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n. 4
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POLITICHE
FAMILIARI - LA NORMATIVA
SUL GIOCO IN ITALIA
Il "bel Paese" dai soldi facili di
Francesco Belletti Incompleta, lacunosa, inadeguata. Così viene ritenuta la legislazione italiana che regola scommesse e lotterie. E lo Stato, che ci guadagna, non può chiamarsi fuori. Come in molti altri settori di attività, anche nei confronti del settore "giochi/lotterie/azzardo" la normativa nel nostro Paese è lacunosa, incompleta e inadeguata al contesto attuale; basti pensare che nel corso della XIII legislatura (quella conclusasi con le elezioni del maggio 2001) più di novanta proposte e progetti di legge sono stati presentati senza esito al Parlamento, finalizzati non solo alla stesura di una legge quadro, ma anche alla "garanzia" delle professioni operanti nel settore (albo professionale per i croupier o per i gestori delle case da gioco), o alla richiesta di autorizzazione all’apertura di case da gioco in singoli Comuni. A oggi, come afferma la sentenza n. 291 (25 luglio 2001) della Corte Costituzionale, «è sempre più grave il problema della situazione normativa concernente le case da gioco aperte nel nostro Paese», e quindi «è divenuto improrogabile – sempre che il legislatore intenda persistere nella politica di deroghe agli artt. 718-722 del codice penale – un intervento legislativo». Del resto la stessa Corte Costituzionale, sollecitata nel 1985, aveva già indicato (sentenza n. 185, 6 maggio 1985) che la normativa vigente, approvata nel 1927, era estremamente disorganica, sia rispetto ai criteri di autorizzazione, sia per i vincoli e le destinazioni cui sono sottoposti i proventi delle attività delle case da gioco. I ricordati articoli del codice penale dichiarano illecito, e quindi sanzionato penalmente, il gioco d’azzardo, caratterizzandolo con due requisiti essenziali: il fine di lucro della persona che lo esercita e l’aleatorietà (casualità) della vincita o della perdita; quindi i Casinò di Sanremo, Saint-Vincent, Venezia e Campione d’Italia possono operare solo per una "deroga" specifica dagli articoli ricordati. Attualmente sono tre le Commissioni parlamentari investite dal tema: la Prima e la Sesta al Senato (Affari Costituzionali e Finanze e Tesoro), che avevano redatto un testo unico congiunto, arrivato alla discussione in aula il 18 gennaio 2000, e la Decima Commissione della Camera (Attività Produttive) cui è stato assegnato, il 9 ottobre 2001, il progetto di legge n. 71, d’iniziativa dell’Onorevole Karl Zeller (gruppo misto-minoranze linguistiche), Norme per l’istituzione e la regolamentazione delle case da gioco sul territorio nazionale; anche il relatore di quest’ultimo progetto di legge sottolinea, nella relazione introduttiva, che «esiste oggi l’esigenza, sempre più pressante, di pervenire a una legge organica che regolamenti il gioco d’azzardo, riconoscendone la legittimità a condizioni predeterminate. Vi è la necessità di una riforma capace di regolamentare un settore, così come è già stato fatto da tutti i nostri partner europei, superando reticenze di carattere morale, perché coerentemente, allora, per le stesse ragioni, dovrebbero essere vietate tutte le forme di gioco d’azzardo, compreso il Totocalcio, il Totip, le lotterie». Il progetto di legge quindi «tende a una distribuzione regionale delle sale da gioco..., affidare alle Regioni e alle Province autonome di Trento e Bolzano il rilascio delle autorizzazioni per l’esercizio delle case da gioco, la cui titolarità deve necessariamente spettare all’amministrazione comunale. Una distribuzione della case da gioco così predisposta appare giusta ed equa in quanto si prefigge le seguenti e fondamentali finalità: eliminazione della sperequazione oggi esistente; agevolazione della lotta contro le bische clandestine; contributo allo sviluppo turistico e termale di località che abbiano titoli e meriti nel settore; risoluzione dei problemi assillanti vaste zone turistiche nell’ambito della programmazione regionale e provinciale». Questo progetto di legge, che verosimilmente verrà