Famiglia Oggi.

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n. 1 GENNAIO
2002

Sommario

EDITORIALE
No all'omologazione delle culture
La DIREZIONE

SERVIZI
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Il prodotto di molte forze

di RENATA LIVRAGHI

apep00010.gif (1261 byte) Contrastare le politiche inique
di ACHILLE ARDIGÒ

apep00010.gif (1261 byte) Costruire le premesse al futuro
di ENRICO CHIAVACCI

apep00010.gif (1261 byte) L'irrinunciabile costruzione di sé
di
DOMENICO BARILLÀ

apep00010.gif (1261 byte) Una nuova dimensione planetaria
di LUCIANO PEIRONE

apep00010.gif (1261 byte) Fra globale e locale il caso del cibo
di
DOMENICO SECONDULFO

Il glossario utile per capire
a cura di CRISTINA BEFFA

DOSSIER
Dal mercato globale alla giustizia universale
di CLAUDIO RAGAINI

RUBRICHE
INCONTRI
Un campo di gioco per il denaro
Diritti in contrasto col mercato occidentale
di PAOLO PERAZZOLO e ORSOLA VETRI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Aprire la porta a chi bussa carico di fede
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Navigare vicino alle coste
di ENRICO BERTOLINO

MATERIALI & APPUNTI
Quali diritti e quali doveri?
di CINZIA BOSCHIERO
Nuovi criteri di ospitalità
a cura della REDAZIONE
Condividere l'esperienza
di CRISTINA BASILICO

CONSULENZA GENITORIALE
Al servizio degli affetti
di GIANNI CAMBIASO

POLITICHE FAMILIARI
Rispondere ai bisogni della famiglia
di GIANLUCA BORGHI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
L'era dei divorzi "on line"
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

PER NON SUBIRE IL PRESENTE

Costruire le premesse al futuro

di Enrico Chiavacci
(docente emerito di Teologia morale, Facoltà teologica di Firenze)

Ogni relazione interumana avviene all’interno di aree che vanno dall’economico al finanziario, dal politico al militare e al massmediale. Urge una risposta responsabile a partire dal basso.

La globalizzazione, se la intendiamo come convivenza unitaria dell’intera umanità, potrebbe essere una cosa molto bella, rispondente all’invito del Signore: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21) e alle parole di Paolo: «pacificando col sangue della sua croce tutti gli esseri» (Col 1,20).

Seguendo l’indicazione precisa del Concilio, si deve pensare oggi all’umanità non più come a una somma di Stati sovrani, ognuno preoccupato del proprio interesse: si deve pensare piuttosto a una "famiglia umana" in cui i singoli come gli Stati devono preoccuparsi del bene di tutti. La grande e tradizionale dottrina cattolica del bene comune della società civile deve oggi essere ripensata come bene comune della famiglia umana: «rendere più umana la vita di ogni essere umano ovunque sulla terra», è il monito della Gaudium et spes (n. 77).

L’evoluzione rapidissima – e ancora in corso – delle nuove tecnologie (elettronica e informatica) permette oggi il passaggio di informazioni in tempo reale da un capo all’altro del pianeta, e il movimento di persone e merci in tempi rapidissimi e a basso costo. Due esempi: fino agli anni ’40 dall’Europa si poteva andare a New York con i transatlantici in 5/7 giorni; fino agli anni ’60 si poteva andare in aereo – a costi elevati – in 18 ore; dagli anni ’70 con gli aerei a reazione si vola – a basso costo – in circa 8 ore, e con il Concorde in 3 ore; gli stessi tempi occorrevano – e occorrono – per inviare una lettera, ma oggi con una e-mail, al costo di una telefonata urbana, una lettera o un documento o una foto arriva in pochi secondi in qualunque angolo del pianeta.

In queste condizioni tecniche davvero si potrebbe organizzare il bene comune della famiglia umana: fare in modo che gli esseri umani siano e si sentano tutti al servizio di tutti.

Ma ciò non avviene. Oggi invece la globalizzazione come possibilità tecnica è strumento di dominio e di potere di un quinto della famiglia umana sugli altri quattro quinti. Per comprendere come ciò possa avvenire, e di fatto avvenga in forme sempre più pesanti, occorre una breve riflessione: se non si ha la pazienza di riflettere un poco, non è possibile una risposta cristiana responsabile.

