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n. 3 MARZO
2002

Sommario

EDITORIALE
Fare del paziente il vero padrone di sé
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Curare il "sistema" famiglia
di PAOLO BERTRANDO

apep00010.gif (1261 byte) Ritrovare il flusso evolutivo
di MASSIMO AMMANITI

apep00010.gif (1261 byte) Perché i mostri non esistono
di EMANUELA BITTANTI

apep00010.gif (1261 byte) Alla conquista dell'adattamento creativo
di
ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Dallo psicologo per stare meglio
di ALESSANDRO MANENTI

apep00010.gif (1261 byte) Un dialogo non ancora iniziato
di
CARLO BRESCIANI

apep00010.gif (1261 byte) Usare le vele o il motore ausiliario
di
NIELS PETER NIELSEN

DOSSIER
Alle radici della terapia della famiglia
di DARIO TOFFANETTI e PAOLO BERTRANDO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Depressi e due volte vittime
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
L'avversione per lo "strizzacervelli"
di ENZO NATTA
Il perché di una nuova rubrica
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
La strada giusta da percorrere
di CLOTILDE PUNZO

CONSULENZA GENITORIALE
Superare i pregiudizi per affrontare la vita
di ENZA CORRENTE SUTERA

POLITICHE FAMILIARI
Modelli di sostegno a confronto
di LUIGI VACCARI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Lo scandalo del dolore
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

ESIGERE RISPOSTE ELEVATE

Dallo psicologo per stare meglio

di Alessandro Manenti
(psicoterapeuta)

Quando ci si rivolge allo psicoterapeuta ci si attende da lui un aiuto adeguato, mai banale né imposto. Tuttavia, la vita deve restare salda nelle mani del paziente cui soltanto competono le decisioni da prendere.
   

Il trattamento del problema mira soprattutto a fornire chiavi di lettura delle sofferenze e dei disagi esistenziali che accomunano gli esseri umani. È il modo con cui si affrontano i fatti quotidiani a decidere del benessere individuale.

Che cosa chiede la famiglia al terapeuta? Evidentemente chiede di stare meglio. Infatti chi si rivolge allo psicologo, di solito, lo fa perché nella sua vita personale o di relazione avverte l’intrusione di un disagio che da solo e con i mezzi finora usati non è riuscito a risolvere. L’interessato stesso (individuo, coppia o famiglia) ne sa riconoscere spontaneamente i sintomi e già nei primi incontri con il terapeuta riferisce una serie di comportamenti e/o sentimenti che lo fanno soffrire. Ma ciò che non sa riconoscere è la radice profonda di quel disagio: se la sapesse gestirebbe il problema da solo. Viene dunque con un problema i cui termini reali sfuggono. Non è tutto lì dove lui sta guardando che si trova la vera e risolutiva lotta.

Lo psicologo, da parte sua, tratta quel problema con un interesse più ampio rispetto a quello del cliente. Lo colloca nel contesto dell’io globale del cliente (se è un problema individuale) o della relazione (se è un problema di coppia o famiglia). Ad esempio, i genitori in conflitto con il figlio vogliono sapere se bisogna dirgli di sì o di no, chi di loro tre ha ragione..., mentre lo psicologo tratta questa domanda nel più ampio contesto del loro stile relazionale di genitori e figlio. I fidanzati chiedono chi dei due deve avere l’ultima parola nelle decisioni e lo psicologo li aiuta a trovare la soluzione facendoli riflettere sulla mentalità sistemica (ad esempio, basata sulla complementarità) richiesta dalla nuova realtà di coppia a cui si stanno aprendo.

Fra domanda e risposta non c’è dunque piena complementarità. La famiglia propone problemi contingenti, il terapeuta li inserisce nel contesto della loro relazione abituale. La famiglia chiede referti, il terapeuta provoca una maggiore intesa relazionale. Il cliente vuole ricette per uscire dal contingente, il terapeuta offre un metodo di crescita(1).

