Famiglia Oggi.

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n. 2 FEBBRAIO
2002

Sommario

EDITORIALE
La festa esorcizza il dolore e le ansie
La DIREZIONE

SERVIZI
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Riscoprire la gioia corale della festa

di GIUDITTA LO RUSSO

apep00010.gif (1261 byte) Il compleanno è una rinascita
di CORINNA CRISTIANI

apep00010.gif (1261 byte) Godere di arretrati di lusso
di EDGARDA FERRI

apep00010.gif (1261 byte) Dove profano e sacro ben convivono
di
ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Generare abitudini solide
di VALERIA BOLDINI

apep00010.gif (1261 byte) "Quest'altr'anno a Gerusalemme"
di
FABIO BALLABIO

apep00010.gif (1261 byte) Quale patriottismo promuovere?
di
GIORGIO CAMPANINI

DOSSIER
Prelibatezze tutte italiane
di MARIA CEPEDA FUENTES

RUBRICHE
INCONTRI
Al di là dei cioccolatini
di ORSOLA VETRI

SOCIETÀ & FAMIGLIA
Per quel che resta della cristianità
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
È San Valentino! Lo dicono gli spot
di ERICA PONTALTI

MATERIALI & APPUNTI
A scuola con la torta di cartone
di ORSOLA VETRI
Come cambia la figura paterna
a cura del CISF

CONSULENZA GENITORIALE
È rischioso festeggiare a oltranza
di EMANUELA CONFALONIERI

POLITICHE FAMILIARI
Pregiudizi ideologici al bando
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Una sentenza che crea polemiche
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

FESTE E RITI NELL’EBRAISMO

"Quest’altr’anno a Gerusalemme"

di Fabio Ballabio
(formatore e saggista)

Viaggio all’interno delle famiglie ebraiche italiane per scoprire quali tradizioni religiose siano osservate e come. Inalterato rimane il legame con i padri tramite il Kippùr, giorno di digiuno e di espiazione, rispettato anche dai non praticanti.

Il giornalista Stefano Jesurum introduce così il suo libro Essere ebrei in Italia(1): «Quello che segue è un viaggio, e l’itinerario non è dei più semplici, né dei più lineari. Si tratta di trovare, e di percorrere, le mille e mille strade che conducono un individuo a sentirsi e a dirsi, più o meno, ebreo».

Il volume di Jesurum è una "galleria" di volti accomunati da un’identità di volta in volta coltivata con passione, tiepidamente accettata, subìta o anche respinta con energia ma mai disprezzata e, anzi, considerata in qualche modo preziosa. Gli ebrei italiani sono ortodossi, ma di un’ortodossia difficilmente paragonabile a quella americana o israeliana. Nel mondo gli ebrei si distinguono in ortodossi, conservatori e riformati (o liberali). Gli ortodossi osservano pressoché tutta l’halakhà, cioè l’insieme dei precetti che la tradizione rabbinica ha tratto dalla Torà, la Bibbia ebraica. I conservatori, a partire dall’Ottocento, cercano di modernizzare l’ebraismo senza violare il corpus dei precetti. I riformati o liberali problematizzano radicalmente la tradizione aprendo il rabbinato alle donne, svolgendo le funzioni sia in ebraico che in lingua locale, abolendo il matroneo che nelle sinagoghe separa gli uomini dalle donne.

