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n. 11 NOVEMBRE 2001

Sommario

EDITORIALE
Optare per il coraggio delle cure
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte)
La diffusione dei disturbi mentali

di GIOVANNI DE GIROLAMO e MICHELE TANSELLA

apep00010.gif (1261 byte) Sostenere le famiglie è necessario
di MASSIMO CLERICI e PAOLO BERTRANDO

apep00010.gif (1261 byte) Diffondere un sapere del bisogno
di EMANUELA BITTATI

apep00010.gif (1261 byte) Mettersi nei panni dei genitori
di
MATTEO SELVINI

apep00010.gif (1261 byte) Il paziente cosidetto "grave"
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Contro lo stigma e la vergogna
di
ERNESTO MUGGIA

DOSSIER
Lo squarcio dell'anima
di GIORGIO CONCONI

RUBRICHE
INCONTRI
Il trionfo di chi non è bello
di ROBERTO CARNERO

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Mai più manicomi
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
La rappresentazione del disagio mentale
di EZIO ALBERIONE

MATERIALI & APPUNTI
Letture utili per approfondire
di
PAOLO BERTRANDO e MASSIMO CLERICI (a cura di)
Identità e varietà dell'essere famiglia
di
FRANCESCO BELLETTI

CONSULENZA GENITORIALE
Curare con il farmaco della relazione
di MAURIZIO ANDOLFI

POLITICHE FAMILIARI
Regolamentare meglio il trattamento
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Gli uomini in sala parto
a cura del CISF

LIBRI E RIVISTE

 

PSICOLOGIA CLINICA

Diffondere un sapere del bisogno

di Emanuela Bittanti
(psicoterapeuta presso Asl Città di Milano)

Non è facile riconoscere il disagio. Anche per i pregiudizi legati alla colpa e alla vergogna. Gli adulti non solo devono comprendere la sofferenza ma anche attivare azioni di prevenzione e di cura.

L’esperienza del dolore è sempre e comunque soggettiva e personale. Tuttavia la si associa facilmente agli eventi fisici o ambientali, quasi mai si riconosce e si parla di quella mentale, connessa invece a fatti interiori ed esistenziali.

Sofferenza, dolore mentale. Quanto pensiamo che sia possibile parlarne e prendersene cura? E qual è lo spazio che oggi, nella nostra cultura, sappiamo riconoscere alla sofferenza mentale, nostra e altrui, e quali risorse siamo disponibili a investire nella gestione e nella riduzione della sofferenza mentale, sul piano personale, familiare e sociale?

Freud e la psicoanalisi si sono ampiamente dedicati alla riflessione sul dolore mentale, in particolare identificando l’esperienza del dolore con il sentimento di lutto per la perdita di un oggetto amato. Il sentimento di lutto si associa dunque a un evento "normale", a seguito della perdita di un oggetto d’amore, e indica un processo a termine destinato a una sorta di restaurazione dell’Io attraverso l’esperienza della ricostruzione interiore – mediante la memoria – dell’oggetto perduto, come oggetto buono e rassicurante; diverso è invece il sentimento della melanconia, che si associa a una difficoltà di ricostruzione dell’oggetto perduto, quindi a una non elaborazione del lutto, a causa di un eccesso di impoverimento, svuotamento e autodenigrazione dell’Io.

Il piccolo che viene lasciato dalla mamma non dispone della consolazione della memoria, che colma la distanza fino al momento del ritorno e del ricongiungimento. L’esperienza di separazione dalla madre è centrale nell’infanzia, e il dolore infantile sarà il prototipo di ogni successiva esperienza di lutto dell’adulto. Se dunque l’esperienza del dolore mentale a seguito della perdita si costituisce come esperienza ineludibile della condizione umana, e se anzi se ne può riconoscere il valore fondante come raggiungimento di una fisiologica posizione depressiva della mente, indispensabile alla ricostruzione degli oggetti interni – «sappiamo che se non si ha il coraggio di vivere e sentire dolore non si può neanche vivere e sentire piacere» (Mancia, 1987) –, diversa si deve ritenere l’esperienza della disperazione, come sentimento suscitato dal fallimento dell’elaborazione del lutto, cioè del processo di ricostruzione di oggetti interni sufficientemente buoni. Dall’eccesso di dolore saranno originate svariate operazioni difensive della mente, dettate dall’angoscia e dal bisogno di neutralizzare il dolore, isolandolo in un’area confusa e circoscritta, di non pensabilità. Sappiamo anche però che il pensiero, e la conseguente operazione di attribuzione di significati, è il solo antidoto al dolore mentale di cui disponiamo. In caso contrario il dolore cercherà espressione attraverso i più svariati canali: somatico, comportamentale, relazionale attraverso condotte auto o etero distruttive.