Il trattamento del problema contingente non mira solo a risolvere l’inconveniente attuale, ma diventa esercizio pratico per addestrarsi a un modo abituale più maturo di prendere la vita che servirà da chiave di lettura anche per eventuali problemi futuri. La consulenza psicologica, oltre che risolvere il problema, ha l’ambiziosa mira di dare un metodo affinché le persone sappiano affrontare anche nel futuro e da sole ciò che la vita riserverà. Se il cliente inizia con domande tecniche, a quelle neanche lui si ferma. Anche lui sa benissimo che il funzionamento della sua esistenza non è come quello della sua automobile e se così lo psicologo la trattasse ne resterebbe offeso e umiliato. Dietro a domande tecniche si celano domande di vita.

Seppure impigliato nella diatriba con il figlio sul si può/non si può, a che ora rientrare la sera, motorino sì/no..., ogni genitore sa bene che il problema non si risolve con uno sbrigativo patteggiamento, ma avverte di trovarsi di fronte a un nuovo appuntamento di vita. Avverte, ad esempio, che suo figlio non è più il bambino obbediente di ieri ma l’adolescente riottoso di oggi che vuole fare esperienze di autonomia e, di conseguenza, lui stesso deve scoprire un nuovo modo di essere genitore. La domanda tecnica («aiutami a risolvere le discussioni con mio figlio») nasconde una domanda di vita («aiutami a essere un bravo genitore»).

In ogni domanda circa il problema che sta appesantendo l’attuale fase di vita si cela una domanda molto più impegnativa e imbarazzante sul mistero della vita stessa e l’arte di viverla. Così la esplicitò un figlio adolescente in lotta continua con i suoi genitori: «I vostri sì/no non mi interessano. Vorrei sapere da voi se il futuro paga e se vale la pena diventare adulto». E un altro: «piuttosto che diventare un adulto depresso come voi, preferisco rimanere un adolescente problematico». Ecco il vero problema la cui soluzione condiziona il futuro di questo ragazzo. Per affrontarlo, questi genitori dovranno ripensare alle loro idee sulla vita, a come reagiscono e hanno reagito al fatto che crescere a volte paga e a volte no. E il figlio saprà restare con speranza davanti al suo futuro o resterà ammutolito di fronte alla sfida insita nel crescere? Vincerà l’Io sano che spera nel futuro o l’Io malato che preferisce fissarsi in un eterno presente o regredire in un passato che non c’è più? Nella coppia in crisi prevarrà la cura per il "noi" familiare o la ritirata negli "Io" individuali? Vincerà la rassegnazione e l’ironia oppure la meraviglia e lo stupore per il mistero insospettato che la parola vita contiene?

Accorgersi che nel problema contingente c’è quello di come rapportarsi con il mistero della vita è importante perché permette al cliente di domandare in forma attiva, ossia mantenendosi la signoria nella gestione della propria esistenza anziché consegnarsi passivamente alle soluzioni prospettate dal terapeuta. Può vivere il suo problema con meno sofferenza passiva, diminuisce la concentrazione ossessiva su di esso, lo esaspera meno, si mette lui stesso in grado di accrescere la coscienza degli obiettivi voluti, può sapere meglio ciò che davvero vuole e legare di più il futuro alla sua volontà. Questo ampliamento del "qui e ora" permette di credere che esista ancora un futuro al quale si può guardare.

Liberarsi dall’ansia

Prima di passare a un esempio, vorrei insistere ancora sul potere del problema contingente di aprire alla polifonia della vita. Lo faccio analizzando la situazione d’ansia che accompagna la domanda di aiuto.

Evidentemente è ansia per i fatti di cronaca che stanno popolando il presente. Due sposi ci diranno, per esempio, che lui è stanco di andare tutte le domeniche dai suoceri, che lei non sopporta più che lui fumi in casa, che i figli logorano, che i prezzi aumentano ma lo stipendio no, che la persona amata è diventata noiosa... Ogni coppia ha una ricca collezione di episodi sui quali legittimamente recriminare e arrivare, in un crescendo di disagionoia-allergia-soffocamento, allo stato di claustrofobia che fa scappare via da dove si è, così come ogni coppia, nel corso del matrimonio, può trovare altrettanti solidi motivi per sciogliersi o continuare.

