Famiglia Oggi.

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n. 3 MARZO
2002

Sommario

EDITORIALE
Fare del paziente il vero padrone di sé
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Curare il "sistema" famiglia
di PAOLO BERTRANDO

apep00010.gif (1261 byte) Ritrovare il flusso evolutivo
di MASSIMO AMMANITI

apep00010.gif (1261 byte) Perché i mostri non esistono
di EMANUELA BITTANTI

apep00010.gif (1261 byte) Alla conquista dell'adattamento creativo
di
ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Dallo psicologo per stare meglio
di ALESSANDRO MANENTI

apep00010.gif (1261 byte) Un dialogo non ancora iniziato
di
CARLO BRESCIANI

apep00010.gif (1261 byte) Usare le vele o il motore ausiliario
di
NIELS PETER NIELSEN

DOSSIER
Alle radici della terapia della famiglia
di DARIO TOFFANETTI e PAOLO BERTRANDO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Depressi e due volte vittime
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
L'avversione per lo "strizzacervelli"
di ENZO NATTA
Il perché di una nuova rubrica
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
La strada giusta da percorrere
di CLOTILDE PUNZO

CONSULENZA GENITORIALE
Superare i pregiudizi per affrontare la vita
di ENZA CORRENTE SUTERA

POLITICHE FAMILIARI
Modelli di sostegno a confronto
di LUIGI VACCARI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Lo scandalo del dolore
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

DOSSIER - SCHEDE DI APPROFONDIMENTO 

ALLE RADICI DELLA TERAPIA
DELLA FAMIGLIA

di DARIO TOFFANETTI e PAOLO BERTRANDO
(psicologo e psichiatra, entrambi psicoterapeuti)

A differenza della psicoanalisi, nata dall’unico tronco comune della teoria e della prassi freudiana, la terapia della famiglia ha origini multicentriche, che affondano le radici in teorie, ambienti e personalità diverse. Per questo è difficile anche solo individuare i personaggi più importanti nella sua evoluzione. Queste schede vogliono soprattutto essere uno stimolo per quanti vogliano affrontare i principali modelli teorici che stanno alla base delle terapie familiari. Abbiamo così scelto rappresentanti di teorici della cibernetica, che ha reso possibile la nascita di questa forma di terapia, e rappresentanti di altri modelli quali la terapia strategica, l’intergenerazionale, la strutturale, la psicoanalitica, l’umanistica ed esperienziale, la sistemica e la narrativa.
    

LA TERAPIA DELLA FAMIGLIA
UNA CARRELLATA TRA GLI INNOVATORI

I personaggi che hanno innovato i modelli teorici della terapia della famiglia non sono pochi. Fra tutti, abbiamo scelto Gregory Bateson (nonostante non sia mai stato un vero terapeuta familiare), come rappresentante della generazione di teorici della cibernetica che ha reso possibile la nascita di questa forma di terapia; Jay Haley a rappresentare la terapia strategica; Murray Bowen quella intergenerazionale; Salvador Minuchin quella strutturale; Helm Stierlin quella psicoanalitica; Carl Whitaker quella umanistica ed esperienziale; i quattro del Gruppo di Milano rappresentano la vera e propria terapia sistemica, mentre Michael White è il più importante esempio di terapia narrativa e postmoderna. La nostra carrellata parte proprio dalle radici della terapia sistemica.

Gregory Bateson: radici della sistemica

Antropologo, figlio di William Bateson, riscopritore delle leggi di Mendel e fondatore della genetica britannica (lo stesso nome Gregory è un omaggio a Gregor Mendel), Gregory Bateson è un perfetto rampollo della upper middle class intellettuale britannica dell’inizio del secolo.

Dotato dello spirito del grande dilettante inglese, non riesce a limitare il proprio campo d’interesse. In gioventù ha studiato e dibattuto filosofia, accostandosi, all’empirismo critico di Bertrand Russell. Sotto l’influsso del padre studia zoologia, per poi passare all’antropologia; lavorando sul campo conosce la moglie, Margaret Mead, con la quale si trasferisce negli Stati Uniti, dove, dal 1946 al 1948, anima le Macy Conference dalle quali nasce la cibernetica. Nel 1948, costretto a lasciare Harvard per San Francisco, scrive, insieme a Jurgen Ruesch, La matrice sociale della psichiatria (Ruesch e Bateson, 1951), intervistando un gran numero di psichiatri sulla nozione di salute e malattia mentale, e applicandovi i concetti cibernetici sviluppati alle Macy Conference. Nel 1952, finanziato dalla Rockefeller Foundation per uno studio della natura e dei livelli della comunicazione, riunisce un gruppo eclettico ed eterogeneo: John Weakland, un ingegnere chimico, Jay Haley, a quell’epoca un giovane scrittore, e William Fry, l’unico medico, interno alla scuola di psichiatria.

Questo primo gruppo elabora nozioni chiave quali la gerarchia dei livelli di comunicazione e la distinzione fra i canali della comunicazione, verbali (digitali) e non verbali (analogici). Il lavoro sulla comunicazione non verbale diventerà centrale per tutte le terapie della famiglia.

Sotto l’influsso di un nuovo membro del gruppo, Don D. Jackson, psichiatra e psicoanalista di rilievo, l’interesse del progetto si sposta decisamente verso la clinica e la terapia della schizofrenia. Il gruppo ricostruisce un ipotetico scenario familiare per il futuro schizofrenico, caratterizzato da comunicazioni definite "a doppio legame". Chi cresce in un contesto di apprendimento in cui riceve messaggi intrinsecamente contraddittori, in cui finisce per essere costantemente punito, qualunque cosa faccia o non faccia, è comunque obbligato a trovare un modo di sopravviverci. I sintomi della schizofrenia, allora, possono essere considerati la punta dell’iceberg di una comunicazione interpersonale in cui per le persone è difficile trovare un senso al proprio essere al mondo. Nel 1956, l’articolo, Verso una teoria della schizofrenia (Bateson e al., 1956) propone l’ipotesi del doppio legame alla comunità scientifica, ed è considerato il vero punto d’origine della concezione sistemica della schizofrenia e anche della famiglia. Finora, peraltro, il gruppo non ha visto direttamente una sola famiglia: il lavoro con le famiglie viene dopo, come conseguenza necessaria di quanto era stato ipotizzato per via puramente deduttiva.

