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n. 11 NOVEMBRE
2002

Sommario

EDITORIALE
Superare indenni le provocazioni
La DIREZIONE

SERVIZI
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Vecchie e nuove dinamiche

di CORINNA CRISTIANI

apep00010.gif (1261 byte) Anche i legami familiari vanno "curati"
di PAOLA DI NICOLA

apep00010.gif (1261 byte) La crescita personale a raggiera
di GREGORIO PIAIA

apep00010.gif (1261 byte) Una guida sapiente al bene
di LUIGI LORENZETTI

apep00010.gif (1261 byte) Amori senza Dio
di GIORDANO MURARO

apep00010.gif (1261 byte) La bellezza di ciò che continua
di VITTORIO FILIPPI

apep00010.gif (1261 byte) Sfogliando l’album di famiglia
di GIAN CARLO BLANGIARDO e MARTA BLANGIARDO

DOSSIER
Il "ritorno" alla famiglia
di GIORGIO CAMPANINI

SERVIZI
È il momento di "Biancaneve"
di BEPPE DEL COLLE
La televisione che corrompe
di GIORGIO VECCHIATO
La cinepresa tra le mura domestiche
di ORSOLA VETRI
Dalla viva penna degli scrittori
di HARMA KEEN

Gli esperti in redazione
di CRISTINA BEFFA

 

UMANIZZARE LA SESSUALITÀ

Una guida sapiente al bene

di Luigi Lorenzetti
(direttore della Rivista di Teologia Morale)

Nella società postmoderna, le molteplici visioni antropologiche determinano la pluralità dell’etica. La morale cattolica propone una soluzione non relativistica. L’adesione a una finalità supera di molto l’osservanza della regola che la governa.

Il termine sessuale indica propriamente l’identità di genere maschile/femminile: il fatto, cioè, che l’essere umano, nelle sue caratteristiche fisiche e psicologiche, esiste come uomo o come donna; e, come tali, si relazionano tra loro. L’obiettivo o traguardo – mai pienamente risolto – consiste nel diventare compiutamente ciò che si è: uomo o donna, e nel vivere le relazioni interpersonali, che non sono mai al neutro, ma sempre al maschile/femminile. Parlare di sessualità significa, allora, parlare della persona al maschile/femminile (chi è, chi deve diventare?); e delle relazioni tra persone (uomini e donne: come sono, come devono essere?).

La risposta rinvia alle scelte che la persona realizza secondo la propria visione od opzione fondamentale di vita, e nel contesto dell’inevitabile condizionamento della cultura dominante. In una società statica e monoculturale, il soggetto trova una mentalità e una prassi abbastanza chiare a cui aderire o rifiutare; in una società aperta e pluralista (anche dal punto morale), il problema delle scelte giuste/sbagliate diventa più difficile. La difficoltà cresce ulteriormente in presenza di cambiamenti rapidi e profondi, come si sono verificati (e si verificano) nell’epoca attuale.

Le società occidentali si vantano d’avere compiuto, tra l’altro, la rivoluzione sessuale, che segna il passaggio dal proibizionismo al permissivismo; dal «sesso è male» al «sesso è bene», e (dopo l’Aids) al «sesso sicuro»; da una morale dalle molte regole a una morale senza regole; dal controllo invadente delle società rurali e pretecniche a nessun controllo della società moderna e postmoderna: il sessuale diventa nulla più che un fatto privato.

È impossibile stabilire quale comportamento sessuale sia oggettivamente buono/cattivo. Così, più che di morale, si può parlare di molte morali: ognuno ha la sua e con questa orienta le sue scelte e decisioni. La verità oggettiva – teorizza il pensiero debole – non c’è o è difficilmente raggiungibile; è necessario limitarsi a quanto può essere verificato e sperimentato. Il giudizio morale sui comportamenti collettivi è offerto dalle indagini statistiche variabili come le stagioni; dalle opinioni dei cosiddetti esperti; e del legislatore che decide in base al criterio di maggioranza/minoranza.

