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n. 3 MARZO
2002

Sommario

EDITORIALE
Fare del paziente il vero padrone di sé
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Curare il "sistema" famiglia
di PAOLO BERTRANDO

apep00010.gif (1261 byte) Ritrovare il flusso evolutivo
di MASSIMO AMMANITI

apep00010.gif (1261 byte) Perché i mostri non esistono
di EMANUELA BITTANTI

apep00010.gif (1261 byte) Alla conquista dell'adattamento creativo
di
ARISTIDE TRONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Dallo psicologo per stare meglio
di ALESSANDRO MANENTI

apep00010.gif (1261 byte) Un dialogo non ancora iniziato
di
CARLO BRESCIANI

apep00010.gif (1261 byte) Usare le vele o il motore ausiliario
di
NIELS PETER NIELSEN

DOSSIER
Alle radici della terapia della famiglia
di DARIO TOFFANETTI e PAOLO BERTRANDO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Depressi e due volte vittime
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
L'avversione per lo "strizzacervelli"
di ENZO NATTA
Il perché di una nuova rubrica
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
La strada giusta da percorrere
di CLOTILDE PUNZO

CONSULENZA GENITORIALE
Superare i pregiudizi per affrontare la vita
di ENZA CORRENTE SUTERA

POLITICHE FAMILIARI
Modelli di sostegno a confronto
di LUIGI VACCARI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Lo scandalo del dolore
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

MASS MEDIA & FAMIGLIA - LE TEORIE DI FREUD E JUNG SUL GRANDE SCHERMO

L’avversione per lo "strizzacervelli"

di Enzo Natta
(critico)

Numerosi sono i film (dalla commedia al filone drammatico) incentrati sulla critica della psicoanalisi. La tecnica cinematografica offre facili spunti per descrivere il mondo della mente e le sue deformazioni ma, non sempre, è in grado di rappresentare il percorso terapeutico.

«Quando lei ha dei problemi a chi si rivolge?». «A lui, a Freud». «Beh, vedo che sta peggio di me». Questo scambio di battute fra Bob Hope e il suo psicoanalista in Quel certo non so che la dice lunga sulla considerazione che nel cinema americano godevano gli "strizzacervelli". Il film, di Norman Panama, è del 1956, ma le cose non sono poi molto cambiate se dalla commedia di ieri passiamo a quella più recente.

In Tutte le manie di Bob (1991) di Frank Oz, il multifobico Bill Murray mette talmente in crisi il suo psicoterapeuta Richard Dreyfuss tanto che alla fine chi ha bisogno di ricorrere alle cure del caso è proprio quest’ultimo. Per non parlare di Marlon Brando, psichiatra contagiato dal suo paziente Johnny Depp in Don Juan De Marco, maestro d’amore (1995) di Jeremy Leven. In questo film la follia sprigiona qualcosa di salutare e libera lo psichiatra da una vita monotona e grigia inducendolo a corteggiare nuovamente la moglie dopo anni e anni di un rapporto coniugale deteriorato e spento.

Il cinema e la psicoanalisi nascono praticamente insieme, al punto che già ai tempi dell’avanguardia Buñuel e Dalí dicevano che il cinema non è impastato di inconscio, ma che il cinema è l’inconscio. Una coppia di gemelli che come gli Inseparabili di David Cronenberg si detestano nonostante la specularità che li rende uno simile all’altro. Entrambi hanno dato corpo ai sogni utilizzando meccanismi comuni come il simbolismo e il prevalere dell’attività visiva. I sogni sono la proiezione dell’inconscio individuale, il cinema è la proiezione dell’inconscio collettivo.