L’esperienza del dolore è sempre un atto mentale, e perciò esperienza soggettiva e personale. È tuttavia consuetudine perdurante associare il dolore a un evento fisico, che siamo più che mai disponibili a cercare di curare, o a eventi ambientali nocivi, che siamo più che mai disponibili a ritenere responsabili della nostra sofferenza; siamo molto meno allenati a riconoscere e a parlare del dolore mentale connesso a eventi del tutto interiori. Tendiamo infatti a dimenticare che la soglia del dolore è un’esperienza del tutto soggettiva, in relazione a uno stato mentale attuale, alle risorse attuali dell’Io, all’età, all’esperienza e alla storia personale, alle vicende di vita pregresse, all’autostima e via dicendo. Non solo; siamo anche abituati a valutare la "legittimità" di una reazione al dolore in base alla nostra personale esperienza, inconsapevolmente tendendo a svalutare ogni reazione per noi poco comprensibile o giustificabile. «Ma cosa c’è da aver paura?». «Gli ho comunicato una notizia terribile e non ha mosso un muscolo, è un insensibile».

Dunque, quanto sappiamo riconoscere i segnali del disagio e della sofferenza mentale? Quanto pensiamo che sia importante capire il significato latente di tanti comportamenti manifestamente fastidiosi – «da un po’ di tempo piange tutte le notti..., non se ne può più!» –, probabili veicoli di messaggi di sofferenza? Una reazione ansiosa: quanto siamo disposti a non valutarla come segnale di debolezza e di inadeguatezza, ma a considerarla un segnale legittimo di possibile crisi, dell’altro o di noi stessi, in quel particolare momento della vita?

Rifiuti indicativi

I luoghi della sofferenza mentale: la scuola. Giacomo ha 12 anni; frequenta la seconda media; dall’inizio dell’anno scolastico comincia a manifestare un comportamento irrequieto e instabile, che lo rende poco riconoscibile dagli insegnanti e dagli stessi genitori. Dicono di lui che «rifiuta qualsiasi tipo di regola»; non vuole più studiare, è litigioso con i compagni, inappropriato con le compagne, ribelle con gli insegnanti che sfida e talvolta insulta, e dai quali arriva a farsi sospendere a più riprese. I genitori vengono ripetutamente convocati dagli insegnanti; comincia un braccio di ferro tra i genitori, che tendono a giustificare i comportamenti del figlio come manifestazioni legate all’età e alla eccessiva rigidità della scuola, e gli insegnanti che si sentono impotenti e gravati da un compito sproporzionato al loro ruolo.

Per Giacomo la situazione è in peggioramento; comincia a fare assenze più o meno giustificate. Gli insegnanti insistono sul fatto che un ragazzino un po’ vivace e con qualche lentezza nell’apprendimento si è trasformato in un problema che impedisce di lavorare a tutto il gruppo di classe, monopolizzando su di sé tutte le risorse emotive per far fronte alla situazione. Gli inviti reiterati ai genitori di rivolgersi a un servizio in grado di dare aiuto e districare la matassa dei problemi restano inascoltati. I genitori si sentono perseguitati e negano le proprie responsabilità, aspettandosi dalla scuola la soluzione dei problemi. Per Giacomo la scuola diventa rapidamente un luogo di estrema sofferenza mentale, i cui segnali di allarme tendono a moltiplicarsi.

Altro luogo: la famiglia. Mariolina ha 7 anni, frequenta la seconda elementare, con ottimo profitto, viene giudicata una bambina intelligente e attenta, anche se alquanto irrequieta. Da qualche tempo, ha crisi di pianto a scuola, appare triste, tende a isolarsi. La mamma dice che in certi giorni diventa impossibile convincerla ad andare a scuola. «Si inventa tutti i mali possibili, mal di pancia, mal di testa, qualche volta vomita». Anche alla scuola materna aveva avuto saltuarie crisi di pianto e difficoltà a staccarsi dalla mamma. A casa viene descritta come una bambina vivacissima e sempre in movimento, volitiva e poco malleabile, soprattutto con la mamma, dalla quale non tollera manifestazioni di affetto e coccole e alla quale è sempre "appiccicata".