Dopo il successo dell’articolo, il gruppo Bateson si lancia in una fase altamente produttiva, ma al tempo stesso perde coesione. L’interesse principe di Bateson è aprire nuove vie all’epistemologia. Jackson, invece, è un clinico e il suo interesse principale sono i pazienti e le loro famiglie, mentre Haley s’interessa principalmente della forma che assumono le terapie. Inizia a evolvere una disputa che dividerà negli anni successivi la scuola sistemica da quella strategica. Se Bateson vede la famiglia (come del resto ogni sistema) come un insieme unitario ma fluido di processi di comunicazione, Haley e Jackson la concepiscono come un’organizzazione gerarchica, in cui gli individui sono in lotta per stabilire chi possa definire le relazioni. In altri termini, l’organizzazione delle relazioni familiari è una questione di potere, così com’è questione di potere la relazione terapeutica. Su questa "metafora che corrompe" (il potere nelle parole di Bateson) si consuma la scissione finale del gruppo, nel 1962.

Il lavoro del gruppo proseguirà negli anni successivi sotto altra forma. Bateson abbandona definitivamente la psichiatria per l’etologia, per poi dedicarsi definitivamente all’analisi epistemologica ed ecologica. È in questa chiave che il suo sistema di pensiero, portato a un’ampia cerchia di lettori con la raccolta, Verso un’ecologia della mente (1972), è definitivamente consolidato da Mente e natura (1979). Con gli anni, la teoria sistemica di Bateson diventa un’epistemologia globale, in cui ogni sistema è visto come "mente", e ogni mente è inserita in una mente più grande, fino all’intero sistema globale in cui la mente s’identifica con la natura. Nell’ultimo periodo Bateson dedica i propri sforzi alla costruzione di una teoria del sacro, che rimarrà incompiuta e sarà all’origine di un libro "ricostruito" dalla figlia e massima collaboratrice degli ultimi anni, Mary Catherine: Dove gli angeli esitano (Bateson e Bateson, 1987). L’ultimo Bateson appare un uomo profondamente scettico eppure a suo modo ancora fiducioso sulla forza (e sul senso) della conoscenza.

Frattanto, Jackson, Haley e Weakland confluiscono nel Mental Research Institute (MRI), centro d’origine di tutte le terapie familiari strategiche e sistemiche. L’eterogeneo gruppo Bateson ha così aperto la strada a un nuovo modo di concepire le relazioni umane e – malgrado le idee del suo stesso promotore – le terapie. Nelle parole di Jay Haley: «Che cosa si potrebbe chiedere di più al direttore di un progetto di ricerca»? (Haley, 1976). Gregory Bateson muore nel 1980 per un tumore polmonare, all’Esalen Institute di Big Sur, dove ha lavorato come epistemologo e conferenziere per gli ultimi anni della sua vita.

Carl Whitaker: terapia esperienziale

Carl Whitaker è un terapeuta che s’è creato per proprio conto, al di fuori delle grandi correnti della terapia, con uno stile unico che si può a buon diritto considerare tutt’uno con la sua stessa persona. Nato nel 1912 in una fattoria di Raymondsville, nello Stato di New York, Whitaker cresce in una comunità rurale isolata, totalmente immerso nella propria vasta famiglia. Sviluppa così un mondo fantastico personale, una grande sensibilità alla famiglia e alla famiglia estesa e una totale incompetenza sociale, che lo condurrà, quando dovrà affrontare la scuola, a momenti di disadattamento e franca paranoia. Ne uscirà "curato" da due amici, che descriverà capaci di lavorare su di lui come fossero due coterapeuti.

Whitaker ha sempre amato raccontare di come sia stato condotto all’attività di terapeuta dalle insufficienze della sua formazione.

Laureato in medicina e specialista in ginecologia, nel 1938 è assunto come psichiatra, pur essendo del tutto digiuno di preparazione specifica. Vivendo il contatto con la follia invece di sentirselo insegnare, sviluppa un’autentica fascinazione per il mondo degli psicotici. Passato alla Child Guidance Clinic di Louisville, nel Kentucky, impara le terapie di gioco con i bambini, guadagnandone un intenso interesse per tutti gli aspetti simbolici e non verbali della terapia, oltre che per il lavoro sul "qui e ora" della seduta.

Nell’ultimo anno di guerra, inizia a seguire i singoli pazienti in coterapia con John Warkentin. Lo stile di Whitaker presuppone un intenso coinvolgimento del terapeuta nei processi emotivi dei clienti, oltre che uno spiccato interesse per il loro mondo simbolico. Se Bowen cerca la distanza ed "evita il transfert", Whitaker lo vuole e lo stimola; se lo stile dei sistemici del MRI è lucido e razionale, tutto cognitivo, quello di Whitaker è erratico e intuitivo, tutto istinto; se Milton Erickson mantiene la posizione carismatica e misteriosa del sapiente, Whitaker non perde occasione per sottolineare ai suoi stessi clienti la propria incompetenza e incapacità di "salvarli". La coterapia aiuta a mantenere questa relativa mancanza di controllo: Whitaker può permettersi di "impazzire insieme al paziente", perché sa di poter contare sul coterapeuta, che mantiene una posizione più vicina alla realtà, e può soccorrerlo prima che s’immedesimi troppo nella psicosi.

Nel 1948, Whitaker ottiene un insegnamento di psichiatria alla Emory University di Atlanta. Pubblica Le radici della psicoterapia (Whitaker e Malone, 1953), libro che condensa le sue idee sulla terapia della schizofrenia: la terapia è un’esperienza condivisa, fantastica e non verbale. La regressione del paziente dev’essere incoraggiata, a costo di allattarlo con il biberon e cullarlo fra le braccia. Il libro è ferocemente stroncato dai recensori dell’American Journal of Psychotherapy, che lo considerano un acting out, e arrivano fino a consigliare che sia loro vietata la pratica della terapia. Nonostante tutto, Whitaker non sembra dar peso alle scomuniche.

