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n. 4
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DOSSIER -
UNA PRESENZA COSTANTE
IL GIOCO D’AZZARDO NEI SECOLI di
Tazio Carlevaro
DAI
DADI A BINGO Il gioco d’azzardo risale ai primordi dell’umanità. Probabilmente, è nato come strumento per conoscere la volontà divina. I primi dadi, risalenti a 5000 anni fa, sono stati ritrovati in Cina. Ben presto l’uomo se ne è appropriato per ragioni più laiche, più vicine alla sua vita quotidiana. Per sfidare l’altro con l’aiuto della divinità, forse. Per sondarne la volontà. Una specie di ordalia. Per il fascino della tensione. Già tra i greci troviamo i primi segni d’un gioco d’azzardo eccessivo. Diogene Laerzio riferisce, ma 500 anni dopo gli avvenimenti, che Socrate ne era afflitto. Anche Platone avrebbe fatto delle osservazioni sul gioco. Sta di fatto che i greci hanno sempre giocato ai dadi, e scommesso su qualunque cosa. Presso i romani, il gioco d’azzardo era proibito per ragioni collegate all’ordine pubblico. Ma la sera, le bettole romane chiudevano le porte agli avventori abituali, e si trasformavano in bische. Permesse erano invece le scommesse. I romani si appassionavano alle scommesse sulle corse di bighe e quadrighe. Potevano provocare anche vere e proprie sommosse, oltre che private disperazioni, in seguito alla perdita di denaro. Si scommetteva sul fantino, che poteva assurgere a fama notevole. Ma anche sul risultato dei combattimenti di gladiatori, vere star dell’epoca. Il dio Fors, o la dea Fortuna, ripartivano il bene e il male a loro piacimento. Quindi era possibile ottenerne favori, o incorrere nella loro ira. I romani credevano al fato, ossia al destino. Tutto era prefissato e solo alcuni dei avrebbero potuto mutare il destino. Quindi, il giocatore d’azzardo doveva giocare solo nei giorni fasti (fortunati), pregare e fare sacrifici agli dei giusti. Un quadro divertente e ricco di particolari ci è fornito dallo storico francese Jean Verdon. Egli riferisce che gli autori del Medioevo si lamentavano che alcuni bevitori si rovinassero nelle taverne. «Se ne vanno nudi come vermi», scrive Rutebeuf; infatti lasciano i loro vestiti in pegno. «Si sono giocati tutto, si sono bevuti tutto». Si gioca dopo la cena (si cena fra le quattro e le sette), ma la notte non sembra molto favorevole ai giochi. Forse ciò è dovuto agli interventi delle autorità, che regolano il coprifuoco. Talvolta il gioco era permesso solo in certi stabilimenti: di solito nei bagni pubblici, oppure nei bordelli, e, dunque, in certe vie di certi quartieri. Nacquero le prime concessioni comunali: a Magonza e a Francoforte, tra il 1371 e il 1432, il gioco era permesso presso speciali Spilbahn, sotto supervisione pubblica, durante il periodo delle fiere e quello in cui si svolgeva la riunione del parlamento dell’Impero (Reichstag). Un’istituzione analoga, a Spira, arrivava a consumare 10.000 dadi l’anno. I governanti tenevano sotto controllo il gioco d’azzardo: bisognava difendere la morale, salvaguardare la popolazione dai prestigiatori, dai bari e dai borseggiatori, che li seguivano. Ed era necessario impedire che le guardie notturne giocassero, pena gravi rischi alla città. Per i bari c’erano pene severissime. Nel 1469 un baro è accecato a Norimberga, in altri casi si preferiva l’annegamento in un sacco. Anche le donne giocavano, e questo fatto risvegliava forti opposizioni. Non era però il problema morale ad animare le amministrazioni comunali, ma la constatazione che il gioco d’azzardo poteva essere all’origine di liti, faide, zuffe, ferimenti e omicidi, anche perché i bari erano tutt’altro che rari. D’altro canto, chi perde pur poco, per via della scarsa circolazione del denaro dell’epoca, perde in realtà moltissimo, e dev’essere in seguito mantenuto dalla carità pubblica, assieme alla sua famiglia. Sono note le superstizioni riguardanti il gioco e la fortuna nel gioco. Per esempio, tenere il pollice di un giustiziato nel borsello portava fortuna a chi giocava.
