Famiglia Oggi.

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n. 6/7 GIUGNO - LUGLIO
2002

Sommario

EDITORIALE
I giovani chiedono coerenza
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Genitori al bivio
di MARIA TERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) La formazione della coscienza
di PIERO VIOTTO

apep00010.gif (1261 byte) L'incoscienza di oggi
di GIORDANO MURARO

apep00010.gif (1261 byte) Il sano intreccio tra piacere e dovere
di
ALESSANDRO MANENTI

apep00010.gif (1261 byte) L'etica della responsabilità
di PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) La realizzazione dell'identità
di FRANCESCO BOTTURI

apep00010.gif (1261 byte) Una rivoluzione morale
di ALBERTO CONCI

DOSSIER
Dove si forma la coscienza giovanile
di GIOACCHINO LAVANCO e CINZIA NOVARA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Specchiare i propri sentimenti in quelli altrui
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Televisione, cattiva maestra
di EMILIA PATRUNO
Donne sole contro la follia
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Date un euro a padre Rastrelli!
di CLOTILDE PUNZO
Insieme al ristorante
di GIROLAMO BERTINATO

CONSULENZA GENITORIALE
Imparare dal confronto con l'altro
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Famiglie di Bologna: quali sostegni?
di PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Chi difende la libertà d'espressione?
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

ITINERARIO NORMATIVO

La formazione della coscienza

di Piero Viotto
(
pedagogista)

Variano le competenze educative della famiglia, della scuola, dello Stato e della Chiesa. Ciascuno ha un compito specifico ma tutti devono concorrere allo sviluppo dialettico della persona.
  

Un gabbiano che vola sulla scogliera è più libero di un uomo che si ubriaca. Il primo, infatti, risponde spontaneamente alla sua natura. Il secondo, invece, la contraddice totalmente perché ubriacandosi non realizza il proprio essere.

L'uomo non nasce libero, perché come creatura, come spirito incarnato, è di necessità condizionato dalla natura, dall’ereditarietà, dall’ambiente socioculturale, e a livello spirituale dalle conseguenze di una colpa originale che turbano lo sviluppo della coscienza, che solo la grazia di Dio può contrastare. Ma l’uomo nasce libero di liberarsi, perché i condizionamenti non lo determinano, perché in quegli stessi condizionamenti, di cui non è responsabile, può liberamente determinarsi secondo la sua coscienza, essendo dotato di libero arbitrio, orientandosi nella scelta del bene o del male.

La nostra coscienza è la norma prossima del nostro agire, ma come dice padre Ernesto Balducci è una norma normata, perché l’uomo pur nella sua autonomia non può essere legge a sé stesso. Questa norma, a cui l’uomo deve confrontare il suo comportamento, non è innata, altrimenti non sarebbe libero, ma è una norma che la coscienza acquisisce durante l’età evolutiva, strutturandosi progressivamente con l’aiuto dell’educazione in famiglia e a scuola.

Questa regola non è solo un precetto, nell’oggettività del suo valore, che in ultima istanza rimanda a Dio, ma è soprattutto una norma pilota, nella soggettività della coscienza di ciascuno, per cui, non si tratta tanto di applicare o di eseguire un ordine, quanto di inventare un ordine in relazione alle condizioni di operatività, che solo la virtù della prudenza può riconoscere e stabilire di volta in volta. C’è una creatività morale come c’è una creatività intellettuale, perché il piano di Dio non è prestabilito ma si dipana giorno per giorno nel divenire della storia di ciascuna persona.

L’educatore aiuta la persona a farsi nella personalità, se evita due atteggiamenti unilaterali: l’imporre all’educando l’oggettività della legge e l’abbandonare l’educando alla soggettività della libertà. Un’educazione dirigistica, che tratta l’educando solo come un oggetto, finisce per ridurre la persona a una comparsa, priva di capacità di iniziativa morale. Un’educazione libertaria, che tratta l’educando solo come soggetto, porta alla ipertrofia della persona, cioè a un personaggio, che pretende di avere il mondo ai suoi piedi. La personalità consiste, invece, nel comportarsi con soggettività nell’oggettività, senza presunzione e senza disperazione, accettando di essere sé stessi con i propri limiti e le proprie capacità.

Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, in una conferenza ai giovani, tenuta a Novara nel 1928(1), precisa che l’educazione è cosa diversa dall’arte dello scultore, che imprime alla materia una forma, perché consiste, al contrario, nel seguire lo svilupparsi di una forma che matura interiormente. La psicologia analizza questo processo descrivendone la curva evolutiva, l’educazione, seguendo le indicazioni della pedagogia, interviene a promuovere, a modificare, a correggere questo processo formativo della coscienza. La pedagogia può formulare i criteri di orientamento per il processo educativo ricevendo dalla filosofia e dalla teologia le informazioni necessarie per conoscere la realtà esistenziale dell’uomo e il fine ultimo della vita.

La vera libertà non consiste nella libertà di scelta ma nella realizzazione del proprio essere. La libertà di scelta non è quindi un valore assoluto, non vale per sé stessa, ma è un valore metodologico, necessario perché l’uomo possa educarsi, possa meritare d’essere sé stesso, possa realizzare il suo essere.

Un gabbiano che vola sulla scogliera è più libero di un uomo che si ubriaca, perché risponde spontaneamente alla sua natura, mentre l’uomo che si ubriaca contraddice la sua natura. Infatti questa libertà di spontaneità è presente in tutte le creature e in Dio stesso, che è l’unico Essere che non ha bisogno di meritare di essere sé stesso, perché lo è già per natura – fin da principio se così si potesse dire – essendo la pienezza della libertà. È una libertà che presenta diversi gradi: dalla spontaneità dell’elettrone che liberamente ruota attorno al proprio nucleo, cioè senza essere deviato nel suo cammino, fino alla spontaneità dell’erba dei campi, che cresce liberamente, o dell’uccello che vola, cioè obbedendo soltanto alla necessità interna della loro natura. Questa libertà nelle cose, nelle piante, negli animali è precostituita.

Quando la libertà di spontaneità varca la soglia del mondo dello spirito, essa diventa una libertà di indipendenza; perciò essa non consiste soltanto nel seguire l’inclinazione della natura ma nel rendersi attivamente il principio del proprio operare, ossia nel possedersi, nel perfezionarsi, nell’esprimersi come un tutto. Ed è per questo che la libertà di indipendenza non esiste che negli esseri che hanno anche il libero arbitrio e presuppone, per giungere al suo termine, l’esercizio del libero arbitrio. Anche Dio lo esercita e liberamente lo realizza nel bene.

Il “libero arbitrio”

Per tutti gli esseri la vera libertà consiste dunque nell’essere sé stessi: il Creatore immediatamente, le creature materiali attraverso il loro necessario divenire e il loro crescere, le creature spirituali attraverso il loro libero comportamento responsabile. Le cose, le piante, gli animali hanno solo una libertà fisica, nel senso che sono liberi quando non sono costretti dall’esterno, ma sono necessitati dalla loro natura e quindi non possono meritare di essere sé stessi, sono coltivabili, allevabili, non sono educabili. L’uomo, invece, che non è necessitato dalla sua natura, è dotato di una libertà psicologica, perché è arbitro del suo destino, ed è costantemente al bivio, può realizzarsi nella personalità spirituale o abbandonarsi alla individualità istintuale. In queste condizioni, esercitando correttamente la sua libertà, può meritare di essere sé stesso, diventare liberamente libero.

Infatti il “libero arbitrio” non è per lui la libertà, è solo il principio, la possibilità della libertà, perché la vera libertà consiste nel fare quel che si deve, pur potendolo non fare, pur non essendo costretti a farlo. Questa è la libertà di autonomia, che più esattamente è la libertà morale, come capacità d’essere sé stessi secondo la verità del proprio esistere, secondo il significato e i fini della propria esistenza. Tra la libertà di scelta e la libertà di autonomia, tra la libertà psicologica e la libertà morale c’è sempre un criterio di scelta, che può essere la razionalità per i laici, la solidarietà per i socialisti, o la religiosità per i credenti, ma non può non esserci. Paradossalmente parlando anche il criterio di non avere un criterio, come pretendono i radicali, sarebbe pur sempre un criterio.

