Famiglia Oggi.

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n. 1 GENNAIO
2002

Sommario

EDITORIALE
No all'omologazione delle culture
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte)
Il prodotto di molte forze

di RENATA LIVRAGHI

apep00010.gif (1261 byte) Contrastare le politiche inique
di ACHILLE ARDIGÒ

apep00010.gif (1261 byte) Costruire le premesse al futuro
di ENRICO CHIAVACCI

apep00010.gif (1261 byte) L'irrinunciabile costruzione di sé
di
DOMENICO BARILLÀ

apep00010.gif (1261 byte) Una nuova dimensione planetaria
di LUCIANO PEIRONE

apep00010.gif (1261 byte) Fra globale e locale il caso del cibo
di
DOMENICO SECONDULFO

Il glossario utile per capire
a cura di CRISTINA BEFFA

DOSSIER
Dal mercato globale alla giustizia universale
di CLAUDIO RAGAINI

RUBRICHE
INCONTRI
Un campo di gioco per il denaro
Diritti in contrasto col mercato occidentale
di PAOLO PERAZZOLO e ORSOLA VETRI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Aprire la porta a chi bussa carico di fede
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Navigare vicino alle coste
di ENRICO BERTOLINO

MATERIALI & APPUNTI
Quali diritti e quali doveri?
di CINZIA BOSCHIERO
Nuovi criteri di ospitalità
a cura della REDAZIONE
Condividere l'esperienza
di CRISTINA BASILICO

CONSULENZA GENITORIALE
Al servizio degli affetti
di GIANNI CAMBIASO

POLITICHE FAMILIARI
Rispondere ai bisogni della famiglia
di GIANLUCA BORGHI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
L'era dei divorzi "on line"
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

DOSSIER - PER UN’ECONOMIA SOLIDALE

DAL MERCATO GLOBALE
ALLA GIUSTIZIA UNIVERSALE

di CLAUDIO RAGAINI
(elaborazione dal libro "Il drago e l’agnello")

Sono molti gli aspetti che interagiscono nella società civile sul terreno della solidarietà. Sostenibilità ambientale, equità sociale, consumo critico, finanza etica sono soltanto alcune delle forme che contribuiscono a rafforzare la partecipazione democratica e responsabile al bene uguale per tutti. Nell’ultimo ventennio si è sviluppato un ampio movimento di opinione che si pone come coscienza critica alle logiche negative della globalizzazione, promuovendo una nuova solidarietà fra i popoli che mira a garantire maggiore dignità a tutti gli esseri umani. Dopo il pionieristico inizio, s’apre adesso una larga strada da percorrere uniti e numerosi.
    

ALCUNE INIZIATIVE DI BASE
LA SOLIDARIETÀ CONSAPEVOLE

A partire dalla fine degli anni ‘70 è andata affermandosi nella società civile internazionale una progressiva consapevolezza del ruolo che organizzazioni non governative e rappresentanze popolari debbano assumere sul terreno della strategia mondiale per la salvaguardia delle risorse ambientali, una più equa distribuzione delle ricchezze, la gestione di un’economia più solidale; nonché nelle sedi istituzionali (Nazioni Unite e grandi organizzazioni internazionali) dove tali strategie vengono pianificate a opera degli Stati, non dei popoli.

Dai primi forum delle Organizzazioni non governative paralleli ai grandi vertici dell’Onu su ambiente e diritti umani, attraverso manifestazioni più o meno clamorose in occasione di incontri internazionali (da Seattle a Genova), si è venuto sviluppando negli anni recenti un movimento di opinione che, al di là di frange estreme e violente, si pone come coscienza critica alle logiche negative della globalizzazione, promovendo una nuova solidarietà tra i popoli e stili di vita compatibili con la dignità di tutti gli esseri umani.

Questa spinta di base per la costruzione di una convivenza mondiale più solidale e pacifica si sviluppa sostanzialmente in due direzioni: quella politica, che opera nella sfera decisionale delle istituzioni internazionali attraverso campagne di opinione e pressioni; e quella operativa che agisce sui comportamenti di singoli cittadini e consumatori, attraverso azione di sensibilizzazione da parte di gruppi e movimenti.

Di seguito cercheremo di dare un quadro sintitetico delle principali espressioni quali la solidarietà internazionale, la sostenibilità ambientale, l’equità sociale, il consumo critico, la finanza etica.

L’Onu "dei popoli"

Contrapponendosi all’Onu degli Stati, quello "dei popoli" è un movimento che mira a contribuire al rafforzamento della partecipazione democratica internazionale promovendo delle alleanze tra gruppi di cittadini, organizzazioni della società civile, comunità locali, parlamenti, governi e istituzioni internazionali che possano costituire delle valide alternative sociali economiche e politiche alle tendenze in corso. I principali obiettivi sono: ripudiare definitivamente la guerra e costruire un sistema di sicurezza comune; affrontare le cause della crescente ingiustizia economica e della povertà; promuovere la democrazia internazionale, spingendo anche verso una riforma e una democratizzazione dell’Onu, quale centro strategico della governabilità globale, con una reale rappresentatività della società civile.