Dal Rinascimento al XIX secolo Con gli anni, l’azzardo divenne sempre di più strumento di persone particolarmente capaci, ossia di prestigiatori che finivano col guidare l’azzardo a loro favore. In quei tempi, come dimostrano le opere del pittore Brueghel (sia del vecchio, sia di suo nipote, il giovane), le feste popolari sono piene di giocatori, lestofanti e vittime. I lestofanti, evidentemente, non giocano lealmente, ma barano a spese dei semplici che ci cascano. Agli inizi del Rinascimento, i giochi d’azzardo furoreggiavano. Furono introdotti alla Corte di Francia da Enrico IV, un giocatore impenitente. Imparò anche la corte: numerosi personaggi campavano quasi esclusivamente delle proprie vincite. In questi anni si diffusero anche le carte da gioco, grazie alla stampa. L’azzardo veniva spesso avvicinato anche alla magia. Si riteneva che il gioco fosse influenzabile da forze evocate con la magia cerimoniale bianca o nera. O magari con calcoli astrusi, desunti dalla nascente matematica. La magia operativa era destinata a scomparire di fronte alla scienza, almeno nel campo del gioco d’azzardo. Nel 1700 era possibile aprire un banco di gioco d’azzardo in stabilimenti appositi, oppure in case nobiliari, dove il gestore del banco doveva pagare un affitto. Molti nobili in difficoltà economica concedevano in affitto ali o sale dei loro palazzi, e molti nobili o borghesi in ascesa, nei momenti difficili della loro vita, aprivano dei banchi. Divennero popolari anche le lotterie: di solito se ne servivano re e ministri per coprire spese straordinarie o un buco di bilancio. Il XIX secolo vede il rafforzarsi della medicina scientifica. Le diagnosi divengono lentamente meno insicure, ma non ci sono ancora metodi terapeutici validi. Vanno in pensione la magia, e specialmente i metodi spiritualistici. La medicina diventa una disciplina legata alle scienze naturali o, almeno, all’epoca, lo avrebbe voluto diventare. Che fare per quei malati che si possono pagare una cura? Per cominciare, l’effetto placebo, ossia la suggestione. Se si prescrive un rimedio in cui il paziente crede, questi migliorerà almeno un poco, e almeno per qualche tempo. La gente credeva nelle virtù delle acque termali. Era già una credenza romana. E alcuni libri fortunati alla fine del Settecento ne diffusero la conoscenza. Quindi, perché non mandare questi pazienti a «passare le acque»? Lo vediamo in tutta Europa, dunque anche in Italia. Da allora i centri termali hanno offerto ai loro ospiti tre generi di servizi. Da un canto, le acque minerali, che servivano per la cura di numerose malattie: del fegato, dello stomaco, dello spirito, e dei muscoli. Le acque si bevevano, o ci si bagnava in grandi vasche. Tuttavia, la cura d’acqua lasciava molto tempo libero agli avventori. Quindi, in quasi tutti i centri termali, si formarono delle orchestre che rallegravano con i loro concerti la vita piuttosto noiosa del curista. Poi ci si rese conto che anche questo non bastava, e che era possibile recuperare una parte delle spese grazie all’apertura di casinò. In altre parole, il cliente, dopo la cura delle acque, poteva ascoltare un concerto, e poi poteva passare la giornata tra roulette, giochi di carte, di dadi, e così via. Ne parla Fedor Dostoevskij, un malato del gioco d’azzardo, che frequentava la Svizzera, dapprima a Montreux, da dove, con il treno, risaliva fino a Saxon, nel Vallese, un posto che gli piaceva particolarmente. Ma finì col preferire Baden Baden, che chiamerà Roulettenburg. I casinò moderni L’origine dei casinò moderni è nel Principato di Monaco. Nella seconda metà del XIX secolo, il direttore di un casinò tedesco si chiese se davvero non si potesse creare un casinò che facesse come suo punto di forza non tanto l’acqua termale, quanto l’aria salubre e il clima mite. Monaco, un piccolo principato senza risorse, sembrava essere la collocazione ideale. Era uno stabilimento dedicato all’élite europea e americana dell’epoca, non certo un’istituzione aperta a tutti. Così, Montecarlo divenne il modello per gli altri casinò sorti in Europa in quegli anni e in seguito. Già nel ’700, peraltro, l’amore per le scommesse sportive, in particolare per le scommesse sulle corse dei cavalli, arrivò sul Continente, dall’Inghilterra. La nascita dei grandi galoppatoi, nell’Ottocento, permise la diffusione delle scommesse sui cavalli. Ma alla fine del secolo, in alcuni Stati europei, cominciò una ventata proibizionista che portò alla chiusura o alla forte limitazione dell’attività dei casinò (Italia, Svizzera).