Seguendo questa classificazione, gli ebrei italiani sono forse più vicini, per indole, ai conservatori che agli ortodossi: la loro religiosità è moderata, e marcato è piuttosto il senso di solidarietà e di appartenenza alla comunità. Scrive Annie Sacerdoti: «Dalle indagini risulta che appena un terzo delle famiglie recita la benedizione del pasto del venerdì sera e anche scarsa risulta la consuetudine del qiddùsh (benedizioni sul vino) e il consumo di carne kashèr (ritualmente "pura"). (...) L’uso delle azzime (pane non lievitato) è una delle tradizioni più rispettate dagli ebrei italiani: a Pasqua, infatti, la famiglia si riunisce per il pranzo tradizionale, il séder (pasto con alimenti simbolici, accompagnato dal racconto dell’esodo dall’Egitto). (...) Almeno la metà degli ebrei accende qualche volta la lampada di Chanukkà (miracolosa riconsacrazione del tempio), negli otto giorni di durata della festa, ma molti che hanno in famiglia bambini lo fanno quotidianamente. (...) Molti ebrei italiani si possono definire "ebrei di Kippùr": la quasi totalità degli ebrei, che non si recano in sinagoga per altre festività, non dimentica il Kippùr (giorno di digiuno e di espiazione dei peccati), mantenendo inalterato il legame con la tradizione dei padri. (...) La maggior parte dei ragazzi celebra la cerimonia che sancisce l’ingresso nel mondo adulto (bar mitzvà) e in Italia, al contrario di quanto accade in altri Paesi, anche le ragazze celebrano con solennità l’ingresso nel mondo adulto con una cerimonia al tempio (bat mitzvà)»(2).

L’osservanza degli ebrei italiani è dunque molto simile a quella dei cattolici italiani. Questo fenomeno di adeguamento culturale e sociologico è lo stesso che ha trasformato le sinagoghe da "scuole" a "case di preghiera" simili alle chiese cristiane, al punto che per distinguerle si adottarono stili architettonici orientaleggianti (templi maggiori di Firenze e Roma).

L’ebraismo italiano ha caratteristiche proprie: non è né ashkenazita (area tedesca) né sefardita (area spagnola), anche se in Israele è considerato sefardita; è ortodosso ma non chassidico e ilchassidismo (movimento di risveglio mistico) in Italia è fenomeno legato all’immigrazione; ha come centro la famiglia e non lo shtetl (villaggio ebraico dell’Europa orientale), per cui quando due ebrei si incontrano cercano di scoprirsi parenti (e spesso lo sono); è razionalista ma non ateo e non ha mai subito alcun conflitto tra fede e ragione; non è mai stato completamente isolazionista né cosmopolita.

Benedizione del padre sui figli, all'inizio del sabato. Dipinto di Oppenheimer.
Benedizione del padre sui figli, all'inizio del sabato.
Dipinto di Oppenheimer.

Letteratura e tradizione

Se si dovesse realizzare un’antologia dell’ebraismo italiano, accanto a brani celebri della letteratura, si dovrebbero raccogliere testimonianze narrative provinciali(3) e dialettali (giudeo-piemontese, romanesco, livornese o veneziano), difficili da tradurre in altre lingue. Certo, non potrebbero mancare dei "classici" come Il sistema periodico di Primo Levi(4), I giorni del mondo di Guido Artom(5),le Pagine ebraiche di Arnaldo Momigliano(6), Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani(7),ilLessico famigliare di Natalia Ginzburg(8) e L’Elogio dell’imperfezione di Rita Levi Montalcini(9).

Se la festa per eccellenza della famiglia ebraica ristretta è lo Shabbat (sabato), corrispettivo della domenica cristiana intesa come Dies Domini (giorno del Signore), quella della famiglia ebraica allargata è invece Pesach (Pasqua). Ecco come la ricorda e la racconta il premio Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini: «Il Séder era atteso tutti gli anni da me con un misto di desiderio e ansietà. Mi incantava la tavola splendidamente imbandita, sulla quale, come prescrive la cerimonia solenne, la padrona di casa (in questo caso la zia Anna che adoravo) disponeva i piatti, le posate e i bicchieri più belli tenuti in serbo per l’occasione e preparava con meticolosa cura la cena ricca di cibi esotici, che a noi bambini piaceva moltissimo. Ma la consumazione della cena era preceduta dalla lunga lettura della Haggadah (il racconto), causa dei miei patemi d’animo. (...) Nelle famiglie ortodosse tutta la Haggadah viene letta in ebraico, nella mia famiglia materna, invece, osservante ma non ortodossa, era letta in italiano, e io e i miei fratelli la seguivamo con grande attenzione. I guai arrivavano quando, dopo aver sollevato una delle focacce azzime e preso in mano l’erba amara disposta sul vassoio del Séder, lo zio incaricato della funzione continuava la lettura di ringraziamento al nostro Dio e Dio dei nostri padri per averci liberato dalla schiavitù... (e per) aver punito gli egiziani per le vessazioni imposte agli ebrei mandando loro i dieci flagelli: i pidocchi, gli animali feroci, l’invasione delle cavallette, la morte dei primogeniti e gli altri che seguivano».