L’Onu "dei popoli" si riunisce ogni due anni a Perugia, alla vigilia della Marcia della pace. La prima assemblea, tenuta nel 1995 in occasione del 50° anniversario delle Nazioni Unite, ha visto la partecipazione di 600 associazioni ed enti locali in rappresentanza di 82 popoli di tutti i continenti. La seconda assemblea, tenuta nel 1997, aveva come titolo: "Noi popoli delle Nazioni Unite per un’economia di giustizia" e ha affrontato i problemi della globalizzazione dell’economia. La terza, nel 1999, ha discusso del "Ruolo della società civile globale...", presenti oltre 150 rappresentanti della società civile di tutto il mondo, in preparazione alla Millennium people’s assembly (2000) e del Social global forum di Porto Alegre (Brasile) del gennaio 2001. Quest’anno, infine, rappresentanti di cento Paesi hanno discusso di pace e di diritti umani, alla luce dei tragici e recenti avvenimenti internazionali.

La campagna "Sdebitarsi"

La campagna italiana per la cancellazione del debito dei Paesi più poveri è nata nel 1997, in previsione del Giubileo del 2000, a partire dall’iniziativa del mensile missionario Nigrizia e dallo svolgimento del forum internazionale sul debito che si è svolto a Roma nel quadro delle iniziative dell’Onu "dei popoli" e della Tavola della pace. Sdebitarsi è una coalizione di organizzazioni italiane, laiche e religiose, del volontariato, della cooperazione, del mondo sindacale e della società civile, che si sono unite per chiedere che un miliardo di persone potessero iniziare il nuovo millennio libere dal fardello del debito.

L’organizzazione è parte della campagna internazionale Jubilée 2000 cui aderiscono associazioni di 60 Paesi; ha raccolto milioni di firme in tutto il mondo per raggiungere l’obiettivo proposto e continua nel suo programma, anche dopo la fine del Giubileo per verificare le modalità e i tempi di cancellazione del debito.

Il coordinamento nazionale è tenuto dall’associazione Movimondo, piazza Albania 10 - 00153 Roma (sito: www.unimondo.org/sdebitarsi).

La sostenibilità ambientale

Uno sviluppo equo e sostenibile, nonviolento, lo si sta costruendo attraverso nuovi stili di economia e di relazioni umane che si aggregano avendo come obiettivi la diffusione di stili di vita impostati sulla sobrietà e sul rispetto dei diritti e delle altrui libertà. L’impegno per uno sviluppo sostenibile oltre che con la produzione biologica di molte aziende e cooperative, il riciclaggio, gli interventi contro l’inquinamento, l’effetto serra, il buco d’ozono sono realizzati sia attraverso l’applicazione del "fattore 4" dell’istituto tedesco di Wuppertal a molti materiali, trasporti ed energia (si tratta di un sistema che illustra come raddoppiare il benessere dimezzando il prelievo delle risorse naturali), sia attraverso una molteplicità di interventi e di incentivi di carattere politico e fiscale.

Eccone alcuni: Azienda amica della terra. L’ecobilancio di prodotto è orientato a una migliore descrizione e comprensione delle prestazioni ambientali di un prodotto.

Ecoaudit. È orientato a una trasparente illustrazione delle prestazioni ambientali del sistema produttivo di un’impresa, rendendole pubbliche. L’Unione europea ha emanato un regolamento che raccomanda alle imprese di realizzare su base volontaria un Ecoaudit aziendale e di farlo certificare da un verificatore accreditato.

Energia da megawatt a negawatt. Poiché la fornitura di energia elettrica costituisce un monopolio naturale, perché non sarebbe conveniente avere più linee elettriche di distribuzione, è necessario un organo di controllo, un garante. Negli Usa le Public utility commission (Puc) rappresentano l’interesse pubblico tenendo conto anche della convenienza economica dei produttori che sono stimolati all’introduzione di energia pulita a causa della concorrenza delle fonti rinnovabili e della scoperta delle potenzialità dell’efficienza. Le Puc hanno preteso in molti Stati americani la forma più a buon mercato dell’offerta dei servizi energetici, ovvero la pianificazione energetica al costo più favorevole (least cost planning), anche denominata Pianificazione integrata delle risorse (Irp), presente in Usa non solo nel settore dell’energia elettrica ma anche in quello idrico e del gas. Ciò ha consentito ai consumatori di pretendere servizi derivanti dall’aumento di efficienza, detto anche negawatt, perché sono più a buon mercato dell’aumento di offerta (megawatt). La Commissione europea ha in progetto una direttiva sull’adozione dell’Irp.