È a questo punto che – sempre per motivi pratici – Whitaker prende in considerazione la famiglia. È più consigliabile, e anche più facile, trattare direttamente il luogo d’origine della regressione dei pazienti. Della famiglia, Whitaker si crea un’idea particolare: la considera più un’unità totalizzante che una somma di individui, governata da processi in gran parte inconsci e collettivi. Il terapeuta Whitaker si pone come elemento disturbante, spesso aggressivo, e non come regolatore di flussi di comunicazione: svagato, sonnolento e distratto, sembra parlare a casaccio, a volte s’addormenta in seduta, come pretendesse che sia la famiglia ad attirare la sua attenzione.

Dopo aver organizzato alla Emory una serie di importanti seminari di terapia della famiglia, Whitaker si trasferisce alla University of Wisconsin Medical School nel 1964, diventando anche uno dei terapeuti più seguiti e ammirati in assoluto. A vederlo lavorare, pare davvero che la terapia secondo Whitaker consista semplicemente nel mettere in scena la persona unica e irripetibile del terapeuta. Eppure, la sua terapia obbedisce anche ad alcuni principi base, tra cui l’importanza del lavoro con le famiglie d’origine.

La terapia whitakeriana, nel suo uso di modelli che indifferentemente si rifanno alla tradizione esperienziale, alla psicoanalisi e alle teorie strutturali, è anche una terapia intergenerazionale, che differisce però da tutte le altre proprio per il suo olismo di fondo. È evidente che per Whitaker non conta differenziare i singoli della famiglia, ma cambiare qualcosa nel loro modo di stare insieme. È come se Whitaker cercasse di parlare direttamente all’inconscio collettivo di ciascun gruppo familiare, e anche negli anni successivi resterà forse l’unico a privilegiare la famiglia sull’individuo. Whitaker insiste a coltivare l’idea che sia proprio quell’unità familiare irrazionale e talvolta folle ciò che dev’essere preservato dal lavoro terapeutico, marcando così la sua assoluta originalità nel panorama delle terapie familiari.

Diventato uno dei grandi vecchi della terapia della famiglia, Carl Whitaker muore nel 1993 nella casa di Atlanta dove s’era da tempo ritirato, per seguire solo occasionalmente famiglie estese in sedute maratona di un’intera giornata.

Murray Bowen: terapia intergenerazionale

Nessun terapeuta come Bowen risale tanto indietro nelle generazioni per ricostruire la storia familiare e trovare nel passato indizi e relazioni con il presente, eppure la sua è una terapia centrata sull’individuo, mirante a differenziarlo dalla massa indistinta della famiglia. Murray Bowen è il primo dei cinque figli di una famiglia della borghesia rurale del Tennessee. Nel 1937 si laurea in medicina; con lo scoppio della guerra si arruola come ufficiale medico, e pare sia proprio quell’esperienza a orientarlo verso la psichiatria. Dopo la guerra passa alla Menninger Clinic di Topeka, dove ottiene nel 1951 la disponibilità di un piccolo cottage all’interno della clinica, in cui seguire insieme madri e figli schizofrenici.

Nel 1954, si trasferisce al National Institute of Mental Health (NIMH) di Washington, in cui istituisce un suo reparto ospedaliero, nel quale ricovera intere famiglie di schizofrenici. Il lavoro sulle diadi madre/figlio, e sull’influenza degli altri familiari sul rapporto diadico, porta Bowen ad alcune fondamentali intuizioni: il rapporto fra madre e figlio non è statico, ma fluttuante, come se l’ansia passasse dall’uno all’altra liberamente. In secondo luogo, quella che pare a prima vista una diade inscindibile è solo parte di un triangolo che comprende anche il padre, che non è semplicemente, come sostengono molte teorie dell’epoca, assente e distante. Da queste osservazioni deriva un caposaldo delle sue teorie: l’idea di massa indifferenziata dell’Io familiare, che definisce l’indice di fusione relazionale nelle famiglie in cui i singoli membri sono incapaci di definirsi rispetto agli altri e quindi di mantenere un punto di osservazione "obiettivo". Il processo di uscita dalla fusione prende invece il nome di differenziazione, concepita come una costante lotta per autodefinirsi e individualizzarsi.

Nel 1958, Bowen abbandona il NIMH, che, non vedendo risultati pratici nelle sue ricerche, gli ha drasticamente ridotto i fondi. Si trasferisce alla Georgetown University, dove lavorerà fino alla morte. Intorno al 1960, inizia l’esplorazione diretta della propria famiglia. Sono anni di duro lavoro personale: tentativi ripetuti di sfuggire alla fusionalità con la famiglia d’origine, al rapporto preferenziale con la madre, alla conflittualità con il secondo fratello, che interpreta la parte funzionale del "responsabile fratello maggiore", mentre la maggiore delle sorelle si assume la parte del familiare disfunzionale, che potrebbe, in una famiglia meno differenziata, diventare sintomatico.

In questo periodo, Bowen elabora il concetto di triangolazione, ovvero, la tendenza di tutte le diadi umane a inserire nelle proprie transazioni un "terzo", che rende impossibile il rapporto diadico e aumenta contemporaneamente la fusionalità. Cresce in lui la consapevolezza della necessità di una manovra per uscire dalla sua impasse personale: finirà per mettersi in posizione di terapeuta davanti alla propria stessa famiglia. Fatto ancora più importante, sceglie di uscire allo scoperto e descrivere il percorso in pubblico, nel 1967, a Filadelfia, durante un convegno: con un imprevedibile coup de théatre, l’uomo di Georgetown, che avrebbe dovuto parlare di una scala di differenziazione familiare, estrae all’improvviso tutt’altro discorso e, quasi tremante, espone a tutti i convenuti il suo lavoro sulla propria famiglia d’origine (a Framo dirà poi di aver voluto tenere segreto l’argomento per potersi differenziare anche dalla "famiglia" dei terapeuti della famiglia).