Se il guaio fosse solo nei contenuti di cronaca, basterebbe cambiarli e il disagio scomparirebbe. Invece non è quasi mai così: si cambia lavoro, città, amici e amori, ed ecco che la vita nuova propone altri guai, diversi o versione rinnovata di quelli di prima. Ieri la moglie oggi la salute, prima il lavoro oggi la politica, ieri lo scarso guadagno e oggi come proteggerlo dall’inflazione. Cos’è, allora, che fa problema? Fanno problema le sfide di fondo (simbolizzate nei cangianti contenuti di cronaca), che la vita riserva a tutti e comunque. Il disagio basico che fa scattare la domanda di aiuto è verso le nuove sfide, i nuovi volti che la vita sfoggia di sé e che l’interessato non riesce a verbalizzare e di conseguenza a fronteggiare. Non sono i contenuti ma ciò che essi veicolano a fare problema. Immediatamente non aggrada la cronaca del presente, ma quello che sullo sfondo non aggrada sono i risvolti inaspettati che l’esistere inevitabilmente comporta. Quando il marito protesta perché sua moglie è diventata insopportabile, forse ha documentate ragioni per farlo, ma prima di arrivare a decidere che cosa fare, deve escludere l’ipotesi che ciò che ultimamente non accetta sia che nella vita chiunque inevitabilmente cambia (fa bene a lamentarsi delle carenze di oggi, ma fa male se si lamenta del fatto che nella vita, sempre, qualcosa mancherà).

Le domande di fondo

La domanda diventa, perciò, richiesta di aiuto per gestire con efficienza la cronaca al fine di restare con competenza aperti alle sfide della vita. Essendo, queste ultime, transsoggettive, ossia appartenenti al mistero stesso del vivere, possono essere teoricamente formulate.

A questo scopo è illuminante la nota teoria di Erikson sul formarsi dell’identità psico-sociale(2). Descrive lo sviluppo dell’Io secondo otto stadi successivi. Ognuno di essi rappresenta una stagione della vita caratterizzata da un compito corrispondente, cioè da una serie di interessi che pongono relative domande e chiedono prese di posizione corrispondenti. Possiamo, così, dire che il bambino si pone domande tipiche della sua età diverse da quelle che caratterizzano il mondo adolescenziale, adulto e della vecchiaia, perché il bambino, l’adolescente, l’adulto e il vecchio appartengono a stadi evolutivi differenti.

Ogni soggetto che si trova in un dato stadio lo riempie con una miriade di eventi di cronaca quotidiana del tutto personali e irripetibili, ma tutti quelli che si trovano in quello stadio stanno dibattendo un comune significato di vita, per cui tutti i bambini stanno confrontandosi con il volto bambino della vita, gli adolescenti con quello adolescenziale e così via. A ogni stadio, la vita fa conoscere un suo volto e l’insieme di questi otto stadi compongono il sublime volto del vivere da umani che a noi si svela per tappe. L’utilità del modello di Erikson consiste nell’avvertirci che mentre ci addestriamo sulla cronaca dell’ora attuale, ci apriamo progressivamente anche alla pienezza della vita e quando nella gestione del "qui e ora" insorge qualche difficoltà conviene trattarla non tanto come problema tecnico ma come difficoltà a metabolizzare nuovi e più ampi volti della vita con relative domande e offerte.

Per Erikson gli otto stadi sono: fiducia-sfiducia, autonomia-vergogna e dubbio, iniziativa-colpa, applicazione-inferiorità, identità-diffusione del ruolo, intimità-isolamento, feconditstagnazione, integrità personale-disperazione. Ossia, rispettivamente:

  1. Come continuare a credere nei propri desideri nonostante le forze oscure e violente che segnano l’esistenza? È il tema della speranza.

  2. Come mantenersi la libertà di scelta nel presente e la signoria sul proprio futuro malgrado le inevitabili esperienze di vergogna e dubbio subite nell’infanzia? È il tema della progettualità.

  3. Come avere il coraggio di porsi scopi validi e perseguirli nonostante i freni inibitori di paure in fantasia, sensi di colpa infantili e minacce di punizioni? È il tema della fermezza di propositi.