Il criterio di scelta con cui la libertà soggettiva si confronta, con la norma oggettiva si forma, si sviluppa, si perfeziona durante l’età evolutiva, anche se non deriva da questa evoluzione da cui pure dipende, perché in ciascun momento sono implicitamente presenti anche le dimensioni che si specificheranno successivamente e perché nessuno è responsabile dell’educazione che non ha ricevuto. D’altra parte la coscienza è una sola, anche se si articola, via via, specificandosi in coscienza sociale nel rapporto con il gruppo di appartenenza, in coscienza morale riflettendo su sé stessa e in coscienza religiosa relazionandosi con Dio. Non si dimentichi poi che la psicologia spiega ma non giustifica i comportamenti dell’uomo, la psicologia constata, è la morale che giudica, ed è la religione che sanziona e realizza la giustificazione, rimediando al male provocato con la redenzione.

Rispetto delle regole

L’uomo, quando nasce, e per diverso tempo, non ha una sua propria legge, vive in uno stato di anomia; e viene costretto a vivere nella legge dai comportamenti del gruppo familiare. La psicoanalisi ci dice che in questo modo si struttura il superego, quando il soggetto per paura di subire le conseguenze delle sue azioni si censura e si inibisce adattandosi inconsciamente alle richieste del gruppo familiare. A questo livello non si può parlare di una vera e propria educazione, perché si tratta semplicemente di un adattarsi alla natura acquisendo abitudini passive senza alcuna consapevolezza della norma che le regola. La norma viene come introiettata nel soggetto, che si adegua di necessità.

La coscienza comincia a delinearsi quando il fanciullo si avvede che il gruppo sociale in cui vive esige da lui il rispetto di regole che lo portano a conformarsi al gruppo. Il fanciullo si trova ora in uno stato di eteronomia, perché impara a vivere secondo la legge e prova un sentimento di vergogna quando disattende la legge e perde la stima del gruppo. Si struttura così la coscienza sociale che alcune espressioni del soggetto esprimono molto bene questo momento dello sviluppo: «l’ha detto mio padre!»; «l’ha detto la maestra!».

Gli educatori, in famiglia e a scuola, non debbono approfittare di questa dipendenza per imporre la loro volontà, perché renderebbero il soggetto succube e non lo porterebbero alla sua libertà. Ma questo stato psicologico di conformismo e di gregarismo può perdurare nell’adolescenza quando il soggetto persiste in un atteggiamento eteronomo di dipendenza; basti pensare ai tanti studenti che scioperano solo perché «l’ha deciso l’assemblea!».

Certi movimenti, anche ecclesiali, che fanno perno sulla comunità anziché sulla persona, bloccano a questo livello lo sviluppo della coscienza, fanno opera di proselitismo anziché di liberazione. Si ha una interiorizzazione della legge esteriore del gruppo, e non una formulazione personale della legge. L’educatore può prevenire e contenere questo possibile conformismo se, pur lavorando nel gruppo e facendo leva sul naturale sentimento di appartenenza che si manifesta nel vivere insieme, dialoga sempre da persona a persona con ciascun membro del gruppo, portandolo a un atteggiamento critico.

La coscienza morale si struttura quando il soggetto si accorge nelle profondità del suo io che un’azione non è giusta perché è comandata (iussum), ma è comandata perché è giusta (iustum) e si pone di fronte al gruppo in uno stato di autonomia. A questo punto, quando si infrange la legge, ci si sente in colpa verso sé stessi. Si giunge così a vivere per la legge e si passa dal conformismo dell’anonimo «si deve» assimilato dal gruppo, al comportarsi proprio dell’imperativo categorico, dell’«io lo devo», riconosciuto dalla coscienza personale. È il momento in cui si scopre l’oggettività della legge.

Per rinforzare questo momento l’educatore non deve giudicare la coscienza dell’educando, ma aiutarla a giudicarsi: «L’hai fatto apposta?». «Lo faresti un’altra volta?». «Ti dispiace di averlo fatto?». Ma a questo punto se si blocca lo sviluppo della coscienza c’è il rischio di fare di sé stessi il perno di tutti i comportamenti e di pretendere un’autonomia assoluta con la richiesta di non obbedire che a sé stessi, come bene significa l’espressione delle femministe «io sono mia».