Lotto e lotterie in Italia L’Italia è stata all’origine di parecchi giochi, sia nati qui (lotto, lotteria, roulette), sia passati per di qua, per poi diffondersi anche altrove (carte, morra). Anche nell’Ottocento italiano le località termali erano sede di casinò. La reazione alle case da gioco culminò negli anni ’30, con la progressiva chiusura di tutti gli stabilimenti esistenti. I Casinò di Venezia, Saint-Vincent, Sanremo e Campione sono eccezioni a una politica estremamente restrittiva, rimasta finora immutata. Il gioco d’azzardo, in Italia, è gestito direttamente o indirettamente dallo Stato, di cui è anche un’importante fonte d’entrate. Nel 1986, lo Stato italiano ha incamerato 6.991 miliardi; nel 1995, 17.029 miliardi e nel 1998 ben 28.876 (miliardi, si intende). Le scommesse sui risultati sportivi comprendono il Totocalcio (nato nel 1946, proveniente dalla Svizzera), che nel 1998 aveva portato il 6,8% degli introiti del gioco. Il Totogol e il Totosei avevano contribuito con il 4,9%. Le scommesse sportive di vario tipo avevano contribuito con lo 0,6%. I giochi di lotteria sono i più amati dagli italiani: il Lotto aveva contribuito con il 40% alle entrate dal gioco, mentre Enalotto e Superenalotto avevano contribuito con il 10,5% e le lotterie nazionali con lo 0,7% e il Gratta e vinci (una lotteria istantanea) aveva contribuito con il 6,2%. Le scommesse sulle corse (Totip, Tris), avevano contribuito con il 19,1%, i casinò con il 10,7%. Alcuni tipi di gioco d’azzardo sono in ribasso (Totocalcio, scommesse sportive); altri, come il Gratta e vinci, dopo una grande voga non raccolgono più grande entusiasmo. Ci vogliono nuove idee, nuovi prodotti, nuovi stimoli. Per questa ragione è stato lanciato il Bingo, una sorta di tombola elettronica, al fine di stimolare il consumo di giochi. È probabile che lo Stato italiano voglia anche contrastare il passaggio al gioco clandestino, che in Italia dovrebbe raccogliere annualmente 4-5 milioni di euro. Per questo sarebbe urgente creare uno speciale corpo di polizia "giochi e scommesse". Tuttavia, rimangono aperti alcuni problemi. Il gioco tramite Internet, per ora non ancora diffuso, e lo status irregolare di troppe slot machine selvagge, una vera sfida alla legge e all’ordine pubblico italiani. Il calcolo delle
probabilità Blaise Pascal (nella foto) fu un matematico geniale vissuto tra il 1623 e il 1662. Da bambino, nel castello di famiglia, siccome s’annoiava, ricostruì l’intera geometria euclidea. Accanto alla scienza matematica, coltivò anche il metodo scientifico nella fisica e la riflessione religiosa. Nemico dei gesuiti, scrisse dei libri filosofici e satirici contro di loro, attirandosene la collera. Nel campo del gioco d’azzardo, è noto per avere sviluppato il primo studio organico sulle "regole" del caso. Un amico gli era arrivato a casa, chiedendogli di elaborare un metodo per vincere infallibilmente ai giochi d’azzardo d’allora, tra cui compariva già la roulette. Pascal gli promise che avrebbe fatto del suo meglio, per poi scoprire che non era possibile, e, quindi, gli poteva fornire solo qualche massima per diminuire le perdite. Si tratta di regole molto importanti, ma difficili da capire, perché l’essere umano non è abituato a pensare in termini di mancanza di causa. Tant’è vero che l’organizzazione definitiva delle "regole del caso", ossia della matematica statistica, e della matematica attuariale, risale alla prima metà del XX secolo. Taluni affermano che sia stato lui a inventare la roulette, ma non è vero: inventò invece la pascaline, che era una macchina meccanica per il calcolo. Una palestra d’esercizio Il gioco è un esercizio libero delle attività psichiche, fisiche e intellettuali, che corrisponde a un bisogno primordiale, organico e psicologico. Ciò significa che il gioco lo osserviamo nella prima età dell’uomo e di quella degli animali superiori, ma può persistere anche in seguito, spesso riassunto nel gruppo dei