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n. 5
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LOGICA
I tanti modi di amare di Mariateresa
Zattoni e Gilberto Gillini Gelosia,
invidia e deprivazione sono sentimenti provati dal figlio che si sente
meno amato. Spesso, tuttavia, sono il risultato di dinamiche innescate
dagli adulti che non sanno ammettere di voler bene ai figli in maniera
differente.
Per districarsi nella difficile situazione della percezione delle differenze all’interno della fratria, poniamoci di fronte a una breve narrazione che ci porta un primo "guadagno": Mara, donna trentenne, impiegata, sposata con figli, incontra la zia materna la quale abita sopra la casa della sorella e madre di Mara. Tra le altre cose, in maniera del tutto spontanea, cade nelle parole della zia la seguente "informazione": «Ma quanto stira tua madre per tua sorella! La vedo arrivare con intere bracciate di roba da stirare... e sì che è anche casalinga, tua sorella!». Questa notizia, apparentemente informale, a poco a poco acquista spazio su spazio nella mente di Mara, quando ripensa alle parole della zia. La tranquillità e il buon umore di poco prima paiono svanire e un sordo risentimento prende il sopravvento. La catena dei pensieri "tossici" di Mara è prevedibile: «Ecco, sempre a lei, la piccola. Mai una volta che mia madre si sia offerta di stirare a me, che oltretutto sono fuori casa tutto il giorno. Certo, mia sorella ha imparato a sfruttarla e non si preoccupa di affaticarla, con due maschi che le sono rimasti in casa da badare... è un egoista, ecco cos’è. Ma a me che viene in tasca nel non sfruttarla? Si è mai accorta veramente di me, mia madre?». Sappiamo che la catena può essere infinita e comprendere la minuta catalogazione di tutte le volte in cui lei, sorella maggiore, ha percepito la differenza a favore della sorellina... con l’aggiunta, nella memoria, di fatti che appaiono incontrovertibili... Fatto è che il mondo interno di Mara è tutto preso da emozioni negative, che mettono in secondo piano - almeno per ora - gli aspetti positivi del suo vivere. Come ne uscirà Mara? Poniamo che si risolva a mettersi in concorrenza diretta con la sorellina: porterà anche lei "bracciate" di roba da stirare alla mamma, magari credendo, con un simile atto, di "prendersi la sua parte", come da diritto. Ma è probabile che questo atto di concorrenza aperta non sortisca l’effetto di parità da lei sognato: la mamma, ignara delle ragioni profonde della figlia, potrebbe risponderle: «ma questa settimana ho troppo da fare! Ho qui anche le cose di tua sorella...». Mara sarà involontariamente andata a cercarsi una "prova" delle ingiustizie perpetrate a suo danno. Poniamo invece che Mara reclami esplicitamente: «ma perché fai tutto questo per mia sorella e niente per me?!». A questo punto la madre si sentirà punta sul vivo, reclamerà quanto lei abbia fatto per Mara, e quanto lei non faccia differenze. E Mara, spettatrice impotente di queste autogiustificazioni, ne trarrà altre frustrazioni e altre conferme delle ingiustizie subite. Poniamo, infine, che Mara, sentendosi invisibile, non esca allo scoperto, calcolando che non ne vale la pena: si rifugerà in una nebbia depressiva amara, certo, ma che le terrà una sorta di compagnia, anche quando recede sullo sfondo e lei pare dimenticarsene. Fatto è che, quando incontrerà la sorella o la madre, qualcuno si chiederà: «ma cos’ha Mara che sta così sulle sue?». Forse qualcuno si convincerà che è proprio di cattivo carattere. La narrazione che abbiamo puntualmente seguito ci istruisce sulle condizioni che permettono alle "differenze" di diventare ammorbanti, anzi, tossiche. Vediamo la prima di queste condizioni. Come mai, infatti, Mara che ormai è autonoma e ha altre soddisfazioni dalla vita, non fa un’alzata di spalle dicendo con allegria: "Mia sorella è più furba di me, in questo caso. Beata lei!" (potrebbe perfino scoprire che a lei piace stirarsi le sue cose e non dipendere da come le stira