Famiglia Oggi.

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n. 11 NOVEMBRE 2001

Sommario

EDITORIALE
Optare per il coraggio delle cure
La DIREZIONE

SERVIZI
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La diffusione dei disturbi mentali

di GIOVANNI DE GIROLAMO e MICHELE TANSELLA

apep00010.gif (1261 byte) Sostenere le famiglie è necessario
di MASSIMO CLERICI e PAOLO BERTRANDO

apep00010.gif (1261 byte) Diffondere un sapere del bisogno
di EMANUELA BITTATI

apep00010.gif (1261 byte) Mettersi nei panni dei genitori
di
MATTEO SELVINI

apep00010.gif (1261 byte) Il paziente cosidetto "grave"
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Contro lo stigma e la vergogna
di
ERNESTO MUGGIA

DOSSIER
Lo squarcio dell'anima
di GIORGIO CONCONI

RUBRICHE
INCONTRI
Il trionfo di chi non è bello
di ROBERTO CARNERO

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Mai più manicomi
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
La rappresentazione del disagio mentale
di EZIO ALBERIONE

MATERIALI & APPUNTI
Letture utili per approfondire
di
PAOLO BERTRANDO e MASSIMO CLERICI (a cura di)
Identità e varietà dell'essere famiglia
di
FRANCESCO BELLETTI

CONSULENZA GENITORIALE
Curare con il farmaco della relazione
di MAURIZIO ANDOLFI

POLITICHE FAMILIARI
Regolamentare meglio il trattamento
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Gli uomini in sala parto
a cura del CISF

LIBRI E RIVISTE

 

SOCIETÀ & FAMIGLIA - CONTRO IL PARAVENTO DELLE BUONE INTENZIONI

Mai più manicomi

di Beppe Del Colle

Non si può incolpare la legge 180 se essa non ha funzionato. È mancato l’impegno deciso dello Stato e delle Regioni. Se i servizi previsti fossero stati realizzati, adesso il Parlamento non dovrebbe occuparsi di una riforma della riforma.

Forse non molti sanno che la rivoluzione psichiatrica che doveva portare anche in Italia alla chiusura dei manicomi cominciò nell’immediato dopoguerra in Gran Bretagna. E cominciò in una condizione politica nuova, la partecipazione al governo del Regno Unito da parte dei laburisti. Questo da un lato rischia di dare ragione a quanti, oggi in Italia, contestano la legge 180/’78 attribuendole un vizio d’origine ideologico, "di sinistra"; ma da un altro lato, quello che a noi qui più interessa, offre a chi tenti un’analisi della situazione odierna nel nostro Paese la possibilità di capire meglio da quale cultura sociale e da quali convincimenti etici e scientifici l’esperienza che portò alla 180 ebbe inizio.

Nel libro L’istituzione negata, a cura di Franco Basaglia (pubblicato da Einaudi nel 1968, cioè dieci anni prima della promulgazione della legge 180), uno dei collaboratori di Basaglia nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, Lucio Schittar, ricostruisce la storia di uno degli episodi centrali della "rivoluzione psichiatrica": la nascita e lo sviluppo dell’idea di "comunità terapeutica" in luogo dei vecchi manicomi, realizzata per la prima volta nel 1943 nell’ospedale di Northfield intorno ai medici Bion, Rickman e Foulkes, e ripetuta da Maxwell Jones a Mill Hill e in altre località, per pazienti di vario tipo, dai prigionieri di guerra agli psicopatici vittime di particolari condizioni ambientali negli stabilimenti industriali.

L’idea, concretizzata in esperienze di serietà scientifica e terapeutica, fu colta dalla classe dirigente politica britannica già durante la guerra, quando nel quadro del National Health Service (il servizio sanitario nazionale pubblico) furono varate leggi, come il Disabled Persons Act del 1944 che, come scrive Schittar, «segnarono una svolta nell’atteggiamento della società verso il malato di mente, per la prima volta inserito in un programma di riabilitazione all’esterno dell’ospedale e quindi fuori da una situazione di esclusione sociale».