All’inizio degli anni ’70, l’antipatia che il cinema nutre nei confronti della psicoanalisi si trasferisce dalla commedia al filone drammatico. Le idee di Herbert Marcuse, che vedevano nella famiglia l’origine di tutte le costrizioni istituzionali, cominciano a espandersi, a diffondersi, a fare proseliti, e dai campus universitari americani si riversano sul grande schermo. Uno dei primi film a toccare l’argomento è Family Life (1971) di Ken Loach, allineato sulle posizioni dell’antipsichiatria di Ronald David Laing, secondo il quale non solo occorre negare ogni significato al termine "malattia mentale" ma bisogna anche rivalutare il significato del "viaggio" individuale nella follia. Nel raccontare la storia di una ragazza della piccola borghesia inglese, che, a causa di una madre autoritaria che l’ha costretta ad abortire, si è rifugiata nella schizofrenia ed è stata curata con l’elettroshock da un medico che non ha saputo diagnosticare la vera origine del suo male, il regista di Piovono pietre e diTerra e libertà denuncia i limiti e le malformazioni di un apparato sociale che trasforma in organismi repressivi tutte le sue istituzioni: famiglia, scuola, sanità, prigione.

Brando e Depp in "Don Juan De Marco, maestro d'amore" (1995).
Brando e Depp in "Don Juan De Marco, maestro d’amore" (1995).

Sulla stessa linea, passando dall’Inghilterra all’Italia e dagli Stati Uniti all’Australia, si schiera un’ondata di film che dell’antipsichiatria ha fatto il suo vessillo. Uno dei primi è addirittura Escalation (1968) del nostro Roberto Faenza, che sposta sul versante politico e ideologico il contenuto sociale dell’intervento terapeutico. In Escalation, il rampollo di una dinastia industriale ha fatto una scelta di vita in aperto contrasto con le tradizioni familiari e vive a Londra come un hippy. Per riportarlo in carreggiata il padre lo affida alle cure di una psicoterapeuta. Il giovane la uccide per poi inserirsi alla perfezione negli schemi e nella logica dell’azienda paterna. Alla base di questa grottesca e paradossale metafora del potere, che si fonda sul delitto e sulla costrizione dell’altrui volontà, c’era già la lezione dell’antipsichiatria e dell’abbattimento di ogni barriera, da quella familiare a quella ospedaliera, che si riproporrà da lì a poco in film come Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Milos Forman e Un angelo alla mia tavola (1990) di Jane Campion.

Dalla derisione della psicoterapia, esercitata attraverso l’ironia e la satira della commedia, alla denuncia dei guasti di un’organizzazione sanitaria asservita al sistema e da questo alla presa di coscienza di un problema che si affaccia in tutta la sua complessità. Nel Sogno della farfalla (1994), Marco Bellocchio non esita a mettere in scena il suo rapporto diretto con la terapia psicoanalitica chiamando il proprio analista, Massimo Fagioli, a scrivere il soggetto e la sceneggiatura del film. Un esperimento originale, singolare, che si propone di filmare l’inconscio attraverso la storia di un ragazzo ventenne che dall’età di quattordici anni rifiuta di parlare se non recitando testi della drammaturgia classica. Ma la presa di coscienza del caso rischia di esaurirsi in un esercizio liberatorio fine a sé stesso se il linguaggio allegorico dei sogni e dei miti sprofonda nel labirinto senza uscite di immagini, frasi e gesti criptici che lasciano sconcertati nella loro fissità indecifrabile.

Stessa impostazione, ma ben più convincente almeno sul piano delle conclusioni, per un film girato nello stesso anno del Sogno della farfalla, Senza pelle di Alessandro D’Alatri, che esplora l’universo affettivo di un giovane psicolabile e ipersensibile innamorato di una donna che lavora alle poste. Dopo aver lasciato intravedere come un clima familiare favorevole possa tradursi in un valido aiuto, il film di D’Alatri indica come la soluzione più equilibrata sia alla fin fine la comunità terapeutica.

"Qualcuno volò sul nido del cuculo" (1975) di Milos Forman.
"Qualcuno volò sul nido del cuculo" (1975) di Milos Forman.

Fantasmi del passato

Sempre restando nel cerchio della descrizione della follia, film come Un uomo a metà (1966) di Vittorio De Seta, Images (1972) di Robert Altman, Immagine allo specchio (1976) di Ingmar Bergman e Sweetie (1989) di Jane Campion hanno messo a fuoco il problema evidenziando altrettanti stati di alterazione mentale.

