Famiglia Oggi.

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n. 11 NOVEMBRE 2001

Sommario

EDITORIALE
Optare per il coraggio delle cure
La DIREZIONE

SERVIZI
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La diffusione dei disturbi mentali

di GIOVANNI DE GIROLAMO e MICHELE TANSELLA

apep00010.gif (1261 byte) Sostenere le famiglie è necessario
di MASSIMO CLERICI e PAOLO BERTRANDO

apep00010.gif (1261 byte) Diffondere un sapere del bisogno
di EMANUELA BITTATI

apep00010.gif (1261 byte) Mettersi nei panni dei genitori
di
MATTEO SELVINI

apep00010.gif (1261 byte) Il paziente cosidetto "grave"
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Contro lo stigma e la vergogna
di
ERNESTO MUGGIA

DOSSIER
Lo squarcio dell'anima
di GIORGIO CONCONI

RUBRICHE
INCONTRI
Il trionfo di chi non è bello
di ROBERTO CARNERO

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Mai più manicomi
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
La rappresentazione del disagio mentale
di EZIO ALBERIONE

MATERIALI & APPUNTI
Letture utili per approfondire
di
PAOLO BERTRANDO e MASSIMO CLERICI (a cura di)
Identità e varietà dell'essere famiglia
di
FRANCESCO BELLETTI

CONSULENZA GENITORIALE
Curare con il farmaco della relazione
di MAURIZIO ANDOLFI

POLITICHE FAMILIARI
Regolamentare meglio il trattamento
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Gli uomini in sala parto
a cura del CISF

LIBRI E RIVISTE

 

DOSSIER - UNA PLURALITÀ DI ANGOLAZIONI

LO SQUARCIO DELL’ANIMA

di GIORGIO CONCONI
(medico e scrittore)

Il padre e la madre. Il fratello e la vicina di casa. L’assistente sociale e gli specialisti. Tutti questi personaggi rivolgono la loro attenzione al malato, vero protagonista della vicenda, colui che si racconta osservando gli altri, mentre anch’essi guardano a lui con apprensione. La sua terribile malattia, infatti, porta al distacco dalla realtà, senza esserne fuori; conduce alla non esistenza, riduce al silenzio, priva del diritto di parola e di opinioni credibili. In questo racconto a più voci serpeggiano interrogativi complessi che richiedono risposte corali. E se restano deluse attese e progetti sul figlio sognato, non mancano alcune chiavi di lettura che fanno della vita, pur nella sua drammaticità, un grande valore umano.

RACCONTO A PIÙ VOCI
L’IMPREVISTO

Il padre.

Cesare, mio figlio, è un ragazzo baciato dalla fortuna. Intelligenza rara, bellezza greca. E pensare che da bambino era sempre malato, mangiava poco ed era più piccolo dei suoi compagni. Poi con l’adolescenza iniziò a crescere, le sue fattezze si fecero sempre più regolari fino a essere quasi perfette. A scuola affascinava con i suoi interventi insegnanti e compagni. Le ragazze cercavano la sua compagnia e i ragazzi se lo contendevano perché entrasse nelle loro squadre, di calcio o di atletica.

Nello stesso tempo Cesare appariva riservato, quasi misterioso e questo aumentava il suo fascino. Atteggiamento di chi è consapevole della propria superiorità. Rara la risata, quasi fosse espressione indecente. Ogni parola, peraltro precisa e sorprendente, stupiva per la proprietà del linguaggio e la soavità del tono.

Alessandro, il fratello maggiore, è molto diverso. Crebbe senza problemi e senza troppe ambizioni. Dopo essersi diplomato perito chimico, trovò subito lavoro e sembra non chiedere altro alla vita. Anche Stefania, la sua ragazza, ha un aspetto normale, nulla di eccezionale.

Da buon padre mi sforzo di trattarli in modo simile, ma è come se Cesare e io appartenessimo a un’altra famiglia. Alessandro si rende conto della situazione. Lo vedo dal suo modo di osservarci quando siamo tutti e tre insieme. Ma non mostra di preoccuparsene più di tanto. Forse per niente. Quando sono con Cesare mi sembra di vivere una seconda vita, come se lui fosse parte di me o io di lui. Per ironia della sorte, il mio fisico assomiglia di più all’altro figlio. È così che la natura gioca con gli uomini?

Vittoria, mia moglie e loro madre, di tanto in tanto mi rimprovera per la mia preferenza. Mi sembra però che nel suo animo sia come me. Il suo equilibrio affettivo per i due è solo apparente.

Il mio cruccio è che prima o poi verrò escluso dal futuro di Cesare. Avrà un lavoro di alta responsabilità, forse si trasferirà all’estero. Nessun problema economico. Formerà una famiglia alto-borghese... Spero almeno che ricorderà con tenerezza i sacrifici dei suoi genitori per averlo aiutato a salire così in alto. Chi può criticare l’amore e l’orgoglio per lui? Certo, chi non ha un figlio come Cesare... Sempre che non ci frani addosso un imprevisto drammatico...
   

La madre.

Ho due figli maschi. Adesso che sono cresciuti avrei voluto avere anche una figlia. Non è stato così. Vedendoli grandi mi sento orgogliosa e protetta. Il mondo è di fatto dei maschi, ma nessuno di loro potrà mai vantare di avere tenuto in grembo i figli per tanti mesi, averli avuti dentro di sé in ogni momento di lavoro e di riposo, di gioia e di difficoltà.

Avere incontrato il loro sguardo per prima, avere instaurato quell’alleanza piena e senza cedimenti legata all’allattamento. Il contatto della bocca al seno, il delicato intreccio delle minuscole mani con le mie, il peso che cresceva sul mio braccio, il sostegno sicuro ai primi passi incerti. E poi quell’essere rifugio da tutte le paure.

Anche Matteo, mio marito e loro padre, è orgoglioso dei suoi figli, ma ha un occhio particolare per Cesare. Sembra che sia il suo capolavoro. Non capisce che Alessandro soffre per la preferenza. So vedere oltre il suo silenzio. Mi basta un suo lievissimo cedimento delle spalle, il minimo aumento del respiro, l’anticipato abbassare delle palpebre, per capire il sentimento che sta dietro.