accompagnato da molte altre proposte, consente di analizzare alcuni punti rilevanti che hanno accompagnato il dibattito sulla questione gioco negli ultimi anni. Anzitutto emerge una finalità antiproibizionista nei confronti del gioco, che tende a liberalizzarne l’attività, per motivazioni economiche (occupazione, sviluppo del territorio, lotta alla criminalità organizzata); sarebbe forse opportuna una maggiore attenzione alle conseguenze negative di questa scelta, prevedibili fin da ora, anche sulla base di dati internazionali ormai certi e consolidati (l’1-2% della popolazione dei giocatori, secondo stime della Gamblers Anonimous – Giocatori anonimi – americana, soffre di una vera e propria sindrome da dipendenza da gioco). Attenzioni necessarie Ma solo negli ultimi anni sta emergendo la rilevanza di un comportamento che, quando diventa patologico, costituisce un grave fattore di malessere psichico e relazionale; chi soffre di dipendenza da gioco infatti non riesce più a controllare questa attività, e ne diventa schiavo (compulsività), mettendo a rischio anche il proprio contesto familiare (relazioni, sicurezza economica, benessere complessivo). Quindi promuovere il gioco senza prevedere ammortizzatori di fronte a questo rischio (servizi, risorse per la prevenzione della dipendenza, vincoli che impediscano indebitamento, usura e disagi familiari) appare ben poco condivisibile. Inoltre, non possiamo non riprendere quelle «reticenze di carattere morale» presenti anche nella relazione introduttiva di Zeller, perché è invece proprio di quelle che riteniamo doveroso parlare: il fatto che il nostro Paese stia diventando sempre di più il Paese dei "soldi facili", delle lotterie e del gratta e vinci, non significa accettare supinamente questa evoluzione, quasi facesse parte di una legge inevitabile di sviluppo. La crescente tendenza allo "Stato biscazziere", attraverso la legalizzazione di specifici comportamenti, su cui anzi fare profitto pubblico (attraverso le tasse), non ne giustifica la moralità né la legalità; basti pensare, in altri scenari, al paradosso del tabacco, venduto in pacchetti su cui è scritto «nuoce gravemente alla salute», ma sui quali è saldamente incollata anche la fascetta dei "Monopoli di Stato", che ricava così soldi dalla vendita di fumo (e che poi, peraltro, dovranno essere spesi per le cure ai tumori e per la ricerca e la lotta al cancro). Infine, l’esperienza di questi anni ha evidenziato come l’ampliamento delle opportunità e delle occasioni di "gioco legale" non garantiscano uno sviluppo equilibrato, equo e legale: la legalizzazione delle scommesse del 1998, o la recente controversa apertura delle sale Bingo (che tanto spazio ha occupato negli ultimi mesi sui quotidiani), o l’introduzione delle macchinette videopoker (circa 800.000 sarebbero state, alla fine del 2000, le "macchinette mangiasoldi" installate in Italia) hanno comportato, oltre a un rilevante business (nel dibattito al Senato del 19 dicembre 2000 si parlava, solo per i videopoker, di circa 40.000 miliardi di lire a fine 2000), anche numerosi problemi sia in termini di legalità dei comportamenti (premi in denaro anziché in gettoni o consumazioni, macchinette truccate), sia relativamente alle conseguenze sociali (sale Bingo come spazio di socialità o di solitudine? Occasioni di incontro o di dipendenza da gioco?). Non marginale appare anche l’area del "cyber-azzardo", ossia le potenzialità e i rischi che l’avvento di Internet ha portato rispetto alle pratiche di gioco, e sulla cui regolamentazione normativa – come per molti altri settori collegati al web – non esistono ancora soluzioni soddisfacenti. Resta solo da sperare, a questo punto, che il nostro Paese, pur nella necessaria convergenza con le tendenze complessive europee, sappia trovare un percorso di regolazione di questo settore capace di favorire non solo gli operatori economici o il sistema pubblico, ma anche gli interessi reali dei singoli cittadini e delle loro famiglie, troppo spesso colpite o travolte da un gioco che si fa troppo serio. Francesco Belletti
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