Famiglia Oggi.

Logo San Paolo.
Sommario.

Numeri precedenti.        

Cerca nel sito.       

n. 10 ottobre 2001

Sommario

EDITORIALE
Adattarsi al cambiamento
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte)
Stimolare lo sviluppo della persona

di GIORGIO BOCCA

apep00010.gif (1261 byte) Il lavoro che cambia
di CLAUDIO GAGLIARDI

apep00010.gif (1261 byte) Una vitalità tutta italiana
di WALTER PASSERINI

apep00010.gif (1261 byte) Utilizzare un canale preferenziale
di
LUISA RIBOLZI

apep00010.gif (1261 byte) Come un luogo di appartenenza
di MARCO CALVETTO

apep00010.gif (1261 byte) Progettare il futuro
di
CHIARA MACCONI

apep00010.gif (1261 byte) Da volontari a professionisti
di
ELISABETTA LINATI

DOSSIER
Mantenere un figlio
di MARINO MAGLIETTA e VALERIA GHERARDINI

RUBRICHE
INCONTRI
Chi farà la prima mossa?
di CHIARA MACCONI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Promuovere un'economia per l'uomo
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Internet è un'occasione in più a livello globale
di GIUSEPPE ALTAMORE

MATERIALI & APPUNTI
Viaggio fra integrati e apocalittici
di
MARIA PAOLA PARMA (a cura di)
Non chiudere gli occhi sulla sofferenza
di
GIOVANNI DALL'ORTO
La vocazione nasce in famiglia
di
NORBERTO GALLI

CONSULENZA GENITORIALE
I servizi sul territorio
di EMANUELA BITTANTI

POLITICHE FAMILIARI
Aspettiamo fiduciosi, ma vigili
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
La religione aiuta l'autostima
a cura del CISF

LIBRI E RIVISTE

 

MATERIALI & APPUNTI - GIOVANI OMOSESSUALI E MONDO DEL LAVORO

Non chiudere gli occhi sulla sofferenza

di Giovanni Dall’Orto
(direttore di "Gay pride")

Il problema c’è ma non esiste. È un paradosso. E tale rimane anche nelle società multietniche. Oltretutto, le difficoltà rendono anche più arrendevoli le persone fragili.

Quello dei giovani gay nel mondo del lavoro è un problema paradossale: è un grave problema, ma non esiste. Infatti i problemi di lavoro di un giovane gay sono gli stessi di un suo coetaneo non gay (ad esempio, trovare il lavoro), mentre i suoi specifici problemi in quanto gay (scherno, mobbing, ostilità) non sono limitati al mondo del lavoro e ai soli adolescenti.

In effetti, un giovane gay è protetto al pari del giovane non gay dallo Statuto dei lavoratori (e dall’appoggio esplicito di alcuni sindacati) dal rischio di licenziamenti e di trattamenti ingiusti, o al contrario se è un lavoratore precario è in balia del capriccio del datore di lavoro tanto quanto i non-giovani e i non-gay. Insomma, dal punto di vista oggettivo non esiste un problema specifico del giovane gay nel mondo del lavoro.

Le cose cambiano però se si osserva il problema dal punto di vista soggettivo. L’accettazione di sé in quanto omosessuale è infatti per la maggior parte dei gay un processo lungo e tortuoso, che in certi casi può richiedere molti anni. Il tempo e l’esperienza insegnano a difendersi e a non vergognarsi di quel che si è (anche se oggi l’età media in cui un/a omosessuale si accetta si sta abbassando). Da questo punto di vista l’omosessuale giovane, specie se non è ancora riuscito ad accettarsi, è molto più indifeso e incapace di organizzare una risposta agli abusi che costituiscono il pane quotidiano per qualsiasi omosessuale. Offese, insulti, molestie sessuali, atti di ostilità, sabotaggi del proprio lavoro sono non frequenti, ma addirittura normali in certi ambienti di lavoro, a meno che la "vittima" non riesca a reagire in modo fermo e deciso sin dall’inizio.