Non sempre è possibile per una madre dividere il suo amore per i figli in parti uguali, ma ci provo. Mi sforzo però di sbilanciarmi verso Alessandro. Mi dicono che sia naturale per una madre rivolgere le proprie attenzioni verso chi è meno fortunato. Non ci insegna così anche nostro Signore? La mia speranza è che entrambi possano trovare in me il rifugio e l’aiuto che si crede legati all’infanzia, ma che in realtà sono loro rivolti per sempre. Se Matteo fosse più equilibrato, la situazione per me sarebbe meno faticosa, ma gli uomini sono quello che sono. Sono stati creati così dal buon Dio. Conto su Stefania, la ragazza di Alessandro. Dai suoi misurati sorrisi mi sembra dolce e capace di capire molte cose. Una volta, senza apparente necessità, mi disse che per lei Alessandro era la persona più bella e più intelligente che ci fosse al mondo. Temo sempre però che la vita sia in agguato con prove angoscianti e dolori senza fine...
  

Il protagonista della vicenda

Cesare. Anche da fanciulli essere gracili e piccoli è un handicap in questa società, che esalta i belli, gli atletici, i fisicamente perfetti, gli intellig... No, l’intelligenza non è importante. Non si può misurare, non è da tutti. Viene valorizzata in altre sedi, se mai. Il primo approccio con gli altri è fondato sull’apparire. Lo vedo da come mi guardano in strada o da come mi ammirano gli occhi di chi mi parla o dagli atteggiamenti di chi finge di non avermi notato.

Mio padre è stato il primo ad adorarmi. È durato a lungo questo mio vivere in paradiso, sopra gli altri... Poi... Da qualche tempo non mi sento bene. Anzi. Mi sento confuso, come se aspettassi di ricevere la volontà da qualcun altro. Non ho voglia di studiare né di fare nulla. Quelle rare volte che mi va di uscire, dopo due o tre passi mi volto.

Una voce mi avverte di stare attento. Qualcuno mi segue. Vuol farmi del male. Mi ordina di scappare e io scappo. Un giorno mi costrinse a spintonare un vecchio. Non era certo lui a volermi fare del male, ma non potei evitare di buttarlo a terra. Cercai una spiegazione a questi comportamenti. Un giorno vidi un servizio alla televisione: rapivano i bambini per ucciderli e prelevare i loro organi per trapiantarli. Fu una rivelazione. Capii che volevano fare lo stesso con me.

La mia persona già sviluppata, bella di dentro e di fuori, pronta per l’uso, rappresentava un’occasione irripetibile. Merce senza difetti, pressoché perfetta. Fegato, reni, occhi, cuore, anche le braccia e le gambe. Da me avrebbero potuto soddisfare la richiesta più esigente. Una persona che scompare tiene occupata la cronaca per qualche giorno, poi saltuariamente ogni due-tre mesi. Infine più nulla. Ci pensa il coro di certi mezzi di comunicazione a inventare le storie più inverosimili. Fuga per amore, avventura, soldi, qualche scheletro nell’armadio che nessuno sa, ma che, appunto perché nessuno sa, non si può escludere. Ci pensa il coro dei parenti e degli amici a confermare, a dissentire, a fornire particolari, piccoli, insignificanti, ma allusivi di eventi misteriosi. Al solista che dovesse suggerire il rapimento a scopo di procurarsi organi da trapiantare verrebbe subito applicata l’etichetta di malato di mente... E quelle voci sempre più assordanti... A volte mi insultano addirittura. Mi fanno sentire il peggiore degli uomini. Di notte mi svegliano. Mi dicono che mio fratello è complice di chi mi vuole uccidere. Può essere. Anzi è verosimile. Lui che ha sofferto a causa mia. Devo guardarmi da lui... Se avessi la conferma... Sarebbe legittima difesa.

In un momento in cui mi sentivo meno peggio andai dal nostro medico, il dottor Palazzi. Non gli dissi fino in fondo quello che mi capitava, ma abbastanza, secondo me, per metterlo in condizioni di fare una diagnosi e di aiutarmi. Forse il mio tono era di uno che non dava troppa importanza alla cosa. Così lui si divertì al mio racconto. Mi chiese se preparavo qualche esame di una certa importanza. Analisi matematica, risposi, ma per me senza nessuna difficoltà. Mi visitò per scrupolo, così mi disse. Mi trovò in forma. Sei un campione, concluse, devi solo riposare; succedeva anche a me all’università; a letto presto per tre sere e si cancellava tutto; a volte non ci rendiamo conto, ma frustiamo troppo il cavallo; tu sei perfetto... Non capii se si riferisse al corpo o a tutta la persona. Lui è un bravo dottore: avrà tenuto conto di entrambi. Mi prescrisse un preparato a base di vitamine per non deludermi. Me ne andai rassicurato. Oserei dire quasi guarito. Ma appena fuori due brutti ceffi vestiti di nero si misero alle mie calcagna. Ero a piedi e percorsi strade molto frequentate per arrivare a casa. Volevo vedere come avrebbero potuto rapirmi in mezzo a tanta gente. A un certo punto si accostò una macchina nera e i due salirono, non senza prima fissarmi come per dire che ci saremmo rivisti presto...

Arrivato a casa spaventato, mi distesi sul letto. Credevo di essere finalmente in pace, quando all’improvviso tornarono le voci. Tuo fratello... Per fortuna ero solo in casa, altrimenti chissà quali e quante complicazioni. La mattina dopo mi alzai a fatica. I miei erano tutti già usciti. Andai in cucina. Là trovai un grosso serpente. Lo finii a padellate. Poi mi chiusi di nuovo nella mia stanza. Quando la mamma tornò, telefonò al dottor Palazzi, che le ripeté quello che aveva già detto a me, tranquillizzandola. Lei non sapeva di Alessandro... e comunque era madre di tutti e due... Tentai di studiare analisi anche se non ne sentivo la necessità. Tipi come me trovano innati concetti e formule che altri devono apprendere a fatica. Non mi meraviglierei di scoprire una nuova e più corretta formula degli spazi universali. Restai in casa per due settimane. Faticavo a dormire la notte. Quelle voci... Mio fratello poteva aprire la porta mentre gli altri dormivano e lasciare che i due uomini vestiti in nero mi prendessero.