comportamenti d’esplorazione, legati al piacere del funzionamento, all’amore della sfida, al gusto di vivere qualcosa con altri e all’esposizione della propria bravura. In un certo senso, il gioco è una palestra d’esercizio: serve a emulare situazioni reali e ad apprendere modalità d’intervento. Ed è una fonte di piacere per l’esercizio del gioco in sé. Si gioca, infatti, con tutto e su tutto. Nell’uomo, però, serve anche a creare una simulazione che ha valore di per sé. È il suo lato simbolico. Può quindi anche non avere fini d’apprendimento. Serve al piacere del funzionamento del corpo e dello spirito. Ma il gioco d’azzardo non è un gioco come gli altri. Tre sono le condizioni per il gioco d’azzardo (ossia fondato sul caso) a base di denaro: l’individuo deve rendersi conto che pone in palio denaro o oggetti di valore; questa messa in palio è irreversibile; il risultato del gioco si basa esclusivamente o principalmente sul caso. La possibilità di vincere denaro, per quanto ridotta, è la condizione di base necessaria a qualunque gioco d’azzardo e di denaro (R. Ladouceur). Il "caso", ossia l’azzardo, è una serie d’avvenimenti tra di loro non correlati. Esso è dunque caratterizzato dall’imprevedibilità, cioè dal fatto di non essere mai controllabile. Talché le serie casuali non si possono prevedere, ma solo riconoscere a posteriori. Quindi, nel gioco d’azzardo non esistono qualità apprendibili, esercitabili e affinabili che ne migliorino le prestazioni. Perché il denaro? Il denaro rappresenta un aspetto centrale dell’esperienza umana. Si gioca, si rischia, nella misura in cui si cerca una ricompensa o un riconoscimento tangibili (sia pure magari anche solo morali). Il gioco d’azzardo deve produrre un valore, che dia accesso ad altri valori, altrimenti non è più un valore, e il gioco non è più "gioco". I giocatori spesso affermano di non giocare per denaro, ma per il piacere. È vero che di solito reinvestono quello che vincono, per cui è un po’ come se attivassero un circolo vizioso. In realtà, nessun giocatore d’azzardo rischierebbe se in palio ci fossero fazzolettini di seta od orsetti di peluche. Ma il denaro ha un valore anche metaforico, immaginario, perché è lo strumento per acquisire anche l’impossibile. Poiché non basta mai, chi gioca e vince difficilmente si ferma in tempo. Infatti, il guadagno aumenta l’eccitazione provocata dal gioco, e induce a ripetere l’esperienza. I giochi d’azzardo sono in pratica gli stessi dagli albori dell’umanità. È il loro involucro che si è trasformato nel corso del tempo. Certi giochi sono stati importanti in passato, per esempio, i Dadi. Altri sono quasi scomparsi, come il gioco del faraone, o la morra. Altri sono rimasti confinati nell’ambito familiare, come il giro del mondo o la tombola. Solo la sua versione elettronica moderna, il Bingo, sembra trovare masse d’appassionati. Altri erano limitati a certi ceti sociali, come la roulette tra i ricchi. Altri ancora sono tipici di certe civiltà e non d’altre, come la cinese ruota della fortuna. Con l’avvento dell’era industriale, è aumentato il tempo libero. Ma è anche aumentato il bisogno di vincere: è la società stessa ad averlo imposto come valore. E se uno non vince con i suoi mezzi, può immaginarsi di vincere grazie al caso. Il gioco d’azzardo può allora diventare il rimedio universale per i mille e un problema, cui né la società, né i singoli, sono in grado di rispondere. È dunque così che è aumentata la domanda d’occasioni di gioco. Che ha comportato l’aumento dell’offerta e dei luoghi dove giocare. E l’offerta di giochi si è diversificata e si è radicata nella società: alla televisione, sotto casa, dal tabaccaio. Non più solo al casinò, o nel retrobottega d’un ristorante. I giochi diventano sempre più invitanti, ricchi e seducenti. Un elenco incompleto I giochi d’azzardo sono di vario tipo. Alcuni sono considerati grandi giochi, altri li troviamo a livello popolare. Eccone una sommaria tipologia.