Riforma fiscale ecologica

Proposta per la prima volta dall’economista Cecil Pigou (1920), la Riforma fiscale ecologica (Rfe) agisce sulla tassazione sull’uso di risorse ambientali. Può essere intesa come un sistema neutrale, che non aumenti né diminuisca le entrate fiscali, che nel medio-lungo tempo consenta di portare avanti uno spostamento del carico fiscale dal fattore lavoro verso l’uso di energia, risorse primarie e traffico.

Un’altra modalità è data dal sistema bonus-malus, o Feebate, che è una combinazione tra una tassa (fee), una multa o un malus per l’inefficienza di una costruzione, ad esempio, assegnati al costruttore dell’edificio inefficiente, vengono versati su un fondo per i bonus ai costruttori efficienti.

Le "Banche del tempo"

Gli interventi, invece, a favore dell’equità sociale e internazionale riguardano, oltre che la cooperazione e il volontariato internazionale, coi suoi progetti, oltre che le adozioni a distanza e i programmi di educazione allo sviluppo, una serie di iniziative che tendono a incidere sulla produzione dei beni, sui consumi singoli e di gruppo, sulla finanza. Fra le tante ne ricordiamo alcune.

Le Banche del tempo sono dei sistemi locali di scambio (local exchange trading system-lets) il cui obiettivo è di creare una forma di mutua solidarietà in cui lo scambio di beni e di servizi avvenga non con l’uso del denaro, ma attraverso la contabilizzazione del tempo di lavoro che ciascun partecipante mette a disposizione di un dato servizio sociale. La più importante Banca del tempo (o Lets) è in Australia, a Sydney, con una rete di economia solidale di 1.800 membri. In Italia questo tipo di volontariato conta circa 300 realtà operative diffuse soprattutto in ambito locale, comitati di quartiere e comunità. Un osservatorio nazionale sulle Banche del tempo, denominato Tempomat, è stato istituito nel 1995 dal Centro "Il Cittadino ritrovato" di Roma (sito: www.cgil.it/cittadinoritrovato).

I Gruppi di acquisto solidale (Gas) in Italia sono sorti tra cinquanta famiglie a Fidenza, nel 1994, per comprare direttamente dai produttori i prodotti biologici o di uso quotidiano, in spirito di solidarietà, eliminando i costi di intermediazione: a turno alcuni tra i soci del gruppo si incaricano di ricevere gli ordini, acquistare la merce e consegnarla.

I Gruppi di trasporto solidale (Gts), car sharing, cercano di ridurre l’utilizzo delle auto in forma singola e privata e si accordano per usarle in forma collettiva, come in Italia, o ad acquistare in forma societaria un parco da gestire in forma collettiva, come a Brema, in Germania.

Il Commercio equo e solidale: le "Botteghe del mondo". L’idea del commercio solidale (fair trade) nasce oltre trent’anni fa dall’iniziativa di alcune Ong in Olanda e Svezia, consapevoli dello scambio ineguale e iniquo nei rapporti commerciali tra il Nord e il Sud del mondo. Oggi è una realtà ormai internazionale, particolarmente viva in Europa. Sono due i principali organismi di collegamento: European fair trade association, Efta (http://www.fairtrade.nl), è formata da 13 organizzazioni di commercio equo appartenenti a 10 Paesi europei, che gestiscono complessivamente più di tremila botteghe, nelle quali operano 50 mila volontari e circa 600 persone stipendiate, per un fatturato totale di oltre 400 miliardi di lire; International federation for alternative trade, Ifat (http://www.ifat.org/), costituitasi nel 1989, è una federazione che raggruppa e coordina oltre 154 organizzazioni sia al Nord che al Sud del mondo, che lavorano con più di 300 gruppi di produttori in 49 Paesi.

Il Commercio equo e solidale, evitando le logiche assistenziali, propone un modello alternativo di rapporto commerciale, essenzialmente basato su quattro pilastri: importazione diretta di prodotti artigianali o alimentari, in modo da evitare intermediazioni lucrative; pagamento di prezzi equi, sempre inferiori ai prezzi di mercato; prefinanziamento, ovvero pagamento anticipato delle merci, fino al 50% dell’importo totale, all’atto della conferma dell’ordine, così da prevenire il ricorso all’indebitamento da parte dei produttori; assoluta trasparenza nella formazione del prezzo finale.

Un’altra delle caratteristiche del commercio solidale è la selezione dei partner commerciali del Sud: deve trattarsi di gruppi di produttori riuniti in strutture democratiche e indipendenti, che si impegnano a praticare condizioni di lavoro adeguate e che sono normalmente esclusi dal mercato tradizionale. Un’attenzione particolare viene riservata a gruppi che favoriscono l’inserimento delle categorie più deboli e che promuovono tecniche di lavorazione o coltivazione eco-compatibili.

Un ruolo essenziale per la promozione del commercio equo e solidale è svolto dalle centrali d’importazione alle quali ci si può rivolgere per sapere quali sono le "botteghe del mondo" più vicine. In Italia le principali centrali, al momento, sono tre.