  4. Come sentirsi capaci e liberi nell’esecuzione dei propri compiti nonostante il senso di inadeguatezza e le pressioni altrui a conformarsi? È il tema della competenza.

  5. Come restare coerenti con i principi personalmente scelti nonostante le inevitabili contraddizioni dei sistemi di valore? È il tema della fedeltà.

  6. Come vivere la donazione reciproca, capace di superare l’ambivalenza inerente a ogni relazione d’amore? È il tema dell’amore realista.

  7. Come coltivare la preoccupazione per ciò che l’amore, la necessità o il caso hanno generato e ad esso legarsi con un’obbligazione irreversibile che supera l’ambivalenza? È il tema della sollecitudine e fecondità.

  8. Come conservare l’interesse e la meraviglia per la vita in sé, al di là di ciò che ci ha dato o non dato e al cospetto stesso della morte? È il problema della saggezza(3).

Aperti alla polifonia

Ma che cosa significa: aiutami a stare bene? Per Erikson, stare bene, cioè risolvere con successo il problema posto da ogni stadio, non significa annullare il polo negativo della sfiducia, vergogna, disperazione... in favore di quello positivo della fiducia, autonomia, integrità..., quasi che crescere bene significhi togliere la mancanza e lasciare solo la pienezza. La serenità non è assenza di dolore (chi si risparmia ogni sorta di dolore cade nell’indifferenza e si preclude l’accesso alla serenità il cui nemico non è il dolore ma la tristezza). Anche la persona matura soffre di una certa dose di sfiducia, colpa, disperazione, isolamento. Quindi la domanda corretta di benessere consiste nell’essere aiutati a rimanere aperti alla polifonia della vita contro il tentativo di ridurla a un suono unico, bello o brutto che sia. La soluzione del disagio comporta il rispetto della totalità dell’esistenza.

Quando in primo piano vi è il polo negativo, questa situazione dolorosa può essere l’occasione propizia per incrementare l’esperienza di fascinazione di fronte alla vita: affina l’attenzione, stimola la curiosità, carica l’esperienza del momento con la sfida di viverla, provoca alla libertà e alla responsabilità, e questo non perché si è livellata la strada ma perché la si è lasciata nei suoi alti e bassi. Infatti, la psicoterapia amplifica l’esperienza lasciandola nella ricchezza di polarità positive e negative.

Molto spesso, il negativo fa problema non perché è negativo ma perché appare in un contesto previo di banalizzazione della vita che non sa reggerlo. Se tanti matrimoni si rompono, non è soltanto perché, nel frattempo, si sono attivati eventi conflittuali ma perché quegli eventi si attivano in un contesto di banalizzazione, dentro a una cronaca che già non diceva nulla di più di ciò che mostra in superficie. L’evento traumatico, allora, anziché acutizzare l’attenzione per capirlo accende la voglia di sbarazzarsene in cerca di spiagge migliori, non perché migliori in sé, ma perché l’abituale spiaggia di casa era già stata spersonalizzata e ciò che si cerca non è una spiaggia migliore ma la speranza di riprovare fascino.

Come si vede la seria psicoterapia individuale e familiare non è un’agenzia in favore del libertinaggio né sede di dissolvimento dell’etica individuale e matrimoniale, e appaiono piuttosto banali certi consigli del tipo: «stanco con lei? Prova con un’altra», «separatevi per prova», «se non sei più felice con lui vuol dire che non lo ami più».

Vignetta.

Spesso, però, il terapeuta enfatizza il ruolo riabilitativo della psicoterapia. Pensa che il suo intervento abbia lo scopo di togliere i conflitti, le tensioni, le ansie e passa ossessivamente al setaccio della interpretazione il materiale portato in seduta (sintomi, comportamenti, sentimenti, fantasie, eccentricità...) con l’illusione fobica di trasformarlo in qualcosa di armonico, tranquillo, assicurato per il tempo a venire.