In tutti questi casi ci troviamo di fronte a personaggi che si confrontano con i fantasmi del passato, che si sono chiusi in sé stessi perché non sono mai stati amati, personaggi le cui nevrosi sono raccontate dall’interno e che di conseguenza assumono il valore e il significato della proiezione di uno stato di coscienza. Il passo successivo, ovvero la soluzione, è quello della terapia. Indicativi in questo senso Cattiva (1990) di Carlo Lizzani e Il principe delle maree (1991) di Barbra Streisand, che ne è anche interprete. Entrambi i film sono incentrati sull’effetto positivo dell’intervento psicoterapeutico.

Mentre Il principe delle maree ha alle spalle l’omonimo romanzo-fiume di Pat Conroy, un abile melodramma basato sulla rimozione del senso di colpa, il film di Lizzani ha ben altro spessore scientifico in quanto si ispira a Ricordi, sogni e riflessioni di Carl Gustav Jung e a uno dei primi casi affrontati dallo stesso Jung quando all’inizio del 1900 faceva tirocinio come assistente all’ospedale psichiatrico Burghölzi di Zurigo. Il rifiuto dell’impostazione nosografica della malattia, ovvero il suo studio puramente descrittivo, lo portò a confrontarsi con le idee di Freud, dalle quali poi si staccherà affermando che non tutte le tendenze dell’uomo possono essere ridotte alla libido, energia che sorge dagli istinti, ma anche dalle tendenze morali innate come gli istinti. Alla luce del concetto freudiano di rimozione, Jung affronta lo studio del comportamento del malato di mente riuscendo a individuare, dietro atti insensati e idee deliranti le sofferenze le delusioni, i sensi di colpa di una personalità mancata. Arriva così alla conclusione che per comprendere le manifestazioni della malattia mentale non si può prescindere dalla storia individuale del malato. È il caso di Emilia, la giovane signora ricoverata nella clinica di Zurigo, della quale Carlo Lizzani rievoca e ricostruisce il caso in Cattiva.

Il metodo seguito da Jung con Emilia fu quello di scoprire le ragioni che, al di là dei fattori organici, condussero la sua paziente alla malattia. Il giovane Jung instaurò con Emilia un rapporto medico-paziente che allora ingenerò sospetti e diffidenze. Un tipo di rapporto terapeutico così personale, intenso e intimo, così come era quello di Freud nella cura delle malattie mentali, che non poteva non scontrarsi con le convenzioni sociali, specialmente quando questo rapporto intercorre fra un uomo e una donna. Non più l’incontro tradizionale e autoritario fra medico e paziente, ma scoperta e interdipendenza fra due esseri umani, che, tassello dopo tassello, ricompongono il quadro delle cause che hanno generato la malattia.

A cominciare da Io ti salverò (1945) di Alfred Hitchcock, dove Ingrid Bergman aiuta il collega Gregory Peck a superare i suoi complessi, al metodo junghiano si rifanno più o meno esplicitamente molti altri film. «L’uomo moderno non si rende conto di quanto il suo razionalismo, che ha distrutto le sue capacità di rispondere ai simboli e alle idee soprannaturali, lo abbia posto alla mercé del mondo sotterraneo della psiche», scriveva Jung nel 1961, poco prima di morire. «Egli si è liberato, o crede di essersi liberato, dalla superstizione, ma in questo processo ha perso i suoi valori spirituali in misura profondamente pericolosa...». Consapevole della relatività di ogni teoria scientifica, Jung ha riconosciuto l’importanza delle esigenze spirituali nella vita psichica e accanto all’inconscio personale, originato dagli eventi vissuti dall’individuo sin dalla nascita, ha inserito un altro inconscio, l’"inconscio collettivo" comune a tutto il genere umano e ricco di enormi potenzialità positive, fra cui quella religiosa.

Due psichiatri a confronto in "Cattiva" (1990) di Carlo Lizzani.
Due psichiatri a confronto in "Cattiva" (1990) di Carlo Lizzani.