la mamma e dalle probabili rivalse che lei fa dopo aver stirato!). Mara non può scrollare le spalle perché ha un suggeritore, uno che vede al posto suo e la istiga a vedere ciò che lei non vede (Selvini Palazzoli e altri, 1988). L’informazione "innocua" della zia è infatti una vera e propria istigazione che inocula il veleno dell’invidia e del risentimento. In controluce, pensando alle due sorelline abitanti al piano di sotto di una zia "sorvegliante", non possiamo non percepire come questo "gioco" duri da un pezzo: è da tanto, infatti, che la zia "vede" che Mara è trattata ingiustamente, che Mara è invisibile agli occhi della madre e si prefigge di proteggerla. Ancora di più: possiamo intuire che "da sempre" i conti tra le due sorelle (la madre e la zia) non sono pari e che la zia sembri "riscuotere" attraverso la nipote Mara (Boszormenyi-Nagy e Spark, 1973). La nostra esperienza di counseling formativo ci induce a credere che dietro a un’insanabile sofferenza da figlio escluso o cui si preferisce un altro figlio/a, c’è di solito un suggeritore. Per farsi la sua spallata di allegria, Mara dovrebbe "licenziare" la zia, rinunciare in qualche modo al legame privilegiato e sostitutivo con lei, mostrarle con i fatti che ciò che la zia vede non è poi così grave. E - si sa - le zie licenziate (e non solo loro) di solito si offendono molto. I suggeritori di "ruolo" Il ruolo di "suggeritore" può essere preso anche da altri parenti ed è tanto meno licenziabile, quanto più stretto è il legame: un amico, un vicino di casa sono "suggeritori" meno micidiali. Un nonno/nonna può essere un suggeritore infausto, sia che si tratti di genitore o di suocero/a del genitore "ingiusto": un nonno che "vede" delle ingiustizie di trattamento che un "povero" nipotino subisce (anche qualora non gliene parli esplicitamente!) e che si sente in dovere di risarcirlo, di tenerlo vicino, perfino di soffrire per lui, rende tali ingiustizie (pure presenti, ma ridimensionate da tanti altri aspetti della vita!) invalicabili e durature; non conosciamo nipotini che vogliano disfarsi di nonni suggeritori! Va da sé che quando il suggeritore è l’altro coniuge, la situazione è ancora più grave; il contro bilanciamento che si verifica in questi casi rischia di diventare invischiante; è soltanto un esempio "classico": quanto più un padre "sente" che la moglie fa preferenze per il maschio, tanto più lega a sé la figlia femmina e viceversa: poiché ciascuno dirà che è stato l’altro a cominciare con le sue preferenze. Il rischio, qui, è che ciascun figlio si senta obbligato a essere figlio di un solo genitore. E veniamo alla seconda condizione: ciascuno è rafforzato nel vedere le differenze o le ingiustizie dal ruolo di tutti gli altri e si preclude di vedere altri aspetti che sarebbero altrettanto pertinenti, ma meno ammorbanti. Ad esempio, Mara è rafforzata nelle sue antiche gelosie dal fatto che la sorella può sfruttare la mamma, la quale "gliele concede vinte". È per questo che le riesce difficile mettersi in concorrenza aperta: se per caso "vincesse", il suo ruolo ormai consolidato di sorella non preferita e invisibile nei suoi bisogni sarebbe messo in discussione. E non è detto che ciò le piaccia! In ogni caso a Mara sfugge che cosa la sorella "paga" alla madre: una maggiore vicinanza, una sudditanza, il darsi il compito di dimostrarle il suo essere indispensabile; così come le sfugge quanto la propria eventuale richiesta alla madre di fare altrettanto per lei sia esibita con un tono che rende difficile alla madre non sentirsi attaccata. D’altro canto, anche la sorella con il suo disinvolto sfruttare la mamma, senza passarle parola, conferma Mara nel suo sentirsi trattata in modo ingiusto: a lei sfugge quanto Mara "non se lo possa permettere" e quanto non veda "i costi" che lei paga. Si potrebbe aprire qui una parentesi sulle cattive sorti, nel lungo periodo, del figlio "privilegiato": di quanto egli diventi incolpevolmente più egocentrico, poiché gli pare un diritto