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n. 8/9 AGOSTO - SETTEMBRE
2002

Sommario

EDITORIALE
L'uomo e il suo pianeta: una partita a rischio
La DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) La terra in prestito dai nipoti
di FRANCESCO SAVERIO APRUZZESE

Il Paese più "biologico" dell'Unione
di ALBERTO FERRIGOLO

L'acqua è un bene comune
di RICCARDO PETRELLA

Alla ricerca del cibo "sano"
di
EMANUELE PICCARI

Conciliare in Tv gusti e fasce orarie
di DAVIDE DEMICHELIS

apep00010.gif (1261 byte) Dall'amianto alla raccolta differenziata
a cura di ORSOLA VETRI

DOSSIER
Un territorio bisognoso di cure
di FLORIANO VILLA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Giù le mani dal patrimonio artistico
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
La banalizzazione del viaggio
di LUCIANO DEL SETTE
Le correzioni fallite dei Lambert
di ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
«Senza l'agricoltura non c'è cibo»
di MARICA LATELLA
In prima linea per salvaguardare l'Italia
a cura di ORSOLA VETRI
Come le piazze seducono gli scrittori
di ROBERTO CARNERO

CONSULENZA GENITORIALE
Darsi un codice di etica ambientale
di SERENA CAMMELLI

POLITICHE FAMILIARI
La famiglia non è solo un affare di donne
a cura di PIETRO BOFFI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Italiani, studenti svogliati
di ORSOLA VETRI

LIBRI E RIVISTE

 

DOSSIER - L’ITALIA DA SALVARE

UN TERRITORIO 
BISOGNOSO DI CURE

di FLORIANO VILLA
(geologo)

Il nostro Paese presenta, dal punto di vista geomorfologico e per buona parte della catena appenninica e alpina, numerosi problemi quali: una tipica propensione al dissesto, una situazione idrogeologica assai delicata, caratteristiche geologiche e sismiche non delle migliori. Vi sono, inoltre, cinque vulcani in attività fra cui il Vesuvio, uno tra i più pericolosi del mondo. Di conseguenza il nostro territorio avrebbe diritto a un’assistenza continua oltre che una solerte salvaguardia. Non è così. Gran parte delle "nostre" catastrofi naturali sono da ascrivere all’inquinamento e all’incuria. Un’educazione ambientale, a scuola e in famiglia, potrebbe e dovrebbe essere un buon punto di partenza.
    

LE MOLTE CAUSE DEL DEGRADO
AMBIENTE E CALAMITÀ NATURALI

Il territorio del nostro Paese presenta aspetti e scenari di grande valenza ambientale legati alle caratteristiche morfologiche e geologiche generali. Si tratta infatti di una penisola costituita per la maggior parte di collina e montagna, con due grandi catene montuose, le Alpi e gli Appennini, e una sola grande estensione piana, la Pianura Padana, che con i suoi 55.000 kmq ricopre soltanto un sesto dell’intera superficie nazionale. Vi sono altre piccole porzioni di pianura, in Puglia come in Sardegna, ma esse non incidono in modo sensibile sull’andamento morfologico generale. Questo primo aspetto sottolinea subito la vulnerabilità piuttosto spiccata di un territorio, che si trova soggetto alle cosiddette azioni morfologiche, che sono alla base delle variazioni dinamiche di pendii, di incisioni, di pareti e alle volte anche di interi bacini idrografici.

Le azioni morfologiche di maggior intensità, e spesso di alta pericolosità, sono di diverso tipo, ognuna con sue caratteristiche peculiari e con effetti anche differenti e talvolta purtroppo intersecati fra di loro. L’azione morfologica della gravità, per esempio, si esercita soprattutto nelle zone deboli geologicamente, ossia nelle aree dove affiorano in prevalenza terreni incoerenti, semicoerenti e pseudocoerenti. Diviene subito necessario spiegare nel discorso, accanto agli aspetti morfologici, quelli geologici, per meglio chiarire il quadro ambientale già introdotto in precedenza. Per cui occorre precisare quali siano questi tipi di rocce, che rientrano nella precedente classificazione.

