Famiglia Oggi.

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n. 12 DICEMBRE
2001

Sommario

EDITORIALE
Il peso dell'educazione
La DIREZIONE

SERVIZI
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La menzogna tradisce l'uomo

di GIORDANO MURARO

apep00010.gif (1261 byte) I tanti registri del falso Sé
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Bugie dette a fin di bene
di GUSTAVO PIETROPOLLI CHARMET

apep00010.gif (1261 byte) La scalata sul lato inutile della vita
di
DOMENICO BARILLÀ

apep00010.gif (1261 byte) Giocando a rimpiattino con la verità
di GIUSEPPE MININNI

apep00010.gif (1261 byte) Lo specchio della vita
di
LODOVICA CIMA

apep00010.gif (1261 byte) L'intervista
di
GIORGIO CONCONI

DOSSIER
Storia della bugia
di MARIA BETTETINI

RUBRICHE
INCONTRI
Per non danneggiare gli amici
di ROSANGELA VEGETTI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
«Una merce sempre più rara»
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
L'inganno seduce. E la pubblicità?
di MARCO MIGNANI

MATERIALI & APPUNTI
Come cambia l'educazione sessuale
di EMANUELA TUTTOLANI

CONSULENZA GENITORIALE
Non giustifichiamo la menzogna
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Le famiglie di fatto in Italia
di CARLA COLLICELLI E FRANCO SALVATORI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Rischi per la popolazione mondiale
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

FAVOLE E FINZIONE

Lo specchio della vita

di Lodovica Cima
(esperta in Letteratura per l’infanzia)

Le fiabe aiutano il bambino a gestire le emozioni e a conoscere gli aspetti meno piacevoli della realtà. Il repertorio classico, particolarmente crudele, mostra spesso situazioni oscure e inquietanti. Gli inganni vi appaiono ma con diverse funzioni: il male contro cui combattere o la sfacciataggine per sopravvivere. ma anche attivare azioni di prevenzione e di cura.

Nel mondo del magico e del meraviglioso c’è posto anche per trucchi e menzogne. All’interno dell’andamento narrativo rappresentano un ostacolo da superare o una risorsa da utilizzare per fare delle scelte e giungere al lieto fine.

Dopo una breve parentesi, negli anni Settanta, nella quale i genitori provavano un misterioso imbarazzo nel leggere le fiabe classiche ai propri figli, perché timorosi dell’impatto troppo diretto con la violenza e con il male, ecco ora tornare l’abitudine di leggere le fiabe ai bambini. E nelle fiabe ritroviamo tanti aspetti della vita, perfino le bugie. Le grandi fiabe classiche fanno parte del nostro patrimonio popolare, perlopiù tramandato oralmente fintanto che illustri scrittori si sono presi la briga di trascriverle e raccoglierle per i posteri. In epoca romantica i fratelli Grimm, poi Andersen, che ha inserito molto di suo, aggiungendo storie più fantasiose e a volte assai più crudeli, e infine Charles Perrault ci accompagnano nel mondo del "tutto-possibile", del magico e del meraviglioso. Ma in questo mondo però abita anche il male, che spesso si esprime attraverso la menzogna.

Le fiabe piacciono molto ai bambini, perché ci si riconoscono e attraverso di esse, loro stessi conoscono: «I bambini hanno ancora una cultura folclorica attiva che, come quella delle società preletterate o semiletterate d’ogni parte del mondo, viene trasmessa da una generazione all’altra. Fiabe, filastrocche, credenze, giochi, hanno per esse importanza vitale. Come il folclore, queste componenti della cultura esprimono le emozioni essenziali e rispondono ai bisogni fondamentali di una comunità. Una delle funzioni del folclore consiste nell’aiutare chi se ne serve a comprendere e possibilmente a controllare il mondo – o per lo meno ad avere l’impressione di controllarlo – e un modo è, ovviamente, di farlo con le parole» (Alison Lurie, Non ditelo ai grandi, Mondadori, 1993).

In quest’ottica interpretativa, la fiaba va intesa come specchio della vita, come metafora delle emozioni e dei sentimenti fondamentali di ogni uomo, mediata dal meraviglioso.

Il bambino impara a gestire le sue emozioni attraverso le storie che ascolta. E le fiabe non narrano di dolci coniglietti o di incoscienti fanciulli dai boccoli biondi, ma affrontano situazioni ben più inquietanti: orfani, matrigne, mostri, lupi, giganti, re e regine malvagie. Il bene e il male si intrecciano, e si scontrano in una serie di avvenimenti in cui il magico e il meraviglioso rendono tutto possibile.