Definita la propria teoria, Bowen si costituisce anche un seguito piuttosto nutrito, anche se la sua scuola è molto diversa dalla maggior parte delle altre, a parte quella di Whitaker: l’importanza attribuita a specifiche tecniche o manovre è minima: se il terapeuta è ben differenziato e consapevole, ha tutti i requisiti per compiere il proprio lavoro, senza dover imparare strategie o trucchi del mestiere. Colpisce gli allievi il suo stile dimesso e piuttosto freddo, in cui l’emotività è ridotta al minimo.

Con il maturare della teoria e della tecnica clinica, matura anche l’implicita antropologia boweniana (vedi Bowen, 1978). Bowen, in assoluto il terapeuta più interessato alla "differenziazione" dalla famiglia d’origine, è un tipico americano bianco, anglosassone e protestante, di classe media del Sud degli Stati Uniti. Coerentemente alle premesse più profonde della sua cultura, per Bowen differenziazione e obiettività sono sempre valori positivi, mentre dipendenza ed emotività tendono a essere viste in modo quasi totalmente negativo. L’individuo di Bowen è l’erede ultimo di una lunghissima tradizione anglosassone, da Hobbes ad Adam Smith, in cui l’individuo è solo, e deve essere solo; i vincoli di reciprocità sono letti come lacci e impedimenti, e devono essere recisi, per rendersi indipendenti da emozioni e passioni, che incidentalmente sono la materia stessa di tali vincoli.

Negli ultimi anni, le idee di Bowen diventano patrimonio comune di tutti i terapeuti familiari, ma l’architettura della sua grande teoria è sempre più trascurata. Ciò non tocca l’anziano, ma sempre battagliero terapeuta, che muore nel 1989, pochi giorni dopo aver difeso, già fragilissimo e stanco, la propria teoria di fronte a un enorme congresso di terapeuti della famiglia.

Helm Stierlin: terapia psicoanalitica

La vicenda di Helm Stierlin è esemplare: da un lato cultore della teoria psicoanalitica, dall’altro curioso di tutto quanto si muove, nel campo della terapia familiare, lontano dalla psicoanalisi. Stierlin nasce professionalmente a Heidelberg (Germania), dove frequenta la facoltà di Medicina dal 1946 al 1953: in quel periodo, Heidelberg è feudo di Karl Jaspers e le teorie fenomenologiche vi sono perseguite con rigore, disegnando una figura di psichiatra più osservatore che faber della cura.

Nel 1953 Stierlin è a Monaco per l’internato. In questo periodo decide di concentrarsi sulla dinamica dei disturbi psicosomatici e inizia un’analisi didattica. Quando viene a conoscere i lavori di H.S. Sullivan e le sue idee circa "una psichiatria più dinamica e più umana", decide di trasferirsi negli Stati Uniti. Fino al 1957, si trattiene allo Sheppard Enoch Pratt Hospital, dove comincia a provare interesse per il contesto familiare dei clienti che tratta. Quando si trasferisce a Chestnut Lodge, il discorso familiare prende ancora più spazio nella sua vita professionale: inizialmente si concentra sulle relazioni tra madre e bambino, come da manuale psicoanalitico, per poi considerare l’intero contesto come implicato nella situazione del paziente, sotto la guida di Freda Fromm-Reichmann e Otto Will.

Dopo il 1965, Stierlin si qualifica non più come psicoanalista, ma come terapeuta familiare a orientamento psicoanalitico e collabora con Lyman Wynne al NIMH. Il suo percorso arriva in questi anni alla fase matura, in cui temi psicoanalitici e idee sistemiche trovano una convivenza. Stierlin tira le somme di un ventennio: nei primi anni della sua formazione, i temi che ha prevalentemente trattato concernevano relazioni duali di pazienti psicotici. Ora il suo interesse si concentra sui processi di separazione in adolescenza. Per Stierlin il male e il dolore provengono dal passato, da un’eredità che la persona deve decidere se portare con sé o abbandonare: questa linea di pensiero è applicata sia al contesto psicologico familiare, sia a quello sociale e storico.

Un esempio di focalizzazione di questo processo in area familiare si ha in Genitori e figli che si emancipano. Le idee come forze modellatrici (Stierlin, 1977), saggio che ridiscute criticamente l’idea di identificazione proiettiva kleiniana, confutandone l’unilateralità. Citando a sostegno Bateson, Wynne, Searles e Laing, Stierlin afferma che le rappresentazioni che il genitore si fa del figlio possono passare nell’immaginario del figlio e spingerlo a sviluppare un determinato stile di vita. Sotto il profilo dell’analisi storica è, invece, interessante l’articolo, Il passato dei genitori nazisti e il dialogo tra generazioni (Stierlin, 1981), dove affronta la questione evidenziando i processi comuni che portano a integrare il passato nelle esperienze esistenziali, e ricorda un passo di Nietzsche: «Devo averlo fatto, dice la mia memoria. Non posso avere fatto tutto questo, dice la mia coscienza. E finalmente la memoria si arrende».

Stierlin dice di avere trovato, nella propria pratica clinica moltissime famiglie che riportavano ricordi del periodo di guerra e della dominazione nazista in Germania, ma senza mai affrontare la questione dell’eventuale coinvolgimento nella violenta situazione politica vigente in quegli anni. La negazione o la razionalizzazione del passato sembrano essere i meccanismi di difesa più diffusi in queste famiglie, informando anche il dialogo fra le generazioni.

I lavori sul nazismo rivelano molto sulle radici del metodo di Stierlin, e forse anche sulla sua posizione di padre della terapia della famiglia tedesca (il suo istituto di Heidelberg è uno dei punti di riferimento della terapia familiare europea). Come per molti intellettuali tedeschi della sua generazione, Stierlin non può sottrarsi alla riflessione sulla colpa, la responsabilità e la trasmissione di queste ultime attraverso le generazioni. Provenendo dalla parte dei colpevoli (colpevoli anche in quanto sconfitti), non può rifugiarsi nell’ottimismo americano e nella sua enfasi sul presente; la psicoanalisi, con il suo metodo d’indagine continua sul passato, gli è qui assai congeniale. Ma le teorie familiari gli permettono di evitare l’individualismo psicoanalitico e contemporaneamente consentono una riflessione non colpevolizzante ma che permette di mettere anche responsabilità e colpa nel loro contesto relazionale.