Partendo da una generale suddivisione di rocce coerenti (ossia compatte e tenacemente cementate, per esempio i calcari) e incoerenti (ossia sciolte), l’ulteriore specificazione si riferisce a rocce chiaramente incoerenti (per esempio alle sabbie sciolte), alle rocce semicoerenti (per esempio a sabbie impastate con limo), e alle rocce pseudocoerenti, e in questo caso ci si riferisce alle argille che presentano un comportamento molto simile a quello delle rocce coerenti quando si trovano allo stato secco, e divengono del tutto incoerenti e simili ai fanghi quando sono impregnate di acqua.

La Penisola italiana è anche geneticamente penalizzata da un andamento strutturale molto fragile e delicato. È infatti costituita da uno "stivale" stretto e allungato da nord verso sud, con una catena appenninica disposta anch’essa con andamento nord-sud, stretta tra due bacini marini che limitano notevolmente le caratteristiche generali del suo reticolo idrografico superficiale, mentre quella alpina ha un andamento ovest-est ed è direttamente collegata alla Pianura Padana, che permette invece al reticolo idrografico alpino un maggior respiro, con corsi d’acqua di una certa lunghezza e caratterizzati da un regime più controllabile.

Tabella.

Le Alpi e gli Appennini presentano una miriade di bacini e di sottobacini montani, che costituiscono il punto di partenza obbligato per una regolamentazione ordinata di tutto il sistema orografico e idrografico, o l’inizio di un disordine idrogeologico che può diffondersi come cancro incurabile per tutte le aree a valle e anche per le zone di pianura.

I bacini e i sottobacini montani si presentano caratterizzati da morfologia a costituzione molto variabile e differenziata, a causa della litologia spesso infida, della diversa esposizione per cause strutturali e tettoniche, della pendenza dei versanti influenzata sia dalla stratigrafia sia dalla tettonica. Pertanto ogni bacino, e spesso ogni sottobacino, costituiscono un problema a sé stante.

Se la catena alpina ha risentito in modo preponderante l’influenza morfologica dell’attività glaciale, che ha portato a modifiche spesso essenziali dell’andamento delle incisioni e dei versanti costituendo così depositi di notevole ampiezza di rocce incoerenti e sciolte, e dando origine a innumerevoli accumuli di detriti di falda, la catena appenninica ha invece messo in evidenza la presenza molto diffusa di depositi argillosi, che le hanno causato una debolezza intrinseca e una vulnerabilità altissima all’attività erosiva dell’acqua di precipitazione meteorica e di ruscellamento superficiale.

L’argilla è una roccia costituita da silicati, caratterizzata da granulometria fine e finissima, che abbiamo prima definito un materiale pseudocoerente perché si comporta come roccia compatta allo stato secco, ma si trasforma rapidamente in fango senza alcuna consistenza non appena si impregna di acqua. Tutti conoscono l’impraticabilità dei terreni argillosi in caso di pioggia, con l’impantanamento di uomini e mezzi, e hanno potuto vedere lo stato della stessa zona essiccato e durissimo dopo qualche mese di assenza di pioggia. Quando alla composizione argillosa si aggiungono pendenze dei versanti ed erosioni torrentizie alla base dei pendii, si preparano condizioni ideali per un rapido tracollo e un completo dissesto non appena si verificano condizioni meteorologiche avverse e precipitazioni intense o prolungate.

Una caratteristica tipica dei nostri bacini appenninici è pertanto la frammentazione continua in pseudovallette e pseudoincisioni (calanchi) che si formano e si modificano anche radicalmente in caso di pioggia battente, e subiscono quindi una doppia azione morfologica, quella della gravità e quella delle acque correnti. Questa diffusa propensione al dissesto di intere aree dell’Appennino, soprattutto centro-meridionale, è quindi aggravata da una situazione strutturale, geomorfologica e idrogeologica particolarmente delicata.