Luigi Lorenzetti, noto teologo moralista e direttore della Rivista di Teologia Morale (Dehoniane), è membro del comitato direttivo di Famiglia Oggi.
Luigi Lorenzetti, noto teologo moralista e direttore della Rivista di Teologia Morale (Dehoniane),
è membro del comitato direttivo di
Famiglia Oggi.

Questioni ancora aperte

La questione sessuale, nella società postmoderna, è una questione antropologica ed etica irrisolta o, meglio, risolta in modo pluralistico anzi relativistico. La riflessione esamina tre questioni in particolare, perché richiamano, rispettivamente, un’idea o categoria centrale, che è alla base dell’etica, filosofica e teologica: i rapporti extra e prematrimoniali pongono, infatti, la questione del senso del rapporto sessuale; le convivenze civili rinviano al significato del matrimonio e famiglia; la fecondazione artificiale, a quello del generare umano.

Non a caso, tali questioni sono venute alla ribalta con una certa insistenza in questi ultimi decenni e costituiscono tuttora, fuori ma anche dentro la Chiesa, problematiche diversamente risolte e oggetto di confronto/scontro tra la morale cattolica e la morale laica (o le morali laiche).

Qual è il senso (finalità, progetto) dei rapporti prematrimoniali? La domanda ha avuto molteplici risposte.

Nella cultura rurale e pretecnica, il rapporto sessuale è considerato solo ed esclusivamente nella prospettiva delle procreazione. Fuori da tale finalità, il rapporto sessuale è considerato insensato (modello procreazionista).

Nella società contemporanea, una diffusa tendenza di pensiero lo valuta fattore di piacere e di gratificazione, che ci sia o no comunicazione interpersonale. Si teorizza, così, il "sesso per il sesso", appunto la sua banalizzazione (modello edonista).

Più comune e sostenuta è, però, la tendenza culturale a valutare il rapporto sessuale come espressione di comunicazione interpersonale, anche se intenzionalmente limitata e condizionata. Esponenti della psicologia umanista qualificano i rapporti sessuali, fuori da ogni coinvolgimento affettivo, come in-sensati e come comportamenti meccanici. Tale interpretazione esprime certamente una visione umana e umanizzante, evidenzia un nesso intrinseco tra sessualità e amore, ma lascia aperti diversi interrogativi e, tra questi, quello fondamentale descritto da Eric Fromm: la possibile confusione tra «L’innamorarsi e l’essere innamorati». In altre parole, il rischio di ridurre l’amore a eros o a sentimento, che è parte integrante dell’amore, ma non è a esso riducibile (modello dell’amore).

Il pensiero cristiano-cattolico non s’identifica in nessuno dei modelli precedentemente descritti, se presi a sé stanti, e insegna che la verità (il senso, la finalità) del rapporto sessuale consiste nell’essere espressione di amore eterosessuale che presuppone ed esige un contesto definitivo: comunione di vita e di amore. In caso diverso, si verifica una sproporzione tra espressione (compiuta) e realtà (incompiuta).

Se la banalizzazione del sesso consiste nella privazione di progetto ("sesso per il sesso"), il pensiero cristiano coglie il livello più alto della valorizzazione della sessualità. «Al cristianesimo – afferma E. Fuchs, noto teologo protestante – non si può attribuire la colpa di aver rifiutato la sessualità, ma caso mai di aver tentato in tutti i modi, compresi quelli repressivi, di esplicitarne il significato etico». E aggiunge un riconoscimento, per molti, sorprendente: «L’etica cristiana è il primo tentativo rigoroso d’inserire il mistero affascinante della sessualità in un progetto storico concreto: il matrimonio, sacramento dell’amore». Fuori dal progetto (condivisione di vita), il rapporto sessuale ottiene qualificazioni più o meno umanizzanti, a seconda che si avvicini o si allontani da tale progetto. Certamente il più vicino, ma non ancora in pari, è il rapporto prematrimoniale, cioè «come se fossimo sposati», ma di fatto, per motivi diversi, non lo sono.