Stierlin riunisce con uno stile assolutamente personale elementi filosofici e culturali squisitamente europei (anzi, tedeschi) ed elementi pragmatici di qualità statunitense. La commistione non è stridente o sgradevole: in alcuni casi, semplicemente, i risultati delle sue riflessioni rappresentano il pensiero empirico corrente. Si può forse pensare di lui che sia un buon sistematizzatore: Stierlin è la rappresentanza del neofreudismo entro una cornice familiare, ma con una musica tedesca di sottofondo, con uno stile metodico, puntuale, nient’affatto leggero.

Vignetta.

Salvador Minuchin: terapia strutturale

La carriera di Salvador Minuchin è caratterizzata da un interesse per le questioni sociali probabilmente dovuto alle sue stesse origini. Minuchin arriva negli Stati Uniti nel 1950, ma fin dalla prima infanzia la sua vita è quella dell’immigrato. Nato da una famiglia di ebrei russi, immigrati in Argentina nel 1905 a seguito di un’ondata di colonizzazione ebraica, vive i primi anni in un’enclave accerchiata dall’antisemitismo, assimilando sia lo stile di vita della propria comunità, sia quello del tutto diverso dell’Argentina.

Arrivato a New York, incontra Nathan Ackerman che, grazie al Jewish Board of Guardians, gli trova un lavoro nel Centro di psichiatria infantile da lui diretto, dove Minuchin incontra anche la futura moglie, la psichiatra infantile Patricia.

Nel 1954, inizia una formazione psicoanalitica al William Alanson White Institute di New York. Durante la formazione, però, deve potersi mantenere: trova così lavoro alla Wiltwyck School for Boys, un’istituzione residenziale per giovani delinquenti. È in quel contesto che inizia, primo fra i terapeuti della famiglia, a seguire famiglie nere della Inner city di New York. La sua condizione di latino, con un chiaro accento spagnolo, gli è, in questo caso, di vantaggio: non si sente in colpa quanto i colleghi americani per le disastrose condizioni di vita dei suoi utenti, né è visto da loro con altrettanta diffidenza. Gli è facile adottare un’ottica familiare: i vantaggi ottenuti con le terapie individuali d’uso corrente tendono a scomparire non appena i giovani tornano a vivere in famiglia.

Poiché nelle famiglie del ghetto lo stile di interazione tende a essere concreto e orientato all’azione, anziché astratto e verbale, l’équipe deve sperimentare terapie alternative, fondate più sull’azione che sulla parola. Non più psicoanalista, è pronto a costruire un proprio modello. La teoria parte da un’analisi sociologica dell’impatto che il contesto sociale esercita sulle famiglie povere. Invece di ordine, regole e intimità (le caratteristiche delle buone famiglie borghesi), queste famiglie mostrano ruoli maldefiniti, ricompense e punizioni che arrivano ai figli in modo caotico e imprevedibile, mentre apparentemente i gruppi esterni sono, per genitori come per i figli, più importanti e influenti della famiglia. Come conseguenza, i figli tendono a mostrare scarsa tolleranza alla frustrazione, predominio dell’azione motoria sul linguaggio, pensiero concreto, impulsività: in breve, tutti i segni tradizionalmente associati alle condotte antisociali.

Minuchin adotta il modello gerarchico sviluppato da Talcott Parsons (Parsons e Bales, 1965), in cui i membri della famiglia sono organizzati in una struttura di ruoli o funzioni lungo gli assi della gerarchia, mentre le funzioni "strumentali" (riservate al marito-padre) sono ben distinte da quelle "espressive" (riservate alla mogliemadre).

Il lavoro del gruppo culmina nell’opera collettiva Families of the Slums (Minuchin e al., 1967) perfettamente inscritta nel decennio della protesta e della critica sociale; oltre a essere il primo libro di terapia della famiglia a considerare seriamente il problema della povertà e della disgregazione sociale, è anche fra i primi ad auspicare interventi di rete che vadano oltre la presa in carico della famiglia nucleare.

Nel 1970, Minuchin diventa direttore della Philadelphia Child Guidance Clinic, dove inizia un programma di intervento su bambini con disturbi psicosomatici. I primi pazienti avvicinati sono bambini diabetici soggetti a ricoveri d’urgenza per episodi di acidosi inspiegabili dal punto di vista medico. Minuchin e i suoi collaboratori iniziano a raccogliere dati che mostrano una strana correlazione tra certe caratteristiche familiari (fusione, eccesso di protettività, rigidità, difficoltà nel risolvere i conflitti) e la particolare vulnerabilità del paziente diabetico. Le famiglie dei bambini psicosomatici mostrano un’organizzazione fin troppo rigida, tanto da sembrare eccessivamente stabili. Richiedono perciò una strategia terapeutica che miri a destrutturare i modelli rigidi della famiglia, per ristrutturarli secondo parametri più funzionali: confini più chiari, maggiore flessibilità nelle transazioni, negoziazione del conflitto, detriangolazione del paziente.

La terapia di Minuchin prende il nome di "terapia familiare strutturale", ed è definitivamente sistematizzata nel fortunatissimo libro, Famiglie e terapia della famiglia (Minuchin, 1974). Caratteristiche distintive della terapia strutturale sono l’attenzione per i diversi "punti d’ingresso" che famiglie diverse offrono al terapeuta, la definizione della terapia come riorganizzazione della struttura (relazionale) familiare, l’uso di metafore spaziali e organizzative (sia nella descrizione dei problemi sia nell’individuazione dei percorsi risolutivi), il ruolo protagonistico assegnato al terapeuta come agente di cambiamento. All’acme della sua fortuna, Minuchin sarà descritto come un terapeuta «autorevole, dall’accento elegante, con una versione tutta sua della sintassi inglese che persuade, seduce, provoca, scuote, disorienta la famiglia verso il cambiamento» (Simon, 1992). Superati gli ottant’anni, Minuchin resta, fra i primi pionieri della terapia della famiglia, il più attento ai nuovi sviluppi, sui quali continua ad avere opinioni incisive e anticonformiste.