Il cratere del Vesuvio (uno dei vulcani più pericolosi).
Il cratere del Vesuvio (uno dei vulcani più pericolosi).

La vulnerabilità italiana

Abbiamo visto che l’aspetto geomorfologico presenta una tipica propensione al dissesto, che la situazione idrogeologica è molto delicata, che la caratteristica geologica è molto spesso infida; ne deriva una situazione italiana peggiorativa rispetto per esempio alle altre nazioni europee confinanti o vicine, perché nel nostro Paese le condizioni geomorfologiche scadenti interessano gran parte della catena appenninica e buona parte di quella alpina. Inoltre le caratteristiche sismiche italiane non sono certo delle migliori, con 3.400 comuni (su un totale complessivo di 8.086) dichiarati sismici per legge, il che significa che hanno avuto e avranno dei terremoti; e ancora esiste il rischio vulcanico con cinque vulcani attualmente attivi e con uno di essi, il Vesuvio, compreso fra i sei vulcani più pericolosi del mondo. Vi sono quindi tre tipi di rischi naturali: quelli idrogeologico e geomorfologico; quello sismico e quello vulcanico, associati. E contro una media mondiale dell’1 per mille di vittime per catastrofi naturali sul totale delle morti, l’Italia purtroppo raggiunge una percentuale del 5 per mille, 5 volte la media mondiale. Per quanto riguarda la distribuzione spaziale i comuni sismici sono così distribuiti territorialmente: il 10% nell’arco alpino e in Pianura Padana; l’80% nell’Appennino centro-meridionale; il 10% nelle isole e particolarmente in Sicilia.

È chiara quindi la grande vulnerabilità sismica dell’area appenninica; l’incidenza di questo ulteriore aspetto di debolezza intrinseca sulla situazione di predisposizione al dissesto di aree appenniniche è messo in chiara evidenza dalla situazione esistente nell’area dell’Irpinia presso Morra de’ Sanctis (Avellino), interessata dai dissesti e fotografata prima del terremoto del 1980; la stessa area ripresa in esame subito dopo l’evento sismico ha mostrato una grande accentuazione dei movimenti franosi, causati, come si è detto, da una natura litologica prevalentemente argillosa e da una notevole frequenza di accidenti tettonici con fratture e faglie.

Il nostro territorio è quindi condizionato da questa notevole predisposizione all’evoluzione dinamica e i dati percentuali riguardanti il rischio sismico e il rischio idrogeologico, spesso associati, avrebbero dovuto già da tempo interessare, e soprattutto impensierire i responsabili, politici e burocrati, del buon governo del territorio, ma purtroppo così, almeno finora, non è stato.

Per quanto riguarda le frane, si possono riportare i censimenti aggiornati diffusi dal Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) per le singole regioni, anche se diventa difficoltoso tenere un aggiornamento in un territorio interessato da un’evoluzione dinamica così diffusa e frequente. I comuni interessati dai movimenti franosi sono, secondo gli ultimi dati, circa 5.807 (vedi tabella sotto).

Si tratta di dati relativi a frane di notevole estensione, facilmente cartografabili. Tenendo conto anche di quelle minori noi riteniamo di doverne stimare in atto sicuramente alcune decine di migliaia, se si tiene presente che nell’alluvione del 1966 il solo bacino dell’Adige ha registrato 4.751 fenomeni franosi, mentre il dissesto generalizzato che ha colpito l’Oltrepò pavese nell’ottobre 1977 ha messo in evidenza 1.081 frane su un’area di appena 800 kmq.