I miei genitori continuavano a essere preoccupati. Che le malattie da bambino avessero lasciato strascichi? Le vitamine erano finite e io ero peggio di prima. Chiesero al dottor Palazzi di venire da noi... Mi alterai con loro. Annullarono la visita. Che badassero a mio fratello piuttosto e a quello che aveva in animo nei miei riguardi... Ben sapendo i pericoli che avrei corso andando per strada e ascoltando le voci che mi torturavano di dentro, decisi di essere io a recarmi di nuovo dal medico. Fu piuttosto irritato nel rivedermi. Era sicuro di avere risolto il problema e che fossi un malato immaginario. Fui più chiaro e ricco di particolari. Che la prendesse in qualsiasi modo, doveva ascoltarmi, capirmi... Sembrava che non avesse voglia di approfondire con me il problema. Un paio di settimane più tardi venne lui a casa, senza concludere nulla. Solo durante una terza visita nel suo ambulatorio la situazione si sbloccò... Sperai solo che non fosse l’inizio di una "via crucis" senza fine...
  

Il fratello maggiore

Alessandro. Quando arrivò Cesare, quattro anni dopo di me, gli volli subito bene. Lo coccolavo, lo tenevo in braccio per quanto potessi. Mi addoloravano i suoi problemi. Piccolo e sempre malaticcio. Ero felice che la mamma e il papà rivolgessero a lui gran parte delle attenzioni che prima erano per me. Lui faticava a crescere fin da lattante. La mamma provò anche con diversi latti artificiali. Alla fine fu svezzato. Tuttavia lo dovevano portare spesso dal dottore. Cesare si lamentava per il sapore delle medicine e non lo invidiavo. I pasti erano un tormento anche per noi. Questo era troppo dolce, quello troppo salato, questo ancora non gli piaceva e basta. Una cosa lo faceva vomitare, un’altra gli provocava dissenteria.

Per me, grazie a Dio, andava bene tutto, tanto che ero soprannominato il lavandino. Non nego che con il passare del tempo avrei gradito un po’ più di attenzione da parte dei miei. Poi Cesare sembrò uscire dal periodo nero e allora pensai che la famiglia sarebbe stata felice. Divenne sempre più bello e affascinante. Come se avesse vissuto la favola dell’anatroccolo brutto che diventò splendido cigno.

Ciò che non mi aspettavo fu la reazione di papà. E anche della mamma, purtroppo. Stravedevano, erano abbagliati da Cesare. Tuttavia non mostrai mai di soffrirne. Così, per gli altri era come se non ne soffrissi. Se papà portava a casa una primizia la offriva a lui, prima ancora che alla mamma. Quando si doveva prendere una decisione per una vacanza o una spesa importante interpellava Cesare. Ultimo e solo per cortesia venivo io. La mamma era quella che più si sforzava di compensare la situazione, ma non riusciva... Si comportava come la mamma che preferisce il figlio maschio alla figlia, pur non ammettendolo mai.

Nonostante i miei sforzi per non essere troppo coinvolto, a volte sentivo un dolore acuto dentro di me. Non c’è nulla di più triste di un amore che origina dalle labbra e non dal cuore. Questo non mi impedì di volere sempre bene a mio fratello. Ed ero sicuro che lui contraccambiasse i miei sentimenti pur non manifestandoli apertamente. È sempre stato un carattere piuttosto chiuso. Spesso giocavamo insieme e io essendo più grande facevo in modo che qualche volta mi superasse.

A scuola era bravo. Io non ero da meno, per quel tanto che mi interessava la scuola. Volevo andare a lavorare il più presto possibile. Scelsi di non iscrivermi all’università. Ciò non turbò nessuno della famiglia. L’importante era che Cesare continuasse gli studi... Papà non era andato all’università, ma capii quanto ci tenesse per come era proiettato su Cesare anche in questo. La mamma aveva una discreta cultura, ma non si era laureata. In genere chi dà più importanza alla laurea è chi non l’ha conseguita. La laurea avrebbe dato a Cesare quel tocco in più che fa l’uomo di classe. Non gli sarebbe mancato più nulla. Io stavo bene com’ero.

Dopo il diploma all’istituto tecnico, trovai lavoro alla Siemens. Avere uno stipendio mio, significò incominciare a vivere prima. Se non fosse stato per le preghiere della mamma, sarei uscito di casa. Specialmente dopo avere incontrato Stefania. La mia ragazza è cattolica praticante e non volle mai nemmeno sentire di andare a vivere insieme prima del matrimonio. Per questo occorreva ancora una certa preparazione. Troppi vanno male... Quando mi diplomai, il papà non ebbe più di una parola di elogio. Bravo. Nessun festeggiamento. Cesare mi regalò un libro. Per le mie capacità e per la mia serenità sono stato apprezzato sul lavoro e sono progredito nella carriera.

Ognuno di noi possiede uno scrigno dove tiene le proprie ambizioni soddisfatte. Il mio era già oltre la metà quando avevo trovato il lavoro. Con Stefania fu colmo. Anche lei ammirava Cesare per la bellezza e l’intelligenza, ma di recente mi riferì di avere notato più di una nuvola nei suoi occhi. Nei miei vedeva sempre il sole. Spesso mi stringe a sé fin quasi a spezzarmi la vita e mi sussurra all’orecchio: «Tu sei il più bello, il più intelligente, il più tutto al mondo...». Da qualche mese Cesare non sta bene. Mi sembra una faccenda seria. Sempre più seria... Se non avessi sviluppato fin da piccolo le mie capacità d’indipendenza e di adattamento, non so come potrei superare i drammatici avvenimenti che si stanno avvicinando. Li sento. Forse sarebbe stato meglio che fossi uscito di casa una volta trovato il lavoro...