Quella di Minuchin è, per molti versi, una teoria "sociologica", che vede la famiglia attraverso metafore sociali, non cibernetiche o biologiche. Molte sue caratteristiche sono spiegabili attraverso la storia di Minuchin stesso: il suo essere stato sempre un immigrato (anche in Argentina, sua presunta patria, in quanto ebreo russo) lo porta a vedere con particolare chiarezza i problemi sociali. A sua volta, l’attenzione per i problemi sociali lo induce a creare una teoria che concepisce la famiglia come una microsocietà, usando metafore sociologiche. Esiste probabilmente una circolarità fra la storia di Minuchin e la teoria che ha creato: un’influenza reciproca fra le premesse di base, le esperienze dettate da queste premesse, e le teorie derivate dalla lettura di quelle esperienze.

Il gruppo di Milano: terapia sistemica

Psichiatra e psicoanalista, nata nella buona borghesia milanese, Mara Selvini Palazzoli è già nota come terapeuta (individuale) dell’anoressia, quando decide di importare in Italia la terapia della famiglia, conosciuta durante un viaggio negli Stati Uniti. All’inizio del 1971, il "Centro per lo Studio della famiglia", da lei fondato a Milano, è composto da lei stessa e da altri tre analisti, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata. Il primo passo, per quello che diventerà famoso come "Il gruppo di Milano", è il distacco definitivo dalla psicoanalisi e l’adozione del modello strategico-sistemico del MRI, con il suo esclusivo interesse per comunicazione e relazione nel qui e ora.

Nel 1975 esce il libro, Paradosso e controparadosso, tradotto in inglese tre anni più tardi (Selvini Palazzoli, e al., 1975), in cui obiettivo primario, soprattutto per Selvini Palazzoli, è «ricercare le radici relazionali dei disturbi mentali maggiori, schizofrenia inclusa» (Selvini Palazzoli in Doherty, 1999). I membri del gruppo di Milano lavorano con una particolare forma di équipe paritetica: fra i quattro terapeuti non c’è nessun "superiore", ma solo osservatori, e l’équipe, nella sua totalità, è la vera titolare della terapia. Il gruppo definisce un nuovo principio terapeutico: la connotazione positiva. I terapeuti qualificano non solo il comportamento sintomatico, ma tutti i comportamenti osservabili, "buoni", dal momento che «appaiono ispirati allo scopo comune di mantenere l’unione e la coesione del gruppo familiare» (Selvini Palazzoli e al., 1975).

Molti interventi descritti nel libro sono basati su rituali familiari o prescrizioni ritualizzate. Più solenne e teatrale delle prescrizioni strategiche, il rituale pone la famiglia nella condizione di agire in modi diversi da quelli che hanno portato a sofferenza e sintomi e mette tutti i membri della famiglia sullo stesso piano nell’atto di eseguirlo; spesso criptico, in modo che la famiglia possa attribuirgli i suoi significati, il rituale definisce un tempo nettamente distinto dalla vita quotidiana dei clienti, cui è vietato parlare di tutto ciò che è avvenuto nel corso del rituale.

Nel 1972, intanto, è stato pubblicato Verso un’ecologia della mente, sintesi definitiva del pensiero di Gregory Bateson, la cui lettura porta il gruppo a superare la visione strategica e sviluppare quel "purismo sistemico" che comincia a essere conosciuto come "modello di Milano" (Milan Approach). Il gruppo diventa curioso del processo terapeutico di domanda e risposta. È così che nascono quelle domande di differenza che saranno in seguito definite "domande circolari". A sua volta, la nascita delle domande circolari sposta gli interessi del gruppo verso il discorso terapeutico: domande, nuove domande, riformulazioni, rituali sono creati con attenzione puntuale ai dettagli discorsivi e alle scelte terminologiche.

Il lavoro della seconda metà del decennio culmina nella formulazione dei celebri tre principi per la conduzione della seduta, presentati proprio nel 1980 con lo storico articolo Ipotizzazione, circolarità, neutralità: tre direttive per la conduzione della seduta (Selvini Palazzoli e al., 1980).

Con l’ipotizzazione, il gruppo rinuncia a "scoprire la vera organizzazione" della famiglia, limitandosi a formulare un’ipotesi, che è semplicemente una spiegazione coerente tale da connettere tutti i membri del sistema osservato in un pattern plausibile. A questo scopo, il terapeuta si avvale del principio di circolarità, cioè delle retroazioni verbali e non verbali dei clienti alle sue parole e azioni. Il terzo principio, la neutralità, prescrive invece la posizione del terapeuta rispetto alla famiglia: il terapeuta neutrale non si schiera né per una persona, né per un’idea. Il terapeuta di Milano, discreto e imparziale, si situa così all’opposto del terapeuta schierato e sbilanciante di Minuchin.

La risonanza dei lavori (e soprattutto delle dimostrazioni) dell’équipe milanese è grande. Persino i terapeuti americani sono conquistati dall’epistemologia sottile e dall’inimitabile stile di colloquio. Colpisce anche la discussione aperta e vivace all’interno dell’équipe.

Molti terapeuti familiari restano sbalorditi di fronte alle ipotesi e ai conseguenti interventi: pochi si accorgono di quanto i trascorsi psicoanalitici del gruppo siano essenziali nel caratterizzare il suo stile.

Nel 1980, il gruppo di Milano è già scisso, per radicali differenze d’interessi: Selvini Palazzoli e Prata si occupano soprattutto della tipologia familiare, mentre Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin si concentrano sul terapeuta e sull’équipe terapeutica. Di conseguenza, le prime creano un modello di genesi familiare delle psicopatologie, i secondi un modo di fare (e di insegnare) terapia indipendente da ogni tipologia.