Ad esempio, per quanto riguarda lo stato di stabilità in Lombardia, secondo i dati forniti recentemente dalla Regione, attualmente nelle aree montane regionali sono stati censiti 11.000 dissesti idrogeologici, mentre l’Autorità di bacino del Po ha cartografato 179 situazioni a rischio su un totale di 154 comuni delle province di Bergamo, Brescia, Lecco, Milano, Pavia e Sondrio. Per Milano risulta in evidenza la situazione di rischio di alcuni corsi d’acqua e in particolare del Lambro, dell’Olona e del Seveso. I danni dell’alluvione dell’ottobre-novembre 2000, solo sulle opere e sulle infrastrutture pubbliche, sono ammontati a 300 milioni di euro, mentre 125 milioni di euro costano gli interventi che gli enti locali stanno eseguendo sulle aree messe a rischio sempre per tale alluvione. Ancora secondo i dati regionali gli interventi di riassetto nel bacino del Po ammonteranno nei prossimi 20 anni a 13.000 milioni di euro, circa 1.500 milioni di euro al triennio.

Da quanto precede risultano evidenti le condizioni di estrema fragilità e delicatezza di un territorio che dovrebbe ricevere continuamente assistenza, cure assidue e solerte salvaguardia. Nulla di tutto questo, perché in realtà in epoca recente sono avvenuti cambiamenti essenziali, e sinora irreversibili, nel comportamento dello Stato, nelle migrazioni delle popolazioni, nel mutato atteggiamento del pianeta e dei suoi abitanti; il tutto ha portato un diffuso stato di inquinamento del suolo, dell’aria e dell’acqua. Tutto questo può essere ritenuto un grave pericolo per le sorti future del nostro Paese, ma anche, globalmente, del mondo, e può essere ascritto a quelle che vengono definite le cause antropiche del deterioramento dell’ambiente di vita, dell’ambiente in generale, e del mondo che ci circonda.

Il paese di Longarone visto dalla diga del Vajont.
Il paese di Longarone visto dalla diga del Vajont.

Il disastro di Stava

Per sintetizzare al massimo questi concetti e fare riferimento a tutto quanto è stato detto in precedenza, si può dire che le cause antropiche che hanno favorito l’insorgere di frequenti e ripetute catastrofi naturali possono essere ascritte a tre fattori prevalenti: agli interventi umani errati sul territorio, all’abbandono delle popolazioni di montanari e contadini delle aree degli alti bacini collinari e montuosi, alle variazioni climatiche indotte da un’industrializzazione selvaggia e da un inquinamento ambientale sempre maggiore.

Gli interventi umani sul territorio sono innumerevoli, da tagli stradali su versanti franosi a infrastrutture a rischio su fiumi e torrenti, a costruzioni spesso abusive su sponde di fiumi, di laghi e di mare, a installazioni di industrie in aree inedificabili, a grandi opere d’arte in aree vulnerabili per caratteristiche geologiche o geotecniche scadenti. Basta citare come esempi il disastro (1963) della diga del Vajont, con fuoriuscita dell’acqua dal bacino artificiale per non aver tenuto conto della pericolosità di un versante, il Monte Toc, che franando nel lago ha provocato un’onda d’urto, che ha scavalcato la diga inondando l’abitato di Longarone e provocato 2.000 vittime; così pure la paurosa alluvione che ha interessato l’abitato di Sarno con frane di fango, che hanno distrutto le abitazioni costruite sulle incisioni un tempo predisposte per il drenaggio delle acque provenienti da monte; o l’alluvione di Soverato, che ha spazzato il campeggio ubicato sulle sponde della fiumara, in un’area inedificabile per altissimo rischio idrogeologico; infine il disastro di Stava di Tesero, su cui è opportuno un dettaglio sull’accaduto, trattandosi di un esempio tipico da cui risulta la causa antropica nella preparazione e nella causale del disastro stesso.

Alle 12.20 del 19 luglio 1985 il crollo di una diga a monte di Stava riversò una massa di acqua e fango alta decine di metri lungo una ridente vallata dolomitica, fino al paese di Tesero. La diga era stata costruita all’inizio degli anni sessanta per la depurazione della fluorite estratta da una miniera. Nel disastro di Stava, che distrusse tre alberghi e varie decine di case, persero la vita 269 persone. È stata la più grave catastrofe di questo tipo verificatasi in Italia dopo la frana del Vajont nel 1963.