In un sistema di strutture

Un punto centrale per ogni riflessione sul sociale è il seguente: ogni relazione interumana (non casuale e passeggera) avviene sempre all’interno di un sistema di strutture. Anche l’antico mercato di puro baratto avveniva in un luogo, in un tempo, per beni e con modalità predeterminate. Luogo, tempo, tipo di beni, modalità dello scambio costituiscono una "struttura": un insieme di elementi che, presi in un certo ordine, acquistano un significato ben preciso. Così tutta la vita di relazione all’interno di un gruppo (famiglia, Stato, tribù, eccetera) avviene inevitabilmente entro strutture date e note a tutti i membri. Fino a pochi anni or sono, il gruppo di riferimento, di coordinamento o anche di imposizione delle tante strutture (che costituiscono il tessuto sociale) era lo Stato sovrano. Oggi le nuove tecnologie hanno creato una situazione diversa.

Le tre strutture, economico-finanziaria, politico-militare, della comunicazione di massa, sono sempre più e ormai quasi totalmente dominate o controllate da "agenzie" – centrali di potere – che operano a livello planetario, al di sopra delle teste degli Stati o comunque in grado di controllarne o determinarne le scelte politiche. Queste agenzie sono in mani private, e operano perciò sempre e inevitabilmente in vista del loro privato vantaggio.

Nell’area economico-finanziaria la produzione di beni, e soprattutto di componenti di beni, può avvenire ovunque. Un’impresa italiana affida la produzione a imprese di Paesi dove il costo del lavoro è più basso (in Europa il costo di un’ora di lavoro è 20/25 dollari, mentre in America Latina o in Paesi poveri asiatici è di 3 dollari o anche meno), oppure a Paesi dove esistono mano d’opera e laboratori di ricerca altamente specializzati. Viceversa l’Alenia italiana è altamente specializzata in sistemi di guerra elettronica, che equipaggiano molti aerei da guerra di altri Paesi.

La distribuzione dei beni – il mercato – ha oggi anch’essa dimensioni planetarie. Un commerciante può sapere, tramite l’informatica, quanta e quale merce è disponibile a quale prezzo su tutti i mercati merci del mondo, e così piazzare il suo ordinativo. Il costo del trasporto intercontinentale, su navi capaci di 8.000 containers, è (per unità di prodotto) trascurabile, e in genere compensato ampiamente dal basso prezzo di acquisto. Il grossista può comprare indifferentemente a Vigevano o a Hong Kong. La libertà del mercato sembra un dogma di fede, ma in realtà i Paesi poveri devono sottostare ai prezzi imposti dai ricchi: «libera volpe in libero pollaio», diceva un mio vecchio amico. Ma talora i Paesi ricchi hanno interesse a limitare con dazi o contingentamenti le importazioni dai poveri: così gli Usa frenano l’importazione di prodotti agricoli dai Paesi poveri dell’America Latina per non mettere fuori mercato la propria produzione agricola, che ha costi più alti. E gli Usa sono i paladini del libero mercato. Gli equilibri planetari del mercato del petrolio sono poi talmente complessi che qui è impossibile parlarne.

Per produrre e per stare sul mercato occorrono oggi capitali enormi. Tutto o quasi il denaro raccolto nel mondo tramite banche, assicurazioni, mercati azionari, fondi comuni è gestito da poche centrali di potere finanziario, che traggono profitto dal movimento dei capitali, muovendoli continuamente – 24 ore su 24 – sempre e ineluttabilmente nella direzione del maggiore profitto possibile. La corsa alla massimizzazione del profitto privato è l’unico vero regolatore delle strutture economiche planetarie.

L’area politico-militare è oggi di triste attualità. Non entro perciò nelle questioni oggi brucianti, che sono sotto gli occhi di tutti. Faccio solo tre esempi non legati all’attualità.

Le grandi corporations produttrici di armamenti sono molto poche, con concentrazioni di capitale spaventose. Esse hanno base principalmente negli Usa, ma i capitali possono provenire ed essere controllati da gruppi privati di qualunque altro Paese. La massimizzazione del profitto richiede sempre o guerre in atto o tensioni tali da far sperare (o provocare politicamente) guerre o comunque da farle temere, e così imporre sempre nuovi acquisti di armi.

