Famiglia Oggi.

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n. 12 DICEMBRE
2001

Sommario

EDITORIALE
Il peso dell'educazione
La DIREZIONE

SERVIZI
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La menzogna tradisce l'uomo

di GIORDANO MURARO

apep00010.gif (1261 byte) I tanti registri del falso Sé
di ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Bugie dette a fin di bene
di GUSTAVO PIETROPOLLI CHARMET

apep00010.gif (1261 byte) La scalata sul lato inutile della vita
di
DOMENICO BARILLÀ

apep00010.gif (1261 byte) Giocando a rimpiattino con la verità
di GIUSEPPE MININNI

apep00010.gif (1261 byte) Lo specchio della vita
di
LODOVICA CIMA

apep00010.gif (1261 byte) L'intervista
di
GIORGIO CONCONI

DOSSIER
Storia della bugia
di MARIA BETTETINI

RUBRICHE
INCONTRI
Per non danneggiare gli amici
di ROSANGELA VEGETTI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
«Una merce sempre più rara»
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
L'inganno seduce. E la pubblicità?
di MARCO MIGNANI

MATERIALI & APPUNTI
Come cambia l'educazione sessuale
di EMANUELA TUTTOLANI

CONSULENZA GENITORIALE
Non giustifichiamo la menzogna
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Le famiglie di fatto in Italia
di CARLA COLLICELLI E FRANCO SALVATORI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Rischi per la popolazione mondiale
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

SOCIETÀ & FAMIGLIA - SCENARI FUTURI NELL’ECONOMIA MONDIALE

«Una merce sempre più rara»

di Beppe Del Colle

I mutamenti riguardanti l’occupazione, avvenuti nell’arco di una generazione all’interno di un piccolo paese, sono indice dei cambiamenti che, a livello più ampio, stanno verificandosi in tutte le società occidentali. Famiglia e lavoro sembrano destinati a perdere significato e valore.

Pieve Santo Stefano è un piccolo Comune (tremila abitanti) nell’Alta Val Tiberina: il Tevere è, lì, poco più di un rigagnolo che qualche volta, ingrossandosi per le piogge, provoca dei guai. Pieve è l’ultimo dei Comuni della Toscana, in provincia di Arezzo, prima del confine amministrativo con la Romagna. Nel raggio di poche decine di chilometri, intorno a Pieve c’è il meglio dell’Italia medievale e rinascimentale: la Verna di Chiusi, con il sasso su cui si posò il corpo malato di san Francesco d’Assisi; Anghiari, con la cappella della Madonna del parto di Piero della Francesca, e Sansepolcro, dove Piero è nato e dove ci sono alcuni suoi capolavori; e Bibbiena e il Casentino, con i ricordi danteschi, e Camaldoli e il suo Eremo; e dappertutto terrecotte dei Della Robbia.

A Pieve ce ne sono diverse nella chiesa parrocchiale, e una, grande e bellissima, nella sala centrale del Municipio. Leggenda (o storia) vuole che nel 1944, mentre i tedeschi si ritiravano dalla Linea Gotica e distruggevano tutto quello che aveva per loro un minimo significato strategico, il comandante di un reparto che aveva l’ordine di far saltare tutte le case e tutti i ponti sul Tevere a Pieve Santo Stefano risparmiasse solo, appunto, la chiesa e il Municipio a causa di quei Della Robbia, cioè di una famiglia di artisti che lui amava. Così andò che tutta Pieve saltò in aria, meno quei due edifici.

Perché parliamo di Pieve? Perché lì c’è, da una quindicina di anni, l’Archivio diaristico nazionale, che ogni prima domenica di settembre festeggia in piazza il vincitore del premio Pieve-Banca Toscana riservato alla migliore fra le centinaia di memorie scritte (diari, autobiografie, epistolari) che ogni anno arrivano all’Archivio? No.

Ne parliamo per bocca del sindaco, Albano Bragagni: «Pieve è sempre stato un paese contadino e di pastori. Molti emigravano. Quando più di una ventina di anni fa cominciai qui, dove sono nato, la mia attività di industriale aprendo uno stabilimento di fibre ottiche, la mia prima manodopera era fatta, appunto, di contadini. Grandi lavoratori, si capisce, ma che della vita di fabbrica non sapevano nulla: dovettero imparare tutto dal principio, rispetto degli orari, dei ritmi, della produttività che non dipendeva dalla benignità o dalla cattiveria climatica delle stagioni, ma dalle regole della tecnologia industriale, dal mercato, dai contratti di lavoro, dalle macchine, e così via».

