Famiglia Oggi.

Logo San Paolo.
Sommario.

Numeri precedenti.        

Cerca nel sito.       

n. 4 APRILE
2002

Sommario

EDITORIALE
Non aprite le porte al caso
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Una strada che conduce al fondo
di MICHELE SFORZA

apep00010.gif (1261 byte) Psicologia del gioco d'azzardo sociale
di GIOACCHINO LAVANCO

apep00010.gif (1261 byte) Un mondo di numeri e riti
di MAURO CROCE

apep00010.gif (1261 byte) Trovare un equilibrio nuovo
di
CESARE GUERRESCHI

apep00010.gif (1261 byte) Strategie legali a confronto
di SARA DE MICCO

apep00010.gif (1261 byte) Costruire una rete di supporto
di
DANIELA CAPITANUCCI

apep00010.gif (1261 byte) Il privato si muove
di
STEFANO OLIVA

DOSSIER
Il gioco d'azzardo nei secoli
di TAZIO CARLEVARO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Al tavolo da gioco come in trappola
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
L'intelligenza non è maturità
di ELENA MANCINI
Nostalgia di miti familiari
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Un'esperienza sul territorio
di ALESSANDRA SASSOLI e MELANIA BISESTO
La risposta della Capitale
di MELANIA BISESTO
Donne mute nei varietà televisivi
di FRANCA PANSINI

CONSULENZA GENITORIALE
L'importanza di saper perdere
di ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Il "bel Paese" dai soldi facili
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Mai più bambini come soldati
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

CONSULENZA GENITORIALE  - IL GIOCO D’AZZARDO COME TERAPIA

L’importanza di saper perdere

di Aristide Tronconi
(psicologo)

Non sempre scommettere è da considerare un’attività patologica. C’è chi riesce, infatti, ad affrontare il gioco, senza ossessioni e frustrazioni, come una ricerca di evasione positiva. Anche il rifiuto o il terrore di puntare, pur piccole somme di denaro, può essere sintomo di disagio psichico.

È necessario prima di tutto distinguere il gioco d’azzardo in sé dal gioco d’azzardo patologico. Quando si parla di quest’ultimo si intende un comportamento disadattivo e pericoloso dell’essere umano. Le conseguenze del gioco d’azzardo patologico sono quasi sempre disastrose sia sul piano psicologico che economico. Essendo l’azzardo la sola cosa che l’individuo ha in mente, si configura come una sorta di malattia, tanto è vero che le modalità di intervento curativo a volte non si diversificano da quelle che vengono adottate per risolvere i problemi di altre dipendenza come quelle da sostante stupefacenti.

Il gioco d’azzardo non patologico presuppone, invece, che l’individuo che compie questo atto sia in grado di trattenersi dall’impulso di non smettere o dall’impulso di investire somme di denaro sempre più ingenti, o dall’impulso di recare danno alla propria stessa vita. Non è così raro, infatti, che persone incapaci di vivere senza il gioco d’azzardo, commettano ad un certo punto gesti inconsulti verso di sé o i propri familiari. Possono arrivare a delinquere come a farsi del male. Si è calcolato, infatti, che i tentativi di suicidio nei giocatori d’azzardo patologici sono quattro volte superiori rispetto alla media dell’intera popolazione.

Tutto ciò non accade negli individui che hanno un approccio più normale al gioco, anche se sempre d’azzardo si tratta. Intendo cioè riferirmi a quei giochi che prevedono le scommesse o le puntate di soldi. Caratteristica dell’azzardo è proprio quello stato di incertezza che accompagna una determinata scelta. Il giocatore, indipendentemente dalla sua volontà, si trova in una situazione di affidamento al caso, alla dea fortuna, la quale può essere provvida o severa, può premiare o castigare al di là dei pregi e delle abilità del giocatore stesso.

Dal punto di vista statistico la probabilità di riuscita positiva dell’evento è quasi sempre molto scarsa. Solitamente questo dato non è ignoto al giocatore, ma proprio per questo diventa più eccitante il rischio da correre. Tutti noi sappiamo quanto sia difficile fare tredici alla schedina del Totocalcio o indovinare tutti i numeri del Superenalotto, eppure per un attimo, quando ci rechiamo al botteghino, ci passa per la mente il pensiero che potrebbe essere invece la volta giusta. Cosa faremo poi dei soldi vinti? Ognuno dà la risposta che più gli aggrada, in una sorta di gioco benevolo con se stessi e con la propria storia.

Sentirsi liberi dal buon senso

Sappiamo, il più delle volte, che è solo un sogno ad occhi aperti, una sorta di scherzo che ci distoglie dalla routine quotidiana e dalla prevedibilità delle nostre azioni. L’idea che un evento straordinario, quale può essere una grossa vincita al gioco, possa entrare nella nostra vita, può farci sentire per un attimo di tempo liberi dai vincoli del buon senso, quelli che ci guidano a far buon uso delle risorse finora accumulate o che ci inducono a risparmiare ed essere accorti, o che ci obbligano a essere in contatto con la realtà e coi problemi del vivere umano. L’ipotesi di una vita diversa, di una vita esagerata e, inoltre, il credere di essere uno dei pochi, o il solo, che è stato scelto dalla fortuna, crea nell’individuo una sorta di piccola ubriacatura mentale, quasi una ebbrezza momentanea in cui fanno da padroni l’eccezionalità e il privilegio.