Giocare agli sposi senza essere sposati è una caratteristica di oggi.
Giocare agli sposi senza essere sposati è una caratteristica di oggi.

Nella prospettiva del senso così delineato, appare quanto sia riduttivo parlare unicamente o quasi in termini di divieto, tacendo o dando per scontato il discorso sul senso (o progetto) al quale quel divieto è strumentale. Il vero problema etico non è l’adesione o meno a una norma (il divieto), ma l’adesione o no alla finalità, di cui quella norma è serva. La norma separata dal progetto è incomprensibile.

Il secondo caso che pone il vero nodo o problema sia dal punto di vista etico che giuridico è quello delle convivenze civili, che in Italia sono un fenomeno ancora minoritario. Sotto questo nome si comprendono situazioni molto diverse; e queste vanno da quanti, per motivi contingenti, non possono sposarsi a quelli che rifiutano, per principio, il matrimonio.

Una risposta viene data da chi sostiene che si deve parlare di famiglia al plurale. Le forme di famiglia sono diverse: quella tradizionale, fondata sul matrimonio, è una di queste ma non è l’unica né esclusiva. L’essenziale è che ci sia un nucleo affettivo; che poi questo nucleo affettivo scaturisca dal matrimonio o da una convivenza non è così importante. Famiglia – si aggiunge – è anche quella formata da persone non legate da vincoli di parentele o affinità, qualora la convivenza istituita abbia il carattere di stabilità e sia finalizzata alla reciproca assistenza morale e materiale (modello radicale).

Un altro tipo di risposta, alternativa alla precedente, riconosce che la cultura tradizionale occidentale, e non solo quella religiosa, denomina famiglia solo quella fondata sull’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio e, come tale, si differenzia inconfondibilmente da ogni altra forma di convivenza (modello universalizzabile).

Il fenomeno delle convivenze civili non può essere semplicemente rimosso, in quanto pone inevitabili domande: i diversi modelli di convivenza sono modalità diverse di vivere la relazione d’amore, oppure costituiscono, più o meno consapevolmente, forme imperfette di amore? Sono progetti d’amore o paura di amare? Sono espressioni di libertà o difetto di libertà? È questa la sfida culturale del nostro tempo, a cui l’etica filosofica e teologica è chiamata a rispondere, a meno che non si limiti a prendere atto della nuova situazione oppure a rispondere in termini di condanna o di giustificazione.

Il modello oggi maggioritario e più autorevole è certamente la famiglia fondata sul matrimonio monogamico e indissolubile. Le convivenze civili, più che minacciare il matrimonio, lo sfidano. La risposta più efficace della bontà e superiorità è attesa dalla dottrina, ma soprattutto dalla testimonianza di una vita riuscita, pur nell’incompiutezza dell’umano, delle coppie sposate.

La famiglia, fondata sul matrimonio, è una risorsa insostituibile per la società, e non solo per i cattolici: è un bene-valore che appartiene al bene comune. Il legislatore, quale titolare del bene comune, si preoccuperà di tutelarla e promuoverla, e si guarderà da ogni iniziativa che, in qualche modo, tende a deprezzarla, come, ad esempio, con la tendenza a equipararla ad altre forme di convivenza. Questo non impedisce, tuttavia, che si possa prevedere una certa regolamentazione delle convivenze civili che garantisca certi diritti, come, ad esempio, pensione di reversibilità, successione ereditaria.

Quanto al terzo nodo, la fecondazione artificiale, dopo oltre un ventennio, il bilancio non è positivo sia dal punto di vista medico che etico e giuridico. Si pensi ad alcuni capitoli: esseri umani (molti) sono venuti alla luce, ma a prezzo di altri (moltissimi) esseri umani (embrioni) a cui si è negato (e si nega) un futuro umano; la confusione (nel caso dell’eterologa) della paternità/maternità e della filiazione; costi umani ed economici elevati; larghi insuccessi e frustrazioni della coppia, della donna in particolare; la mancanza, in Italia, di una legge giusta.

