglia, in rapporto agli operatori e ai datori di lavoro. Ampio spazio viene dato alla cosiddetta "borsa-lavoro", strumento sociale a favore di ragazzi a rischio. Rivolto agli operatori sociali, agli educatori di comunità e ai politici sensibili, questo volume illustra l’orientamento del lavoro degli adolescenti come prevenzione del disadattamento.
  

G. Brunner, C. Macconi, P. Parma, Cosa farò da grande, 
Le Monnier, Grassina (Fi) 2001,
in corso di stampa.

Un volume per studenti, genitori e insegnanti per aiutarli a orientarsi nel mondo del lavoro. A partire da un’osservazione del lavoro che cambia nel tentativo di chiarirne le caratteristiche e gli sviluppi, il lettore è accompagnato a scoprire caratteristiche di sé in termini di aspettative, abilità, competenze e desideri. Segue una puntuale descrizione dei lavori più richiesti organizzata in modo da offrire informazioni sia sul percorso formativo, sul salario, sulle competenze e sulle possibilità di carriera. Ma i lavori di sempre non sono dimenticati. Questo è uno strumento utile per scegliere. È ricco, infatti, di molte informazioni e riferimenti.

Maria Paola Parma (a cura di)

 

FINE O INIZIO DI UN NUOVO MODELLO?

Il lavoro è oggi segnato da processi di mutamento radicali, strettamente connessi con la globalizzazione: richieste di mobilità territoriale, di apprendimento on the job, di disponibilità a mutare rapidamente contesti, ambiti e tempi lavorativi, di adattabilità all’evoluzione tecnologica e dei mercati: in una parola, maggiore flessibilità in un sistema economico e produttivo che cambia in modo apparentemente incontenibile, seguendo leggi di mercato proposte come "scritte nel bronzo", ferree e immutabili.

Gismondi nel suo Il lavoro (Ed. San Paolo, Cinisello B., Milano 2001) parte invece dalla necessità di mettere in discussione proprio l’immutabilità delle leggi dell’economia, evidenziando sia la complessiva incertezza deiCopertina del libro: Il lavoro. presupposti antropologici e filosofici delle teorie economiche che la necessità di adottare un approccio multidisciplinare, capace di leggere i comportamenti economici dei soggetti dentro un paradigma antropologico più completo e di comprendere la complessità delle motivazioni e della libertà dell’agire umano. Altrimenti si opera un indebito riduzionismo, come quando si afferma che l’uomo agisce solo per un tornaconto/interesse individuale egoistico, e che questa è l’unica molla che spiega i comportamenti dell’homo oeconomicus. Come spiegare allora l’altruismo? Come spiegare le scelte familiari, le regole di reciprocità e di scambio di cui è intessuta la vita quotidiana?

Oltre a questa contestazione verso l’economicismo, è però necessario superare il lavorismo, ossia l’assolutizzazione del lavoro e recuperarne la vera dimensione antropologica, che è non più maledizione, ma partecipazione attiva dell’uomo all’attività creatrice di Dio; in questa prospettiva anche altre modalità di lavoro (di cura, l’azione volontaria) costituiscono le nuove frontiere per un "lavoro a misura d’uomo".

Francesco Belletti

 

IL LAVORO CHE EMERGE

Un libro controcorrente che si contrappone alle tesi di quanti ritengono vicina la fine del lavoro. Il sociologo Pierpaolo Donati, nel suo Il lavoro che emerge (Bollati Boringhieri, Torino 2001), ripercorre le tappe storiche, le teorie dell’occupazione, i cambiamenti culturali introducendo l’idea del lavoro come relazione sociale e pertanto non assolutamente in crisi.

Copertina del libro: Il lavoro che emerge.L’assunto da cui parte il sociologo bolognese è che il lavoro non sia «un fatto economico (nel senso inteso dalla maggior parte delle teorie economiche che lo valorizzano quale fattore di produzione), ma un fatto sociale». Il lavoro quindi «emerge in quello spazio di attività che si sviluppa attraverso il cosiddetto capitale virtuale o capitale relazionale» che va riferito sia al «contesto sociale in cui opera, sia all’attività in cui si concretizza».

Nell’epoca della globalizzazione il lavoro diventa, oltre che questione sociale, anche questione relazionale fra produttori, distributori, consumatori.

 

"COGLIERE L’OCCASIONE"

Anthony Giddens è direttore della London School of Economics ed è uno dei più influenti sociologi del nostro tempo. Con la sua proposta di una "terza via" (fra gli approcci statalisti e le filosofie del libero mercato), in Cogliere l’occasione (Carocci, Roma 2000) ha posto al centro dell’agenda politica mondiale l’esigenza di una globalizzazione responsabile e di un radicale ripensamento del ruolo della sfera pubblica.Copertina del libro: Cogliere l’occasione.

In questo suo ultimo libro il grande sociologo inglese interviene nel vivace dibattito suscitato dalle sue tesi, rispondendo alle critiche e sviluppando ulteriormente l’idea di un superamento dell’astratto dualismo stato-mercato alla luce delle più recenti esperienze europee e americane.

Lungi dall’essere incapace di ridurre le disuguaglianze di ricchezza e di potere, sostiene l’autore, la politica della terza via è l’unica in grado di affrontare efficacemente i problemi del mondo contemporaneo, dalla sfida della globalizzazione alle nuove guerre, dalle emergenze ambientali all’aumento dell’immigrazione.








 

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