Mariolina è nata prematura, alla fine del sesto mese di gravidanza. Ha trascorso oltre due mesi in incubatrice, nel corso dei quali tutti hanno costantemente temuto per la sua sopravvivenza, anche se le venivano riconosciute una vitalità e una energia straordinarie. «Nella pancia come nell’incubatrice era sempre in movimento...». Mariolina è una bambina che non si piace e non si stima. È affascinata dalle scatole dei trucchi e dell’abbigliamento di Barbie. Dai giochi e dai disegni emergono fantasie riguardanti una bambina cattiva che ha fatto troppo soffrire la mamma e i genitori... e che dunque non può che meritare di morire. Come convincerla che può essere una bambina carina e amabile, anche se il principio della sua storia di vita è stato segnato da dolore e angosce di morte?

L’irrequietezza di Luca

Luca: ha 9 anni, quarta elementare, da qualche tempo è diventato di una irrequietezza incontenibile. I suoi genitori sono separati da quando aveva neanche 3 anni. Ha vissuto a periodi con la madre, che conduce una vita disordinata e promiscua, facendogli sperimentare situazioni quanto meno insolite per un bambino della sua età, e a periodi col padre, che tenta di proporgli occasioni di vita relativamente meno instabili. I genitori non riescono a descrivere con ordine i cambiamenti di ambiente di Giorgio, che qualche volta si è perso, e qualche volta è stato dimenticato. Ultimamente sembra entrato stabilmente nella nuova famiglia che il padre si è ricostituito. Cominciano a manifestarsi gravi problemi relazionali e conflitti tra Giorgio e la nuova compagna del padre, che non riesce a farsi ascoltare. Inizia un intervento psicologico per il bambino e i genitori; cominciano a manifestarsi i primi miglioramenti, quando il nuovo rapporto di coppia entra in crisi e il padre e la nuova compagna si separano; a Giorgio non resta che far ritorno dalla madre.

Il padre di una bimba di 5 anni si presenta al Centro di Psicologia perché si sente maltrattato e incompreso dalla sua bambina; la mamma è straniera. Dai racconti dei genitori emerge una confusa, ambigua storia di accuse reciproche, di inadempienze e presunti maltrattamenti, compresa una denuncia del padre per abbandono del tetto coniugale da parte della moglie, e una denuncia della moglie nei confronti del marito, per supposto abuso sessuale nei confronti della bambina.

Una ragazza di 17 anni, invece, si presenta alla consultazione psicologica per un episodio di grave scompenso emotivo a seguito del quale i genitori avevano richiesto un ricovero in reparto psichiatrico, evitato all’ultimo momento. La ragazza intraprende una psicoterapia che verrà fortemente osteggiata e vilipesa dai genitori, come una vergogna della famiglia, nonostante il buon decorso dell’intervento.

Anche il posto di lavoro può essere un "luogo" di sofferenza. Un giovane ventiduenne, che frequenta un corso serale per geometri, svolge contemporaneamente un’attività di operaio in una piccola cooperativa edile; si sente diverso dai compagni di lavoro, i cui interessi per lo sport, il ballo e le ragazze non riesce a condividere; lo studio non lo soddisfa appieno, perché non si sente sufficientemente valutato; pensa di iscriversi all’università, perché disprezza il proprio attuale ambiente di lavoro e la propria posizione sociale; non ha interessi culturali, non riesce a concentrarsi nello studio, litiga frequentemente con chiunque ritenga trovarsi in un ruolo di comando; pensa che il possesso di un titolo di studio potrà affrancarlo da ogni sudditanza e insegue un diploma e magari una laurea, che immagina possa riscattarlo da una storia personale di sofferenza familiare, che racconta con dolore, in rapporto a un padre che lo ha più volte abbandonato e al quale si è recentemente riavvicinato ritenendolo vittima di persecuzioni familiari e sociali. Sofferenza mutuata dal posto di lavoro o trascinata da una storia pregressa di carenze affettive e da esperienze relazionali in cui non hanno mai, o troppo scarsamente, trovato spazio i suoi bisogni di riconoscimento e di valorizzazione?