Le lotterie e i giochi simili Le lotterie istantanee Le carte da gioco: I dadi Le slot machine I giochi del casinò
Mai del tutto contrastato È sempre variegato il quadro giuridico in cui si può giocare d’azzardo. Varia fondamentalmente tra il permesso e l’interdetto e, dove permesso, tra regolato oppure lasciato all’arbitrio individuale. Spesso, il quadro giuridico corrisponde a quanto propone il quadro etico, dove il gioco è ora ammesso, ora contrastato. Ma in ogni caso, il gioco d’azzardo non è mai stato bandito del tutto, e comunque sempre in un modo ambivalente e, dunque, in un qualche modo sempre tollerato. Il giudizio sociale ha quasi sempre riconosciuto le diversità tra i giochi, che si esprimeva anche con un diverso giudizio morale. A dipendenza del giudizio sociale e di quello giuridico, il gioco, sul piano sociale, si è sempre presentato come visibile, o come nascosto, e quindi sotterraneo. Oggi le tendenze vanno da una legislazione restrittiva, a una aperta, ma fortemente prescrittiva, o a una aperta e totalmente liberale. In Europa, dopo un periodo di totale lassismo (XVIII secolo), si è passati a un esercizio regolato del gioco d’azzardo, almeno per quanto riguarda i giochi da casinò. Invece, le lotterie non sono mai state private. Probabilmente per il basso ritorno che va ai giocatori (e quindi l’assoluta certezza che garantisce agli organizzatori), è sempre stato in mano a organizzatori pubblici, o accreditati presso lo Stato. Un accenno veloce va fatto sull’epidemiologia. Essa studia la presenza di determinati disturbi, e la loro frequenza, in una determinata popolazione. In una popolazione adulta (di 18 anni e più) troviamo dall’1 al 3% di persone con disturbi di gioco problematico. Tra chi gioca d’azzardo regolarmente, solo il 2% svilupperà problemi di compulsione al gioco. Circa un terzo dei giocatori problematici è una donna. Il periodo in cui si passa da un gioco "normale" a uno eccessivo è di 3-4 anni. Per le donne, il tempo di formazione è più breve. La prevenzione del gioco patologico è importante: c’è una relazione tra la manifestazione del disturbo di gioco d’azzardo patologico e la precocità dell’incontro con il gioco d’azzardo. Ci sono altri numerosi fattori in proposito. I giocatori non dipendono mai tutti, da tutti i giochi. Spesso chi dipende dalla roulette guarda con alterigia chi gioca con le macchinette, e chi si occupa di Corse di cavalli non riesce a capire perché ci si possa appassionare per la roulette o per il black jack. E anche tra gli appassionati di macchinette, non tutte sono uguali, o meglio: non tutti i giocatori amano tutte le macchinette. La ricerca scientifica Non sembra ci siano dipendenze dalle lotterie tradizionali. Tant’è vero che gli organizzatori di giochi hanno dovuto inventare sia estrazioni più ravvicinate, sia jackpot più appetibili, sia lotterie immediate (gratta e vinci: decisamente più creatrici di dipendenza). Il Bingo è un modo per intensificare il ritmo d’estrazione delle tombole. In Spagna, ha dimostrato di poter creare dipendenze. È certo che la maggiore potenzialità di eccesso la troviamo con i giochi più diffusi: le macchinette mangiasoldi. L’importanza economica crescente del gioco d’azzardo ne determina lo studio sotto differenti profili. È un campo di ricerca economica, evidentemente. Ma anche la tecnica dei vari giochi (ossia: come si costituiscono e come si presentano) è diventata una scienza con apporti dall’economia, dall’estetica, dalla psicologia applicata, dalla meccanica e dall’elettronica. Lo vediamo facilmente nell’evoluzione, cambiamento e diffusione dei giochi come per esempio quelli delle lotterie, dei giochi su macchine elettroniche. Il gioco può essere una risorsa per una regione. Consideriamo la situazione di Las Vegas, con il suo milione e mezzo di abitanti. Ospita, ogni anno quasi 60 milioni di clienti i quali non vengono solamente per i casinò, ma anche per le bellezze naturali dello Stato, per il suo ottimo clima, per gli spettacoli suntuosi, per congressi di varia natura, per i campionati di pugilato. La psicologia non è rimasta indietro: un ramo importante si è occupato dello studio delle motivazioni e del comportamento durante l’attività di gioco, assieme alla medicina, e in particolare alla psichiatria, che ha studiato le sue implicazioni psicopatologiche, ossia la produzione di una sindrome particolare, detta gioco d’azzardo patologico o "eccessivo". Tazio Carlevaro
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