Famiglia Oggi.

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n. 6/7 GIUGNO - LUGLIO
2002

Sommario

EDITORIALE
I giovani chiedono coerenza
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Genitori al bivio
di MARIA TERESA ZATTONI e GILBERTO GILLINI

apep00010.gif (1261 byte) La formazione della coscienza
di PIERO VIOTTO

apep00010.gif (1261 byte) L'incoscienza di oggi
di GIORDANO MURARO

apep00010.gif (1261 byte) Il sano intreccio tra piacere e dovere
di
ALESSANDRO MANENTI

apep00010.gif (1261 byte) L'etica della responsabilità
di PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) La realizzazione dell'identità
di FRANCESCO BOTTURI

apep00010.gif (1261 byte) Una rivoluzione morale
di ALBERTO CONCI

DOSSIER
Dove si forma la coscienza giovanile
di GIOACCHINO LAVANCO e CINZIA NOVARA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Specchiare i propri sentimenti in quelli altrui
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Televisione, cattiva maestra
di EMILIA PATRUNO
Donne sole contro la follia
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Date un euro a padre Rastrelli!
di CLOTILDE PUNZO
Insieme al ristorante
di GIROLAMO BERTINATO

CONSULENZA GENITORIALE
Imparare dal confronto con l'altro
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
Famiglie di Bologna: quali sostegni?
di PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Chi difende la libertà d'espressione?
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

SOCIETÀ & FAMIGLIA - ESISTONO ANCORA LE AGENZIE FORMATIVE?

Specchiare i propri sentimenti
in quelli altrui

di Beppe Del Colle

Una visione pessimistica della società postmoderna porta a valutare negativamente gli attuali luoghi educativi. Le nuove generazioni, infatti, vivrebbero immerse in una realtà quotidiana tutt’altro che educante.

Il papà di Wilhelm Meister, come ce lo ha raccontato Goethe, era «fedele al principio che non bisogna mostrare ai bambini quanto li amiamo, perché altrimenti ne approfittano» ed «era d’opinione che bisogna mostrarsi seri nelle loro gioie, e talora perfino guastarle, perché la loro contentezza non diventi smodata e arrogante». Pensava inoltre, il vecchio Meister, oculato amministratore dei molti beni di famiglia, che «non si può offrire a un giovane un beneficio maggiore che iniziarlo per tempo a quella che sarà la sua carriera nella vita». E così fu che il giovane, ardente Wilhelm cominciò il suo noviziato: ben diverso da quello che avrebbe desiderato suo padre, come tanto spesso accade, fra padri e figli.

Le vicende di Wilhelm Meister occupano in più riprese molti anni del loro autore, in pratica tutta la sua vita di grande scrittore, fra il 1777 e il 1828 (nato nel 1749, morirà nel 1832). Sono il ritratto di un’educazione e di una formazione alla vita borghese nella Germania di due secoli fa, la descrizione di un’esistenza ricca di avvenimenti, piena di contrasti, nel segno di una libertà creativa ineguagliabile, da cui emerge una sostanziale verità: la “costruzione” di un uomo dipende da quanta libertà di nutrire sentimenti, provare emozioni, approfittare delle occasioni che la vita offre, condividere le passioni collettive, vivere con il proprio tempo la fortuna, il censo e i talenti naturali gli concedono. L’equilibrio che alla fine avrà raggiunto, la moralità con cui condurrà il resto dei suoi anni, saranno il frutto di un’esperienza tanto più varia e importante, quanto più l’avrà vissuta con l’intelligenza e lo spirito aperti.

Un giudizio corrente su Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister fra i critici romantici suoi contemporanei è che esso fosse, con la Teoria della scienza del filosofo Fichte e con la Rivoluzione francese «L’evento più significativo della nuova età». Esagerazioni di letterati, certo, ma che acquistano un senso quando le si metta alla prova con le esperienze di ciascuno di noi. La nostra, ci dice che si illude chi pensa che esistano ancora, nella società postmoderna, agenzie educative ben individuate e caratterizzate, specializzate nel produrre individui formati a prescindere dalla realtà in cui quegli individui in formazione vivono immersi ogni giorno, senza scampo.

Un falso film

Anche la formazione si è globalizzata, nel senso che non esistono più confini intorno ad aree protette: la famiglia, la scuola, la Chiesa. Un sondaggio delle Acli segnala che in Italia oggi solo il 2,8% degli individui fra i 16 e i 32 anni sono iscritti a un partito, solo il 7,6 aderisce a un sindacato, solo il 5,4 a movimenti e gruppi religiosi. In compenso si assiste a spettacoli come il concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma, davanti a forse mezzo milione di ragazzi e ragazze che mostravano un incontenibile entusiasmo, inconcepibile per ogni persona sensata, nei confronti di canzoni e cantanti musicalmente al ground zero come l’epicentro delle rovine delle Torri gemelle a New York.

Proprio una distruzione è avvenuta, negli ultimi decenni, nel campo della formazione giovanile. Una fiction televisiva trasmessa nel maggio scorso su Raiuno, La guerra è finita, ha raccontato le vicende di tre amici, due ragazzi e una ragazza, fra il 10 giugno 1940 e l’aprile del 1945, vicende che si dipanano fra i campi di battaglia sul fronte greco-albanese, in Russia e infine in Italia fra un reparto della X Mas e un gruppo di partigiani. Un filmato che si può prendere come esempio eloquente dell’odierna fine delle agenzie educative tradizionali: nell’immaginazione degli sceneggiatori e del regista, forse animati da uno spirito revisionista, Resistenza e Salò sono la stessa cosa, educano al nulla dell’odio, della reciproca crudeltà, dell’assenza di ideali da una parte e dall’altra, della viltà di fondo che accomuna i contendenti, dell’inclinazione al compromesso che raggiunge il colmo nel comportamento davvero bipartisan della ragazza, che regala un figlio a ciascuno dei due amici.

In sé quel film è falso, perché in realtà allora gli uomini, e soprattutto i giovani che si combattevano nei due campi, erano divisi ben nettamente fra il giusto e l’ingiusto, fra il bene e il male, fra la libertà e la tirannide; non era indifferente chi vincesse, se il nazismo o le democrazie. Ma come sintomo della mentalità di oggi quel film è invece altamente rappresentativo di ciò che accade sotto i nostri occhi: se meno di sedici giovani su cento sentono il bisogno di partecipare alla vita associata in un partito, in un sindacato, in un gruppo religioso; se la scuola pubblica si dà come scopi istituzionali le “tre I” berlusconiane, che non comprendono la formazione umana ma l’educazione a svolgere un lavoro; se la famiglia come luogo educante è sostituita dalla televisione, surrogato di padri e madri assenti per molte ore al giorno; se l’oratorio sopravvive in poche aree del Paese, e anzi negli anni del postconcilio ci furono pastori che ne prescrivevano qua e là la chiusura, perché incompatibile con la pedagogia religiosa moderna, non possiamo stupirci se i giovani non si alzano più sui tram a cedere il posto agli anziani, impegnati come sono ad ascoltare a occhi chiusi, attraverso gli auricolari, quel frastuono orrendo che si ostinano a chiamare musica. Gli altri non ci sono più, il pastore Dietrich Bonhoeffer è morto invano, impiccato a Flossemburg dai nazisti nell’aprile di 57 anni fa, in quella stessa Germania (così diversa e lontana) in cui Wilhelm Meister imparava a vivere specchiando i propri sentimenti in quelli altrui.

Beppe Del Colle








 

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