«Adesso arrivano in fabbrica i figli di quei contadini-operai, e devo dire che, dal punto di vista della cultura industriale, sono migliori dei loro padri. Sono ricchi di una mentalità completamente diversa da quella dei genitori, che tuttavia hanno assorbito naturalmente in casa, in famiglie che nel giro di una sola generazione si sono trasformate. Oggi non solo a Pieve ma in tutta la nostra provincia trovare un disoccupato è un’impresa: e meno male che ci sono gli immigrati, anche se pure con loro bisogna ricominciare da capo, insegnandogli che cosa significa operare in una fabbrica moderna, in cui si lavora ai sistemi di cablaggio che esportiamo in tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti».

È bastata dunque una generazione, in un piccolo Comune nel cuore di una civiltà antica, operosa e illuminata come quella toscana, per cambiare il volto di una collettività fatta di famiglie radicate sulla terra, sul lavoro dei campi. Nel cambiamento radicale, in cui si sono perdute abitudini, conoscenze, abilità manuali e intellettuali, sostituite da altre, quelle famiglie hanno saputo comunque trasmettere immutata ai loro figli almeno una cosa, importante: l’attaccamento e il rispetto del lavoro, l’amore per la fatica che esso continua a richiedere, nonostante le novità tecnologiche.

Le nuove leggi di mercato

Ma i futurologi ci dicono, partendo dalla realtà di oggi e immaginandone gli sviluppi, che già la prossima generazione di lavoratori sarà totalmente diversa da quella che sta diventando adulta adesso. Secondo Jacques Attali, guru della sociologia francese, già consigliere speciale di Mitterrand, «così com’è oggi la famiglia non assolve più alla funzione sociale che la legittimava: trasmettere una cultura e un nome ai bambini. Nel Nord, l’adolescente passa più tempo davanti agli schermi che in compagnia del padre o della madre». Ma non basta: l’individualismo e le leggi del mercato faranno sì che crescerà sempre più il numero delle famiglie divorziate, con coppie che avranno in casa figli nati da partner precedenti, giovani ai quali nessuno sarà più in grado di trasmettere profondamente qualsiasi cosa.

Contemporaneamente, sempre secondo Attali, il lavoro diventerà «una merce sempre più rara, da dividere tra molte più persone, che dovranno lavorare per un periodo più breve, con compiti più virtuali, più nomadi, più precari». «Più della metà dei lavoratori non sarà più costituita da salariati, e la metà dei salariati non lavorerà più a tempo pieno, né sarà legata all’impresa da un contratto a tempo determinato. Il telelavoro fornirà la metà dei posti di lavoro». «Il lavoro continuerà a essere faticoso per due miliardi di uomini, di donne e di bambini del Sud, costretti, per sopravvivere, a lavorare in condizioni di schiavitù pressoché totale». (Tutte queste citazioni sono tratte dal Dizionario del XXI secolo di Jacques Attali, Armando Editore, 1999).

Se così si esprime un sociologo di tradizione "di sinistra", cosa prevederà mai un "falco" del pensiero opposto, di tradizione liberista? Ecco cosa scrive Edward Luttwak, nel suo Dittatura del capitalismo (Mondadori, 1999): «Anche negli Stati Uniti l’ortodossia monetaria svaluta il lavoro per non svalutare il denaro, ma invece di creare disoccupazione genera un calo delle retribuzioni: oltre la metà di tutti i posti di lavoro dell’economia statunitense sono oggi meno remunerati rispetto a vent’anni fa, a valore del dollaro costante. Non c’è di che stupirsi se i nuovi posti di lavoro si creano a milioni, come i presidenti americani amano declamare: la forza lavoro americana costa poco». Dunque, frammentazione, atomizzazione, perdita di significato e di valore sia della famiglia che del lavoro.

Tutto questo, va ricordato, è stato previsto e scritto prima dell’11 settembre 2001, giorno in cui gli Stati Uniti hanno scoperto di aver perso il dominio esclusivo del proprio destino. Per motivi diversi ma convergenti a un unico risultato, e aggravati dopo lo scoppio di un conflitto che solo pochi intellettuali e scrittori di fantascienza potevano aver immaginato, famiglia e lavoro sembrano destinati a non avere più nulla in comune nella società occidentale del secolo appena cominciato. Non avremmo mai pensato di dover scrivere parole come queste. E adesso, non abbiamo il coraggio di cancellarle, tanto ci sembrano terribilmente plausibili.

Beppe Del Colle








 

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