Cooperazione Terzo Mondo (Ctm, Altromercato, www.altromercato.it); nata nel 1988, con sede a Bolzano, è la maggiore e mantiene legami commerciali con oltre 140 gruppi di produttori del Sud, che danno lavoro a quasi quarantamila persone. I prodotti che essa importa sono distribuiti in un numero sempre crescente di punti vendita, oggi più di 200, gestiti da oltre un centinaio di associazione e cooperative.

Commercio alternativo (Ca, www.net.com/comalt) è la seconda principale centrale. Costituitasi a Ferrara nel 1992, è una federazione di circa quaranta organismi autonomi ed è caratterizzata da un forte decentramento operativo.

Nel circuito del commercio alternativo anche le singole cooperative, che gestiscono circa 120 botteghe, vengono incoraggiate a stabilire rapporti commerciali diretti con i partner del Sud del mondo: il successo di questa politica è stato tale che il fatturato di uno dei soci, la "Cooperativa equo mercato" di Cantù, ha oggi superato quello della sede di Ferrara.

Cooperazione Terzo Mondo e Commercio alternativo hanno sottoscritto un accordo di collaborazione per stabilire criteri comuni di valutazione dell’affidabilità dei gruppi di produttori del Sud; per unificare l’informazione e la promozione, nonché per adottare un nome comune, Botteghe del mondo, per tutti i punti vendita del commercio equo.

Robe dell’altro mondo (Ram, www.robaweb.com), nata nel 1987, è un’associazione culturale e umanitaria che coopera con vari gruppi democratici e di base del Terzo Mondo (in India, Nepal, Bangladesh e Thailandia) ed è attiva anche nell’ambito del commercio equo.

I marchi del mercato equo

In Europa esistono tre marchi per la certificazione dei prodotti del Sud del mondo commerciati a un pezzo equo: Fair trade mark, Max havelaar, Transfair. Partito in sordina, Transfair si appresta a rivoluzionare l’assetto del commercio equo anche in Italia. Si tratta di un marchio di garanzia internazionale, creato con il duplice scopo di aiutare i consumatori a identificare i prodotti realmente equi e di aprire nuove vie alla loro diffusione. Tale marchio è gestito da un’organizzazione indipendente, Transfair international (già presente in Olanda, Svizzera, Germania, Austria e Giappone), che non commercia direttamente ma provvede a tenere un registro dei produttori del Sud, scelti con gli stessi criteri usati dalle organizzazioni del commercio equo e a stabilire i criteri di commercializzazione che devono essere rispettati dagli importatori e dai distributori candidati per ottenere in licenza l’uso del marchio stesso. Questo certifica i loro prodotti come "equi".

La promozione del marchio, la sua concessione a licenziatari nazionali (dietro il pagamento dei diritti di utilizzo) e il monitoraggio sul suo corretto uso sono affidati, in Italia, a Transfair Italia, fondata nel 1994 da Ctm, Ca, Ram, Mani Tese, Acli, Arci, Pax Christi e molte altre. Il primo prodotto a essere disponibile sul mercato italiano è stato il caffè, per il quale esistono attualmente due licenziatari: la Ctm e la Coop, che distribuiscono nei loro punti vendita sette caffè garantiti. In tempi brevi si prevede l’applicazione del marchio anche a tè, cacao, zucchero di canna e miele.

Nella scelta di un prodotto è importante anche valutare i suoi effetti sull’ambiente durante le fasi di produzione, distribuzione, utilizzo e smaltimento.

Rugmark è l’etichetta che compare sui tappeti indiani realizzati senza manodopera al di sotto dei 14 anni. Viene assegnato dalla fondazione Rugmark, creata appositamente con l’accordo di associazioni di importatori, produttori, Ong e Unicef.

L’Unione europea ha adottato il marchio Ecolabel per indicare i prodotti ecologici in base a una valutazione di impatto ambientale dell’intero ciclo di vita del prodotto.

I criteri per assegnare il marchio (consumo ridotto di elettricità e di acqua, durata nel tempo, riciclabilità, inquinamento) sono stati, per ora, definiti per lavatrici e lavastoviglie, fertilizzanti, rotoli di carta igienica e da cucina, detersivi, lampade a tubo, pitture e vernici, biancheria da letto e T-shirt. Si stanno fissando le regole per altri prodotti.

Contro il lavoro minorile

Tra le iniziative che promuovono un commercio eticamente "pulito" va ricordata la Global march contro il lavoro minorile promossa nel 1998 in oltre 90 Paesi e che ha rappresentato la più vasta campagna mondiale mai lanciata contro lo sfruttamento infantile nella produzione di beni. Lo scopo era di mobilitare il mondo intero per proteggere i diritti di tutti i bambini e sostenere l’Organizzazione internazionale del lavoro nella promozione della ratifica universale della Convenzione n. 182 contro le forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile, convenzione che fino a oggi è stata firmata da 74 Paesi.