ricevere i favori del genitore, una sorta di diritto di nascita, che lui non può mettere in discussione, ma che paga a caro prezzo (ad esempio, la "perdita" dell’altro genitore); di solito, poi, i privilegi presso l’adulto non lo abilitano a essere competente tra pari, da cui sarà tenuto in disparte, perché "puzza troppo di mamma" (espressione acuta di un fratello!) o di maestra. Ma un simile discorso di "contrappasso" non ci porterebbe tanto lontano! Ci restano da vedere i rinforzi della madre (e del padre che qui appare del tutto assente, ma che sicuramente ha la sua parte nel vedere le ingiustizie!) alla gelosia di Mara: probabilmente la madre ha sentito da sempre questa figlia come gelosa dell’altra, e magari con il mostrarle che non ne aveva motivo, ha rinforzato la sua gelosia; e così ha concluso che questa figlia è "distante", per non dire diffidente e permalosa. Potrebbe chiedersi – perfino! – come mai la figlia non le porta la roba da stirare, dando per scontato che la ragione sta nel fatto che la figlia non si fida di lei. È una figlia così difficile! E se per caso glielo chiedesse, lei sentirebbe nel tono della figlia non una semplice richiesta ma un’accusa. Alla quale lei, la madre, ha fin troppo bisogno di sottrarsi. La madre, infatti, non vuole essere ingiusta, lei ha sempre fatto tutto ciò che era in suo potere per rassicurare la figlia; che cosa può farci lei, se la figlia non le crede quando dice che lei ama tutte e due in modo uguale?! Ciò che la madre non vede è quanto proprio questa sua rassicurazione rende insicura la figlia. Ma forse è proprio qui la fessura da cui introdurre "un’altra trama" (Gillini e Zattoni, 1997) per tentare di aprire la finestra sull’asfissia di questo rinforzo reciproco, cioè di questa conposizione familiare (Ugazio 1998), in cui ciascuno si è scavato la propria nicchia-posizione. Il diritto al cioccolatino Quasi ogni giorno, il nipotino mostra trionfante il nuovo disegno alla nonna, la quale va in visibilio e apre con un fare solenne il grande vaso di vetro dove custodisce cioccolatini e caramelle: «Ti meriti un bel cioccolatino!». Dietro a lui la sorellina di venti mesi allunga la manina per il "diritto" al suo cioccolatino e nessuno potrebbe spiegarle che lei non se lo merita. All’inizio la nonna fu titubante: cosa dirà il piccolo disegnatore se io darò un cioccolatino anche alla sorellina? Provò a tirar fuori la più invisibile caramellina per metterla nella manina tesa della piccola, ma il nipotino quasi la rimproverò: «Anche a lei il cioccolatino!». Così divenne un rito: un solo bel disegno e un cioccolatino "meritato" per due. Questo semplice episodio potrebbe mostrare che invidia, gelosia, misure e contromisure sono "costruzioni" adulte: se un bambino non viene istruito a fare confronti e a ricavarne chiavi di misura, trova che la soddisfazione di un altro non gli porta via la sua. Anzi. La costruzione – madre di tutte le altre – per cui i confronti e le gelosie vengono di conseguenza, ci appare nella forma di un compito impossibile: il genitore si autoprescrive di voler bene ai figli "allo stesso modo". E poiché – come mostreremo – non può che trasgredire il compito, non fa altro che centrare i figli su questo diritto a un uguale amore: li addestra cioè a vedere le differenze che non dovrebbero esserci. Da qui la generazione delle sequenze: differenza cioè ingiustizia, cioè avere di meno, cioè essere messi in secondo piano, cioè essere meno amati... viene quasi da sé. Misurare la giustizia Abbiamo conosciuto due bambini così addestrati a vedere le differenze che confrontavano la carta di due identiche caramelle e poiché una era rossa e l’altra azzurra, ciascuno si ostinava a volere quella dell’altro, mettendo in croce la madre che sospirava: «Ma io non faccio differenze!». E poiché questo dell’amore "uguale" è un mito-idolo della nostra cultura in cui pare che l’uguaglianza consista proprio nell’abbattimento delle differenze (Ugazio, 1998), è difficile essere così originali, creativi, "fuori