Inoltre, nel 1980 i Paesi occidentali spinsero l’Iraq – fino ad allora legato all’Urss – a far guerra all’Iran, per sconfiggere il rivoluzionario Komeini, e armarono l’Iraq con ogni mezzo. Ma contemporaneamente il governo Usa aveva bisogno di fondi neri per armare i contras che dovevano combattere il nascente governo rivoluzionario di sinistra di Ortega in Nicaragua: il Congresso aveva negato tali fondi, e allora furono trovati vendendo armi anche all’Iran. In seguito, nel 1991, gli stessi Usa ebbero bisogno di nuove sofisticate armi per combattere l’Iraq, munito proprio degli armamenti che gli stessi poteri avevano loro dato nel 1980.

Terzo, in questi mesi volano i primi prototipi di un nuovo modernissimo aereo da combattimento. Esso sarà pronto per la produzione regolare verso il 2010, prodotto dalle due grandi corporations costituite dai gruppi Lockheed e Boeing: il contratto col Pentagono è per 3.000 aerei, ma è prevista la vendita di altri 3.000 aerei ad altri Paesi. Oggi il potere economico-militare si fonde col potere politico – e lo controlla – per preparare eventuali guerre fra dieci anni, ma principalmente per un budget globale previsto in circa 800 miliardi di dollari.

Penso che sia chiaro perché strutture planetarie militari e politiche siano oggi strettamente correlate fino a essere tendenzialmente indistinguibili.

I mezzi di informazione

Le grandi strutture mediali – riguardanti la comunicazione di massa – sono in pieno sviluppo, uno sviluppo che richiede sempre maggiori investimenti in ricerca e sperimentazione. A essi si deve aggiungere il costo dei vari elementi necessari per una comunicazione di massa: il costo delle apparecchiature elettroniche di base (microprocessori, sistemi di memoria, eccetera); il costo della produzione dei programmi (film, spettacoli, notiziari, réclames, dibattiti: un’ora di programma tv al più basso costo – un talk show – non è inferiore a 20.000 dollari/ora); il costo della trasmissione (ripetitori, satelliti, cavi a fibre ottiche, decodificatori): si pensi solo a quanto può costare un satellite fra produzione, messa in orbita, gestione. Si deve poi aggiungere il campo tutto nuovo della rete globale (Internet).

Per questo da alcuni anni i vari produttori hanno fuso i loro capitali: già nel 1995 la Walt Disney ha praticamente comprato l’Abc, la più grande rete tv Nord-americana. Il processo di fusione è ancora in atto. Enormi masse di capitale privato attendono il ritorno finanziario soprattutto da due fonti.

1 - La pubblicità: ma essa va solo dove vi è larga audience, e cioè programmi costosi di alta qualità o popolarità: per questo i piccoli o spariscono o si sottomettono al controllo dei grandi. Vi sono casi, come Mediaset in Italia, in cui produttore di programmi e agenzia pubblicitaria fanno parte di un’unica finanziaria.

2 - Il controllo dei gusti, dello stile di vita (si impone l’american way of life), ma anche l’induzione di nuovi bisogni e la spinta a sempre maggiore consumismo. Ciò è di ovvio vantaggio a tutte le finanziarie.

Le due fonti di ritorno finanziario creano però un altro gravissimo problema morale: esse inducono modelli di vita buona e desiderabile, modelli cioè di comportamento, di valutazione etica e in sostanza modelli di cultura. Dato che tutta la comunicazione di massa è dominata dal Nord del mondo ed è così una comunicazione unidirezionale (quasi nulla passa dal Sud al Nord), si sta gradualmente imponendo al mondo intero la cultura occidentale. Certe violente reazioni antioccidentali possono trovare qui la loro radice.

In sostanza la struttura mediale planetaria – compresa Internet – è quasi totalmente nelle mani di privati che operano esclusivamente in vista del loro privato profitto o interesse. Le poche strutture pubbliche che ancora sopravvivono in Europa sono a rischio, soprattutto quando governi e parlamenti sono collegati con le centrali di potere mediatico privato. Si pensi infine a questa dura realtà: l’unica centrale di informazione che – via satellite – copre tutta la parte abitata del pianeta è la privatissima Cnn. L’informazione (e la pubblicità) planetaria è quella che la Cnn ha interesse a trasmettere.

Il "che fare?" dei cristiani

Questa è oggi la base oggettiva della globalizzazione: gli strumenti tecnici, pieni di promesse e di possibilità per la famiglia umana, oggi servono solo a una minima parte dell’umanità per controllare e dominare il mondo in base a calcoli di interesse privato. Di un "bene comune della famiglia umana" si sta perdendo ogni traccia. È una realtà terribile, che va vista in faccia e che né un cristiano singolo né le Chiese cristiane possono accettare. Che fare, dunque?