Vigili del fuoco al lavoro dopo la tragedia di Stava (luglio 1985).
Vigili del fuoco al lavoro dopo la tragedia di Stava (luglio 1985).

Un crimine annunciato

L’indagine sul disastro ha dimostrato che le misure adottate per salvaguardare l’incolumità degli abitanti della vallata erano insufficienti. Recita la relazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri del giugno 1986: «Oggi, a tragedia avvenuta, riesce difficile spiegare come mai, all’atto della scelta del sito più idoneo dove allocare le vasche di decantazione, nessuno abbia dato alcun peso all’enorme pericolo potenziale costituito dal contenuto fangoso di tali vasche, poste in zona a pendio e a una quota di oltre 100 metri più elevata rispetto a un fondo valle sede di numerosi insediamenti residenziali e turistici».

Come ben dice la prefazione al libro su Stava (AA.VV, Stava: tragici bacini, pericolo mortale, ed. Publiprint, Trento 1988, suppl. al n. 3 del Giornale del lavoratori, Acli - Milano), fin dall’inizio l’intuizione è stata di trovarsi di fronte a un crimine dei colletti bianchi, a quegli illeciti cioé che vengono commessi da imprese e soggetti appartenenti agli strati superiori della società, da chi ha ricevuto l’educazione migliore e ha beneficiato di privilegi e ricchezze, da chi sembra godere, in generale, di una ingiustificata indulgenza, anche perché il perseguimento dei crimini dei colletti bianchi è reso particolarmente difficoltoso in Italia dal principio che impedisce di porre la responsabilità penale a carico delle imprese, limitandola alle sole persone fisiche (societas delinquere non potest).

Ancora la Commissione di inchiesta tecnico-amministrativa voluta e nominata dalla Presidenza del Consiglio dice: «Un errore di localizzazione così macroscopico può trovare giustificazione soltanto nella scarsa considerazione generale che il mondo della produzione e quello preposto alla gestione del territorio hanno mostrato verso i problemi della salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza civile». La chiave della tragedia è tutta qui: a monte della tragedia sta una scelta produttiva frutto di decisioni aziendali sbagliate.

Il punto cruciale resta uno e resta paradossalmente semplice: non si dovevano costruire i bacini sopra l’abitato, e questo è stato fatto per evitare di pagare costi troppo elevati per il trasporto; si dovevano invece scegliere luoghi sicuri, lontani dalla gente: tutto il resto, la mancanza di progettazione adeguata, le incurie nella manutenzione, non fanno che aggravare la colpa iniziale. L’economia, poggia in genere sul rischio. Opporsi e resistere significa evitare che le tragedie si trasformino in rassegnazione, anche perché spesso l’economia non conosce il volto dell’uomo e le leggi del mercato sono anonime come le morti che provocano.

A parte questi esempi macroscopici occorre ritornare a quanto precedentemente sottolineato, riguardante le cause remote di questa indifferenza nei riguardi della natura, che soprattutto nel nostro Paese nasconde insidie e rischi troppo spesso sottovalutati. Il nostro Paese appare disarmato e, anche alla luce di recenti accadimenti, imprevidente oltreché impreparato.

Dopo il disastro di Sarno è stato predisposto e approvato il Dl 180/1998 riguardante appunto i rischi idrogeologici, con stanziamenti annuali per studi di previsione e di prevenzione finalizzati a evitare che i fenomeni naturali si trasformino in catastrofi. La legge finanziaria 2002 ha dimenticato i finanziamenti in applicazione del Dl, il cosiddetto Decreto di Sarno, che prevedeva 150 milioni di euro per il 2002 e 200 milioni di euro a partire dal 2004 per il finanziamento dei piani stralcio delle zone a rischio idrogeologico.

I muretti a secco regolano l’idrogeologia del terreno.
I muretti a secco regolano l’idrogeologia del terreno.