La fecondazione artificiale, in particolare l’eterologa, costituisce una sfida alla coscienza civile sul senso del generare umano. È in questione la coppia (uomo-donna), quale soggetto unico ed esclusivo di trasmissione della vita umana; la violazione del diritto del nascituro a una paternità/maternità certa; l’intollerabile fenomeno degli embrioni soprannumerari, che pone incancellabili questioni tecniche, morali e giuridiche.

I laici temono che i cattolici vogliano imporre, per legge, la loro morale in campo legislativo, ma così non è. La morale cattolica disapprova anche l’omologa (per il nesso tra relazione sessuale d’amore e procreazione), ma riconosce che l’omologa, a differenza dell’eterologa, non implica violazione dei diritti umani. Si riconosce che il criterio della legge civile giusta/ingiusta non è una morale confessionale, ma la morale umana (valori umani fondati sulla persona, la sua dignità e i suoi diritti); e, nel caso, i diritti del nascituro alla vita dell’embrione, alla famiglia, a un’identità anagrafica certa. Tali diritti appartengono all’essere umano, in quanto tale, e non all’essere umano cattolico.

In conclusione, la soluzione di questo nodo può venire solo da quelle proposte che sanno conciliare, di fatto, il desiderio legittimo della coppia, da un lato, e il diritto (o diritti) del nascituro dall’altro. Tutte le forme che, in un modo o nell’altro vanno fuori del matrimonio, non appaiono soluzioni umane soddisfacenti.

Ci sono diverse morali, perché ci sono diverse visioni o idee di chi è l’uomo. Nel contesto antropologico ed etico pluralista, la morale cattolica va controcorrente e, in nome della visione cristiana dell’essere umano, uomo e donna, propone un modello di umanizzazione della sessualità.

Il neonato in provetta richiama i nodi irrisolti della fecondazione artificiale.
Il neonato in provetta richiama i nodi irrisolti della fecondazione artificiale.

Dalla norma al progetto

Il ruolo orientativo della morale cattolica presuppone ed esige lo scioglimento di alcuni nodi e, tra questi: la coerenza tra morale insegnata e morale vissuta; il ricupero della questione del senso; la conciliazione tra norma e situazione della persona.

Coerenza tra teoria e prassi. La distanza, tra teoria e prassi, è un fatto, ma come interpretarlo? Una prima spiegazione è individuabile nel ruolo della morale, filosofica o teologica che sia: tra l’essere (il reale) e il dover essere (il bene morale ideale), la morale propone sempre un dover essere e, quindi, non sarà mai in pari con la morale praticata. Tra l’una e l’altra ci sarà sempre un rapporto di salutare e reciproca conflittualità, così la morale teorica, in ascolto della morale vissuta, eviterà di fare un discorso astratto; e la morale vissuta, in riferimento alla morale teorica, sarà continuamente sospinta verso il bene ideale e totale.

Il divario tra teoria e prassi ammette, però, anche un’altra spiegazione. Alla morale cattolica, specie in ambito sessuale, si rimprovera di non tenere conto, in forza dei principi, della realtà o situazione complessa e conflittuale; nell’applicazione delle norme, di non lasciare spazio alla responsabilità personale; di mortificare la libertà e i sentimenti umani. Questo, e altro ancora, diventano motivo per non farne un punto di riferimento di vita. Non la si contesta apertamente, come negli anni ’70 del XX secolo, che coincidono con i fenomeni della rivoluzione sessuale, della liberazione della donna, del rifiuto di ogni istituzione: scuola, matrimonio e famiglia. Alla contestazione è subentrato un atteggiamento di larga indifferenza, di noncuranza e d’incomunicabilità. Persiste ancora l’idea di una morale che non è altro che un insieme di divieti.

