Famiglia Oggi.

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n. 1 GENNAIO
2002

Sommario

EDITORIALE
No all'omologazione delle culture
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte)
Il prodotto di molte forze

di RENATA LIVRAGHI

apep00010.gif (1261 byte) Contrastare le politiche inique
di ACHILLE ARDIGÒ

apep00010.gif (1261 byte) Costruire le premesse al futuro
di ENRICO CHIAVACCI

apep00010.gif (1261 byte) L'irrinunciabile costruzione di sé
di
DOMENICO BARILLÀ

apep00010.gif (1261 byte) Una nuova dimensione planetaria
di LUCIANO PEIRONE

apep00010.gif (1261 byte) Fra globale e locale il caso del cibo
di
DOMENICO SECONDULFO

Il glossario utile per capire
a cura di CRISTINA BEFFA

DOSSIER
Dal mercato globale alla giustizia universale
di CLAUDIO RAGAINI

RUBRICHE
INCONTRI
Un campo di gioco per il denaro
Diritti in contrasto col mercato occidentale
di PAOLO PERAZZOLO e ORSOLA VETRI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Aprire la porta a chi bussa carico di fede
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Navigare vicino alle coste
di ENRICO BERTOLINO

MATERIALI & APPUNTI
Quali diritti e quali doveri?
di CINZIA BOSCHIERO
Nuovi criteri di ospitalità
a cura della REDAZIONE
Condividere l'esperienza
di CRISTINA BASILICO

CONSULENZA GENITORIALE
Al servizio degli affetti
di GIANNI CAMBIASO

POLITICHE FAMILIARI
Rispondere ai bisogni della famiglia
di GIANLUCA BORGHI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
L'era dei divorzi "on line"
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

INCONTRI 

Diritti in contrasto col mercato occidentale

di Orsola Vetri

L'arrivo a Kabul, città del tutto simile a un cratere lunare, le macerie, i fantasmi del burqa, i kalashnikov, l’ospedale afghano Karte-se e quello di Emergency, e ancora i bambini armati, i corpi straziati, gli arti mutilati e le stampelle: sono solo alcune tra le immagini più sconvolgenti descritte, da Vauro e Giulietto Chiesa, nel volume Afghanistan: anno zero (Guerini, 2001, H 13,43; diritti destinati a Emergency). È il lucido racconto di chi ha voluto portare, concretamente, aiuti e solidarietà a un Paese dimenticato. Alla luce di una simile esperienza Vauro, vignettista e giornalista de Il Manifesto, non può avere nessuna fiducia verso la globalizzazione e ne coglie gli aspetti più devastanti:

«A mio parere, oggi, ciò che appare più evidente è che l’idea che la globalizzazione potesse avvenire attraverso un processo indolore per i Paesi più poveri non è altro che un’ingenua utopia dei suoi gestori. Questi hanno finito per creare un mercato mondiale a immagine e somiglianza delle multinazionali statunitensi, un mercato che non tiene conto dei reali bisogni di gran parte del mondo. Si è visto, poi, che, in realtà, ciò che si è globalizzato, meglio di tanti altri prodotti, è il "terrore". Mi riferisco al "terrore" suscitato dalle immagini delle Torri Gemelle che si accartocciavano su se stesse e al "terrore" che ho potuto constatare, non attraverso la Tv, ma direttamente negli occhi di civili, donne e bambini afghani, colpiti dai bombardamenti».

Vignetta tratta dal volume "Afghanistan: anno zero".
Vignetta tratta dal volume "Afghanistan: anno zero".

  • Secondo lei, sarebbe possibile individuare un atteggiamento positivo per vivere e sfruttare la globalizzazione?

«Solo se fosse possibile sviluppare la "globalizzazione dei diritti": riscoprire la valenza delle parole "diritto umano", partendo dal diritto minimo di ogni individuo. Mi riferisco al diritto a un’esistenza dignitosa, a non morire di fame o per la guerra, all’istruzione, a essere curati: tutti diritti, attualmente, negati a tre quarti dell’umanità. Se globalizzassimo i diritti, allora, ben venga la globalizzazione!».