L’impegno della Global march è continuato negli anni successivi con una campagna internazionale a difesa dei diritti minorili.

Referente italiano per la Global march è l’associazione Mani Tese (sito: www.globalmarch.org).

Il consumo critico

Uno dei mezzi più efficaci per condizionare il comportamento delle imprese è il controllo del consumo, in modo da premiare le aziende che si comportano meglio e punire quelle il cui operato produttivo e/o commerciale viola dei principi etici. Il consumo critico presuppone un’analisi dei singoli prodotti e un esame delle imprese produttrici. La difficoltà maggiore per i consumatori critici è quella del reperimento delle informazioni sui comportamenti delle aziende produttrici e sul contenuto di giustizia di un prodotto.

Una Guida al consumo critico è stata redatta dal centro Nuovo modello di sviluppo (www.citinv.it/associazioni/CNMS) sull’esempio di analoghe iniziative straniere. La guida è stata pubblicata la prima volta nel 1996, ed è stata aggiornata due volte per renderla aderente alla realtà che muta. L’ultimo aggiornamento è del luglio 2000.

La Guida al consumo critico raccoglie informazioni dettagliate sulle imprese che riforniscono la nostra spesa quotidiana. In tutto si tratta di 170 imprese di cui 100 a dimensione multinazionale, 70 a dimensione nazionale analizzate da 14 punti di vista: trasparenza, abuso di potere, Sud del mondo, ambiente, armi ed esercito, vendite irresponsabili, organismi geneticamente modificati, sicurezza e diritti dei lavoratori, regimi oppressivi, illeciti e frodi, animali, etichette e pubblicità, paradisi fiscali, boicottaggio. Poiché sempre più frequentemente si realizzano contatti tra consumatori e produttori, è nata una rete di comunicazione per lo scambio di informazioni coordinata dal gruppo Consumatori coscienti riciclanti compatibili (CoCoRiCò: http://pages2.inrete.it/cocorico/cocorico.html), nato con lo scopo di raccogliere e diffondere informazioni sulle scelte di comportamento compatibili con la giustizia e la conservazione del pianeta.

Il monitoraggio e il boicottaggio

Sono due i modi nei quali il consumatore può utilizzare il potere che gli è proprio: il primo è monitorare continuamente l’operato delle aziende, allo scopo di rafforzare i sistemi produttivi e commerciali corretti, ed è quanto si propone il Consumo critico. Il secondo è indurre singole imprese ad abbandonare comportamenti che violano in misura particolarmente grave i principi etici. È proprio questa la finalità del boicottaggio, il quale, attraverso campagne che mirano a ottenere un’ampia risonanza, richiama l’attenzione dell’opinione pubblica su argomenti che, altrimenti, rimarrebbero sotto silenzio.

Normalmente le forme di boicottaggio possibili sono due: il boicottaggio di coscienza viene intrapreso anche se non si intravede alcuna possibilità di vittoria; il boicottaggio strategico viene praticato solo se si ritiene che vi siano le condizioni per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Un obiettivo che, comunque, non deve necessariamente essere di grandi dimensioni: «la sensibilità delle aziende, infatti, è molto elevata», ha dichiarato Ralph Nader, uno dei fondatori del movimento dei consumatori negli Usa, «e un calo delle vendite del 2,5% è sufficiente per indurle a rivedere le loro posizioni. Talvolta, anzi, basta presentare la possibilità di una campagna di boicottaggio per ottenere importanti risultati».

Tra le campagne promosse da vari movimenti ricordiamo quelle contro alcune grandi multinazionali come Nestlè o Del Monte (alimentari), McDonald’s (ristorazione), Philip Morris (sigarette e alimentari) o contro le banche accusate di aver finanziato il commercio di armi ("Banche armate").

"Bilanci di giustizia"

L’operazione Bilanci di giustizia è una proposta di revisione dei bilanci familiari presentata dal movimento ecclesiale "Beati i costruttori di pace" nel 1993. Ai nuclei familiari interessati (anche a comunità di singoli) si chiede una riflessione critica sui propri criteri di spesa, con l’obiettivo di evitare o sostituire quei consumi che utilizzano troppa energia, che danneggiano l’ambiente, che possono avere effetti negativi sulla salute umana o che siano il risultato di meccanismi di sfruttamento a danno del Sud del mondo.

È importante sottolineare come la proposta non voglia mettere in discussione le entrate dei singoli componenti del nucleo familiare, né le occasionali spese di rilevanti dimensioni (come l’acquisto di una casa): non si tratta, infatti, di quantificare tutte le entrate e le uscite del nucleo, bensì di evidenziare le voci di spesa per le quali si è deciso di operare un risparmio o uno spostamento dei consumi e i relativi investimenti di giustizia.