È proprio partendo da queste premesse che comprendiamo perché nell’immenso universo delle fiabe la bugia e l’inganno siano tanto ricorrenti. Nella struttura stessa della fiaba è necessaria la presenza di un elemento di disturbo che complica l’andamento degli eventi e che costringe i protagonisti e gli eroi a confrontarsi con la malvagità, a operare delle scelte, per giungere quasi sempre al lieto fine.

Ma le forme delle bugie sono davvero tante e la loro funzione narrativa cambia da fiaba a fiaba. In un viaggio immaginario tra le fiabe più conosciute tentiamo di classificare alcune tipologie di bugie interessanti e riflettere sulla loro funzione narrativa.

Nel libro terzo della grande raccolta di fiabe dei fratelli Grimm (J. e W. Grimm, Fiabe, Einaudi) è riportata una curiosa Filastrocca di bugie, uno spiritosissimo non-sense che fa proprio al caso nostro, ci introduce cioè nell’atmosfera delle fiabe, in un mondo senza tempo e in uno spazio non identificabile, dove tutto può anche andare al contrario e soprattutto dove i personaggi non sono unici, ma tipici. Categorie fantastiche di cattivi, buoni e coraggiosi eroi.

Sono tante le fiabe dove le bugie sono la manifestazione concreta del male. Ripercorriamo per esempio la fiaba dei piccoli, per eccellenza: Cappuccetto Rosso (Grimm). Il lupo, il cattivo, mente spudoratamente ed esageratamente alla bambina fingendosi la vecchia nonna, rispondendo a quelle ingenue domande. «Ma che orecchie grandi che hai». «È per sentirti meglio!». «Ma che occhi grandi che hai». «È per guardarti meglio!». «Ma che bocca grande che hai». «È per mangiarti meglio».

Cappuccetto Rosso illustrato da Nilesh Mistry.
Cappuccetto Rosso illustrato da Nilesh Mistry.

Il male sembra avere la meglio, perché il lupo, non contento di aver già mangiato la nonna, si mangia anche la bambina. Ma il cacciatore, l’eroe della storia, risolverà la situazione portando un giusto lieto fine. E così anche le emozioni del lettore trovano pace ed equilibrio.

Questa fiaba ci fa sorridere, perché la semplificazione è agli estremi, ma dobbiamo ammettere che la simbolizzazione è chiarissima.

Simbolo del male

Dimentichiamo per un attimo la versione edulcorata della fiaba di Cenerentola, e poniamo l’obiettivo sulle due perfide sorellastre, così come le descrivono i fratelli Grimm, nella versione originale. Le sorellastre mentono spudoratamente al principe, quando vengono invitate a provare la scarpina d’oro. Le poverine asseriscono con grande sicurezza d’essere le legittime proprietarie della scarpa e per infilarla, una dopo l’altra, sono addirittura costrette a targliarsi un dito. Ma il principe non può fare a meno di notare quel sangue vermiglio sulle loro calze bianche e le scopre in fallo. Cenerentola finalmente avrà la meglio sulle sorelle e le due bugiarde verranno addirittura accecate dalle colombe bianche durante la cerimonia del matrimonio regale. Incredibile crudeltà, che pone in giusto equilibrio bene e male.

Perfino Biancaneve (Grimm) viene ingannata dalla vecchia che le offre una mela succosa. La ragazza cade in tentazione e rimane vittima della sua golosità. Ma sul finale, quando tutto sembra perduto, non è un bacio che magicamente risveglia Biancaneve, come fa credere una certa produzione moderna, bensì uno scossone della bara di cristallo. I servitori del principe, là, nel mezzo del bosco, tra i sette nani piangenti, ricevono l’ordine di portare quell’urna di cristallo al castello e nel sollevarla inciampano. È grazie a quest’urto che Biancaneve sputa il boccone avvelenato, che le si era fermato solo nella gola. E, come per incanto, si sveglia dinanzi al suo principe. Anche in questo caso, il "peccato" di Biancaneve viene cancellato dagli eventi e la regina-strega perirà d’invidia. Il suo peccato infatti era ben più grave!

Nell’allegra fiaba de Il lupo e i sette capretti (Grimm), adatta ai piccoli, per via della sua ciclicità rassicurante, il lupo cattivo tenta per ben tre volte di ingannare i capretti da dietro la porta di casa loro. Alle bugie pronunciate per bocca del lupo vengono associati dei trucchi concreti: il lupo mangia delle caramelle al rabarbaro, per affinarsi la voce e si tinge le zampe di bianco con acqua mischiata alla farina. Il male, insomma, non ha limite e sembra aver la meglio sui capretti. Il lupo infatti riesce nel suo inganno ed entra nella casa. Solo il più piccolo dei sette malcapitati si salva, perché trova un buon nascondiglio. La mamma, tornando, sistemerà tutto. La mamma in questo caso è l’elemento che rassicura i piccoli, qualsiasi cosa succeda, anche la più terribile delle eventualità (il lupo si è mangiato tutti i fratellini!). Questo lupo avrà la sua punizione: finirà in fondo al pozzo con pietre nella pancia, al posto di teneri capretti.