Vignetta.

Il racconto del medico

Il medico di famiglia. Devo ammettere quanto sia difficile scoprire una malattia mentale, soprattutto in una persona che si conosce, che si segue da anni. Una tonsillite, una broncopolmonite, una colica addominale si presentano con le caratteristiche del caso. La diagnosi è abbastanza agevole, la cura mirata ed efficace. C’è un inizio ben chiaro e un decorso naturale. Poi il malato guarisce.

Nelle malattie della mente invece, a parte la frequenza in apparenza più ridotta (forse non riusciamo a diagnosticarle?), si tende a confondere il racconto e i sintomi del malato con la propria storia. Spesso è solo l’eccezionalità della storia e l’intensità dei sintomi a metterci sulla strada giusta. Chi non si è mai sentito depresso, abbandonato, un po’ perseguitato, con l’impulso di compiere azioni non proprio civili, senza per questo ritenersi ammalato?

Altri due fattori possono rendere difficile la diagnosi di malattia mentale a un medico del corpo quale sono io: l’uno, l’insegnamento approssimativo della psichiatria all’università e l’altro la mancanza di esperienza. Si fa presto a dire che il medico dovrebbe essere in grado di districarsi di fronte a ogni dubbio, magari indirizzando il paziente allo specialista. È la materia stessa il terreno che non permette di essere calpestato perché è come camminare sulle sabbie mobili. Se mando un paziente dall’otorinolaringoiatra per una grave infezione dell’orecchio o dall’ortopedico per una sciatalgia che dura più del consueto, sono sicuro di avere l’aiuto diagnostico e terapeutico che mi occorre. Se invece indirizzo il paziente dallo psichiatra per una sospetta malattia mentale, con manifestazioni subdole e intermittenti, il più delle volte tornerebbe da me con una diagnosi già di per sé patogenetica e con una terapia dagli effetti collaterali peggiori della malattia stessa.

Psicosi ossessiva, sindrome maniacale, delirio persecutorio. Parole come pugnali che entrano nella carne. Pazienti invece soltanto in un periodo difficile della vita, che avrebbero poi superato senza cure né altre visite psichiatriche. Del resto anch’io avrei paura di andare da un collega psichiatra perché qualcosa mi troverebbe sicuramente. Né posso dimenticare che alcuni miei compagni di università scelsero di essere psichiatri, avendo loro stessi problemi pertinenti a quella specialità. Non è forse normale che un medico affetto da gravi patologie dell’apparato scheletrico si dedichi con più passione all’ortopedia o se sofferente di sordità cerchi di risolvere il problema studiando a fondo la materia per ripristinare l’udito o un altro che ha avuto un incidente stradale deturpante scelga la chirurgia estetica? Tutte queste premesse non sono per giustificare il ritardo della diagnosi della malattia di Cesare. Sono per far capire che non mi fu facile.

La prima volta che venne da me preparava un esame impegnativo. Analisi matematica, se ben ricordo. Anche se lui minimizzava la difficoltà, sapevo che si trattava di una materia difficile. Mio figlio, che è bravo, al Politecnico l’ha ripetuta due volte. Cesare aveva un aspetto splendido. Lo visitai proprio per scrupolo. Era evidente un caso di stress. Gli spiegai che ero solito prendere a calci i momenti di depressione, mentre accettavo quelli di delirio di grandezza come allegre bevute di buon cartizze. Un’onorevole compensazione. Non sorrise neppure. Dandogli le vitamine mi era sembrato di strafare.

Quando venne la seconda volta, avevo avuto una giornata piuttosto pesante e rivedendolo con lo stesso problema ebbi un atteggiamento di insofferenza. Cosa che un medico non dovrebbe mai avere. Lo ascoltai comunque. Fu così che mi riferì delle voci. «Mi insultano», mi spiegò, «mi danno del cretino, dell’incapace...». «Va bene, ma anch’io a volte mi insulto da solo», gli dissi. I suoi occhi mi compatirono. Poi fece cenno di sì col capo e si congedò. «Non sempre mi capita però», gli precisai, prima che chiudesse la porta. Accennò ancora di sì, ma senza un’espressione del viso. Sembrava prigioniero di mille pensieri.

Tempo dopo fui chiamato a casa sua. Era sdraiato sul letto, lo sguardo rivolto al soffitto. I suoi mi dissero che non si lavava e che non si tagliava la barba da diversi giorni. Rifiutava il cibo e si alimentava quando e come voleva. «Non crederai a loro?», mi disse dopo un lungo silenzio. «Dimmi tu, allora, come stanno le cose», lo sollecitai. Avevo altre visite e il tempo mi era prezioso. «Con i miei qui?», protestò. Ci accordammo che fosse lui a venire di nuovo da me. Quando ci trovammo di fronte, sperai che si confidasse fino in fondo. Invece tacque. Portai pazienza, poi sbottai: «Non mi vuoi ancora parlare?». Gli concessi altri dieci minuti. «Qualche difficoltà con me? Pensi che sia meglio uno psicologo?», gli chiesi. «Da uno psichiatra, vuole dirmi?», mi rispose.

Notai con stupore che per la prima volta usava con me il "lei". Ci davamo del tu. Un’abitudine con i pazienti che seguivo fin da bambini. Avevo preferito la parola psicologo perché più accettato dalla nostra italica gente, che inorridisce di fronte alla parola psichiatra. «Non sono mica matto», obiettò. «Lo so, lo so...», lo tranquillizzai, anche se il suo comportamento e la sua affermazione mi lasciavano più di un dubbio. «Non devi comunque essere banale e ribellarti alla parola psichiatra», proseguii. «In America anche i direttori delle multinazionali, in determinate circostanze, si fanno sostenere dagli strizzacervelli». Mi guardò con occhi lontani. «Ne conosci uno bravo?», mi chiese. «Psicologo?...», domandai. «Psichiatra, psichiatra», rispose sicuro. Udendo che era ritornato al tu, mi rinfrancai. Pensai di rivolgermi al compagno di università Elio Calcaterra, che fra tutti mi sembrava piuttosto equilibrato. «Il dottor Calcaterra è bravo», dissi risoluto. «Perché?», mi chiese. «Risolve i casi con poche medicine o addirittura senza», spiegai. Cesare non disse altro e si congedò.