Nel 1953, «a conclusione di uno studio sulle organizzazioni psichiatriche degli Stati aderenti all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il comitato di esperti affermò che l’ospedale psichiatrico doveva essere nella sua totalità una comunità terapeutica. Essa deve avere alla base principi quali la conservazione dell’individualità del paziente, la convinzione che i pazienti sono degni di fiducia e hanno la capacità di assumere responsabilità e iniziativa, l’impegno regolare dei pazienti in qualche tipo di occupazione».

Sono passati più di trent’anni da quando una forte pressione psicologica e culturale portò anche in Italia alla chiusura dei manicomi. Scritti scientifici, servizi giornalistici avevano fatto conoscere al mondo la realtà di luoghi in cui la persona umana veniva totalmente disumanizzata, colpita da una sofferenza senza rimedio. Il libro citato di Franco Basaglia si apre con un’epigrafe terribile, composta dalla confessione di un cieco ricoverato da molti anni nel manicomio di Gorizia: «Perché prima quelli che erano qui pregavano di morire. Quando moriva uno qui una volta suonava sempre la campana, adesso non usa più. Quando suonava la campana tutti dicevano: oh Dio, magari fossi morto io, dicevano, che sono tanto stanco di fare questa vita qui dentro. Quanti di loro non sono morti, che potevano essere vivi e sani. Invece avviliti, perché non avevano nessuna via d’uscita, non volevano più mangiare. Gli buttavano giù il mangiare per il naso con la gomma, ma non c’era niente da fare, perché si trovavano chiusi qui dentro e non avevano nessuna speranza di uscire. Come una pianta quando è arsa perché non piove e le foglie appassiscono, così era qui la gente».

Abbiamo citato questa frase, colta fra mille dello stesso genere, perché nel momento in cui si dibatte in Parlamento una riforma della legge 180, sia ben chiaro il punto di partenza della questione, che stabilisce anche un principio irrinunciabile: mai più i manicomi. Crediamo che si possa discutere su ogni proposta che parta dal riconoscimento di un esito solo parzialmente positivo dell’applicazione ormai più che ventennale della 180: una riforma davvero rivoluzionaria, per quei tempi, che tuttavia non ha potuto, o saputo, realizzare la liberazione del malato mentale dalla sua condizione di emarginazione e, ancor più, di esclusione. Il manicomio andava sostituito con qualcosa di molto diverso, che assicurasse terapie migliori, assistenza costante, accoglienza in luoghi adatti a degenze obbligatorie e prolungate durante i momenti di crisi acuta della malattia mentale, sapendo che quanti ne sono affetti non si riconoscono come degli ammalati: e senza il loro consenso la legge non permette ricoveri coatti se non in piccola misura.

Non si può incolpare la legge se essa ha funzionato meno di quanto prometteva: è mancato un impegno deciso dello Stato e delle Regioni, cui è passata nel frattempo la competenza per questa parte del servizio sanitario nazionale, con l’impegno di destinare almeno il 5% dei fondi per la Sanità generale per le attività dei Dipartimenti di salute mentale, istituiti (ma solo sulla carta) dal progetto obiettivo "Tutela della salute mentale 1944-1946", aggiornato per il 1998-2000 nel novembre 1999 e valido fino al 2003.

Di tutti i servizi e presìdi di diagnosi, prevenzione e terapia, giornalieri o residenziali, previsti da quel progetto, ne sono stati realizzati ben pochi. Se quanto previsto dalla legge 180 e dal progetto obiettivo fosse stato realizzato, oggi il Parlamento non dovrebbe occuparsi di una riforma della riforma, dalla quale alcuni temono che finiscano per essere riaperti i manicomi di una volta. I promotori politici lo negano: ma abbiamo visto troppe volte come finiscono, in Italia, le buone intenzioni.

Beppe Del Colle








 

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