Secondo il grande psicoterapeuta Perls questo tentativo può essere valido a livello caratterologico ma non a quello ontologico(4). Vale per liberare dalle rigidità, i determinismi e le coazioni a ripetere, per correggere i modi auto-ingannatori di vivere e i riduzionismi di funzionamento che si sono prodotti lungo la storia soggettiva. Ma per lasciare spazio alla gestione più serena della polarità dell’esistere umano. Si può alleviare la tensione di frustrazione ma non quella derivante dal paradosso di essere semplicemente degli umani. Non si accetta che l’esistenza si giochi all’interno di polarità opposte, e se il conflitto ce lo ricorda lo vogliamo annullare con soluzioni apparentemente sagge («dovrei essere...», «se fossi diverso...», «non sono abbastanza...») ma disumane, perché non restituiscono dignità e umanità alla nostra esistenza bensì pretendono di farla entrare in un regime di beatitudine non concesso agli umani. La terapia riporta dunque il cliente alla vera battaglia riconoscibile dentro alle sue forme caratteriali e che Erikson ha descritto nei suoi otto versanti.

Sulla stessa linea, il padre della psicoterapia familiare, Whitaker, ha constatato una specie di accanimento terapeutico che porta la gente a gettarsi nelle iniziative più strane pur di guarire dal fatto di avere una psiche e rinnegare ciò che l’esistere da esseri umani comporta. Questa assurda corsa è favorita dalla cultura dell’Occidente efficientista che interpreta ciò che siamo come la malattia da curare e il cambiamento come condizione di salute, quando invece la psicoterapia dovrebbe restituire umanità alla nostra esistenza e permetterle di essere semplicemente quello che è(5). La psicoterapia – continua Whitaker – non riabilita, non riadatta i devianti alla società e non aiuta il paziente "a farcela" e "a tenere duro", non spalleggia il gioco distruttivo del miglioramento. Non guarisce dall’avere un’anima ma lascia al paziente il diritto di averla. È in questo modo polifonico e non irenico che va interpretato il consiglio: "sii te stesso". Altrimenti arriviamo a un paradosso: ciò che ontologicamente siamo diventa la malattia da curare! E di conseguenza, affrontiamo con modalità fobiche i conflitti caratterologici. Siamo in conflitto con i nostri conflitti perché siamo a disagio con la nostra natura umana. Essere solamente uomini: ecco ciò che l’uomo non vuole essere.

Un caso emblematico

Giovanna era in aperta collisione con i suoi genitori, che per motivi religiosi non tolleravano l’idea che lei vivesse con un uomo senza essere sposata. Giovanna era fermamente decisa di restare con l’uomo che amava, ma accettò di venire dallo psicologo con i suoi genitori perché desiderava ardentemente una riconciliazione con loro, non però al prezzo di rinunciare alle sue idee. Come prevedibile, il dialogo si trasformò immediatamente in una rissa. A loro che le rinfacciavano di essere stata plagiata da un poco di buono, lei rispondeva difendendo la grandezza del suo amore e mentre loro mi riferivano di pregare perché lei si ravvedesse, Giovanna mi descriveva tutti i suoi stratagemmi per farli desistere da queste pie illusioni.

Rotta anche la diga del ritegno, ognuno di loro estraeva a casaccio dalla faretra della propria aggressività strali avvelenati per tacitare l’avversario, ritrovandosi tutti a leccarsi, spossati e in solitudine, le ferite di una lotta inutile e senza speranza. Non rimaneva che domandare al terapeuta chi di loro avesse ragione.

Immaginiamo il dialogo: Giovanna: «Non mi sposo con l’organo e il velo bianco perché a noi piace stare insieme perché ci amiamo e a me non va di fare una cosa semplicemente perché qualcuno mi dice che devo farla».

Genitori: «Dici: "qualcuno"!!! Come se Dio fosse un qualcuno qualsiasi! Oltre che a perdere noi, hai perso anche la fede?!».

Giovanna: «Meglio perdere la fede che diventare dei bigotti come voi. Ma cosa sto qui a perdere tempo: voi non ragionerete mai!».

Genitori (rivolti al terapeuta): «Dica lei chi ha ragione?».