Ritornò ancora in ambulatorio tre giorni dopo per avere l’indirizzo del Calcaterra e due righe di presentazione. Il giovane si era rasato e vestito con la solita eleganza. Di nuovo in forma e splendido. Si accorse dal mio sguardo ammirato. Mi gelò con poche parole: «Per vivere bisogna comunque andare di corpo». La sera stessa telefonai al mio compagno di università per riferirgli a voce quello che non avevo potuto scrivergli. Era un paio d’anni che non ci sentivamo. Fu cordiale e affettuoso nei saluti che però troncò con un freddo: «Di che cosa hai bisogno?». Mi sentii spiazzato e gli fornii la relazione su Cesare come se fossi un medico alle prime armi, uno che sapeva a malapena l’abbicci della psichiatria. Forse era vero, ma non era una bella situazione.

Il Calcaterra ascoltò senza interrompermi con una pur piccola domanda per aiutarmi. Se smettevo, il silenzio che ci separava era ancora più imbarazzante. Temevo che approfittasse della conversazione per analizzarmi. Mi trovai alterato. Avrei voluto dirgli quello che pensavo della sua categoria, facendo così il suo, il loro gioco. Ma avevo bisogno di lui. Così riuscii a concludere fornendogli le notizie che ritenevo utili su Cesare. Mi disse che avrebbe visto il giovane l’indomani stesso. «Te lo vedo», mi disse, come se fosse stata una concessione nei miei riguardi. Contrariamente alle mie aspettative però fu il Calcaterra a telefonarmi due giorni dopo.

Mi comunicò che si trattava di schizofrenia di una certa gravità. Mi fosse stata calata una bastonata sulla testa mi sarei sentito meglio. «Pronto?», disse il Calcaterra. «Mi rendo conto che non è così facile per voi internisti...». Avrebbe potuto evitare di farmelo notare... Lo divertiva, secondo me. «Penso», aggiunse poi, «che con pochi farmaci e con sedute periodiche di poterlo stabilizzare». «Che cosa intendi dire?», gli chiesi. «È che non si può azzardare una prognosi in questi pazienti fintanto che non si segue l’evoluzione», rispose. Troncò con un ciao. Una grande disgrazia, dunque. Che cosa può accadere di peggio a una famiglia.

Vignetta.

Lo specialista ricorda

Lo psichiatra. Quando conobbi il giovane Cesare Stucchi, indirizzatomi dal collega Palazzi, la sintomatologia risaliva ad almeno sei mesi prima. Ventiduenne, non sposato né con legami affettivi fuori della famiglia. Secondogenito, sebbene la madre avesse avuto la gravidanza senza problemi, il parto fu difficile e doloroso per la presentazione podalica. Non potei raccogliere informazioni sicure sullo svezzamento, sul controllo degli sfinteri e sulle altre fasi importanti della prima infanzia. Ricordava però di aver avuto problemi di salute fino alla pubertà. Era quello che andava dal dottore più di tutti. Me lo confessò come se fosse stata una colpa. Scolaro solitario e isolato alle elementari, Cesare entrò nella scuola media con un bagaglio emotivo molto grande. Vedeva con invidia il fratello Alessandro stare sempre in buona salute e ne soffriva. Rappresentava per lui lo stato normale irraggiungibile.

Quando iniziò l’adolescenza e divenne l’uomo di bell’aspetto di oggi, non riuscì ad avere una vita di relazione come quella del fratello. Non usciva mai con le ragazze o raramente. Provava fastidio per l’adulazione del padre nei suoi riguardi. Il comportamento della madre lo lasciava indifferente. All’università non dava esami se non era sicuro di sapere tutto. Rimase così indietro anche se era sempre in attesa che scoprissero le sue doti matematiche, che secondo lui erano da genio. I rapporti con i compagni continuarono a essere superficiali, mentre con le donne passò dall’indifferenza a relazioni molto intense e fugaci delle quali non volle mai parlarmi. Tempo prima di venire in contatto con me, aveva cominciato a chiudersi in sé stesso, a non uscire dalla stanza se non per recarsi qualche volta all’università, da dove rincasava a orari più disparati.

Temeva di essere rapito e ucciso. Secondo lui i suoi organi erano perfetti e quindi molto richiesti per essere trapiantati. Il fratello, sempre secondo il suo racconto, faceva parte della banda che lo voleva rapire. Avrebbe suggerito il momento opportuno per far sembrare il rapimento una fuga senza meta plausibile. Cesare inoltre udiva voci che lo spingevano ad azioni sconsiderate, spesso violente. Le stesse voci lo insultavano se non venivano obbedite. A volte erano del tutto gratuite. Fu anche preda di allucinazioni con visioni di animali. Serpenti soprattutto, che trovava e uccideva nella cucina di casa sua. Motivo per il quale non si recava in quel locale per consumare i pasti, come gli altri membri della famiglia. Poi iniziò a non curare la sua persona e a rifiutare il cibo anche se lo portavano nella sua stanza. Sospettava di essere narcotizzato.

Dopo due settimane di trattamento psichiatrico e analitico manifestò intenzioni suicide. Segno del precipitare della malattia. Psicosi acuta. Lo ricoverai nell’ospedale dove lavoro. Nei suoi deliri attribuiva a medici e infermieri l’appartenenza all’organizzazione che lo voleva rapire per appropriarsi dei suoi organi. Erano stati assoldati dal fratello.