Oltre i dati

Chi, tra quanti occupa un qualunque posto di lavoro, non sarebbe in grado di raccontare esempi di sofferenza relazionale e di inettitudine per i compiti, a carico di qualche infelice collega incapace di adattarsi alle richieste e alle circostanze ambientali, in nome di torti e di ingiustizie subite o inflitte, e fonte di grattacapi per i compagni e il gruppo di lavoro... e come distinguere il peso delle vicende personali e relazionali e delle condizioni di contesto, quando si manifestino palesi inadeguatezze e inadempienze nelle funzioni lavorative? Quelle riportate sopra sono alcune storie esemplari, che si incontrano nei Centri di consultazione di Psicologia dell’età evolutiva, raccontate da chi si rivolge spontaneamente per chiedere un aiuto.

Dalle storie ai numeri del disagio e della sofferenza mentale: pur nella variabilità delle rilevazioni e delle difficoltà umane, scientifiche e di metodo degli studi epidemiologici, in particolare per l’età evolutiva e per il nostro Paese, troviamo ormai nella letteratura internazionale un accordo sul dato percentuale del 15-20%, a seconda dei criteri di rilevazione, di bambini e adolescenti che manifesta nel corso di un anno i sintomi di un disturbo identificabile nel Manuale sulle malattie mentali Dsm IV. Per altro, se consideriamo il rapporto tra diffusione del disturbo mentale nella popolazione e percentuale di pazienti che vengono presi in carico dai servizi specialistici – psichiatrici e neuropsichiatrici (Tansella, 1990) –, troviamo che «solo una parte dei disturbi emotivi, la punta dell’iceberg (2%), vengono trattati dallo psichiatra e dallo psicologo specialista. Tale parte è più o meno grande a seconda delle capacità e delle attitudini del medico di base e a seconda del funzionamento dei servizi di base» e delle attitudini degli insegnanti, possiamo aggiungere.

Già nel 1981 Gabriel Levi parlava del rapporto, in età evolutiva, tra disturbi psicopatologici hard e soft (patologie maggiori e minori) oscillante tra 1:3 e 1:7, indicando «un’ampia area di popolazione, quella con disturbi, in cui sono forse da evitare interventi intensivi, ma in cui va fatto un primo lavoro di prevenzione per i disturbi neuropsichiatrici in età adulta».

Ancora, si può fare riferimento agli studi di epidemiologia sulla diffusione dei cosiddetti disturbi emotivi comuni nella popolazione, condotti da Goldberg e Huxley in Gran Bretagna, all’interno dell’approccio bio-psicosociale, i cui risultati concordano con quelli degli studi condotti in Italia nell’area di Verona Sud da Tansella.

C’è un’altra serie di dati che si va progressivamente costituendo, e che riguarda la diffusione di eventi di vita che con elevata probabilità si associano, o potranno associarsi nel corso dello sviluppo, a condizioni di estrema sofferenza mentale e dunque a psicopatologia: sono i dati che si riferiscono ai fenomeni del maltrattamento, delle molestie e dell’abuso sessuale nei confronti di minori, che pongono particolari, complessi problemi di riconoscimento e di rilevazione, nel nostro come in tutti gli altri Paesi in cui tali eventi diventano sempre più oggetto di attenzione e di intervento. Soprattutto in area statunitense si comincia a parlare di almeno il 5% di adulti che riferiscono di uno o più abusi subiti nell’infanzia, con una frequenza, a seconda delle ricerche di 3-10 volte superiore nella popolazione femminile. Altre ricerche su genitori riportano che il 15% delle madri e il 6% dei padri erano stati vittime di qualche abuso sessuale nell’infanzia. La massima frequenza di abusi si ha in età compresa tra 9 e 12 anni, ma in molti casi anche prima, in percentuale molto alta da parte del padre o di altri adulti della famiglia diretta o allargata (Pellai, 2000).