Concentrati sul singolo evento (la convivenza), con la totale dimenticanza del contesto (la configurazione complessiva della loro relazione di genitori e figlia), di questo evento ne vedono le informazioni più appariscenti (è lecito o non è lecito), che si riveleranno banali e fuorvianti per la soluzione della contesa. Lasciato a questo livello effimero, il dialogo si incaglia negli stereotipi ideologici difendendo i quali ognuno ne esce confuso. Il problema è ridotto a scontro di ideologie (la miscredente contro i fedeli), guerra di persone (genitori contro figlia), sfide di volontà (chi vincerà: l’insistenza dei genitori o la testardaggine della figlia?), confronto di referti medici (loro santi e lei pazza o viceversa?). Giovanna resterà con il vanto d’aver difesa la sua libertà e i genitori con la pena d’essere stati traditi, oppure lei starà male perché ha fatto qualcosa di sbagliato agli occhi dei genitori e loro altrettanto per aver sbagliato a educare la figlia. Il conflitto, vissuto a questo livello di cronaca, ha l’effetto di rendere improduttiva la tristezza per le loro rabbie e i loro silenzi e amputa la voglia di riconciliazione che in queste condizioni è impossibile realizzare se non con la rinuncia da parte di qualcuno della propria verità, cosa che nessuno è disposto a fare per il presunto bene dell’altro.

In questo episodio c’è il bisogno di mantenere legami di affetto, desiderio di capire la volontà di Dio (anche nella figlia), augurio di felicità (anche nei genitori), esigenza di fare le cose bene, malessere per l’abbandono reciproco, dolore per vedere invalidata un’intera vita di esperienze fatte insieme, bisogno di non essere tagliati fuori dal proprio passato, desiderio di soccorso reciproco, bisogno di capire cosa significa sacramento. Se Giovanna e i suoi genitori sospettassero almeno di qualcuno di questi elementi, presenti ma tacitati dal conflitto ideologico, allora non potrebbero smettere di parlare perché convinti che l’altro non ascolta.

I genitori riuscirono a fare il salto. Lasciate perdere le polemiche, a Giovanna dissero il loro timore che quel che faceva non avesse futuro e che loro non erano contro la scelta, ma contro quello che avvertivano un entusiasmo non garantito. Al che Giovanna ribatté: «per me la cosa importante è quello che sento adesso e non quello che avrò fra 5 o 10 anni. Non posso intristirmi a calcolare quello che sarà fra 10, 20, 30 anni; sarà quello che la sorte deciderà». Ecco il vero problema di Giovanna e dei suoi genitori: fare decisioni su fondamenta solide è intristirsi o essere saggi? Il futuro è come noi lo vogliamo o come la fortuna ce lo darà?

Come costruire sulla roccia?

I significati ideologici che tanto avevano infiammato questa famiglia sono significati di cronaca, ma il punto emerso circa la solidità da dare al proprio futuro appartiene ai significati di vita. Che cosa Giovanna decida di fare o che i genitori accettino o meno la sua scelta passa sullo sfondo, cedendo il passo al vero interrogativo: come si fa a costruire sulla roccia e non sulla sabbia? È a questo interrogativo e non ai genitori che Giovanna deve rispondere. Anche i genitori devono chiedersi se lo sanno fare. Farlo con la lotta di ideologia è una cosa ridicola. Se non passano a questo livello di gestione competente della vita non rimarrà che eliminarsi a vicenda dal quadro della loro vita, innalzando nel contempo un’inutile barriera tra ciò che si sta facendo e la pienezza di felicità che con quel fare si vuole perseguire.

Questa è la richiesa da fare al terapeuta: essere aiutati a connettere gli episodi di cronaca con il più ampio contesto della vita, a non smorzare l’esistenza quotidiana della sua ricchezza di informazioni. Quando ci si accorge che nel piccolo c’è tutta una serie di domande vitali, quel piccolo viene di nuovo umanizzato e diventa palestra per scoprire altre novità. Come si vede, l’analisi psicologica di ciò che capita comporta inevitabilmente l’interrogativo su ciò che esso significa(6).

Il diritto di sapere

Il paziente (individuo, coppia o famiglia) ha il diritto di conoscere lo statuto epistemologico del terapeuta a cui si affida, conoscere i presupposti teorici e i criteri che egli usa per interpretare il vissuto. C’è da sospettare se l’esperto svicola dal rispondere a domande circa il suo orientamento teorico, semmai trincerandosi dietro a un’interpretazione riduttiva della regola d’essere solo uno specchio attento e silenzioso per il cliente.