Al test per la valutazione del quoziente di intelligenza (Qi) ottenne un punteggio complessivo di 108. L’esame delle capacità sensomotorie evidenziò una normale funzione cerebrale. Al test di appercezione tematica (Tat) elaborò associazioni depressive. Lo psicologo dell’ospedale concluse che Cesare era uno psicotico instabile e agitato. I test avevano inoltre ravvisato una profonda apprensione riguardo all’integrità del proprio corpo. Era anche preoccupato per non essere sempre in grado di controllare gli impulsi, in particolare quelli aggressivi. Temeva le conseguenze distruttive per sé e per gli altri. Anche per questo regredì nei rapporti con le donne a una dipendenza preadolescenziale. Grazie ai farmaci ebbe qualche miglioramento dopo altre tre settimane.

La diagnosi di dimissione fu di reazione schizofrenica cronica di tipo indifferenziato. Cesare fu in seguito ricoverato più volte, purtroppo per brevi periodi, intervallati da sedute nel mio studio una volta o anche due alla settimana. Il padre del giovane veniva da me, all’inizio con una certa frequenza, per chiedermi quando suo figlio sarebbe guarito. Gli ho sempre ripetuto che il trattamento era lungo e i risultati non del tutto prevedibili. Lui esigeva un segno che indicasse un miglioramento. Non potendolo io fornire, non si fece più vedere. Seppi poi dalla moglie che l’uomo aveva finito col disinteressarsi del figlio, soprattutto quando questi aveva iniziato a essere violento e a rendere difficile la convivenza con i condomini della casa dove abitavano. Il figlio gli dava ormai fastidio. A volte affermava che non era suo. Voleva che Cesare fosse curato lontano da casa e che gli fosse restituito una volta guarito. Neppure con la madre ebbi la vita facile. Riusciva in una maniera o nell’altra a incontrarmi per quanto tentassi di evitarlo. Alla fine entrò in conflitto con il mondo intero. Si lamentava che le istituzioni non facessero abbastanza, anzi niente. Perché mai Cesare non poteva frequentare una comunità di giorno e tornare a casa per la notte? Perché non esistevano centri dove questi malati potessero essere curati e nel contempo avessero la possibilità di praticare qualche sport? Perché mai... e via dicendo.

Come tutte le mamme era combattiva fino all’assurdo. Andò dal sindaco, dal prefetto, dal presidente della regione e perfino in curia. Poi me la rivedevo di fronte. Finì che anche suo figlio non la sopportava più. Pensai cosa buona proporre per lei stessa un aiuto farmacologico. Mancò poco che mi mettesse le mani addosso. Non desistette mai nei suoi tentativi di madre ferita, sempre in angoscia per il figlio, che intuiva sì preda di una malattia insidiosa, ma che credeva comunque guaribile. Anche qualche giorno fa venne da me. Voleva sapere se lei, lei e io avessimo fatto abbastanza per Cesare. Le dissi parole che mi sembravano adatte alla situazione. Ma esistono parole che possono lenire il dolore di una madre?

Alessandro, il fratello, si presentò quando eravamo a metà del trattamento. Mi parve che capisse più di tutti quello che stava succedendo a Cesare. Alla fine del colloquio mi chiese se mi rendevo conto di com’era la vita con un malato mentale in famiglia. Gli dissi di sì, ma lui scosse il capo. Se ne andò e non ritornò più. Che dire infine di Silvio Palazzi, il mio collega e compagno di università? Come quasi tutti gli internisti dimostrò scarsa preparazione psichiatrica e tuttavia tentò più volte d’intervenire nel trattamento. In realtà non riusciva neppure a gestire gli effetti collaterali di alcuni farmaci. In qualche occasione manifestò impazienza poco fisiologica. Per poco evitai di analizzarlo. Non potevo dimenticare che eravamo stati compagni di università.
  

La signora della porta accanto

La vicina di casa. Venni ad abitare in questo palazzo diverso tempo fa, due piani sotto la famiglia di Cesare. A quattordici anni lui era già un bel ragazzo. Difficile pensare che da piccolo fosse stato gracile e malaticcio. Difficile pensare che potesse diventare ancora più bello, ma la sua persona raggiunse in seguito la perfezione. Uscivo da un matrimonio fallito, ma a tutti avevo detto di essere vedova. Non so perché dissi quella bugia. Oggi fanno più scandalo quelli che restano insieme. Forse mi comportai in quel modo per non dover dare molte spiegazioni.

Incrociavo Cesare sulle scale o in ascensore. Non mi guardava negli occhi, il suo sguardo rivolto alle mie gambe e al sedere. Anni più tardi, dopo aver conosciuto Vittoria, sua madre, sembrò prendermi in confidenza. Mi dava del tu, anche se i suoi lo rimproveravano. La prima volta che gli vidi gli occhi il mio cuore fece una capriola. Erano di luce. Erano la luce. A volte fantasticavo se fossi stata vent’anni più giovane. Sciocchezze. Sciocchezze che davano piacere.

Trascorsi con loro il Natale di cinque anni fa. Avevano i parenti in città lontane, che non venivano mai a trovarli. Erano comunque una famiglia unita e capace di vicendevole aiuto come avrei desiderato che fosse stato per me. Mi trovai a essere l’ospite più coccolata. Più ancora di Stefania, la ragazza di Alessandro. Si sa, le ragazze dei maschi anche se in apparenza vengono accolte a braccia aperte e con ampi sorrisi, in realtà sono sempre sospettate di furto del figlio. Andammo tutti insieme alla Messa di Natale e quando ci scambiammo un segno di pace, mi sembrò che Cesare indugiasse nella stretta di mano con me, questa volta fissandomi negli occhi.

Tornai al mio lavoro e loro ripresero le abitudini di sempre... Poi Cesare manifestò un cambiamento di carattere. Un paio di volte in cui ci trovammo a rincasare nello stesso momento mi accorsi che lui si voltava spesso prima di entrare nel portone. In un’altra occasione mi prese per le spalle e mi spinse nell’androne, ma non andò oltre. In seguito salendo in ascensore notai che mi cercava con gli occhi, come se volesse parlarmi. Ma mi sottrassi sempre al colloquio. Eppure al solo vederlo mi sentivo turbata.