Adoperando la classificazione dei cosiddetti eventi stressanti proposta dall’Asse IV del Dsm IV-R, come una serie di eventi associati, o quanto meno predittivi di rischio psicopatologico, abbiamo condotto recentemente una piccola ricerca su due campioni parziali, in due anni differenti (circa 300 soggetti) di adolescenti di area milanese, che accedono alla consulenza psicologica breve. Abbiamo riscontrato che una percentuale fra il 30% e il 40% dei ragazzi riferisce di eventi stressanti, personali e/o familiari, quali separazioni gravemente conflittuali tra i genitori, presenza di familiari malati psichiatrici o tossicodipendenti o alcolisti, malattie organiche personali, abbandoni da parte di genitori, e via elencando.

L’evoluzione disarmonica

Pur tenendo conto delle specificità dell’età evolutiva, per quanto attiene alle manifestazioni della sofferenza mentale, ovvero la particolare variabilità dei quadri sintomatologici in funzione delle tappe di sviluppo e la relativa flessibilità delle strutture di personalità, l’esperienza clinica e di studio accumulata nel corso degli anni induce a considerare progressivamente rilevante il peso che un’evoluzione disarmonica può avere per la condizione di benessere/malessere in età adulta, non solo rispetto all’area più propriamente psichiatrica del disturbo mentale grave e conclamato, ma in modo particolare per i citati "disturbi emotivi comuni", intesi come quella condizione di sofferenza e di disagio diffusa nella popolazione generale, che, pur non rientrando nei criteri per una diagnosi psichiatrica, comporta una interruzione della "normale" condizione di benessere, oltre che costi finanziari e umani ormai ampiamente riconosciuti. Condizione che, se non tempestivamente riconosciuta e affrontata, particolarmente in età evolutiva, può condurre a futuri scompensi di ben maggiore entità.

Non può sfuggire quanto differente sia lo stile del discorso e il linguaggio delle storie, e quello dell’epidemiologia psichiatrica e della classificazione diagnostica. La psicologia clinica dell’età evolutiva, soprattutto di orientamento psicodinamico, si fonda su un approccio complementare alla problematica della malattia/salute mentale, che cerca di tenere insieme la necessità imprescindibile della dimensione narrativa, e dunque affettiva e psicosociale, del funzionamento mentale dell’essere umano, e la necessità di trovare criteri condivisi di descrizione e di classificazione "oggettiva" dei fenomeni oggetto di studio e di intervento.

È la via per la quale la sofferenza mentale, hard o soft che sia, può essere considerata non più, o non solo, in funzione del binomio salute/malattia, ma comunque e sempre come una condizione e una storia di processualità dinamica delle complesse strategie che ogni persona riesce a elaborare fin dall’inizio della vita, in rapporto alle condizioni e alle risorse intrapsichiche e personali, familiari, sociali e culturali in cui viene a trovarsi (Pandolfi, 1987).

Segnali importanti

Riconoscere e interpretare i segnali della sofferenza mentale è un’operazione complessa, che non può prescindere da un contesto teorico e tecnico in rapporto al quale si definiscano gli oggetti di studio, i criteri di riferimento e di valutazione, e, per quanto possibile, anche una sorta di norma e di discostamento dalla norma. Dove per norma non si intenda però un modello ideale e astratto di funzionamento, assunto come riferimento universalmente valido, ma piuttosto si intenda come la condizione desiderabile, per quella persona, di soggettivo benessere e di relativo equilibrio, rispetto alle proprie condizioni e risorse personali, familiari e sociali di cui si diceva sopra.

A questo proposito, è molto utile la concettualizzazione della crisi, intesa come uno stato che si verifica quando una persona si trova a fronteggiare un ostacolo che le impedisce il raggiungimento di quelli che ritiene essere per lei importanti obiettivi vitali (Caplan, 1961); per un certo periodo di tempo le strategie abituali di risoluzione dei problemi non valgono più; l’intensità dello stimolo che, dall’interno o dall’esterno, si è abbattuta sul sistema ne sconvolge l’equilibrio: ne consegue un effetto di disorganizzazione e di caos che perdura fino a quando nuove strategie non vengono elaborate e non ristrutturano l’equilibrio del sistema su un altro, più efficace livello di funzionamento. Il nuovo livello rappresenta una diversa condizione di adattamento.