I problemi provengono spesso sia dai colleghi di lavoro che dalla dirigenza. Non sono pochi i casi in cui il ricorso deciso ai superiori permette di stroncare atti di sabotaggio da parte di colleghi di lavoro, ma lo scenario può presentarsi totalmente rovesciato: solo la solidarietà dei colleghi e dei rappresentanti sindacali riesce a bloccare persecuzioni da parte dei superiori. La situazione è dunque mutevole, tanto più mutevole in quanto molto dipende dal clima esistente nella singola azienda, e, soprattutto, dalla personale capacità del/la giovane di farsi rispettare, difendersi, trovare il coraggio di ribellarsi più che dalla situazione oggettiva.

Il problema è tutto qui. Nessuno, in Italia, viene licenziato per omosessualità. Non ce n’è bisogno. Non si contano infatti i casi in cui l’omosessuale preso di mira dall’azienda o dai colleghi si dimette da solo, in preda al panico, magari di fronte alla minaccia di rendere pubblica un’omosessualità che, oltretutto, è già nota. Per una persona che non è pronta, in quanto omosessuale, ad affrontare a viso aperto la società, la sola idea che si sappia in modo "ufficiale" ciò che è pur noto in modo "ufficioso" è tale da farle perdere la testa. E, spesso, una volta date le dimissioni, riflettuto un po’ meglio sull’accaduto e notato che trovare un altro lavoro non è così facile, queste persone ci ripensano e chiedono la reintegrazione... Ma di fronte a dimissioni volontarie nessuna reintegrazione è più possibile!

Nei rarissimi casi in cui i datori di lavoro italiani hanno apertamente licenziato per omosessualità e i dipendenti hanno fatto ricorso, la magistratura del lavoro ha sempre, senza eccezione, imposto la reintegrazione del dipendente. (Ovviamente il quadro cambierebbe se l’obbligo di reintegrazione del lavoratore venisse abrogato o sostituito da un indennizzo in denaro; tuttavia fino a oggi la regola è stata questa).

È chiaro allora perché in un quadro di questo tipo il problema non è oggettivo (non esistono leggi che autorizzino il licenziamento dell’omosessuale) ma soggettivo. Sono le persone vulnerabili, e fra loro i più giovani e inesperti, a non avere il coraggio di utilizzare gli strumenti che le leggi offrono, e a pagare quindi il prezzo maggiore.

Un aiuto a queste persone è decisamente necessario: molti, troppi suicidi "inspiegabili" di "ragazzi modello", senza problemi, bravi lavoratori o studenti, "senza motivi" per uccidersi, nascono da una vita resa intollerabile dallo scherno e dal disprezzo. Ma siccome dei morti non si può dire nulla di "disonorevole", sono solo gli amici a sapere il vero motivo di certi gesti, e sono costretti a non rivelare ciò che sanno.

Qualunque tentativo di aiutare i e le giovani gay ad accettarsi viene ancora bollato come tentativo di "corromperli", da parte di chi concepisce come aiuto soltanto la pressione a non accettarsi per quel che si è.

Inoltre, a margine, va segnalato un fenomeno emergente e inquietante. In Italia sta crescendo una generazione di giovani figli di extracomunitari (a Milano un bambino denunciato all’anagrafe su quattro non ha genitori italiani). Ora, gli immigranti hanno spesso culture ancora più omofobe degli italiani. Eppure è inevitabile che alcuni fra questi e queste giovani scoprano di essere omosessuali, innescando negli anni a venire dinamiche disastrose per sé stesse/i e per la società in genere.

Ebbene, per un ragazzo del Terzo Mondo essere omosessuale troppo spesso vuole dire una sola cosa: prostituirsi, perché solo il pretesto del «lo faccio unicamente per denaro» riesce a dare un senso a una pulsione che nella sua cultura d’origine è totalmente priva di senso, se la cultura di adozione non è interessata a dargli strumenti per trovarne uno. La prostituzione è un "lavoro" allettante, perché può rendere bene, ma può distruggere umanamente chi la pratica e rivelarsi il primo passo verso la marginalità totale. Vogliamo davvero chiudere gli occhi anche su questo sintomo di sofferenza sociale?








 

Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

Famiglia Oggi n. 10 ottobre 2001 - Home Page