L’anno scorso il suo primo ricovero. Un attacco di ansia, esaurimento nervoso e infine si sussurrò schizofrenia. Ognuno fa i fatti suoi in questo come in tutti gli altri palazzi della città, ma pensare di tenere segreta una diagnosi del genere è come voler raccogliere acqua con il setaccio. Fu un dramma anche se pochi sapevano bene che cosa fosse questa malattia. Chi poteva immaginare un imprevisto del genere in una creatura che sotto tutti gli aspetti era entrata nella vita con il dono della perfezione? Un grave incidente, una malattia acuta e fatale e la morte rappresentano imprevisti di breve durata. La schizofrenia è un imprevisto dalla durata imprevedibile.

Cesare divenne così per tutti un caso. Un caso da commiserare e soprattutto da tenere alla larga. Qualche donna andò dicendo che il gio-vane l’aveva pizzicata sul seno e che tendeva a mettere le mani addosso. Mi colpì allora che a Cesare non venisse chiesto di dire la sua. Era diventato un uomo senza possibilità di parole e di verità. Bastava accusarlo e subito era colpevole. Chi poteva credere a un matto? Fantasticai che con il mio amore sarei riuscita a... Lo tenni segreto anche a me stessa.

Matteo e Vittoria non poterono fare nulla. Il padre finì con l’estraniarsi. La madre invece incolpò i medici per il loro insuccesso, le istituzioni per non fornire i luoghi e i mezzi adatti per curare quei particolari malati, Alessandro per pensare solo alla sua vita, infine il marito per non avere capito il figlio nel momento del bisogno. Dovetti così constatare che anche una famiglia, che ai miei occhi era apparsa unita e capace di vicendevole aiuto, di fronte a un imprevisto, pur grave com’era quello capitato a Cesare, si sfasciava in maniera dram-matica. Cesare, uomo bellissimo, ridotto senza parole... Neppure per sé stesso.
   

Un intervento mirato

L’assistente sociale.
Il mio compito fu quello di occuparmi del giovane Cesare per un intervento mirato al suo adattamento sociale. Come dice giustamente il dottor Calcaterra, i migliori risultati in casi come questi si ottengono con i farmaci, la terapia familiare e l’aiuto come il nostro. Non fu facile, come non è mai facile con i malati mentali. Per Cesare però ebbi maggiori diffi-coltà che con altri. Il padre, per esempio, non voleva accettare la mia collaborazione dicendo che suo figlio non aveva di questi problemi. Secondo lui Cesare non era malato, solo esaurito. «Mio figlio è una persona intelligente, sa? Lasci perdere...», mi disse durante la mia prima visita a casa loro. «Guardi» obiettai «che un rapido adattamento sociale può migliorare i risultati delle altre terapie». Dopo un altro scambio di opinioni un po’ vivaci, mi congedai.

Fu la madre ad accompagnarmi alla porta. «Venga domani mattina», mi disse a bassa voce, quasi implorando, «mio marito è in ufficio...». Se non ci fossero le madri, pensai, probabilmente molto del nostro lavoro sarebbe destinato all’insuccesso. Vittoria, pur essendo donna di buona cultura, non aveva mai lavorato fuori di casa. La sua vita era quel marito autoritario e presuntuoso, i due figli così diversi ai quali lei voleva dare l’amore di cui ciascuno aveva bisogno e le faccende di casa che svolgeva ogni giorno in maniera quasi maniacale. All’inizio rappre-sentò una difficoltà in più. Volle da me definizione e spiegazioni della malattia. Tentai e mi sentii ridicola. Non era mio compito. Ma la donna voleva approfondire ogni concetto al di là di ogni ragionevolezza (o delle mie conoscenze?).

Le sue domande mi torturavano e spesso mi costringevano a risposte dettate soltanto dal buon senso. Nulla di più pericoloso. Temevo sempre di avere accanto il dottor Calcaterra a sentirmi. Riuscii tuttavia a raggiungere con lei un efficace programma di comportamenti per Cesare, con apparenti buoni risultati a distanza.

Per quanto riguardava i vicini, m’imbattei nelle solite richieste, comuni agli altri casi di malattie mentali. «È pericoloso?». «Può fare del male alla mia bambina?». «Un figliolo educato, bello colto, speriamo che guarisca, lei che cosa ne dice?».

L’unica a interessarsi con apparente trasporto fu Annalisa Bossiero, che abitava due piani di sotto. Fu lei a presentarsi. Mi disse che era disposta ad aiutare il giovane. La fissai negli occhi: non sostenne il mio sguardo. Dal colloquio successivo, non so per quale ragione, fui portata per istinto a rifiutare il suo aiuto. Andai anche dai negozianti sotto casa. Avevo notato in un paio di occasioni che il loro divertimento era quello di affrettarsi ad aprire la porta del negozio per accogliere qualche donna che scappava alla vista di Cesare. Dubitavo che i miei consigli servissero a qualcosa, ma li pregai lo stesso di non essere curiosi nei riguardi del giovane, di non uscire dai negozi per vederlo passare e soprattutto di non comunicare con gli altri a gesti. Per convincerli dissi che una volta un malato di mente aveva visto persone che al suo indirizzo picchiavano il dito alla tempia e ne aveva ammazzate due. Non era vero, ma l’effetto fu come se lo fosse stato.

Vignetta.

Disperazione totale

Cesare (Reparto di rianimazione dell’Ospedale San Giovanni. Letto n. 3. Il giovane è in coma. Una vistosa fasciatura a tutta la testa. È collegato al respiratore e ai monitor. Una flebo per braccio). Una terribile emicrania mi tormenta. Forse ho battuto la testa cadendo sull’asfalto. Non riesco a muovere nulla del mio corpo. Le palpebre restano quasi del tutto abbassate. Non c’è verso di una loro pur lieve vibrazione. Non rispondo agli stimoli luminosi né di altro genere.