Questo modo di ragionare può aiutarci a distinguere le condizioni, per così dire, di crisi fisiologica – quelle cioè in cui si può prevedere, o si constata che a uno squilibrio fa seguito un diverso, accettabile equilibrio – da quelle in cui all’evento critico non fa seguito una ristrutturazione, ma perdurano la confusione e la sofferenza.

L’attenzione agli effetti psicologici degli eventi di vita stressanti e ai momenti di crisi, come momenti di minaccia e di pericolo per l’omeostasi personale, può favorire l’individuazione di interventi tempestivi, brevi e focali, volti a facilitare il recupero dell’equilibrio, ma anche la prevenzione dell’insorgenza di reazioni acute o di disturbo, in quanto il manifestarsi dei primi segnali di una crisi può essere visto anche come il segnale di un tentativo di riorganizzazione in atto, che permette magari di superare un malessere anteriore, forse meno appariscente, ma non per questo meno significativo. Il momento della crisi può diventare un’occasione molto importante di intervento, ove se ne comprenda il senso.

Così come diventa importante, sul piano clinico individuale, approfondire la conoscenza del succedersi fisiologico delle tappe dello sviluppo psichico, la qualità dell’assetto mentale attuale, e avere dimestichezza con fattori quali la vulnerabilità personale allo stress, la soglia di resistenza (résilience) ai fattori di rischio, il valore e la presenza dei fattori protettivi. Sul piano collettivo, la diffusione del sapere psicologico al di fuori dei tradizionali canali specialistici può diventare efficace azione preventiva, intesa come educazione alla salute psichica e come azione educativa che può esercitarsi negli ambienti di vita più rilevanti per la crescita, ovvero la famiglia e la scuola.

In questo senso si può ritenere non mai tramontato il sogno di Freud e della psicoanalisi di diffondere un sapere – oggi non solo quello della psicoanalisi – come fondamento di un’educazione non ignara dei bisogni emotivi e affettivi dell’essere umano e dunque in grado di stimolare non solo crescita intellettuale, ma anche consapevolezza di sé, delle proprie vicende interiori e delle storie relazionali.

Intervento psicologico

È esperienza comune e sempre molto diffusa sentire lamentele di vario genere da parte di adulti, per lo più genitori e/o insegnanti, espresse attraverso termini come agitazione, opposizione, instabilità, ipercinesia, disadattamento scolastico, disturbi della condotta, del carattere. Per questa via la clinica psichiatrica classica andava (o ancora va?) riconoscendo oggettività al disturbo e alla malattia propria del bambino.

Il cambiamento di prospettiva rappresentato dall’approccio psicologico-clinico alla sofferenza mentale in età evolutiva sta nella trasformazione delle "lamentele sul bambino" in una lettura dei fenomeni osservati – opposizione, instabilità, ipercinesia – come indizi di disagio e di tensione che si originano frequentemente, e sempre si esplicano, nel contesto relazionale di vita familiare, scolastico, ambientale in rapporto all’assetto intrapsichico attuale del bambino, al contesto relazionale familiare e alle caratteristiche del funzionamento istituzionale per esempio della scuola o di altre agenzie socio-educative.

Una cura particolare viene però anche posta nel non dimenticare il bambino, per l’ansia di leggerne la sofferenza esclusivamente come sintomo di tensioni proprie del contesto relazionale.

È un tipo di lettura che, cercando di tenere insieme il versante identificatorio narcisistico e il versante relazionale, permette di individuare disfunzionamenti, ma anche risorse, sia sul versante individuale, sia su quello familiare, scolastico, sociale. Ormai da anni, ogni intervento sulla sofferenza mentale del bambino, o dell’adolescente, comporta la costruzione di alleanza di lavoro con la famiglia in primo luogo, con gli insegnanti, con gli operatori sociali e sanitari. Coinvolge una rete di risorse, che vengono di volta in volta attivate in funzione delle specificità e dei bisogni del singolo caso. Analogamente l’azione preventiva non può non coinvolgere gli stessi attori sociali, per la diffusione di conoscenze e di sapere.

L’aspetto da sottolineare in questa operazione è l’atteggiamento di identificazione con la persona sofferente, e la messa tra parentesi di ogni attitudine giudicante e valutativa della qualità delle relazioni e dei comportamenti; atteggiamento che deriva dalla rinuncia a fare riferimento a qualsiasi norma ideale di comportamento e di funzionamento atteso. Questa è la condizione che rende possibile dare senso alla storia della sofferenza all’interno di una relazione empatica, che favorisce la ricerca comune della costruzione di un’altra possibile storia di benessere.