Non è consigliabile andare alla cieca, riservandosi semmai di verificare la scelta a contratto terapeutico iniziato. La chiarificazione va fatta all’inizio, prima di incominciare il cammino vero e proprio. Infatti il processo terapeutico, una volta avviato, produce un legame abbastanza profondo fra psicoterapeuta e cliente, del tutto particolare perché asimmetrico: uno dei due svela la propria interiorità e l’altro la osserva e la commenta. In questo contesto di non reciprocità, ritirarsi a cammino avvenuto può essere vissuto dal cliente come fallimento o interpretato dal terapeuta come difesa e quindi fa scattare sentimenti di colpa e/o rigetto. È il rapporto terapeutico stesso che richiede chiarezza da parte di entrambi.

Ma, di fatto, il cliente non sempre può avvalersi di questo diritto perché non è un tecnico del mestiere e non conosce le differenze fra le molteplici scuole psicoterapeutiche (a mio conoscenza in Italia si contano almeno 5 indirizzi generali e 47 sub-specializzazioni). Tuttavia può, nel giro di pochi incontri, intuire come il suo vissuto verrà trattato e valutare se continuare o no. Lo intuisce da come viene accolta la sua sofferenza: problema tecnico da spiegare o evento umano da comprendere? Se la sua interiorità è sottoposta a facili riduzionismi ossia ridotta a schemi interpretativi di una scuola psicologica piuttosto che un’altra, avverte intuitivamente di non essere rispettato. Deve dunque dubitare se il suo vissuto è incasellato in spiegazioni strettamente psicogenetiche del tipo: «sei così perché nell’infanzia...», interpretazioni assolute non inquadrate in un contesto più ampio del tipo: «qui sta parlando il bambino che è in te», letture di stretta causalità come: «non cerchi una moglie ma la madre che non hai avuto», «credi di vivere per gli altri e invece li stai usando solo per te».

Un altro segno consiste nell’osservare come il terapeuta accoglie i valori del cliente. Infatti nella psicoterapia il cliente proietta sul terapeuta il proprio mondo interiore (conscio e inconscio), ivi compresi i criteri che usa per orientarsi nel mondo, la sua filosofia pratica di vita, i suoi desideri e aspirazioni. Forse non ne parla esplicitamente, ma attraverso i piccoli o grandi fatti della sua vita comunica quali sono le coordinate fondamentali del suo esistere, il canovaccio che lui ha scelto per governare il suo operare e vivere. Questo bagaglio di "saggezza privata" può essere oggettivamente stoltezza e follia o soggettivamente vissuto in modo distorto e infantile. In ogni caso, non è mai privo di dignità né può essere squalificato da nessuno.

C’è da dubitare del terapeuta che getta il dubbio sul sistema di valori del cliente per il fatto che sono compensatori, difensivi, irrealistici o addirittura obiettivamente folli e deliranti. Questo terapeuta non solo non vi guarisce la vostra parte vulnerabile, ma vi toglie quel tanto o poco di germinativo che ancora avete. Dubiterei perciò di un terapeuta che insinua l’idea che matrimonio in crisi significhi matrimonio al tramonto, di quello che tratta il problema di coppia con uno solo della coppia ed escluda o ignori l’altro/a sulla ragione che la relazione è patologica o che la solitudine causata dalla crisi coniugale può essere risolta senza l’altro/a o addirittura riempita dalla sua (dello psicologo!) presenza. «Ero in crisi con mia moglie; sono andato dallo psicologo; mi ha aiutato molto senza mai influenzarmi; ma ora mi sono separato da mia moglie»: quello psicologo ha influenzato la separazione più di quanto creda, per quanto scrupolosi siano stati i suoi tentativi di evitarla.

Terzo criterio: poiché la proiezione dei valori è un fatto reciproco e inconscio, anche il sistema personale di valori del terapeuta è importante. Anche lui proietterà inconsciamente i suoi valori su di voi. Personalmente avrei difficoltà ad andare da uno psicologo che si dichiari indifferente nei confronti della fede cristiana o addirittura ostile: il coinvolgimento richiesto dal rapporto è troppo alto per lasciare la fede fra le scelte opinabili(7).