È una settimana ormai che sono stato investito alle spalle da un’automobile che è sbandata, vicino a casa. La guidava un giovane della mia età. Lui non si è fatto niente. Era disperato. Si è sentito meglio quando ha saputo che ero un malato di mente. In ospedale sono stato accolto e mi hanno trattato in modo adeguato a un paziente che giunge in coma, politraumatizzato. Il poliziotto invece che stendeva il verbale per l’autorità giudiziaria, quando ha saputo della mia malattia, ha detto con un filo di voce: «Poveretto, ma forse è meglio così per tutti». Sulle mie attuali condizioni i medici non si sono espressi in mia presenza. Non conoscono bene quello che succede quando uno è in coma. O, meglio, dicono di saperlo, ma a loro modo. Anche se alla fine la cosa più importante è mettere l’etichetta con scritto: coma profondo, non sono proprio sicuri di ciò che continua a funzionare dentro la persona. L’anima è più libera, ai confini dello spazio e del tempo. Subentrano percezioni profonde e intense. Quante cose devono ancora scoprire i medici!.. Di certo è che né io né quelli come me riescono a comunicare né a mandare il minimo segnale. Così le infermiere compiono qualche ingenuità. Una ha parlato di miracolo alla mamma. Segno che per me occorre un miracolo. In effetti sono tenuto in vita soltanto da queste macchine alle mie spalle e al mio fianco.

La mamma vive qui in ospedale. Mi tiene la mano e attraverso quel contatto ricevo tutto il suo amore. Lei non sa come mi fa felice. Spero solo che la mia immobilità, che dura ormai da tempo, non la faccia desistere. No. L’amore di una madre non ha mai cedimenti. Del resto è noto che una madre è disposta a partorire il figlio non una, ma cento volte. Non le basta dargli la vita, reclama per lui la vita migliore, a costo del sacrificio della propria. Da quando sono qui non smette di guardarmi e di ripercorrere la mia vita.

Anche il papà viene a trovarmi di tanto in tanto, per pochi minuti. Chiede alla mamma come sto e poi se lei si ferma ancora. La mamma ormai non gli risponde neppure. Povero papà! È molto invecchiato. La vita gli ha rubato ciò che aveva di più caro. So che soffre molto e che teme la mia fine. Sarebbe un dolore terribile in più, il più terribile per un genitore. Nonostante il suo comportamento di questi anni... Sono sicuro che vorrebbe che me la cavassi, che uscissi di qui guarito nel corpo e nella mente. Tutto cancellato. Ricominciare come se nulla fosse accaduto. Ma la vita non lo permette. Se anche dovesse succedere, non sarà mai come prima.

Alessandro è venuto un paio di volte. Resta a lungo silenzioso. Forse è stato più scosso per la mia malattia di quanto non pensassi e ora si chiede se ha fatto tutto quello che poteva per me. Stefania non è entrata perché ha detto che starebbe male. Lei... Due giorni fa ho ricevuto la visita di Annalisa. Si è fermata pochissimo. Il tempo di salutare la mamma e guardarmi per un attimo. Eppure dopo anni di sguardi sfuggenti e di desiderio nascosto, alla fine mi aveva posseduto. La storia è andata avanti per qualche mese. Si era illusa che il suo fosse amore. L’amore, il dono più grande... Quanto ne soffrii la mancanza! Annalisa si sentì protetta dal fatto che qualunque sua parola contro la mia non avrebbe trovato ostacoli... Dentro di lei c’era però anche la speranza di fare qualcosa per me. In ogni azione umana il bene e il male se ne stanno insieme fino alla fine.

È venuto anche il dottor Palazzi, il nostro medico di famiglia. Non ha detto nulla alla mamma. Si sono guardati. Le ha stretto con la mano la spalla. Ed è stato più che dire mille parole. Chissà se sente qualcosa per noi oppure è contento di essersi liberato dai molti fastidi che gli davamo...

Il Calcaterra invece non si è fatto vivo. Per lui ero un caso. Nessun rapporto umano. Ogni reciproca... contaminazione evitata. Forse doveva essere così. Non invidio la sua professione né voglio negarne l’importanza. Se Dio ha creato anche gli psichiatri, ci sarà più di una buona ragione. Inaspettati mi hanno fatto visita il fornaio e il fruttivendolo sotto casa. Poche parole di circostanza e se ne sono andati. Peccato che prima che la porta della stanza fosse chiusa alle loro spalle, si è udito il fornaio dire al collega: «Povero diavolo, ha finito di soffrire...». Che ne sa della mia sofferenza? Forse che non era stato anche lui a rinfocolarla in alcune occasioni? E poi come poteva essere sicuro che avevo finito, che ero finito? La mia è una malattia terribile. Uno squarcio dell’anima che porta al distacco dalla realtà senza tuttavia esserne fuori, che porta a non esistere, a essere ridotto senza parole, senza opinioni credibili... Ma chi può essere sicuro che sarebbe stato per sempre? Chi può sapere il mio futuro immediato?

Vedo al di là della vetrata un viso che non conosco. Eppure non mi sembra nuovo. Parla con un medico. Ha in mano alcuni documenti. Adesso ricordo: è l’assicuratore del palazzo accanto a quello dove abitiamo. Forse chiede informazioni sul mio incidente. Ma può il medico fornirgliele senza il mio consenso? La sua espressione non è certo preoccupata. Sa che il mio caso farà sborsare pochi soldi.

Sono stato sì la vittima dell’incidente, ma sono soprattutto un malato cronico, di mente per di più. Che futuro economico potrei avere, sul quale calcolare l’indennizzo? Se non fosse una situazione tragica e potessi muovere i muscoli del viso, mi metterei a ridere. E non è detto che prima o poi non ci riesca. Infatti allo stato attuale ho due possibilità: quella di scivolare nel coma irreversibile e finire la partita, o quella di uscire dal coma, magari guarito dalla mia malattia, con sorpresa di tutti. E che sorpresa!

Giorgio Conconi








 

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