Ogni riduzione o sostituzione delle spese diventa l’occasione per entrare in contatto con (e sostenere direttamente) iniziative, campagne o movimenti attivi nei settori della solidarietà sociale, del risparmio etico, della salvaguardia ambientale, del commercio equo o dell’adozione a distanza.

Le famiglie, le comunità e i gruppi, ormai oltre 500, che partecipano all’operazione Bilanci di giustizia, compilano mensilmente un tabulato che aiuta a fare la fotografia del mese trascorso e a predisporre le scelte per il mese successivo. Si ha così l’occasione per verificare le operazioni effettuate; per stabilire il livello di spesa cui sarebbe corrisposto buonsenso, giustizia e prospettive future; per decidere a quale livello attestarsi voce per voce nei trenta giorni successivi, gli impegni e le intenzioni da realizzare per un futuro, capaci di razionalizzare la spesa ed espanderla per gli investimenti di valore morale, solidale o economico.

Le famiglie italiane che sono diventate "bilanciste" sono circa 500. Lo scorso anno, hanno "spostato" consumi per oltre 685 milioni di lire, pari al 27,6% del totale.

Verso una finanza etica

Per restituire trasparenza ed eticità alle scelte di impiego dei risparmi sono nate e si sono rafforzate alcune iniziative di risparmio etico e autogestito. Si tratta, in particolare, delle Mutue auto-gestione (Mag), cooperative finanziarie impegnate nella raccolta di prestiti dai soci e nel finanziamento di attività utili da un punto di vista solidale, ambientale e sociale.

In Italia le prime Mag furono istituite nel 1978. L’esperienza delle Mag porta, nel 1995, alla costituzione della cooperativa Verso la banca etica, che raccoglie il capitale necessario alla creazione della Banca etica. Alla sua fondazione partecipano 21 organizzazioni provenienti dall’associazionismo, dal modo della cooperazione e da esperienze di finanza alternativa. Il 30 maggio 1998 il capitale sociale minimo per la costituzione di una "Banca Popolare" è raggiunto: 12,5 miliardi. L’8 marzo 1999, a Padova nasce la Banca popolare etica d’Italia (www.bancaetica.com/).

La Banca etica è una vera rivoluzione nel mondo del risparmio etico italiano. Si tratta di una vera e propria banca popolare, che ha quindi precedenti storici nelle casse rurali, la quale garantisce la totale trasparenza ed eticità del proprio operato, sia sul fronte della raccolta che degli impieghi, i quali sono riservati a organizzazioni no-profit che perseguono finalità socialmente rilevanti (tra queste la cooperazione con il Sud del mondo).

Banca etica è punto di incontro tra risparmiatori che condividono l’esigenza di una più consapevole, responsabile gestione del proprio denaro e iniziative che si ispirano ai principi di un modello di sviluppo fondato su equità sociale a livello internazionale e su sostenibilità, ove la produzione della ricchezza e la sua distribuzione siano fondati sui valori della solidarietà, della responsabilità civile e della realizzazione del bene comune.

Lo statuto della Banca popolare etica ha messo in atto una serie di strumenti e strutture atte a garantire la trasparenza con la possibilità di seguire l’intero percorso dei risparmi. Si può quindi scegliere di divenire semplicemente clienti della Banca etica attraverso i servizi finora predisposti, o di divenire soci tramite l’acquisizione di quote di capitale (di azioni nominative del valore nominale di centomila lire ciascuna); in occasione delle assemblee ogni socio ha diritto a un solo voto, qualunque sia il numero delle sue azioni.

A tre anni dall’apertura la Banca popolare etica ha oltre 20 miliardi di capitale sociale, 210 miliardi di depositi con certificati di deposito e conti correnti, ha finanziato oltre mille progetti, il 44,2% dei quali nel campo sociosanitario ed educativo.

I microcrediti ai poveri

Sono circa 15 milioni i destinatari dei crediti e dei servizi delle istituzioni di microfinanza nel mondo e crescono del 30% l’anno. E lo sforzo maggiore contro l’esclusione, nonostante l’interesse ostentato da banche e istituzioni internazionali, lo fanno ancora le reti alternative.

La "Banca mondiale" ha stimato in altre 7.000 istituzioni di microfinanza di ogni tipo operanti nel mondo. Almeno 1.300 di esse sono esplicitamente impegnate a perseguire l’obiettivo lanciato dal Microcredit Summit a Washington nel febbraio del 1997: raggiungere 100 milioni di famiglie tra le più povere del mondo, soprattutto le donne di queste famiglie, con crediti per attività lavorative autonome e altri servizi finanziari e commerciali entro il 2005.

Alla metà del 1998 – ultima rilevazione su larga scala – erano quasi 15 milioni i poveri nel Paesi del Sud del mondo, ma anche all’Est e nelle periferie dei Paesi ricchi, raggiunti da programmi di microcredito, per un portafoglio crediti complessivo di oltre 7 miliardi di dollari.