Il progressivo spopolamento

Occorre ricordare che negli ultimi 20 anni 70.000 persone sono state colpite in Italia da disastri idrogeologici; anche il disegno di legge Disposizioni in materia di infrastrutture e trasporti all’art. 34 si propone la vendita di tutto il demanio non marittimo (laghi, fiumi, boschi) incluse zone che invece necessitano della massima tutela, come hanno dimostrato le ultime alluvioni, e che in questo modo verrebbero cedute ai privati i quali potrebbero così costruire, in zona assolutamente inedificabile, edifici e strutture pericolose per un buon governo di queste parti del territorio, che nel nostro Paese presentano così frequentemente situazioni di rischio idrogeologico.

Il secondo fattore che incide notevolmente sul dissesto in generale, che prepara pertanto il terreno per il verificarsi di catastrofi naturali o di alluvioni disastrose, è legato al progressivo spopolamento delle zone alpine e appenniniche, in seguito alle oggettive difficoltà per le persone residenti di trovare nel loro ambiente di vita le condizioni essenziali per poter svolgere una vita serena e libera dal bisogno. I nostri contadini e montanari hanno svolto nei secoli passati un’attività molto dura e faticosa, ma hanno realizzato un presidio residente sul territorio, anche per necessità di vitale sopravvivenza. Su un terreno difficile e spesso dirupato sono riusciti a trasformare pendii ripidi in terrazzamenti piani, sostenuti da muretti a secco, che possono essere considerati una delle forme ideali per una buona regolamentazione idrogeologica, e che ancora oggi si possono osservare, nelle zone che non hanno ancora subito dissesti, sempre in grado di svolgere il loro compito di tutela. Su questi terrazzamenti sono poi stati applicati i metodi colturali più adeguati per sviluppare un’agricoltura di pregio e una viticoltura che ha reso famosi nel mondo i vini italiani.

Purtroppo gli allettamenti, per i nostri alpigiani, provenienti dalle zone di pianura dove era possibile lavorare in attività industriali o imprenditoriali meno faticose e più remunerative, sono stati alla base di un progressivo spopolamento, che ha portato all’abbandono dei paesi di origine, spesso arroccati su spuntoni di roccia e disagevoli per le distanze dai centri di sviluppo e anche all’abbandono dei campi, dei pascoli e degli alpeggi situati nelle aree che necessitano di tutela idrogeologica. Lo Stato non ha voluto, o non ha saputo surrogare questo importantissimo presidio territoriale, anche perché ha pensato bene di smantellare i suoi servizi tecnici, in particolare il servizio idrografico che fino agli anni Sessanta aveva svolto un’attività egregia di prevenzione dai rischi idrogeologici.

I terrazzamenti sono stati abbandonati, l’incuria non ha risparmiato i muretti a secco, i rii e i ruscelli non sono più stati regolamentati, si sono riempiti di detriti e di vegetazione, e il loro degrado ha interessato anche i corsi d’acqua di fondo valle.

La natura ha preso nuovamente il sopravvento sul territorio, con acque di precipitazione violente e prolungate che hanno all’inizio provocato i primi danni, poi i muretti a secco sono stati prima danneggiati e poi distrutti, e a poco a poco i terrazzamenti costruiti con tanta fatica si sono nuovamente trasformati in ripidi versanti, preda dell’erosione e del dissesto. I tempi della cosiddetta "corrivazione", che corrispondono ai tempi intercorrenti dal momento in cui l’acqua di pioggia cade sulle porzioni alte dei bacini idrografici, e si trasferisce in fondo valle, sono diventati di brevissima durata.

Il ghiacciaio svizzero del Mittelallalin (crepaccio).
Il ghiacciaio svizzero del Mittelallalin (crepaccio).