L’augurio pasquale

Il rito pasquale non è esotico ed episodico, ma permea l’intera vita degli ebrei. Nel romanzo storico di Guido Artom, Raffaele è un ebreo di Asti che ripone le sue speranze di emancipazione in Napoleone e desidera contribuire "da italiano" al Risorgimento: «Ai cristiani andava spesso il suo pensiero, a Gesù, che sapeva uscito dalla sua gente, nutrito dalla stessa Legge ch’egli aveva predicato, invitando tutti gli esseri umani ad amarsi l’un l’altro. Eppure, nel suo nome, per secoli gli ebrei erano stati perseguitati, calunniati, uccisi, e ancor oggi dichiarati diversi dagli altri uomini, condannati a vivere separati, chiusi la notte nel loro quartiere come animali nei recinti. Avrebbe voluto conoscerli meglio, i cristiani, ed esserne meglio conosciuto, parlare con loro, al di fuori dei pregiudizi e di un odio nato nell’ignoranza. La grande scoperta di quegli anni per Raffaele fu che poteva ugualmente osservare la sua religione e amare il paese in cui era nato, aspirare alla sua libertà personale insieme a quella di tutti gli altri concittadini. La sera del pranzo di Pasqua, in famiglia, si auguravano a vicenda: "quest’altr’anno a Gerusalemme", l’augurio di essere lontani da lì, nella Terra Promessa, ma in realtà ogni volta che ritornava al Chiossetto, che percorreva i vigneti, che sgretolava tra le dita le zolle rossicce dei campi e i chicchi di grano maturo, sentiva che la sua terra era quella, che il paesaggio di colline, tagliato dalle anse lente del fiume, era quello in cui avrebbe voluto trascorrere la sua vita, i giorni e le notti».

Il centro della vita ebraica non è la sinagoga, ma piuttosto la famiglia. Nella narrazione di Giorgio Bassani anche un rito di Kippùr in sinagoga diventa per un adolescente il pretesto per un ritrovo familiare sotto un insolito "tetto" paterno: «Oramai, se voleva riavermi per qualche minuto in suo dominio – fisico, intendiamoci, soltanto fisico! – A mio padre non restava che attendere la benedizione solenne (di Kippùr) quando tutti i figli sarebbero stati raccolti sotto i taledòt (scialli di preghiera) paterni come sotto altrettante tende. Ed ecco, infine, ecco, trepidamente attesa, la voce del dottor Levi, per solito così incolore, assumere di colpo il tono profetico adatto al momento supremo e finale della berakhà (benedizione). «Jevarehehà Adonài veishmerèha...», attaccava solennemente il rabbino, curvo, quasi prostrato, sulla tevà (podio), dopo essersi ricoperto la torreggiante berretta bianca col talèd. «Su, ragazzi», faceva allora mio padre allegro e sbrigativo, schioccando le dita. «Venite qua sotto!».

Séder o Cena pasquale ebraica, opera di Moritz Daniel Oppenheimer.
Séder o Cena pasquale ebraica, opera di Moritz Daniel Oppenheimer.