Complessivamente i dieci maggiori programmi di microcredito toccavano al giugno ’98, tutti insieme, 10.821.069 di destinatari. Ma molto significative sono le performance di istituzioni di microfinanza di taglio medio e piccolo.

Ecco alcuni esempi: la Grameen bank, Bangladesh, è la pioniera del microcredito. Fondata da Muhammad Yunus, ha raggiunto nel febbraio del 1999 i 2.367.503 di soci, di cui quasi il 95% sono donne (anche se in molti casi i crediti sono usati dagli uomini di casa). Sono circa 1.800.000 i soci-clienti con prestiti in corso. La Grameen eroga l’equivalente di oltre 30 milioni di dollari di prestiti ogni mese. E il tasso di rientro, anche se sceso con la crisi, è sempre elevatissimo: il 93,2%. La formula della Grameen bank è stata adottata in altri 60 Paesi.

Bank rakyat Indonesia (Bri), Indonesia, è una banca pubblica che, attraverso la sua Unit desa, eroga crediti alle zone rurali del Paese. I destinatari sono oltre 2 milioni 600 mila, ma la banca, in quanto strettamente connessa al sistema finanziario formale, ha risentito gravemente della crisi economica del 1997-1998, con una svalutazione del portafoglio di un terzo. In Bangladesh invece le banche dei poveri reggono molto meglio.

Bank brac, Bengala, è una banca di microcredito rurale, raggiunge 1.719.000 di destinatari, anche in questo caso soprattutto donne, con un portafoglio crediti di circa 95 milioni di dollari, di cui solo il 2% a rischio.

Banco sol, Bolivia, principale banca dei poveri della rete di Americans for Community Cooperation in Other Nations (Accion), raggiunge quasi 80.000 clienti di cui il 65% donne, con un portafoglio a rischio pari al 2% dei 63 milioni di crediti aperti.

K-Kep, Kenya, è la maggiore istituzione di credito ai poveri del continente africano, con oltre 7.000 destinatari (58% donne) e un portafoglio di 4,1 milioni di dollari.

Sewa bank, India, è la cassa di risparmio (8.000 clienti) della Self-employed women’s association, associazione di donne di città e campagna che lavorano nel settore informale e che commerciano anche nei canali dei Fair trade.

La Tobin Tax contro la miseria

Una misura che può essere considerata come un primo, ma importante passo verso una riforma globale del sistema finanziario internazionale è un’imposta del tipo di quella proposta alla fine degli anni Settanta dal premio Nobel per l’economia, James Tobin.

Si tratta di un prelievo limitato, pari allo 0,05-0,01%, da applicare a tutte le transazioni valutarie. Un’aliquota così bassa non disincentiverebbe gli investimenti produttivi e di medio-lungo periodo, mentre renderebbe più costosi quelli speculativi e di breve periodo, contribuendo a disincentivarli.

Secondo una stima prudente, attraverso questa tassa, si potrebbe raccogliere tra i 90 e i 100 miliardi di dollari l’anno, una cifra che corrisponde al doppio di quanto viene oggi destinato alla cooperazione allo sviluppo. Il gettito sarebbe raccolto a livello nazionale dalle banche centrali che tratterrebbero fino all’80% per attività nazionali (servizi sociali, programmi per l’occupazione); destinando poi il restante 20% per attività internazionali (cooperazione, tutela dell’ambiente).

Una tale tassa svolgerebbe una funzione deterrente per gli investitori con orizzonti temporali molto brevi, senza danneggiare gli operatori economici che pianificano investimenti a lungo periodo. Con la risoluzione adottata il 12 ottobre 2000 a Bruxelles, in seno all’Assemblea parlamentare paritetica Acp/Ue dai parlamentari di 92 Paesi, si chiede espressamente l’instaurazione di una Tassa Tobin internazionale per colpire i movimenti speculativi di capitale e una moratoria su qualsiasi negoziato commerciale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), fino a quando non saranno accuratamente rispettati gli interessi dei Paesi più poveri.

Un ulteriore segnale verso la proposta di una tassa come la Tobin Tax arriva, inoltre, dal Fondo monetario internazionale che a fine aprile 2000 ha pubblicato uno studio su un’imposta simile. Si tratta di una misura nazionale di prelievo limitato sui capitali esteri che entrano in un Paese. Per riuscire a colpire solo i flussi a breve termine, quindi i flussi speculativi, che provocano danni alle economie, questa proposta implica l’attivazione di un sistema di rimborsi per gli esportatori.

Claudio Ragaini

(Libera elaborazione a cura del giornalista Claudio Ragaini dal libro Il drago e l’agnello, scritto dalla docente di Geografia dello sviluppo Giuliana Martirani per le Paoline, Milano 2001).

 

"Social watch"

La rete "Social watch" nasce nel 1995 da una coalizione di numerose Organizzazioni non governative (Ong) col compito preciso di monitorare costantemente i comportamenti dei governi, evidenziando progressi e regressi rispetto agli obiettivi dichiarati in tema di sviluppo sociale. Questo impegno si traduce nella pubblicazione annuale di un rapporto che, sulla base dei dati forniti dalle più importanti fonti ufficiali e dai rapporti provenienti dai vari Paesi, offre un’analisi accurata della qualità della vita e dell’impatto delle politiche sociali.