dalle righe" da poter dire con serenità: io amo ciascun figlio in modo diverso. Sì, diverso e questa diversità non si traduce in ingiustizia, anzi è proprio la misura della giustizia, poiché ciascuno di noi aspira a essere amato per ciò che è, per sé stesso e non perché è uguale a un altro. E perché mai un genitore si dovrebbe dare il compito di non riconoscere che ogni figlio è diverso, che suscita risposte emotive-affettive-intellettive diverse in ciascun genitore e che perciò è degno di un amore così unico, non misurabile, da esser diverso? Abbiamo conosciuto una madre rimasta insperatamente incinta, mentre "portava a casa" un bambino adottato, nato sotto altre latitudini. Si diceva, rivolta al figlio "della pancia": questo qui dovrà avere lo stesso amore dell’altro, poiché altrimenti troverò ingiusto averlo adottato. Risultato: il "figlio della pancia" a quattro anni era già "segnalato" perché agitato, aggressivo, insonne e il bambino adottato a sette anni era spento e silente. Il disperato tentativo della madre di negare il suo amore "diverso" per il figlio nato da lei aveva reso insicuri tutti. Quando poté permettersi, dopo lungo lavoro, di amarli in modo diverso, constatò che ambedue rifiorirono, grazie alla indicibile trasmissione di pensieri/affetti/emozioni che corre tra madre e figlio. «Non lo riconosco più il mio bambino – diceva tra le lacrime – finalmente mi può abbracciare!». E con altra dolcezza guardava il figlio venuto da lontano, cui aveva rischiato di mettere sulle spalle l’onere di essere amato come l’altro e cioè di diventare ladro del bene emozionale-viscerale che la vita doveva al fratello. In un nostro testo (Gillini e Zattoni 1994, di cui è appena uscita la settima edizione riveduta e ampliata) abbiamo usato la metafora della torta per dire questa disperata distribuzione dell’amore in fette uguali, rigorosamente uguali, per una diversa fame; del resto, più tentiamo di distribuire affetti uguali, più diventiamo congrui a un sistema che ci vuole distributori della stessa dose, uniformati nei bisogni, per essere disciplinati consumatori. Ma occorre molto di più per scansare il compito impossibile che vorrebbe rassicurarci tutti di essere uguali e di non subire differenze e ingiustizie. Non basta sapere che c’è una giustizia più alta che fa dire al genitore: vi voglio bene, a ciascuno in modo diverso, poiché ciascuno di voi è così diverso, da rimpiangere la sua assenza, se non ci fosse. Un cestino per ogni bambino Occorre custodire nel cuore la fiducia che per ciascun figlio c’è l’amore di cui ha bisogno. Non in un delirio di perfezione e di onnipotenza: io posso tutto. Ma come fiducia nella vita; se penso che la vita mi ha dato poco amore, dovrò centellinarlo, distribuirne uguali briciole; se penso che la vita ha risvegliato in me genitore le potenzialità buone per amare ciascun figlio, allora potrò permettermi di amare ciascuno in modo diverso. «Ogni bambino nasce col suo cestino», dicevano i nostri vecchi; e noi dobbiamo credere che il cestino con cui viene al mondo è proprio l’amore che sveglia nei genitori: amore non perfetto, amore limitato nell’accadere del tempo della coppia e della famiglia, amore perfino non pronto, non dispiegato, ma sicuramente un amore "speciale" per quel figlio. Poi, la fatica di vivere, le nostre stesse inadempienze, possono consegnarci agli errori, alle piccole ingiustizie, quando il "preferire" un figlio è a scapito provvisorio dell’altro: ma saranno soltanto errori, di cui si può chiedere perdono, e non nebbie rancorose che offuscano la gioia di vivere. Mara, allora, da adulta, in questa nuova trama, può scoprire che ci sono "molti modi" di amare la mamma; e quello della sorella non toglie niente al suo; allo stesso modo la mamma può chiedere perdono di certi provvisori sbilanciamenti, tenendo ferma l’allegria che nessuno le ha chiesto di amare in modo uguale le figlie! Mariateresa Zattoni eGilberto
Gillini
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