In tutte e quattro le fiabe, che abbiamo ricordato, l’inganno, la bugia vengono contrapposti alla verità, alla giustizia. Come spiega Bruno Bettelheim, nel suo Il mondo incantato (Feltrinelli, 1998), in queste fiabe il bene vince sul male e il bambino si identifica con l’eroe buono, che esercita una forte attrattiva su di lui. La domanda che si pone il bimbo non è: «Voglio essere buono?» ma: «Come chi voglio essere?».

Esiste però una fiaba riportata da Grimm, in cui la giustizia non trionfa. Si tratta di Gatto e topo in società, dove il gatto ha più volte il sopravvento sul topo e alla fine quest’ultimo viene mangiato. Il male qualche volta vince: la catena di bugie che il gatto inventa a spese del suo socio è esponenziale e non può che concludersi con la morte di quest’ultimo.

Leon Garfield, celebre scrittore inglese per l’infanzia, sostiene che in ognuno di noi c’è un fuorilegge e che i bambini debbono sapere che è naturale avere impulsi aggressivi, desideri egocentrici. Il gatto di questa fiaba dunque diventa un esempio perfetto per far conoscere ai bambini anche questo aspetto della loro persona, in modo che imparino a "dimensionarlo". Chi di noi non ha mai detto bugie? Chi di noi non si sente un po’ gatto? Questo è il messaggio che passa dalla fiaba.

Un modo per crescere

Ci sono fiabe definite di iniziazione, che hanno una trama che trae origine da una bugia. La più esemplare è la fiaba di Hänsel e Gretel (Grimm), che racconta di questi due sfortunati fratelli ai quali il padre, costretto dalla miseria, mente senza cuore. Egli promette di andarli a riprendere nel bosco, all’imbrunire, per ben due volte. I bambini però sanno che verranno abbandonati e trovano il modo di tornare da soli verso casa. Solo il terzo tentativo di abbandonare i bambini nel bosco avrà successo e sarà allora che Hänsel e Gretel troveranno la casetta di pan di zucchero. Inizieranno cioè a cavarsela da soli, si avventureranno nella vita. Faranno tesoro delle avversità vissute in precedenza, infatti essi stessi mentiranno alla strega: Hänsel porgerà un ossicino dalla gabbia, invece del dito grassottello, e Gretel fingerà di non saper aprire il forno da sola, per poterci spingere dentro la strega.

I bambini imparano a difendersi, diventano in qualche misura adulti. La storia poi ha un secondo finale, infatti anche la famiglia, come valore irrinunciabile, viene recuperata. I fratelli, una volta eliminata la strega, si appropriano del suo tesoro e trovano la strada di casa, dove c’è il padre, che, consumato dal rimorso per averli abbandonati, ritroverà a sua volta il gusto di vivere. Una fiaba ricca di dettagli che fanno parte dell’universo bambino e nella quale le bugie hanno un ruolo fondamentale: aiutano a crescere.

Andersen ci propone una fiaba crudele e complessa, che forse rispecchia anche alcuni aspetti autobiografici, che vede l’iniziazione di una bimba (cfr. H.C. Andersen, Fiabe, Einaudi). Si tratta de I cigni selvatici, dove l’intreccio tra bene e male è fitto e doloroso ma Elisa, l’unica femmina di dodici fratelli, alla fine della sua odissea diventa grande, raggiunge l’equilibrio e la felicità. L’inganno, più che la bugia vera e propria, è protagonista in diversi episodi della fiaba. La bimba è vittima di più malefici, ma alla fine riesce a liberare i fratelli dal terribile incantesimo che li trasforma in cigni ogni giorno, lasciandoli sotto sembianze umane solo di notte.

Nella semplice fiaba del Principe ranocchio (Grimm), la bugia aiuterà a crescere la co-protagonista: quella capricciosa principessa che, pur di riavere indietro la palla caduta nel lago, mente al piccolo ranocchio, promettendogli la sua amicizia. Più avanti, quando alla principessa viene chiesto di tener fede alla promessa fatta, il re, il padre giusto, si intromette e la pone di fronte a un muro insuperabile. Non è possibile venir meno a una promessa. La principessa quindi, suo malgrado, accetta il ranocchio in casa. Comprende di aver commesso una scorrettezza e viene poi ricompensata attraverso la trasformazione del ranocchio in principe. Quella prima bugia di bambina viziata la porta ad essere moglie felice.

Il principe ranocchio (Ill. di N. Mistry tratta da "Fiabe da tutto il mondo", San Paolo, 1998).
Il principe ranocchio (Ill. di N. Mistry tratta da 
"Fiabe da tutto il mondo", San Paolo, 1998).