A volte questi pensieri possono non essere coscienti; quello che viene sperimentato è solo un senso di lieve eccitazione o di ansia. Qualcuno può provare anche un senso di momentaneo sollievo all’idea che tutto, se va bene, si sistemerà.

Non diverso, per quanto riguarda l’intensità del vissuto, è il momento in cui veniamo a sapere di non aver vinto. Non ci sono tragedie, né lutti particolari da superare. Ci dispiace un po’ ma dopotutto lo sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stata un’impresa difficilissima quella di vincere.

Non succede cioè quello che capita al giocatore patologico il quale non vuole arrendersi; di fronte alla sconfitta si mobilita immediatamente e va a puntare subito una cifra superiore a quella persa in una sorta di trascinamento ipnotico, unito il più delle volte ad uno stato di agitazione.

È quello che tecnicamente viene chiamato chasing, ossia l’inseguimento delle perdite. La puntata successiva viene vista come l’unica possibilità di redenzione e di recupero.

Anche la frequenza è ovviamente diversa. Per il giocatore normale la scommessa è un fatto che può essere occasionale o abitudinario, ma sicuramente contenuto. Non succede che sia né l’attività prevalente né la più assidua. Una o due volte la settimana, per qualcuno anche una volta al mese, magari mentre l’individuo esce per fare qualche altra commissione. L’investimento emotivo è di per sé marginale rispetto agli altri fatti della vita; è un intermezzo piacevole che stimola un’emozione particolare, ma che tuttavia non è ritenuto così indispensabile per sentirsi contenti o per sentirsi certi di condurre un’esistenza dignitosa e di valore.

Come sulle montagne russe

In questo senso il gioco d’azzardo non patologico può essere una sorta di auto-terapia. Si dà spazio a contenuti fantastici e a emozioni insolite, non così intense da destare allarmi, né così usuali tuttavia da essere confuse con il quotidiano. Può essere l’equivalente di una notizia inaspettata, di un fatto emozionante, di una discesa dalle montagne russe, di un’immagine che colpisce, di una raffica improvvisa di vento. Può essere considerato un accadimento che ha dell’irrazionale e dell’inconsueto, e per questo motivo può essere eccitante e nello stesso tempo ansiogeno.

Nella mente del giocatore però non occuperà mai più dello spazio dovuto, rimarrà come un piccolo tassello insieme ad altri più grandi e più importanti, quelli che realmente creano l’insieme della personalità dell’individuo.

Il bisogno di trasgredire

Mi ricordo di un paziente che trovandosi per caso a parlare in seduta del gioco d’azzardo, mi disse che lui non l’avrebbe mai potuto sopportare in casa sua. Si era sempre rifiutato di prendere in considerazione ogni sorta di gioco che avesse di mezzo i soldi. Anche da ragazzo si ritirava dal gruppo di amici quando decidevano di giocare a poker o a sette e mezzo, cercando di mascherare dentro di sé il disprezzo per quel tipo di scelta.

Approfondendo il motivo di questa sua esagerata avversione al gioco d’azzardo, emerse la paura di perdere il controllo, per cui tutto ciò che lui faceva doveva essere all’insegna del raziocinio e della prevedibilità. Aveva paura di non sopportare l’ansia per accadimenti fortuiti, del tutto casuali. Aveva inoltre paura di non riuscire a tollerare la frustrazione per una perdita al gioco, anche se di poco conto.

Il fatto di dover accettare il fallimento di fronte agli altri lo rendeva irrequieto. Non capiva poi perché i suoi soldi dovessero finire nelle tasche di altri, indipendentemente dalla loro capacità di saperseli guadagnare.

I giochi d’azzardo più impegnativi, quelli che avvengono nei casinò ma anche il semplice gioco del lotto, lo terrorizzavano. Non avrebbe mai puntato una somma alla roulette o scommesso su un cavallo. Qui era l’idea di vincere che lo sconvolgeva. Il timore era quello di entrare in possesso di un grosso ammontare di denaro. Rappresentava per lui un potente stimolo a cambiare radicalmente la propria vita, dirigendola più sul registro del piacere che su quello del sacrificio. L’ipotesi era quella che sarebbe stato completamente libero di scegliere ogni cosa che lo allettasse. Dopo tutto non era così che fino ad allora aveva vissuto. Aveva sempre ponderato ogni sua decisione, prevedendone le conseguenze per sé e per gli altri, aveva sempre sacrificato di sé quegli aspetti più istintuali e irrazionali all’insegna della saggezza e del buon senso. Per questo era una persona stimata e ben voluta sia in famiglia che sul lavoro.

Pur tuttavia questo sistema chiuso e controllato lo stava soffocando. Era venuto da me perché attacchi di panico, che lo coglievano di sorpresa da un po’ di tempo a questa parte, gli toglievano il fiato. Erano così violenti che gli davano l’idea che sarebbe morto soffocato senza neanche il tempo di ricevere alcun soccorso.

In realtà quello che veniva soffocato era quella parte di sé che aveva bisogno di distrarsi, che aveva bisogno di attimi di spensieratezza e irrazionalità, che aveva bisogno di venire contagiata da fantasie e da piccole trasgressioni. La serietà e la ripetitività dei suoi atti se da una parte gli davano sicurezza, dall’altra gli toglievano l’emotività e la spontaneità, fino a dargli il senso che qualcosa di lui stava per morire.

Aristide Tronconi








 

Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

Famiglia Oggi n. 4 aprile 2002 - Home Page