Ciò che caratterizza la relazione empatica e identificatoria, infatti, è la messa tra parentesi di ogni problematica inerente la "colpa", quella del bambino, che apparentemente per cattiva volontà non riesce a soddisfare le richieste e le aspettative degli adulti, quella dei genitori che spesso vengono "accusati", o si autoaccusano, di originare la sofferenza del bambino, quella degli insegnanti, che spesso vengono "accusati" di originare il malfunzionamento degli scolari. I luoghi della sofferenza mentale, ivi compresa la mente, sono quelli nei quali la sofferenza si manifesta: in ogni caso sarà necessario intraprendere una complessa operazione di indagine volta a comprendere il significato delle reazioni personali, delle relazioni, dei comportamenti, per valutarne le possibilità di cambiamento e di trasformazione.

Altri sintomi

La capacità di "accorgersi" dei segnali di sofferenza non è esclusivamente determinata dalla disponibilità di informazioni, ma è a sua volta funzione della qualità empatica e identificatoria della relazione, e della possibilità di "ascoltare" dentro di sé la risonanza di vicende emotive profonde e dolorose: «... si è suicidato?!... Ma se era tanto felice!».

L’obiettivo degli interventi di consulenza psicologica o di consultazione psicodiagnostica è cercare di dare significato, di comprendere il senso di un interrogativo, di una curiosità, di una paura, di un’ansia, prima ancora che di un sintomo o anche di un disturbo già evidente.

Per fare degli esempi: quando in un piccolo, anche al di sotto dell’anno di età, si evidenziano difficoltà alimentari, disagi del sonno, inconsolabilità segnalata da pianto persistente, apatia, sarà importante offrire ai genitori un’occasione di ascolto attento e di aiuto a comprendere la natura del problema: quanto il disagio può essere riferito a una condizione particolare attuale del bambino, e quanto a una reazione ansiosa da parte di uno o dei genitori, e quanto ad abitudini di vita poco compatibili coi bisogni del piccolo? Quando si manifesta un insuccesso dei processi di apprendimento o di adattamento alle richieste della scuola, quando ogni mattina compaiono nausea, mal di pancia, mal di testa prima di andare a scuola, di nuovo, quanto dovrà essere riportato sul versante dello sviluppo del bambino, e quanto sul versante delle relazioni familiari e sociali e quanto su quello del funzionamento della scuola?

Per un adolescente che tende a isolarsi e sfugge le relazioni familiari, o che non rispetta più gli orari di vita, che eccede in trasgressioni e ribellioni, che fa reiterate, ingiustificate assenze dalla scuola, che mangia troppo o troppo poco? E per un adulto, inadempiente alle richieste, incapace di lavoro di squadra, intollerante di ogni intervento di richiamo, persecutorio con i compagni di lavoro, depresso o esageratamente invadente e inopportuno: quale storia personale, quale storia culturale, quale storia professionale, quale relazione, quale intreccio di fattori si può districare per dare un senso a questi malesseri?

Emanuela Bittanti
   

IL TERRITORIO SI MOBILITA

Dal 1999, a seguito della legge 37 di riordino della sanità lombarda, l’Asl Città di Milano, nell’ambito del Dipartimento assi-servizio famiglia, infanzia, età evolutiva, ha istituito in area consultoriale, dunque in un setting di primo livello, le Unità operative di psicologia dell’età evolutiva --Centri di psicologia del bambino e dell’adolescente (Cpba) - le Unità di tutela dei minori (Utm) - i Centri di terapia familiare (Ctf).

Il Cpba è un servizio di territorio per la tutela della salute psichica in età evolutiva. Vi operano psicologi e psicoterapeuti esperti di età evolutiva. Pone in atto interventi di educazione alla salute psichica, prevenzione del disagio; consulenza psicologica breve in sedi ambulatoriali e nei luoghi di vita; consultazione psicodiagnostica e psicoterapia; sostegno psico-socio-educativo; consulenza psicologica, individuale o di gruppo, per genitori, insegnanti, educatori, operatori psico-socio-sanitari; sensibilizzazione e conoscenza sui temi della crescita psicologica e sul riconoscimento precoce dei segnali di disagio.