Mara Selvini Palazzoli trascorre i vent’anni successivi cercando di creare una teoria comprensiva delle interazioni patogene familiari, che definisce "giochi psicotici", puntualizzandoli nei lavori scritti con la nuova équipe, di cui fanno parte il figlio Matteo Selvini, Stefano Cirillo e Anna Maria Sorrentino (vedi Selvini Palazzoli e al., 1988). Il lavoro sui giochi la condurrà a rivalutare il valore della sofferenza nelle famiglie, trascurata nel periodo eroico. Incrollabile, l’ultraottantenne Selvini scompare nel 1999, poco dopo aver dato alle stampe il suo ultimo libro (Selvini Palazzoli e al., 1998).

Boscolo e Cecchin iniziano nel 1977 il loro corso di formazione alla terapia della famiglia. Allo stesso tempo, prendono a viaggiare all’estero, tenendo seminari, presentando lavori a varie conferenze e in seguito partecipando a programmi di formazione organizzati in altri Paesi. Il lavoro con gli allievi, interessati soprattutto a capire che cosa i maestri stanno facendo, come e perché, sposta l’attenzione su ciò che accade fra i componenti del sistema terapeutico, inclusi gli stessi allievi che fanno le domande. La teoria sistemica di Boscolo e Cecchin diventa sempre più autoriflessiva. Sotto l’influsso dei pensatori Humberto Maturana, Francisco Varela e Heinz von Foerster, incontrati personalmente nel 1983 a Calgary, cibernetica di secondo ordine e costruttivismo diventano in breve il punto di riferimento teorico della scuola di Milano.

Così, la terapia diventa soprattutto creazione di "storie" alternative e attribuzione di nuovi significati alla realtà condivisa e l’interesse si sposta verso le premesse epistemologiche, i significati, i sistemi emotivi e le storie dei clienti (Boscolo e al., 1987). Soprattutto, il punto centrale dell’interesse terapeutico sono ora le premesse dei membri del sistema (terapeuti inclusi).

Il lavoro di Boscolo e Cecchin, in questi anni, acquisisce un particolare statuto epistemologico: flessibile e aperto alle più diverse influenze, manca di idee normative (sulla famiglia, sulla patologia, sulla "normalità"). Questa via non normativa rende però più difficile la convivenza fra la terapia sistemica e i sistemi sanitari e sociali, in cui sono richieste diagnosi e norme.

È compito dei seguaci del modello nei vari contesti adattarlo alle loro situazioni di lavoro. Nel 1998, Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin celebrano il venticinquennale del loro Centro con una conferenza cui partecipano gran parte dei gruppi che, nel mondo, hanno esteso e modificato le loro idee. Allo stesso tempo, la revisione delle idee sistemiche da parte di quello che è definito "post-Milano" ha aperto la porta alle terapie narrative e postmoderne.

Dario Toffanetti e Paolo Bertrando
    

Jay Haley: terapia strategica

Partito come ricercatore puro con il progetto Bateson, Jay Haley si costruisce con gli anni una pratica di terapeuta privato, scegliendosi come supervisore Milton Erickson, grande ipnotista che Bateson aveva inviato a intervistare nel 1953. È attraverso Erickson, geniale soprattutto nel combattere con i clienti battaglie di potere, incredibilmente abile a mantenere il controllo delle situazioni più difficili, che Haley si crea l’idea che informerà tutta la sua attività di terapeuta: le relazioni umane sono una lotta incessante per decidere chi detta le regole delle relazioni stesse; che anche i sintomi psichiatrici sono manovre di potere all’interno di una relazione; e che il terapeuta deve riuscire a sua volta a disfare queste lotte di potere guadagnando e mantenendo, con ogni mezzo, la propria posizione di potere. La fascinazione di Haley resterà sempre il potere.

Il sintomo – sotto questo profilo – è perciò una modalità comunicativa utile per controllare gli altri. Ciò significa che il paziente designato è il controllore, che usa il potere a lui concesso dal sintomo, e gli altri membri della famiglia sono i controllati che subiscono il potere del sintomo, anche se questa lettura non è da intendersi in modo semplicistico: «L’importante qui non è la lotta per controllare l’altro, ma piuttosto la lotta per controllare la definizione della relazione» (Haley, 1963).

Per Haley le regole familiari definiscono una struttura di potere. Le persone creano gerarchie e poi lottano per sovvertirle. Allo stesso modo clienti e terapeuti s’impegnano in una battaglia per definire la gerarchia in terapia. Se il terapeuta riesce a sventare le manovre dei clienti, la terapia ha successo. Haley pubblica la prima sintesi delle proprie idee nel 1963 con Le strategie della psicoterapia. Frattanto, ha abbandonato la pratica privata, entrando nel MRI come ricercatore puro. Conferenziere sempre più richiesto, diventa il primo direttore della rivista principale delle terapie familiari, Family Process. Diventa una figura influente, ma in un suo modo distaccato, misterioso, come fosse sempre nascosto dietro un metaforico specchio, a chiosare e commentare il lavoro altrui.

Dal 1968 al 1975, lavora con Salvador Minuchin alla Philadelphia Child Guidance Clinic. Il libro Terapie non comuni (1973), prodotto in questi anni, costituisce uno spartiacque nella sua carriera. Ennesimo tributo alle tecniche inimitabili del maestro Milton Erickson, è anche l’opera in cui Haley inizia a dare un saggio delle proprie idee originali di terapeuta strategico: «Nel corso della terapia strategica, l’iniziativa è quasi sempre nelle mani del terapeuta, che deve individuare i problemi da risolvere, stabilire gli obiettivi, progettare gli interventi per raggiungere tali obiettivi, valutare le risposte che riceve per correggere il suo approccio e, infine, esaminare i suoi risultati per vedere se la terapia ha avuto buon esito» (Haley, 1973).

Sotto l’influenza di Minuchin, Haley, senza perdere l’originaria enfasi sul potere, costruisce un modello della terapia che unisce intuizioni strategiche con elementi strutturali. Nella sistematizzazione delle sue idee si ritrova anche l’influenza della moglie, Chloé Madanes, sposata nel 1975, ultimo anno della sua permanenza a Filadelfia. Insieme, fondano a Washington il loro istituto di terapia familiare. La terapia del problem-solving (Haley, 1976) propone la prima vera sintesi della terapia strategica.