Per le ragioni dette sopra, per me è chiaro che una globalizzazione diversa richiede profondi cambiamenti strutturali, almeno nelle tre aree che ho indicato. Si tratta di un inizio nuovo, epocale nella storia dell’umanità. Salvo sconvolgimenti violenti, imprevedibili, il cristiano e le Chiese debbono sentirsi impegnati in una lotta spirituale, in un cammino di cui probabilmente le nostre generazioni non vedranno la fine: ma senza un inizio doloroso e faticoso, una fine – un qualche significativo cambiamento strutturale – non ci sarà mai. L’inizio di un cammino verso la "globalizzazione della solidarietà" non può oggi partire se non dal basso. Vi è – è vero – l’Onu, ma è oggi volutamente screditata e in pratica esautorata dai veri poteri che controllano le strutture fondamentali della condizione umana sulla terra, ed è per sua natura limitata dal fatto d’essere nata come patto fra Stati sovrani.

Partire dal basso vuol dire molte cose, ma in primo luogo vuol dire partire da noi stessi. Vi è una testimonianza della vita: una vita sobria, tutta centrata sull’idea che noi siamo qui per gli altri: «l’uomo non può realizzare pienamente se stesso se non nel dono sincero di sé» (Gaudium et spes, n. 24). La libertà per il cristiano – come per ogni sincero umanista – non è la libertà di promuovere il proprio vantaggio o interesse o gratificazione ignorando gli altri o a scapito degli altri: ma è proprio questo il modello di "vita buona" che quotidianamente ci viene proposto – e non a caso – dai grandi media. La libertà è la libertà dal dominio dell’uomo sull’uomo (e noi sappiamo chi sono oggi i dominatori), e non la libertà dal grido del misero. I veri padroni, per il cristiano, devono essere i miseri della terra. Con-passione, condivisione, ricerca di informazione disinteressata sulla condizione reale della famiglia umana, accoglienza del profugo e del derelitto di qualsiasi genere: tale dev’essere la testimonianza cristiana della nostra vita privata.

Partire dal basso vuol dire anche impegno nel sociale. Vi è la testimonianza della parola che urge: sarà una povera voce di fronte al clamore dei media, ma la parola sarà comunque detta. Scuola di ogni tipo, ora di religione, omelia, catechismo parrocchiale, incontri e dibattiti in qualunque sede: molte opportunità vi sono, che vanno perdute. Ma senza la creazione di un consenso popolare intorno al nostro tema, non vi sarà mai possibilità di modificazioni strutturali.

Partire dal basso vuol dire partecipare attivamente in ogni forma di volontariato compatibile con i nostri impegni quotidiani. E qui occorre fare molta attenzione. Il volontariato, anche il più eroico, non serve a modificare le strutture: è necessario e doveroso per lenire le sofferenze create dalle strutture della convivenza umana, ma non elimina le cause permanenti della sofferenza. E perciò il volontariato non è la via per scaricare la nostra coscienza: è invece testimonianza di compassione e di condivisione. È dedizione e impegno – anche fino alla morte – nel piccolo, ma dev’essere sempre pensato in grande, come partecipazione a una ben più ampia lotta per un’altra globalizzazione.

Per un’Europa compatta

Partire dal basso per queste vie o per altre simili è necessario per giungere a un vero impegno politico. La creazione di nuove strutture di convivenza per la famiglia umana deve passare per le vie della politica: partire dal basso è creare il consenso necessario a profonde trasformazioni. Tale consenso, per essere efficace, deve riunire molti Stati sufficientemente potenti per poter avere un peso determinante nell’opera di modificazione strutturale planetaria. Ciò non è pura utopia: un’Europa compatta intorno a una visione solidaristica della convivenza umana, portatrice nel mondo di una nuova logica di convivenza, è possibile e addirittura sperabile concretamente. Ma non sarà realizzabile senza l’apporto sociale e politico di tutti i sinceri cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà.

Non mancano dunque le strade per non subire passivamente il presente, né mancano le proposte di eminenti scuole economiche e politiche per progettare il futuro. Si tratta solo di percorrerle: ed è oggi questa la principale condizione di fedeltà al Vangelo.

Enrico Chiavacci








 

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