L’Utm si occupa della tutela e della cura dei minori, per i problemi legati a maltrattamento, abuso o violenza sessuale e dei nuclei familiari multiproblematici, in condizioni di pregiudizio, su incarico della Magistratura e in collaborazione con i Servizi sociali del Comune di Milano.

Il Ctf è l’unità di cura a cui possono rivolgersi, direttamente o per invio di altri servizi, coppie e/o famiglie quando vivono momenti di crisi, incomprensioni, conflitti, difficoltà di comunicazione.

Le tre unità operano in rete intra e interistituzionale, in particolare con i Servizi sociali della famiglia del Comune di Milano, la Magistratura minorile, le scuole, i servizi di neuropsichiatria infantile delle aziende ospedaliere.

Il Cpba è costituito come un servizio di primo livello, di facile accesso per l’utenza spontanea, e come polo territoriale di riferimento anche per gli operatori sanitari, pediatri di libera scelta, consultori pediatrici e medici di medicina generale.

e.b.

 

ALCUNI INTERVENTI PREVENTIVI

Elenchiamo di seguito alcuni interventi preventivi dei Cpba, Piano Infanzia legge 285/’97 e legge 45/’99.
Coccole e Giochi – gruppi e spazio di incontro per mamme/genitori e bambino 0-1 anno.
Sportello MammaPapà – consulenza psicologica breve (1-5 colloqui) per genitori di bambini 0-3 anni.
Consulenza psicologica breve (1-4 colloqui) per adolescenti.
Consulenza psicologica breve (1-4 colloqui) per genitori di adolescenti.
Gruppi di incontro, discussione e confronto per genitori di bambini 0-5 anni ("Scuola genitori") e di adolescenti (Genitori oggi).
Gruppi psicoeducativi per adolescenti, "Grasso o Magro... Parliamone insieme"
.
Intervento per ridurre i comportamenti aggressivo/passivi, "Stop al bullismo".
La finalità di questi modelli di intervento (e di tutta l’impostazione del Cpba) è quella di tenere insieme i luoghi dell’educazione, della prevenzione e della cura della sofferenza mentale, in un setting di primo livello e fuori dall’area psichiatrica, per costruire una rete di risorse accessibili nei momenti in cui compaiono dubbi, curiosità su di sé e sugli altri – o i primi segnali di disagio –, il desiderio di confrontarsi con un esperto, che, nel momento in cui risponde, non si limita a dare informazioni, ma comincia a proporre un’esperienza di sé in relazione a un assetto mentale volto a favorire la percezione e la comprensione dei significati interiori e meno manifesti del pensare e dell’agire. In alcuni casi a questo incontro potranno far seguito interventi più lunghi e specialistici; in ogni caso sarà un’esperienza di apprendimento su di sé e una facilitazione e attivazione di funzioni e di risorse personali. Importante è offrire una molteplicità di presidi, omogenea e coordinata sul territorio cittadino, e perciò facilmente riconoscibile dall’utenza, nei momenti vulnerabili del processo di crescita, e in un setting che solleciti il meno possibile la fantasia sulla malattia mentale e sulla dipendenza.

e.b.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Caplan G., An approach to community mental health, Grune and Stratton, New York 1961.
  • Goldberg D., Huxley P., Disturbi emotivi comuni: un approccio bio-sociale, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 1993.
  • Levi G., Epidemiologia e programmazione dei servizi, in "Psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza", 1981, pp. 223-237.
  • Mancia M., Uno psicoanalista parla del dolore mentale, Convegno su "L’esperienza del dolore", Reggio Emilia, 6-7 marzo 1987.
  • Nardocci F., La sofferenza mentale negli adolescenti: percorsi di metodo e frammenti di conoscenza, in "Cittadini in crescita", anno 2, n. 1, pp. 88-99.
  • Pandolfi A.M., Psichiatria psicoanalitica, in "La cultura psicoanalitica", Atti del Convegno di Trieste, Edizioni Studio Tesi, 1985.
  • Pellai A., Le parole non dette, Franco Angeli, Milano 2000.
  • Vallino D., Raccontami una storia, Edizioni Borla, Roma 1998.

 








 

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