Le variazioni climatiche

Un tempo la pioggia cadeva su terrazzamenti piani, penetrava nel terreno, impinguava le falde sotterranee, diventava risorsa importante e fuoriusciva a valle, spesso sotto forma di sorgenti, dopo alcune settimane. Attualmente l’acqua scorre su versanti ripidi, trascina detriti e fango, rotola a valle dove giunge in poche ore, causando spesso onde di piena che originano esondazioni e alluvionamenti. Ogni volta la situazione peggiora, il dissesto dilaga, gli interventi a protezione divengono più difficili, e i danni e le vittime aumentano.

Il terzo fattore, sempre legato alle cause antropiche, è quello delle variazioni climatiche. Il problema delle variazioni climatiche è sorto in tutta la sua drammaticità in tutto il mondo, ma riguarda poi in modo particolare la zona alpina, e quindi interessa da vicino le regioni settentrionali, che hanno nel loro territorio le Alpi. Si tratta dell’influenza dei cambiamenti di temperatura, dovuti in particolare all’emissione in atmosfera di enormi quantitativi di "gas serra". Si pensi che il quantitativo di CO2 immesso nell’atmosfera dall’attività industriale negli ultimi 50 anni corrisponde al quantitativo immesso dai fenomeni naturali nei precedenti 420.000 anni!

Ciò, come è stato messo in evidenza dalla Cipra (Commissione internazionale protezione delle Alpi) ha causato un sensibile aumento della temperatura media annuale, che nella zona alpina ha coinciso con un notevole rialzo della quota dello "zero termico" e ha provocato, come prima conseguenza, la scomparsa di un gran numero di ghiacciai. Nella sola Svizzera il secolo XX ha visto la scomparsa di un centinaio di ghiacciai. Nel complesso delle Alpi in Europa i ghiacciai hanno perso negli ultimi 50 anni la metà del volume in ghiaccio con il 40% della superficie.

Implicazioni notevoli legate al riscaldamento e all’effetto serra si hanno anche dal punto di vista idrogeologico vero e proprio: infatti risulta variato anche il regime dei deflussi. Mentre in passato i corsi d’acqua presentavano le massime portate in estate, si sta ora verificando in inverno un notevole aumento della percentuale di pioggia rispetto alle precipitazioni nevose. Ne deriva una maggior intensità del ciclo dell’acqua con un aumento delle precipitazioni a forte intensità, che portano a un maggiore rischio di alluvioni e frane, e per le medie latitudini i modelli matematici elaborati prevedono per i prossimi anni un maggior trasporto di vapor acqueo dagli oceani e un relativo aumento delle precipitazioni medie ed estreme, come pure si è assistito a un graduale notevole aumento delle precipitazioni orarie in diverse aree del nostro territorio: pertanto nel futuro anche l’estate e l’autunno saranno periodi particolarmente sensibili per l’insorgere di precipitazioni molto intense.

Nelle zone montuose nel prossimo futuro gli inverni saranno caratterizzati da meno neve e più pioggia; questo cambiamento sarà particolarmente evidente e avrà incalcolabili riflessi, per esempio, sul turismo invernale che potrà perdere le sue basi e i suoi centri sciistici più noti anche al disopra dei 1.500 metri. In certe zone nel Nord delle Alpi a 1.000 metri di quota i giorni con almeno 30 centimetri di neve si sono già ridotti da 54 giorni all’anno a non più di 24 giorni.

Ma un altro effetto si sta manifestando in maniera più nascosta e non per questo meno subdola. In seguito alla permanenza per secoli di temperature al disotto dello zero, si sono formate in aree con terreni permanentemente gelati, i cosiddetti permafrost soprattutto diffusi nelle zone siberiane. Ma anche nella zona alpina, al disopra dei 2.300 metri, si sono avute per molti secoli temperature inferiori a 0°C, il che ha determinato una sorta di permafrost o di terreno prevalentemente gelato, che ha interessato i terreni posti al disotto del manto nevoso o glaciale.