Privilegiare la questione del senso o progetto. L’informatore religioso del quotidiano Le Monde, Robert Solé, osserva che l’insegnamento morale della Chiesa è colto soltanto nella serie di divieti ed è ignorato nel suo significato più profondo. «No alla contraccezione, no all’aborto, no alla fecondazione... È quanto si apprende – egli scrive – da lunghi documenti del Vaticano sulla vita, l’amore e la morte. Questi sono letti in diagonale e generalmente criticati, poi messi frettolosamente da parte. Tali solenni interventi non sembrano quasi influire sulla maggioranza degli occidentali». E commenta con disappunto: «Peccato, perché s’ignora il suo senso più profondo».

Buona parte della crisi della morale sessuale non è attribuibile alle norme in sé stesse, ma al vizio di presentarle separate dal progetto al quale sono funzionali. Le regole morali, infatti, appaiono sensate e strutturanti soltanto se sono collocate entro il progetto, di cui sono determinazione e specificazione. Detto più chiaramente, prima del divieto del rapporto sessuale extra e prematrimoniale, viene il suo significato: segno di amore indiviso; prima del divieto della fecondazione artificiale, vengono i valori, ai quali quel divieto è strumentale. Senza quel prima (che non va dato per scontato), ogni norma appare arbitraria e mortificante la libertà. Non basta dire che, dietro ogni no, c’è un sì, è necessario che la pastorale e la pedagogia lo sappiano evidenziare e argomentare. Se le norme sono in crisi, invece che insistere su queste, occorre ricuperare il senso di cui sono espressione e determinazione, sia pure imperfetta.

La domanda morale oggi più che domanda di regole da osservare, è domanda di senso. La morale cristiana deve elaborarsi ed essere percepita come risposta alla domanda di senso. Spetta alla morale cristiana dimostrare che le norme morali in campo sessuale non sono che esplicitazione delle esigenze della carità (madre e regina di tutte le leggi), vera risposta alla domanda di senso.

Conciliare la norma con la situazione. La morale cristiana non è sperimentata come guida sapiente al vero, al bello, al bene. La persona, più che compresa nella sua reale condizione, si sente giudicata e colpevolizzata. Anche questo è un nodo da sciogliere. Non si tratta certo di passare da un’etica delle norme a un’etica della situazione, ma nel conciliare l’una e l’altra. La fedeltà alle norme e ai valori non impedisce, ma esige di essere fedeli alle persone, alla loro situazione, alle loro attuali possibilità/impossibilità. La morale cristiana è morale della perfezione, ma ugualmente della comprensione: c’è un rapporto di reciprocità tra l’una e l’altra.

La Chiesa non ha cambiato le norme morali, anzi le ha ribadite ogni volta che venivano contestate, ma ha cambiato il modo e lo stile di parlare alla gente: addita il bene totale e ideale, nella consapevolezza della complessità della situazione e nel più pieno rispetto della persona, che «conosce, ama e compie il bene secondo tappe di crescita» (Familiaris consortio, n. 34). In altre parole, c’è un giusto metodo da seguire nella trasmissione della morale, avvertiva con sensibilità evangelica G.B. Hume, già arcivescovo di Westminster. «Dobbiamo parlare loro con gentilezza e compassione, condividendo la loro sofferenza, guidarli gradualmente e parlare un linguaggio che induca a dire: sì, questo è giusto, ora è chiaro, accetto». La stessa modalità propositiva è nelle parole di Paolo VI: «La coscienza dei coniugi chiede di essere rispettata, educata e formata in un clima di fiducia e non di angoscia, in cui le leggi morali, lungi dall’avere la freddezza inumana di una obiettività astratta, hanno la funzione di guidare la coppia nel suo cammino».

Tale pedagogia propositiva – valida per ogni morale e non solo per quella coniugale – non disattende né le norme né le persone nella loro singolarità; evita sia l’impossibile giustificazione come la sterile disapprovazione; s’impegna, invece, a verificare le attuali possibilità di crescita della persona e della società, a partire dal già (situazione) al non ancora. Solo così la morale cristiana sarà sperimentata come morale di speranza e di liberazione, capace di aprire per tutti – soprattutto per gli arresi allo status quo personale – nuove possibilità e nuovi orizzonti di umanizzazione.

Luigi Lorenzetti








 

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