  • Perché ciò non accade?

«Perché, purtroppo, la "globalizzazione dei diritti" è in netto contrasto con quella del mercato. Infatti il modello economico prevalente in occidente, in particolare quello statunitense, non è esportabile perché non è esportabile lo standard di vita che questo modello garantisce a una minima parte dell’umanità (quella che viveCopertina de: Afghanistan anno zewro. nei Paesi "cosiddetti" sviluppati). Inoltre, per mantenere tale sviluppo è necessario farne pagare i costi al restante tre quarti dell’umanità. In tal senso si spiega, poi, il prevalere dell’opzione militare e il fatto che la guerra in Afghanistan non è che l’ultima di una serie di conflitti, cominciati nel ’90 con la Guerra del Golfo, e non sarà l’ultimo. Si stanno già delineando i prossimi scenari di guerra: contro l’Irak, la Somalia, il Sudan o addirittura la Siria. È il modo di agire di chi concepisce unicamente la difesa a oltranza di un modello di sviluppo che è, a mio parere, radicalmente sbagliato e dove non può che prevalere la logica della forza».

  • Una "globalizzazione dell’informazione" non potrebbe tornare utile per diffondere, a chi vuole e a chi può occuparsene, informazioni e notizie sui Paesi più bisognosi?

«Sì, sotto certi aspetti, è stata utile, però, come rovescio della medaglia, la "globalizzazione dell’informazione" ha fatto sì che questo modello di sviluppo giungesse ai Paesi più sofferenti soltanto attraverso lo schermo televisivo o, in qualche caso, attraverso lo schermo di un computer. Si è rivelata, così, l’ingiustizia palese del sistema economico occidentale e, in molti casi, è aumentata la rabbia e il rancore. L’informazione per fortuna passa, oltre che attraverso i grossi media e i grandi sistemi informatici, anche attraverso il tam-tam degli immigrati che si trovano in queste nostre società, impregnate di spreco, provenendo da realtà dove non solo lo spreco è inimmaginabile e offensivo. La comunicazione che avviene, invece, attraverso i mezzi d’informazione è più complessa perché la maggior parte e soprattutto i più potenti media sono in mano a quegli stessi centri di potere, economico-finanziario, che determinano la globalizzazione, quindi tendono a passare il messaggio che fa comodo a loro. La cosa che più mi ha scioccato, tornando dall’Afghanistan, è la mole di menzogne e di mistificazioni che dai media occidentali è stata riversata sull’opinione pubblica. La globalizzazione dell’informazione, se non è legata a un forte movimento di indipendenza dei media stessi, non è che uno degli strumenti di egemonia dei grossi poteri finanziari che decidono le sorti del mondo».

Orsola Vetri
   

PER UNA CULTURA DI PACE

Realizzato in tempi brevissimi, Il piccolo libro della pace (Piemme, 2001, H 4,90) è uno strumento semplice, educativo e coinvolgente per rispondere alle domande dei più piccoli di fronte ai tragici avvenimenti di questo periodo. Geronimo Stilton, il simpatico giornalista-roditore protagonista di una fortunata collana illustrata di libri per bambini, tenta di soddisfare, a Copertina de: Il piccolo libro della pace.modo suo, alla domanda del nipote Benjamin che, tornato da scuola, gli chiede di aiutarlo a scrivere un tema assegnatogli come compito: «Che cosa significa per te la pace? E perché ci sono le guerre nel mondo?».

Comincia così il divertente racconto di zio Geronimo che, con l’aiuto del mappamondo, racconta al nipote di Paesi e abitudini straniere, dei tanti modi per dire pace, delle persone che hanno scritto e lottato per la pace. In fondo al libro, da fare insieme a nonni, genitori, fratelli e amici, vi si trovano il Gioco della pace e il Gioco dei popoli del mondo.

I diritti (il 7% sul prezzo di copertina) verranno devoluti a "Medici senza frontiere" e il prossimo 30 giugno 2002 la Piemme comunicherà quanto è stato raccolto con questa iniziativa.

o.v.








 

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