Poiché in genere si tratta, come abbiamo detto, di terreni non costituiti da formazioni rocciose compatte, ma di depositi sciolti di origine morenica o detritica, essi hanno trovato nel permafrost il cemento ideale per tenere uniti ciottoli e granuli sabbiosi quasi fossero una roccia compatta, assicurando in particolare una forte coesione e un importante stato di stabilità anche su pendii ripidi e su versanti subverticali.

L’innalzamento della temperatura e la risalita dello zero termico dai 2.300 metri di altitudine a quote superiori nell’ultimo secolo anche di 200 metri, ha causato il progressivo disgelo delle masse glaciali e detritiche, e l’inizio di un dissesto che si sta propagando a poco a poco a tutta la regione alpina, ed è causa di un malessere geomorfologico e idrogeologico, che non potrà non avere ripercussioni sulla stabilità di tutta la massa montuosa, con aumento degli smottamenti, degli scoscendimenti, una maggior frequenza di frane e di colate di fango.

Sempre secondo i dati forniti dalla Cipra, il 24 settembre 1993 il centro storico di Briga in Svizzera è stato sommerso da una valanga di fango e detriti, cosa che non si era mai verificata in precedenza; secondo studi in corso anche la catastrofica frana che ha colpito la Val Pola in Valtellina nel luglio del 1987 potrebbe essere dovuta allo scioglimento del permafrost, che ha reso molto deboli le difese delle parti alte della montagna all’attacco dell’alluvione che si è verificata in quel periodo.

Per i prossimi 50 anni le ricerche in corso mettono in evidenza che con un ulteriore aumento di temperatura compreso tra 1° e 2° C, lo zero termico si innalzerebbe di altri 500 metri con conseguenze veramente disastrose. Procedendo il fenomeno del riscaldamento e dell’effetto serra vi saranno implicazioni geomorfologiche e idrogeologiche anche per le aree di fondovalle, per i centri abitati, per le vie di comunicazione autostradali, stradali e ferroviarie. Da quanto descritto in precedenza si presenta uno scenario di notevole drammaticità e di grave preoccupazione per gli eventi futuri.

L’indifferenza dei Governi

Anche i più recenti eventi calamitosi, e in particolare le alluvioni che hanno colpito il Piemonte nel novembre 1994, la Garfagnana nel giugno del 1996, la Campania nel 1998, la Calabria nel 1999 e nel 2000, la Valle d’Aosta sempre nel 2000, l’area di Napoli nel 2001 e la Lombardia e il Piemonte nel 2002, non hanno scosso l’imperturbabile indifferenza delle autorità responsabili di Governo, e non sono state poste in discussione e tanto meno approvate politiche e programmi per una nuova, moderna, efficace tutela dal rischio idrogeologico: vi sono state invece iniziative, anche legislative, da parte di alcune regioni, in particolare la Toscana e il Piemonte, per iniziare una politica di buon governo del territorio.

Si tratta tuttavia di iniziative isolate, mancanti di un quadro di riferimento ben preciso a livello nazionale. Si invoca la situazione difficile dal punto di vista economico, ma si trovano facilmente ingentissime risorse per interventi certamente non prioritari, come l’alta velocità ferroviaria o il ponte sullo stretto, mentre si dimentica facilmente che il costo delle cosiddette "calamità naturali", secondo i recenti dati forniti dal Ministero dei Lavori pubblici è stato di 70.000 milioni di euro, che corrispondono a circa 4,5 mil/giorno nell’arco di tempo compreso fra il secondo dopoguerra e il 1990, e circa 11 mil/giorno nel ventennio 1980-2000.

È urgente pertanto pensare alla predisposizione di un programma organico di tutela dai rischi geonaturali, che permetta almeno un controllo sistematico della situazione, vista la difficoltà di iniziare un tentativo di riassetto del nostro territorio.

La posta in palio è altissima, alcune zone abbandonate hanno già raggiunto una situazione di "coma" territoriale. Occorre agire al più presto per arginare un tracollo che potrebbe avere drammatiche conseguenze non soltanto geonaturali, ma anche economiche e sociali.

Floriano Villa








 

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