Dio nel quotidiano

Nel Tempio di Salomone, il luogo sacro per eccellenza era il Sancta Sanctorum. Nel Santissimo venivano conservate l’arca dell’alleanza e, secondo alcune fonti, le venerate reliquie cultuali: il bastone di Mosè, la verga di Aronne, il vaso della manna e il cuscino di Giacobbe quando sognò la scala. Tutti questi oggetti erano scomparsi ormai da tempo quando Tito (70 d.C.) espugnò Gerusalemme e il tempio sprofondò nel fuoco appiccato da un soldato romano. Così venne meno l’intero sistema culturale e legislativo giudaico, senza la minima speranza di un ripristino in tempi brevi. Jochanan ben Zakkaj, che seppe leggere i segni dei tempi, uscì da Gerusalemme nascosto in una bara e chiese a Vespasiano il permesso d’ospitare a Javne, presso l’odierna Giaffa, un collettivo di farisei. Questo movimento di laici progressisti aveva già da tempo fondato il giudaismo sulle comunità locali e sulla democrazia sinagogale. I farisei procedettero così all’estensione delle tradizioni sacerdotali alla vita quotidiana degli ebrei(10).

Il trattato dei Pirqè Avot (capitoli dei Padri) s’apre con il manifesto di questo epocale punto di svolta: «Su tre cose il mondo sta: sulla Torà, sul culto e sulle opere di misericordia». Secondo la concezione rabbinica lo studio intenso delle Scritture, la preghiera regolare e le buone opere sostituivano il culto del tempio e i sacrifici. La concezione ebraica del sacro divenne quotidiana e fondamentalmente materiale. Intendiamoci: nessuna reliquia è rimasta a Israele. Gli oggetti rituali "parlano" solo se vengono compresi come il frutto di una cristallizzazione della parola di Dio. Un esempio è la mezuzà, realizzazione del comando biblico: «le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte» (Deuteronomio 6,9; 11,20). La mezuzà è una piccola pergamena che riporta a fronte due passi biblici tratti dal Deuteronomio (6,4-9; 11,13-21) e a retro la parola Shaddai (onnipotente). Tale pergamena, arrotolata, è inserita in un contenitore affisso sul punto più alto dello stipite interno destro delle porte di alcune stanze (l’ingresso di ogni casa e la porta di ogni stanza abitata con esclusione di dispense, stalle, lavatoi e bagni).

Vedere e toccare

Le mezuzot vengono affisse nelle sinagoghe e all’ingresso di molti edifici pubblici, inclusi gli uffici governativi dello Stato di Israele. Gli ebrei, entrando o uscendo da un luogo contrassegnato da una mezuzà, la toccano e baciano il dito, affermando così d’essere sotto la disciplina della Torà.

«Sarà per te un segno sulla tua mano e un contrassegno fra i tuoi occhi, perché la legge del Signore sia nella tua bocca, poiché con mano forte il Signore ti ha fatto uscire dall’Egitto» (Esodo 13,9-10). La mano, gli occhi, la bocca: questa parola divina invita all’uso dei sensi e all’esercizio della corporeità. Qualcosa di simile accade anche nella cultura multimediale contemporanea. Le persone sentono il bisogno di vedere e toccare prima ancora che di dire o ascoltare(11). Il recupero della corporeità avviene nella consapevolezza che fra linguaggio della parola e linguaggio del corpo vi è una profonda valorizzazione reciproca. Il corpo può inoltre agire come elemento equilibratore, mettendo in moto processi di demitizzazione e di desacralizzazione contro ogni espressione chiusa e convenzionale della fede. Nel Midrash Rabbà, un commento rabbinico all’Esodo, è scritto: «Rabbi Tanchumà disse: "La voce di Dio sul Sinai fu intesa da ciascuno secondo la sua capacità di intendere. Gli anziani la intesero secondo la loro capacità, i giovani secondo la loro capacità, e così anche i bambini, i lattanti e le donne. Perfino Mosè la intese secondo la sua capacità. Perciò sta scritto (Esodo 19,19): Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce. Ciò significa: con una voce a cui Mosè potesse reggere" (5,9)».

Il linguaggio delle feste, dei riti e delle tradizioni rispecchia l’evento del Sinai: richiama la parola di Dio a ciascuno secondo le proprie capacità, facendo tesoro della sua preziosa e seducente molteplicità.

Fabio Ballabio

  








 

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