È l’errore fondamentale della morale kantiana, che sta alla base dell’educazione laica. Si evita questo blocco prendendo coscienza che un’azione non è giusta “per me” se non è comandata dalla mia coscienza, ma non è giusta “in sé” perché è comandata dalla mia coscienza, bensì perché è giusta in sé stessa al di là della mia coscienza, e rimanda a un Legislatore che trascende e comprende la mia coscienza. Si supera la pura oggettività e si scopre che questa ha la sua radice ultima, e quindi anche la sua sanzione, nella soggettività della persona del Legislatore.

La coscienza religiosa non smentisce la coscienza morale, ma la rinforza, portando il soggetto, come sottolinea san Paolo, a vivere oltre la legge e a liberarsi della stessa legge per fare, per amore del Legislatore, ciò che prima si faceva solo per un dovere verso sé stessi. A questo punto se si infrange la legge non ci si sente solo più in vergogna verso gli altri (coscienza sociale) o in colpa verso sé stessi (coscienza sociale), ma in peccato verso Dio(2), perché non si è mancato di realizzare l’oggettività della legge, ma si è offeso la soggettività del Legislatore. A questo livello non sono più io il giudice di me stesso, ma riconosco che è Dio il mio giudice e mi abbandono alla Sua misericordia diffidando della mia giustizia. D’altra parte Lui mi conosce più di quanto io possa conoscermi e solo Lui può trattarmi da soggetto a soggetto, e solo con Lui posso intrattenere veramente una relazione intersoggettiva.

A questo proposito, Maritain osserva che l’uomo è come prigioniero di due immagini di sé, una soggettiva per intuizione esistenziale e una oggettiva per conoscenza intellettuale, che non sono sovrapponibili, né sono conciliabili. «Oscillo abbastanza miserevolmente dall’una all’altra. Se mi abbandono alla prospettiva della soggettività, assorbo tutto in me e, sacrificando ogni cosa al mio unico, sono legato all’assoluto dell’egoismo e dell’orgoglio; se mi abbandono alla prospettiva dell’oggettività vengo assorbito dal tutto, e dissolvendomi nel mondo, tradisco il mio unico e rinuncio al mio destino. E solo dall’alto che l’antinomia può essere risolta. Se Dio esiste, il centro è Lui, non io»(3). Solo Dio può capirmi e rendermi giustizia, perché «Egli mi conosce interamente in quanto soggetto. Sono, presente a lui nella mia stessa soggettività; egli non ha bisogno di oggettivarmi per conoscermi»(4).

Gli uomini, tutti gli altri soggetti, anche i miei familiari più intimi, mi conoscono solo come oggetto e ignorano la mia soggettività; non possono con la loro intelligenza penetrare nella mia inesauribile profondità. Per questo il Vangelo ci invita a non giudicare il prossimo.

Per fasi successive

Approfondendo questa analisi si può dire che la coscienza sociale porta alla consapevolezza del ruolo che ciascuno deve svolgere nel gruppo, la coscienza morale a cogliere la missione che si deve svolgere per essere coerenti con sé stessi. La coscienza religiosa trasforma questo ruolo e questa missione in una vocazione, perché instaura un rapporto vissuto nell’interiorità della coscienza da soggetto a soggetto, al di là, non contro, l’oggettività della legge, che viene trascesa ma non smentita. Abramo che obbedisce a Dio ha raggiunto un grado di perfezione superiore ad Antigone che ubbidisce alla sua coscienza.

Non si tratta di tre coscienze separatamente sovrapposte ma di una sola coscienza che a cannocchiale si sviluppa endogeneticamente dalla coscienza sociale alla coscienza morale, dalla coscienza morale alla coscienza religiosa, ma che in ogni momento del suo sviluppo ha implicite in modo virtuale le fasi successive, tanto che anche coloro che non hanno avuto un’educazione religiosa e non conoscono Dio, se ubbidendo alla loro coscienza fanno il bene per il bene approdano al livello della coscienza religiosa. Infatti a questo livello non si tratta solo di fare bene (Kant) ma di fare bene il Bene (san Tommaso).