Il ruolo della famiglia

Tracce del metodo junghiano si rinvengono in David e Lisa (1963) di Frank Perry, ma ancor più marcatamente in Diario di una schizofrenica (1968) di Nelo Risi, medico e poeta, e in Gente comune (1980) di Robert Redford, due film che seguono gli sviluppi di altrettanti casi clinici penetrando all’interno dell’analisi e del suo metodo per seguire il percorso della ricostruzione dell’io. In entrambi questi film un trasporto affettivo non comune riesce a riportare i pazienti alla normalità. L’umanità della psicoterapeuta in Diario di una schizofrenica, l’amore paterno in Gente comune riescono a restituire alla vita esseri ritenuti irrecuperabili e sottolineano l’importanza che il ruolo della famiglia esercita nel processo di recupero operato nei confronti del paziente. Tema che è alla base della Stanza del figlio (2001) di Nanni Moretti e che proprio nel contrastato intreccio fra l’istituzione e la famiglia rimette in gioco la palla della diffidenza che il cinema ha spesso e volentieri manifestato nei confronti della psichiatria. E viceversa. In un convegno sull’argomento, la psicoanalista Simona Argentieri ha smontato la formula un po’ logora del cinema inteso come fabbrica dei sogni. Secondo Simona Argentieri mentre ci sono molti film, per esempio quelli di Truffaut, che rappresentano in modo efficace il mondo della mente e le deformazioni psichiche, lo stesso non si può dire per quanto concerne la descrizione della cura. «La cura con lo psicoanalista e la guarigione sono rappresentate sotto forma di indagine poliziesca: appena risolto il giallo il paziente sta bene. Oppure attraverso la forza dell’amore, che coincide con il lieto fine: quando trova una persona che lo ama, il paziente guarisce. Capita in Io ti salverò e in molti altri film di Hitchcock».

Una diffidenza, quella della psicoanalisi nei riguardi del cinema, che comincia molto presto, fin da quando Sigmund Freud rifiutò di collaborare a I misteri di un’anima (1927) di George W. Pabst, il primo film su un caso psicoanalitico.

Rifiuto abilmente aggirato, perché sempre in quel periodo Sigmund Freud non immaginava che le confidenze personali fatte all’amico Arthur Schnitzler si sarebbero tradotte in quel Doppio sogno dal quale circa settant’anni dopo Stanley Kubrick avrebbe tratto Eyes Wide Shut.

Enzo Natta

DAL PICCOLO SCHERMO

UNA PERICOLOSA OMOLOGAZIONE

Bambini tutti uguali, «indistinti e seriali», così li definisce l’ultima ricerca Censis sui media e minori dove si denuncia il panorama preoccupante causato dai programmi televisivi rivolti ai più piccoli. L’offerta cresce vertiginosamente: nel mondo vi sono 87 canali per minori e 50 di questi sono nati negli ultimi 3 anni. Tutto questo a discapito della qualità. Infatti tra le varie produzioni diffuse a livello internazionale vincono di larga misura i cartoni animati giapponesi (persino negli Stati Uniti) perché i costi di produzione sono molto bassi.

Da questi cartoni emergono contenuti, valori e messaggi mediocri che stanno alla base di una negativa omologazione dei minori. I piccoli telespettatori rischiano a lungo termine, secondo gli esperti, effetti negativi dal punto di vista psicologico: «paure, diffidenze, povertà linguistica, coazione al consumo, insorgenza di stereotipi e pregiudizi».

A fronte di questa invasione nipponica si segnala l’esempio dell’Australia (Paese esportatore) ove si sta registrando una positiva politica volta a creare e sostenere prodotti propri di qualità.

o.v.

WEB &FAMIGLIA

PER GLI ULTRA CINQUANTENNI

Il portale Intrage (www.intrage.it) è una pagina web che, autodefinendosi «un’esperienza innovativa nel campo della New Economy», vuole utilizzare le nuove tecnologie in chiave sociale per il soddisfacimento dei bisogni degli ultra cinquantenni.

Al suo interno vi sono numerose rubriche, in particolare segnaliamo quella che va sotto la denominazione "Famiglia" ove è possibile trovare, divise per argomento, oltre a notizie di recente attualità, anche numerose informazioni utili. Se clicchiamo, ad esempio, "Consumatori" di seguito a brevi articoli ("Aiuto ho perso i documenti" o "Rc auto: cattive compagnie"), troviamo utili consigli su come e dove rifare i documenti, come scegliere la polizza più conveniente e come utilizzare il commercio elettronico. 

o.v.

   








 

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