Nella divertentissima fiaba di Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore, vediamo la celebrazione totale della falsità. Tutti i protagonisti, molto meschinamente, mentono a sé stessi e agli altri. Nessuno ha il coraggio di dire la verità: tutti seguono l’inganno dei sarti impostori che dicono di aver confezionato abiti con tessuti preziosi. La catena di falsità porta il vanitosissimo imperatore a sfilare nudo in portantina. La catena viene spezzata dall’innocenza di un bambino che osservando la parata esclama: «Ma non ha niente indosso!», la folla lo segue in un mare di risate, ma a quel punto il vanitoso governante ha già compreso le sue colpe e dimostra di aver imparato la lezione: «Ora devo guidare questo corteo fino in fondo!». E si drizza ancor più fiero. È diventato adulto e degno del suo ruolo.

L’audacia premiata

Ci sono fiabe in cui l’inganno, o la omessa verità o addirittura la bugia sono preposti e necessari alla realizzazione personale del protagonista. Queste fiabe vengono definite prive di morale, nel senso che non presentano il raffronto tra buoni e cattivi. Bruno Bettelheim sostiene che esse hanno uno scopo differente. Polarizzano cioè l’attenzione di chi le legge o le ascolta su un altro tipo di messaggio: tutti possono arrivare al successo, ognuno ha in sé le risorse per essere felice, deve individuarle e avere coraggio, determinazione per esprimerle e raggiungere il suo obiettivo.

Il prode piccolo sarto (Andersen), come dice il titolo stesso, è un piccolo eroe che possiede questo coraggio. Egli ammazza, più per caso che per volontà, sette mosche in un sol colpo. E fa di questa frase il suo motto. Addirittura la ricama sopra una cintura e parte per il mondo. L’ambiguità della frase gli permette di far credere d’essere un valoroso combattente che ha abbattuto sette alberi, sette giganti, sette mostri e via dicendo. Egli impiega tutta la sua astuzia in una serie di confronti con giganti, soldati e re. Alla fine il piccolo sarto riesce a sposare la figlia del re. Una persona umile, non dicendo tutta la verità, ma applicando tutta la sua intelligenza, raggiunge il massimo degli obiettivi fiabeschi: sposare una principessa di rara bellezza! L’eroe quindi non è un personaggio positivo, ma l’attenzione del lettore non si sofferma su questo, viene piuttosto catturata dalla vitalità intrinseca del personaggio stesso, dal suo coraggio e dall’audacia.

Astuzia e coraggio

Ne Il gatto con gli stivali (Grimm) è indicativo che il ruolo negativo di mentitore venga affidato a un animale, il gatto dell’eroe, figlio di un semplice mugnaio, che poi sposerà la principessa. È qualcun altro che mente al posto del protagonista, in modo che la cosa sembri meno grave. Il gatto, astuto, costruisce un piano perfetto, basato sulle menzogne, per ottenere il successo del suo padrone. Il padrone, dal canto suo, dimostra piena fiducia nell’amico. I due verranno premiati abbondantemente e una volta raggiunto l’obiettivo, il gatto torna a essere un animale domestico affettuoso e fedele come gli si conviene, mentre il figlio del mugnaio esce dal torpore dell’obbedienza un po’ cieca e diventa principe illuminato. Una divertente inversione di ruoli che recupera un po’ del buonismo che mancava alla prima parte della storia, facendo dimenticare al lettore la caratteristica di approfittatori dei due, gatto e padrone consenzienti!

Nella fiaba di Jack e il fagiolo magico (Andersen), il successo del protagonista si basa su una frode: ruba il tesoro al gigante, e prima ancora mente alla mamma, o meglio nega l’evidenza, dicendole: «L’ho venduta bene, la mucca, ne ho ricavato sei fagioli». E si legge che la mamma, prima impallidì, poi iniziò a urlare e a pestare i piedi. Infine aprì la finestra e buttò fuori i fagioli. Fu in quella notte di contrasto tra mamma e figlio che la pianta di fagioli germogliò e segnò il destino di Jack. Questo ragazzino, descritto come un tipo indolente e pigro, viene imbrogliato al mercato. Ma i fagioli, che riesce ad avere in cambio della mucca, in realtà sono magici e, grazie a essi, egli incontrerà il gigante e gli sottrarrà la gallina dalle uova d’oro. Una volta salito su quella strana pianta, Jack cambia carattere, diventa intraprendente e furbo. Si trasforma, per ottenere ciò che vuole.

Ancora una volta le bugie e l’inganno aiutano a crescere. Incredibile, direte voi, ma non dimentichiamo che siamo nel mondo delle fiabe, nel mondo del "tutto-possibile".

Lodovica Cima








 

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