La Rete è costituita da 2.000 Ong e gruppi internazionali presenti in 60 Paesi del Nord e del Sud del mondo. Il Segretariato ha sede a Montevideo, in Uruguay. Coordinatore per l’Italia e l’Europa è l’associazione "Mani Tese". Il rapporto sull’Italia è curato annualmente da "Sbilanciamoci", un cartello di 32 organizzazioni che si occupano di monitorare l’uso della spesa pubblica italiana per le politiche sociali.

 

Campagna acqua

Più di 1,4 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile. Garantire a tutti il diritto a un bene primario, sottraendolo alla logica del mercato e della speculazione, è l’obiettivo della Campagna internazionale che tende a sensibilizzare su questo tema l’opinione pubblica e ad assicurare entro il 2025 l’uso delle risorse idriche a tutta l’umanità. Un "Manifesto dell’acqua" è stato redatto nel settembre 1998 dal Comitato internazionale presieduto da Mario Soares e creato per iniziativa del professor Riccardo Petrella. L’insieme delle adesioni verrà presentato alla Conferenza mondiale delle Nazioni unite "Rio+10" che avrà luogo a Johannesburg nell’ottobre 2002.

Il sito del Comitato italiano della campagna è: www.contrattoacqua.it.

 

Il pallone solidale

Un’interessante iniziativa per sensibilizzare l’opinione pubblica contro la piaga del lavoro minorile è quella lanciata nel 1998 in occasione dei Campionati mondiali di calcio, a opera dell’Unicef-Italia, della Lega calcio e della Transfair Italia (l’associazione che ha il compito di controllare l’applicazione di criteri equi e solidali nella produzione).

Con lo slogan: «Questo pallone non l’ho cucito io», sono stati distribuiti sul mercato e negli Stati dove si giocavano le partite di serie A e B palloni garantiti dal marchio internazionale "Fair trade quality", realizzati in Pakistan (dove è concentrata l’80% di questa produzione), senza l’impiego di manodopera infantile.

 

La Rete Lilliput

Una delle più recenti forme di aggregazione tra associazioni, gruppi e semplici cittadini che intendono contrastare le logiche negative della globalizzazione, promovendo nuovi stili di vita e un’economia di giustizia, viene dalla Rete Lilliput, costituita nell’ottobre del 2000 per iniziativa di 17 movimenti e associazioni che operano in campi diversi (umanitario, ambientale, sociale) e che ha dato vita a un collegamento tra i gruppi partecipanti per la promozione di campagne di opinione. «...Diamo avvio alla Rete Lilliput», afferma il manifesto istitutivo, «per unire in un’unica voce le nostre molteplici forme di resistenza contro scelte economiche che concentrano il potere nelle mani di pochi e che antepongono la logica del profitto e del consumismo alla salvaguardia della vita, della dignità umana, della salute e dell’ambiente». La Rete Lilliput è strutturata in "nodi" sparsi in tutta Italia (circa 600).

Il sito è: www.retelilliput.org

 

Letture utili

Sul tema dei consumi solidali esistono numerose pubblicazioni. In un elenco pur sommario non possono certamente mancare:

  • Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Guida al consumo critico, ed. Emi, H 12,91.

  • Terre di Mezzo, Fa’ la cosa giusta, guida pratica al consumo critico e agli stili di vita sostenibili a Milano e in Lombardia, ed. Berti, H 8,01.

  • La rete di Lilliput, Alleanze, obiettivi, strategie, ed. Emi, H 10,33.

  • Paolo Coluccia, La banca del tempo, ed. Bollati Boringhieri, H 12,39.

  • Francesco Gesualdi, Manuale per un consumo responsabile, ed. Feltrinelli, H 11,36.

  • Marinella Correggia, Manuale pratico di ecologia quotidiana, ed. Mondadori, H 9,30.

  • Naomi Klein, No logo. Economia globale e nuova contestazione, ed. Baldini & Castoldi, H 16,53.

  • AA.VV., Guida al consumo solidale, Coop. Pange, Roma 1999.

  • Riccardo Milano, La finanza e la Banca etica, ed. Paoline, H 13,43.

  • Rivista: Altreconomia (www.altreconomia.it).

 

I fondi etici

Una forma particolare di finanza etica è rappresentata dai Fondi obbligazionari sottoscritti da risparmiatori, i quali si impegnano a destinare una percentuale della rendita maturata in progetti di sviluppo proposti da una Organizzazione non governativa e vagliati da un Comitato di garanti.

È questo il caso dell’iniziativa attuata a partire dal 1995 dal Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà) con il gruppo Ras e oggi diffusa in altri Istituti finanziari.








 

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