Maritain analizza questo passaggio studiando la coscienza infantile: «Consideriamo un bambino che per la prima volta decide di sé stesso. Egli vive un momento cruciale, solenne, anche se non se lo pone in termini espliciti, ma lo vive. Il problema gli si presenta nella più semplice delle forme, insito in qualcosa da fare il cui oggetto può essere in sé di un’importanza secondaria, ma questa scelta, che può presentarsi a proposito di un nulla, ha un’importanza capitale per il bambino in questione, che con essa emerge alla vita morale. Supponiamo dunque che in un’occasione qualsiasi egli decida di non fare qualcosa di male, ad esempio di non dire una bugia, perché è male; non perché ciò darebbe un dispiacere ai genitori, non perché egli verrebbe punito se la bugia venisse scoperta, ma semplicemente perché è male; oppure supponiamo che egli decida di fare qualche buona azione semplicemente perché è bene. In quel momento nel suo intimo, si manifesta a lui il bene morale; egli ha, in un modo infantile e confusamente, ma esplicito e cosciente, la nozione del bene sostanziale, del bene onesto (nell’ordine del valore o della specificazione). Impegnandosi liberamente al bene onesto, questo bambino si impegna, nell’atto del suo esercizio, a Dio come a fine ultimo della propria vita»(5).

Anche il pedagogista ed educatore H. Bissonnier, rappresentante permanente del Bureau international catholique pour l’éducation all’Unesco, nei suoi numerosi studi(6) rileva come durante l’età evolutiva avvenga questa progressiva conoscenza sperimentale dei valori. L’educando passa, attraverso l’istinto, il senso, l’immaginazione, la ragione dalla coscienza sociale, ancora immersa nell’ethos dei costumi, alla coscienza morale, che coglie il nomos nella oggettività della legge, per giungere infine alla coscienza religiosa che va oltre la legge per trovare nell’amore di Dio la pace definitiva al di là di tutte le incertezze e i tentennamenti.

Differenze di genere

Bisogna imparare a finalizzare tutti comportamenti a Dio come ragion d’essere del proprio esistere e come salvezza di fronte al peccato, tenendo conto che non basta conoscere la regola per praticarla, perché la concupiscenza e l’orgoglio insidiano la coscienza e solo la grazia di Dio ci può liberare da questa soggezione. Pertanto la perfezione morale non va presuntuosamente perseguita per sé stessa come se ciascuno potesse salvarsi per i suoi meriti (sarebbe fariseismo), ma raccordata alla santificazione religiosa, perché è la misericordia di Dio che ci libera dalle nostre incongruenze e dalle nostre ricadute nel male.

Il cristianesimo ci aiuta a uscire dal continuo rendiconto della coscienza con sé stessa nel calcolo minuzioso delle proprie colpe e dei propri meriti, come bilancio di un dare e di un avere (coscienza morale), per aprirci al perdono da concedere con generosità agli altri (coscienza sociale) e da richiedere con umiltà a Dio (coscienza religiosa).

In questa prospettiva accanto alla virtù della prudenza, che con creatività morale definisce il bene da farsi di volta in volta, gioca un ruolo fondamentale la virtù della perseveranza, che garantisce la continuità nella coerenza con sé stessi, nella solidarietà con gli altri, nella riconoscenza con l’Altro. A questo punto bisognerebbe introdurre la problematica relativa alla sanzione conseguente a ogni colpa, perché come dice sant’Agostino «la pena dovuta al peccato rientra nell’ottica di un ordine razionale»(7) e affrontare il mistero della sofferenza come necessaria espiazione della colpa nella duplice connotazione del sacrificio di Cristo e della comunione dei santi. È il problema del male e della redenzione che solo l’esperienza cristiana della fede può risolvere, fornendo alla coscienza una prospettiva nella quale non scandalizzarsi(8).

Nel guidare la coscienza, che si struttura nell’età evolutiva e si sviluppa nell’età adulta, l’educatore deve tenere conto delle differenze relative alla sessualità e al carattere di ciascuno. Il pensiero in sé stesso non è né maschile né femminile, ma il pensare nel suo funzionamento si differenzia nell’uomo e nella donna, e conseguentemente anche la coscienza. Il primo è più attento ad analizzare i mezzi per raggiungere il fine, il secondo, più intuitivo che discorsivo, si preoccupa soprattutto del fine da raggiungere.

Le variabili del carattere

Nel continuo bilanciamento tra la soggettività e l’oggettività l’uomo è più portato a considerare l’oggettività della norma e la donna è più incline a comprendere la soggettività della coscienza. Non si tratta di differenze di valore o di responsabilità, ma di modalità diverse di manifestarsi della medesima coscienza morale, che consiste proprio nel rapportare i mezzi al fine. D’altra parte la differenza tra l’uomo e la donna non è solo una differenza fisiologica o psicologica ma è anche una differenza spirituale, in quanto l’umanità che è completa in ciascun sesso è compiuta soltanto nella relazione tra i due sessi che si spartiscono le sue qualità.