Nel modello di Haley, i sintomi sono considerati segni di uno sbilanciamento della struttura familiare, in cui i normali confini generazionali e le gerarchie sono sovvertiti da alleanze transgenerazionali di potere. Il modello è dunque gerarchico, perché la struttura della famiglia, come d’ogni altro insieme umano, compresa la diade terapeuta/cliente, è letta come gerarchia, in cui ogni persona utilizza strategie e tattiche per mantenere, quant’è possibile, il potere di definire la relazione con l’altro. Inoltre è normativo, perché prevede la possibilità di una struttura gerarchica "corretta", che non produce patologia. I sintomi sono così leggibili tramite un doppio criterio: da un lato modi di stabilizzare le strutture gerarchiche nella famiglia, e dall’altro tattiche di potere personale. Il terapeuta riorganizza le strutture squilibrate adottando a sua volta, all’interno della terapia, strategie e tattiche che vanificano i continui tentativi del cliente di mantenere il controllo della relazione.

Se con gli anni la terapia molto gerarchica e poco collaborativa di Haley diventa sempre meno attuale, la sua finezza nella lettura dei giochi di potere resta ineguagliata, come pure lo stile di scrittore limpido e graffiante, che lo confermano come una delle penne migliori in terapia della famiglia.

d.t. e p.b.

 

Michael White: terapia narrativa

La vicenda personale e professionale di Michael White si svolge in Australia del Sud, più precisamente ad Adelaide. Il suo lavoro gravita attorno al Dulwich Centre di Adelaide e alla rivista Dulwich Centre Newsletter. In gioventù, White è progettista di impianti elettrici e meccanici. Nel 1967 inizia la sua carriera nel mondo delle persone come assistente sociale, approfondendo i lavori di Gregory Bateson. Dal 1980 s’interessa delle idee di Michel Foucault sul rapporto fra conoscenza e potere (Foucault, 1975), di Goffman e di Derrida. Questa formazione gli consente di sviluppare una vasta riflessione sui processi di istituzionalizzazione della conoscenza e sul potere della conoscenza esperta. Intorno al 1990, White apre al costruzionismo sociale, studiando i lavori di Gergen e Davis (1985). È inoltre influenzato dalla psicologia narrativa di Jerome Bruner (1986).

Clinicamente, White mette alla prova le idee di Foucault lavorando con i bambini encopretici, portatori di storie sporche, imbarazzanti e repellenti, spesso stigmatizzati dai loro stessi genitori. Nella loro vita, Michael impara a ricercare gli unique outcomes (i risultati unici) che contengano un senso di successo; ed è in relazione a loro che incomincia a cercare un modo di separare la persona dal problema, coniando il motto: «La persona non è il problema. Il problema è il problema». La prima idea del genere consiste nel personalizzare l’encopresi in forma di sneaky poo (subdola pupù): in questo modo il sintomo si esternalizza, si distacca cioè dalla persona per diventare qualcosa che la persona (e la famiglia) può affrontare ed eventualmente vincere (vedi White, 1992).

Ma è necessaria una mossa più radicale, che Michael troverà quando riuscirà a pensare di oggettivare le esperienze delle persone in forma di storie, che, come tali, possono essere riscritte a piacimento, a patto di ridiventare autori. È a questo punto che interventi brillanti ma episodici come l’esternalizzazione o la ricerca degli unique outcomes iniziano a crescere in un sistema di pensiero e prassi coerenti. A partire dal 1988 risulta chiaro che il lavoro di White si situa all’interno della metafora narrativa (pietra miliare ne è il libro, Literate Means to Therapeutic Ends (1989), scritto insieme a David Epston). Gli individui raccontano la loro vita e attraverso questa narrazione la strutturano e le danno un significato. Le storie non sono semplicemente descrizioni della vita, ma veri e propri strumenti di strutturazione e significazione della vita passata, presente, futura. Spesso una storia, che rappresenta una narrazione parziale di una complessiva esperienza di vita, diventa dominante e genera l’identità che il soggetto si attribuisce: la persona è raccontata dalla cultura e dagli altri significati in un modo che finisce per essere repressivo della sua autenticità: la persona racconta di sé stessa la storia dominante che raccontano gli altri. Non si fatica a rintracciare qui l’ideologia liberazionista che ha dato forma alla maggioranza delle terapie familiari fin dagli inizi.

Il problema è visto come opprimente e lesivo della integrità del sistema, mai "utile" al suo funzionamento. Far sentire le persone "aggredite" da un problema che viene da fuori può aiutarle a ritrovarsi, portandole a fare forza fra loro e con altri e a recuperare potere e fiducia nella possibilità di vincere, sconfiggendo il problema. L’esteriorizzazione del sintomo è il correlato tecnico del processo di oggettivazione del problema, che mostra al soggetto il potere e l’influenza che il problema ha sulla sua vita. In questo modo il cliente si separa dalla storia dominante e dal problema e comincia a prendere fiducia e percezione di potere personale, a chiedersi che cosa vuole veramente. Il lavoro del terapeuta è quindi un lavoro da "non esperto": non dà soluzioni, opera sulla definizione e il miglioramento del potere personale e dell’identità dell’individuo, aiutandolo a ribellarsi alle storie dominanti.

Conseguenza di questa posizione è l’uso estesissimo delle domande, con minimo intervento di riformulazione e strategizzazione da parte del terapeuta. Portando alle estreme conseguenze la prassi dei terapeuti di Milano, l’australiano cataloga infinite domande, con grande discrezione e scarsissimo protagonismo. White offre, nelle sue dimostrazioni pubbliche, più un modo di pensare che una tecnica spettacolare. Eppure difficilmente delude gli allievi e i seguaci, perché la sua personalità terapeutica, con tutta la sua delicatezza, è permeata di forte energia. Non stupisce, in fin dei conti, che nell’ultimo decennio del secolo Adelaide diventi, insieme a Palo Alto e Milano, New York e Filadelfia, uno dei centri più importanti per lo sviluppo delle terapie familiari.

d.t. e p.b.

 

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