Un altro criterio è il modo con cui il terapeuta vi conduce alla verità su voi stessi. Si va dallo psicologo per conoscersi meglio. Ma ciò non vuol dire che lui arrivi a conoscervi meglio di voi stessi, neanche dopo anni di psicoterapia. Lui conosce di voi solo poco di più di quanto voi stessi conoscete. Semmai, il suo vantaggio è di vedere con un punto di vista diverso, forse più maturo e libero del vostro. Dunque, se voi non dovete aspettarvi da lui la verità su voi stessi, anche lui deve lasciarvi il diritto di essere, voi, a dire la parola definitiva su voi stessi: né voi potete farvi adottare da lui né lui può atteggiarsi a oracolo, profeta, salvatore, guru... Più semplicemente e banalmente, lui dà voce a parole che già erano dentro di voi. Non vi dice nulla di nuovo. Fa solo emergere una verità che già era dentro di voi ma priva di voce. E allora, l’aiuto che ricevete lo dovete sentire vero voi; vero perché vi rimette in contatto con le forze più positive di voi prima incapsulate in voi, ma che ora potete verbalizzare e riconoscere come cose presenti in voi da sempre. Nel caso contrario, lasciate che un estraneo, meno informato di voi su di voi, sia arbitro della vostra verità. Voi diventate dei dipendenti e lui un dittatore.

Un aiuto è vero se dopo l’incontro potete dirvi: «ecco, finalmente uno che mi ha preso sul serio». Non voglio inculcare un’ombra di sospetto sulla categoria degli psicologi. Voglio piuttosto dire che chi va da lui ci va perché cerca di prendere sul serio la vita e da lui pretende una risposta altrettanto impegnativa. La psicologia deve mantenere alto il tono delle sue risposte perché alto è il tono delle domande che a essa si fanno.

Alessandro Manenti

 

LA VITA NON È MAI INDOLORE

La domanda di liberazione dai conflitti non dovrebbe contenere quella della liberazione dalla conflittualità della vita stessa, ossia dalla sana tensione inerente alla polifonia della forma umana dell’esistere. Se, dunque, marito e moglie litigano perché non sono d’accordo su una serie di decisioni pratiche da prendere, fanno bene a farsi aiutare per individuare le forze psicologiche in atto nella contesa: capire, ad esempio, che il litigio rientra nel loro stile relazionale di lotta per il potere, per cui nelle decisioni concrete ognuno, a turno, tende a dominare l’altro o a fare resistenza passiva per non essere dominato. Giustamente devono pretendere d’essere aiutati a trovare processi comunicativi più maturi per contenere e superare non solo l’episodio ma lo stile di lotta. Ma, per non cadere in false aspettative, devono riconoscere che quel conflitto, anche se superato positivamente, ricorda la non superabile ambivalenza della relazione d’amore che deve conciliare il desiderio di incontrarsi e la voglia di conservarsi, l’amore per l’altro e l’amore per sé stessi. Il conflitto di dominazione/passività va risolto, ma quello ontologico sull’ambivalenza dell’amore maturo va accettato. Il che significa che l’amore umano non è quello delle bestie né quello degli angeli ma, semplicemente, umano, fatto di sublimi altezze e infime cadute. Polifonico, appunto.

A un livello immediato è il conflitto caratterologico a farci paura («non voglio più lottare con mia moglie»), ma a un livello più radicale è il mistero dell’amore umano a farci problema («non voglio provare la polifonia dell’amore!»). Preferiamo ridurre la vita al suo polo sublime («voglio amare come un angelo!») e se quello umiliante si affaccia, diciamo che la vita si è spenta («le voglio bene ma non l’amo più»), anziché a questo polo togliere il suo pungiglione di morte e lasciarlo come parte di un vivere finalmente realista.

I temi universali come intimità, benessere, comunicazione, identità sono stati resi patologici dalla fantasia distruttiva che la vita debba essere sempre indolore.

a.m.








 

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