Per individualizzare gli interventi educativi bisogna anche tenere conto del carattere psicologico, che differenzia ogni uomo, perché la prudenza e la perseveranza di un carattere apatico non è la prudenza e la perseveranza di un carattere sentimentale. Il rispetto della regola in un carattere stretto si fa minuziosa fino allo scrupolo, mentre un carattere largo è pronto a cercare qualsiasi giustificazione pur di tranquillizzare la sua coscienza(9). L’educatore informato e avveduto non si stupisce di queste variabili ma sa adeguare la medesima proposta educativa a ciascuno secondo le sue disponibilità naturali, affidando con la preghiera l’educando a quel Maestro interiore che solo può leggere, guidare, giudicare i nostri cuori. Inoltre sa che, come ha scritto G. Thibon, «la comunione non esiste senza la differenza... i grani di sabbia del deserto sono identici ed estranei tra di loro!»(10), e che in Dio l’Unità è costituita da tre Persone, uguali e distinte.

La formazione della coscienza morale, sociale, religiosa è compito fondamentale della famiglia e della Chiesa, in quanto la scuola per il prevalere della formazione intellettuale è più attenta alle cognizioni che alle convinzioni, in quanto lo Stato democratico non può intervenire in questioni di coscienza e si ferma al controllo della legalità del comportamento esteriore dei cittadini.

Solo quando dalla cognizione si passa alla convinzione si può dire che la coscienza sia formata. Comunque nella relazione tra l’autorità dell’educatore e la libertà dell’educando, che durante l’età evolutiva si evolve in maniera inversamente proporzionale, perché l’autorità dell’uno diminuisce e la libertà dell’altro aumenta, bisogna sempre graduare l’intervento educativo. Nella fanciullezza si interviene con il comando (coscienza sociale), poi nell’adolescenza si agisce con il consiglio (coscienza morale); infine nella giovinezza l’azione educativa si riduce all’ influenza che intercorre tra persone che convidono un medesimo cammino (coscienza religiosa).

Piero Viotto
    
  

INTERNO FAMILIARE

La coppia coniugale, la comunicazione in famiglia, la sofferenza e la morte sono soltanto alcuni dei temi che i coniugi Gillini, nel loro volume editatoCopertina del libro. dalla San Paolo (Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, Interno familiare, H14,46), mettono a confronto con il Vangelo di Marco. Con un’operazione eccellente, nel libro vengono raccolti i commenti pubblicati dal settimanale Famiglia Cristiana ma arricchiti da altri in un compendio esegetico applicato alla vita familiare in cui il perdono, il cambiamento, la festa, la vita nuova nella fede sono elementi non marginali. Un testo, dunque, che oltre ad accompagnare la riflessione dell’anno liturgico B, diviene, a sua volta, un “compagno” che aiuta coniugati e non a mettersi in sintonia con una proposta “alta” di vita: quella che si ispira al Vangelo. 

c.b.

   
BIBLIOGRAFIA

  • AA.VV., Uomo, ethos, educazione, La Scuola, Brescia 1996.

  • AA.VV., L’educazione etico-politica, La Scuola, Brescia 1984.

  • Arto A., Crescita e maturazione umana, Las, Roma 1984.

  • Bergson H., Le due sorgenti della morale e della religione, La Scuola, Brescia 1996.

  • Brezinka W., L’educazione in una società disorientata, Armando, Roma 1989.

  • Exler A., Valori di ieri e di oggi. Aiutare i giovani a vivere, Paoline, Milano 1986.

  • Galli N., Esigenze educative della condizione giovanile, Vita e Pensiero, Milano 1983.

  • Jonas H., Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 1990.

  • Lattuada A., L’etica normativa: problemi metodologici, Vita e Pensiero, Milano 1985.

  • Maritain J., Dio e la permissione del male, Morcelliana, Brescia 1986.

  • Philippe M.D., Les trois sagesse, Fayard, Paris 1994.

  • Rhonheimer M., Legge naturale e ragione pratica: una visione tomista dell’autonomia morale, Armando, Roma 2001.








 

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